La Storia che non serve a nulla

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Prima o poi te lo chiedono. E mica solo gli alunni, eh. Anche gli adulti, quelli che dovrebbero saperlo. E invece niente, prima o poi te la devono fare quella domanda. Che poi negli adulti non è manco una domanda, è una affermazione mascherata, perché il ragazzo e il bambino sono ancora aperti al mondo, l’adulto no, è già pieno di granitiche certezze, specie quando sono sbagliate. Così te lo chiedono: ma la Storia a che cosa serve?

Già, a che cosa serve studiare tutte quelle date e quelle guerre e quelle invasioni, insomma quella sequela di sfighe e di morti che ormai sono passato, e quindi non tornano più? E via, ti spiegano che sarebbe meglio passare le ore a imparare cose più utili, e più spendibili nel mondo del lavoro, tipo l’inglese, o il russo, o l’arte di montare le candele nel motore o di impiattare l’arrosto, o il vattelappesca di moda in quel momento, perché siamo un popolo che se viene di moda impiattare l’arrosto o disporre i mobili in salotto secondo qualche bizzarra teoria orientale pare che tutti debbano saper fare solo quella roba là.

E tu, che Storia la insegni, e l’hai studiata, e poi per giunta hai pure studiato Storia antica, quindi quella che reputano più inutile di tutti, per prima cosa devi contare fino a dieci per non sbottare in un insulto, e poi devi trovare la voglia – e ce ne vuole tanta – per rispondere invece civilmente a questi idioti che la Storia, ecco, la Storia non è quella roba che pensano loro. La Storia non è una cosa passata, a dire il vero è l’unica materia davvero attuale, che ti serve per il presente, e probabilmente getta la basi per il futuro.

E spieghi, quando hai voglia e non cedi al sacrosanto insulto, che la Storia non è una sequela di battaglie e di sfighe, no. È una cosa che serve a capire le dinamiche umane, e come l’umanità si è mossa e sviluppata nei secoli. Trovandosi spesso di fronte agli stessi problemi e cercando soluzioni per risolverli. E così li prendi per mano e li porti nel Medioriente travagliato, e gli spieghi che le ragioni dei conflitti attuali sono nate centinaia se non migliaia di anni fa, spieghi i movimenti di popoli e le secolari lotte per quella terra, che si trascinano dai tempi di Sansone e dei Filistei e passano per Ebrei, Arabi, Crociati, Turchi, Inglesi. Gli spieghi che la Storia serve a capire che quando parliamo di mondo “arabo” in realtà parliamo di un universo complesso ed affascinante in cui per altro gli Arabi sono solo una parte della popolazione, perché prova a dire ad un Persiano che è Arabo, o ad un Turco, o ad un Curdo che è Turco, e poi sappimi dire. Gli spieghi che gli immigrati non sono un problema moderno, ma antichissimo, perché i barbari dentro all’impero romano erano immigrati, e i Leghisti dovrebbero tenerlo a mente che i Celti ed i Longobardi che presentano come antenati all’epoca dei Romani antichi erano come gli extracomunitari, e arrivavano con le pezze al sedere chiedendo asilo. Gli spieghi che la burocrazia e le tasse sono sempre esistiti, e gli imperi in salute erano tali proprio perché avevano un ceto di burocrati silenziosi e parecchio odiati che però erano necessari a tenere in piedi la baracca, e lo facevano ovunque, nell’antico impero persiano achemenide, nel romano, in quello cinese: perché se è il condottiero che conquista la terra è il burocrate che la governa e la organizza. Spieghi che gli Americani oggi in Iraq hanno gli stessi problemi dei principi dei regni Cristiani di Gerusalemme e dintorni, e no, non è un problema di religione, ma di territori. Che le tecniche di guerriglia terroristica che adesso usa l’ISIS erano quelle che dovettero affrontare e combattere, sempre da quelle parti, i Bizantini. Spieghi che le democrazie, dal tempi di Pericle, sono ideologicamente belle ma spesso hanno il problema di far quadrare i bilanci ed i conti. Spieghi che la gente se sta bene produce, e se è sfruttata scappa e fa collassare gli Stati, e vale per l’antico impero romano e per l’Italia di oggi.

Spieghi. Consapevole che probabilmente non servirà a nulla perché la Storia anche questo ti insegna: che tanto non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e ignorante peggiore di chi è contento della sua ignoranza.

Come veneto a primavera

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Ripubblico oggi l’articolo apparso ieri, che WordPress pare si sia “mangiato” stanotte, facendolo scomparire. Oppure era un hacker della Lega che non vuole si sappia che noi Veneti passiamo il tempo cazzeggiando al bar, non so. 

