La città di pulcinella

Ai Leghisti gli verrebbe uno stranguglione, eppure è così. Se si cerca un autore che è rimasto tanto affascinato dalla figura di Pulcinella da dedicargli un intero ciclo di disegni che ne raccontano “vita e opere” non bisogna andare a bazzicare i bassi napoletani o la corte partenopea, ma venire qui, nel nostro bel “nordico” veneto, e più precisamente a Mirano, dove visse i suoi ultimi anni, rintanato nella villa di Zianigo dopo i successi europei, Giandomenico Tiepolo. I 104 disegni che il Tiepolo figlio creò per il divertimento dei nipoti ora sono dispersi per il mondo – la maggior parte in America, dove nei musei i curatori hanno una vera passione per Giandomenico e famiglia, tanto che spesso sono i soli, gli americani colti, a venire fino a Mirano per cercarne le tracce – ma rappresentano nella loro eleganza settecentesca la più completa saga dedicata alla maschera: cominciano con la nascita miracolosa da un uovo di struzzo, come una Elena all’incontrario o un Dioscuro solo e pure mal riuscito, al matrimonio, e vanno fino alla morte e resurrezione: perché il Pulcinella di Tiepolo è così, come Arlecchino, come tutte le maschere ancestrali: un po’ briccone, un po’ santo, e pur nella sua scapricciata carnalità profana reca le tracce ataviche del sacro e del mistero. La malinconia umbratile di Pulcinella ben si coniuga con quella altrettanto sottile e cangiante della laguna; forse non è un caso che un altro grande amante di Venezia, Igor Stravinskij, tanto innamorato da farsi addirittura seppellire in città, dato che non aveva avuto la sorte di nascerci, sia stato anche lui un cantore di Pulcinella e del suo mondo. Non conosceva, a quanto se ne sa, i disegni del Tiepolo, ma pareva averli sotto il naso quando compose il suo Pulcinella, dotto miscuglio di citazioni musicali pergolesiane e innovazione. A unire le due cose, i disegni e le musiche, che sembrano nate per stare assieme, ci han pensato Michele Peguri e Francesca Scaini, ieri sera al teatro di Villa Belvedere, a Mirano.

É una di quelle circostanze, lo spettacolo, in cui chi guarda si rende conto, una volta di più, di quanto poco ci voglia ad affascinare un pubblico, quando l’idea è valida e chi la mette in scena sa come muoversi: Stravinskij trascritto per solo pianoforte e violino non perde niente del suo fascino, e un mimo, due assistenti ed una cantante in scena, con il corredo di pochi attrezzi e di una scenografia che è formata esclusivamente dai disegni di Tiepolo proiettati su un fondale scuro “fanno teatro” molto più di complicate macchine e ghiribizzi da regia intellettualoide. Difatti per tutto il tempo non si muove una mosca, il pubblico non fa uno sbuffo, nonostante il caldo africano e le zanzare che si intrufolano: segue con il fiato sospeso le vicende allegre e amare di Pulcinella e famiglia, si lascia cullare dalla musica e dal canto, portare in una dimensione altra, che non è il Settecento e non è la favola, ma un misto di entrambe. Forse è, semplicemente, teatro, puro e netto, come dovrebbe essere e come, una volta tanto, semplicemente, è.

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2 pensieri su “La città di pulcinella

  1. Che meraviglia i disegni di Giandomenico, per altro anche il padre Giambattista aveva fatto dei bellissimi disegni sul tema.
    E a proposito dei leghisti, ho sempre pensato che non abbiano assolutamente nulla a che fare con la Serenissima e la sua storia, a cui indebitamente si richiamano. I Veneziani erano aristocratici, signori(li), cosmopoliti, colti anche quando popolari, amanti del bello, dominatori “con garbo”, avidi di contatti con il resto d’Italia (proprio in questo periodo sto leggendo Gasparo Gozzi)… i leghisti mi ricordano casomai quei Veneti che resistettero (cercarono di resistere) all’espansione di Venezia…
    Lasciateci intatta la memoria di un Veneto facile da amare!

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