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Ci sono autori grandissimi che sono però vittime di una maledizione singolare, quella della riduzione ad aggettivo. I contemporanei ed i posteri pensarono di poter condensare in una parola l’universo di suggestioni, il mondo da loro ritratto e creato con visione profetica, e quella parola è rimasta appiccicata addosso, come un vestito che non hanno facoltà di cambiare mai, neppure quando ci si accorge che la veste, in realtà, è stata cucita con una stoffa che loro non avrebbero mai scelto, perché tira, ed è anche di un colore che non si confà. E dunque, come Sherlock Holmes, povera creatura, è nell’immaginario collettivo identificato dalla frase «Elementare, Watson!» che non disse mai nei libri di cui è protagonista, così Machiavelli e Boccaccio sono malamente riassunti nei due aggettivi a loro dedicati, machiavellico e boccaccesco, che vengono sparsi qua e là per descrivere situazioni e personaggi del nostro quotidiano, modi di fare e di rapportarsi alla vita, i quali, assai probabilmente, Boccaccio e Machiavelli non avrebbero affatto scelto per illustrare la loro visione del mondo, perché intrinsecamente in contrasto con quel mondo che volevano descrivere.

Prendiamo Machiavelli, reputato padre del celebre “il fine giustifica i mezzi”. Che non disse mai. Perché per Machiavelli il fine non li giustifica affatto, o li giustifica solo in parte, e, in ogni caso, non è mai un fine qualunque. Il Fine di Machiavelli è la gestione dello Stato in maniera efficiente, la creazione di una potenza politica in grado di garantire ai suoi cittadini lo status di membri di una compagine potente: un principato, insomma, che, nel caos dell’Italia rinascimentale, potesse loro offrire protezione e certezze come quegli stati nazionali (Inghilterra e Francia) che si erano formati in Europa al tramonto del Medioevo. Machiavelli non è un cantore dell’assolutismo o un fan del complotto: di suo amava le repubbliche, adorava la bella libertà antica, sognava città fatte di uomini liberi e formati dai valori degli antichi Romani. Per questi suoi ideali combatté, si fece torturare, ci rimise salute e carriera finendo al confino, dove non poteva neppure “voltolare un sasso” se non sotto la guardia occhiuta dei gendarmi avversi. Era uomo colto, Machiavelli, in grado di citare Tito Livio e di conversare, a dispetto dei millenni di distanza, da pari a pari con Seneca e Cicerone, la cui compagnia preferiva a quella di molti suoi inutili contemporanei. Poi, era un realista: cercò di costruire con quello che si trovava per le mani.

Di tutto ciò cosa resta, invece? Machiavellico, questo aggettivo che viene sprecato per descrivere le piccole furbizie dei nostri politicanti, il cabotaggio di secondo piano, la truffa spicciola del pianista da parlamento: lo si usa con compiacimento ad indicare la malversazione del guittarello, che giustifica i mezzi senza avere un fine, neppure accennato. Il deputatuncolo che sopravvive cambiando casacca, ma anche il Presidente del Consiglio che impapocchia il pubblico e smentisce di continuo, comportandosi come un piazzista maldestro alla sagra di paese, con l’unico scopo di mantenersi in sella e al potere il tempo sufficiente per premiare i famigli e risolvere le sue questioni personali, non sono machiavellici, signori miei. Sono figure patetiche che il buon Machiavelli avrebbe preso a calci in culo.

E pure Boccaccio, porello! Se boccaccesco è divenuto sinonimo di scollacciato pecoreccio, nulla è meno boccaccesco della sua Italia trecentesca, dove sì, i nuovi borghesi e i mercanti arricchiti dai commerci si divertivano, ma liberando energie positive e vitali, in cui il sesso era un ingrediente solare, la trasgressione nei confronti delle penitenziali regole imposte aveva il sapore allegro della rivolta sorridente e scanzonata, ma sapeva anche velarsi di improvvise, nobilissime malinconie. Boccaccio crea dei personaggi, non manovra burattini: per questo le sue storie sono storie, non siparietti da avan spettacolo, e il suo mondo è un mondo letterario, non un episodio dei fratelli Vanzina. Non vi è nulla di boccaccesco nelle intercettazioni che spiegano come una volonterosa fanciulla può far carriera ministeriale mettendo in campo abilità per nulla politiche mentre il popolo bue si sganascia in risate plebee: sia la fanciulla che il premier eventualmente coinvolto – e neppure il popolo bue che un po’ origlia e un po’ sbuffa – hanno nulla di vitale, di trasgressivo, neppure di simpatico, sono solo marionette disarticolate che non meritano un racconto di Boccaccio, ma solo, a mo’ di epigrafe sulla loro carriera istituzionale, un trafiletto su Novella 2000. Ed è pure troppo, credetemi.

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