C’è il sole. Ti stupisce sempre il Veneto, quando c’è il sole. Per quella luce che piove dal cielo terso, di un azzurro che pare finto e uscito da un quadro del Tiepolo (quale Tiepolo? Boh, uno a caso). E’ un azzurro che abbiamo solo noi, un cielo che pare fatto d’acqua e specchiarsi nell’acqua anche quando l’acqua non c’è, un cielo che ti fa vedere le montagne come se fossero dietro Venezia, e forse chissà Venezia come se fosse ai piedi della montagna, non ho mai provato a controllare, ma può darsi.

C’è un’aria di primavera e di calore che esce dalle pietre bianche come se fosse anche lui voglioso di mostrarsi dopo tutto l’umido invernale, e noi Veneti usciamo tutti e ci riversiamo nei nostri campielli e nelle nostre piazze, per passeggiare e prendere gli aperitivi, e chiacchierare con gli amici con un bicchiere in mano, che in questa regione così efficiente, poi, è la cosa che ci riesce meglio.

Quando la primavera bussa, noi rispondiamo. Con l’entusiasmo mediterraneo di chi è pur sempre un popolo del Nord, e quindi lavora e fatica quando il tempo è brutto, ma appena gira si ricorda di essere lì, affacciato sul mare, e i geni bizantini e levantini si risvegliano tutti assieme, e chiedono di godersi la vita.

E allora via, al tavolino del bar, in piedi, sorseggiando gli spritz, sbocconcellando i cicchetti, a parlare e sparlare di noi e del mondo che ci passa accanto ed anche un po’ sopra, ma noi Veneti, siamo gente di laguna e come le canne con la piena lo facciamo passare.

E quindi niente, c’è il sole, la primavera è in arrivo, cin cin.

In memoria del signor Spock, ovvero perché chi è razionale è sempre un alieno

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Eh, a me era simpatico. Più simpatico di tutto il resto dell’equipaggio. Fatta eccezione forse per Scotty, ecco. Spock, che non era dottore, veniva presentato come un Vulcaniano razionale e freddo, anche se sembrare freddo accanto a quei due isterici tendenzialmente piagnoni di Kirk e Mc Coy non sarebbe stato difficile neppure per un terrestre qualsiasi.

Il capitano ed il dottore, alle volte, parevano rappresentare il peggio dell’umanità: romantici, sgangherati, sognatori, in genere propensi a ficcarsi in qualsiasi guaio ai confini della galassia, senza un barlume di valutazione preventiva, senza un minimo di prudenza, solo mossi da un coraggio che sconfinava nell’incoscienza bruta e che faceva leva su alti ideali raccogliticci ed interpretati male. Era lui, il signor Spock, che doveva mettere poi ordine, frenarli, farli ragionare, convincerli a contare fino a dieci e non lasciarsi sopraffare da quelle vagonate di retorica e di melassa che intasavano loro il cervello e rendevano assurde gran parte delle loro scelte. Lui, l’alieno, era lì, a salvarli e ripristinare quel minimo di logica e di buon senso che non erano per nulla vulcaniane, ma semmai, al massimo aristoteliche, e quindi terrestrissime.

E’ curioso come spesso noi umani, quando decidiamo di rappresentare la logica, ne parliamo come se fosse altro da noi, come se fosse qualcosa di estraneo al nostro vero essere, mentre è tutta nostra. Preferiamo rappresentarci come un grumo di sentimenti e di emozioni, e non di ragionamenti razionali, ci vantiamo del nostro lato irrazionale come se fosse il solo “umano” e descriviamo la razionalità come qualcosa di freddo, di distante, di alieno. Consideriamo la logica come le orecchie a punta di Spock, cioè qualcosa che non ci appartiene ed in fondo è un po’ mostruoso.

E io invece amavo Spock, e lo trovavo più sexy di quel giuggiolone di Kirk che si intortava tutte le donne della galassia, ma si lasciava anche abbondantemente intortare da tutti. Contando sul fatto che per fortuna alle spalle aveva sempre uno Spock ad aiutarlo nei momenti decisivi, ed uno Scotty che lo riportava su con il teletrasporto.

Lui, Spock, e Scotty, il pratico ingegnere capo, se lo guardavano come un matto, questo eroe del cosmo così arruffone e ciatrone, che poi giustamente ha fatto carriera nella flotta stellare, perché i cretini vengono sempre premiati.

E Spock invece, dopo anni a far da balia al comandante dell’Enterprise, nella serie si era ritirato in meditazione, finalmente solo, riapparendo solo qua e là, quando Kirk si infilava di nuovo in qualche altro pasticcio. Se ne era tornato al suo pianeta, mentre all’altro era rimasta la gloria di una pensione con onori intergalattici.

A dimostrazione che Spock era davvero un alieno, ma non perché era un razionale vulcaniano. Solo perché nelle istituzioni umane se sai fare bene il tuo lavoro e usi logica, razionalità e buon senso per risolvere i casini che gli altri ti combinano sei davvero un extraterrestre.

I giorni che non hai voglia di far niente

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Ci sono i giorni che non hai voglia di far niente. Nemmeno di correggere il che sbagliato messo nella frase sopra, per dire.

I giorni che non hai voglia di far niente sono tremendi: perché non hai voglia di far niente, ma siccome sei stata allevata come sei stata allevata, per di più nell’operoso Nordest, i giorni che non hai voglia di far niente ti senti in colpa.

Allora cominci a fare un sacco di mezze cose, che non porti a termine, perché non hai voglia di far niente, e per giunta scegli sempre cose impegnative e di concetto, tipo metterti a leggere il mattone di romanzo che sta lì sul comodino da mesi, o addirittura a scriverlo, il romanzo che hai in testa da una vita. Ma non hai voglia di far niente e lasci lì, perché in realtà cerchi solo qualcosa di impegnativo in cui fallire, per giustificare il fatto che non hai voglia di far niente

Nel peggiore dei casi, scrivi un post per il blog, tipo questo qua. Così quando l’hai finito, ti senti meno in colpa, e puoi finalmente oziare sul divano, non facendo nulla.

Tanto hai scritto il post per il blog, no? E quindi sei assolta, poltrisci pure.

Spiegatemi due o tre cose sul Job Act

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Spiegatemelo, per favore, perché da sola non ci arrivo.

Spiegatemi perché con il Job Act, improvvisamente, i contratti dei precari dovrebbero essere automaticamente trasformati in assunzioni a tempo indeterminato, dato che le varie tipologie di contratti precari, e provvisori, non sono state abolite, e continuano a d essere più convenienti per le aziende.

Spiegatemi perché dovrebbe essere festeggiata come una vittoria il fatto che chi viene assunto non ha più le stesse garanzie di un tempo, compresa quella di poter essere licenziato solo “per giusta causa”, come era previsto dalla legge e come prevederebbe anche il buon senso, per evitare che uno bravo e competente venga licenziato solo perché sta sulle balle al datore di lavoro, o bisogna fare posto ad un cugino raccomandato.

Spiegatemi perché dovrebbe essere una vittoria il fatto che il lavoratore X, assunto per fare un certo specifico lavoro, venga demansionato a caso, sempre perché sta sulle balle al capo, o il cugino raccomandato pretende di essere promosso.

Spiegatemi perché alcuni precari stanno festeggiando perché i diritti degli “assunti” sono stati rosicati, e quindi loro sono contenti come se essere alla fine trattati tutti come schiavi fosse una vittoria per loro.

Spiegatemi quando, esattamente, pretendere di non essere vessati ingiustamente sul posto di lavoro, sottilmente ricattati o platealmente minacciati se ci si rifiuta di fare cose che non erano previste e magari non rientrano neppure nel contratto e nelle proprie competenze è diventato un privilegio.

Spiegatemi, infine, in quale cazzo di mondo reale trattare a pesci in faccia i lavoratori, consentire alle aziende di tenerli sotto costante ricatto, farli sentire privi di diritti e di tutela aiuta a motivarli, ad instaurare un clima sereno e ad aumentare la produttività.

E se riuscite a spiegarlo, e siete anche convinti e contenti di tutto ciò, per favore, poi sputatevi in faccia da soli, che io non ho tempo. Grazie.

Sono arrivati i barbari

E niente, i barbari del Nord sono scesi, per chiarire a quei quattro pischelli saraceni che loro possono minacciare via video e via Twitter, ma quando c’è da devastare l’Urbe centinaia di anni di esperienza contano.
Anche se si è scesi non per distruggere un impero ma solo per vedere una partita di calcio.

La terra gira attorno al sole, ditelo all’Imam

A me il povero imam del video che cerca di spiegare perché, secondo lui, la Terra non gira ma è ferma al centro dell’universo, in un certo senso fa pure tenerezza. Crede in buona fede di difendere il pensiero dell’Islam, non rendendosi conto che in realtà sta semplicemente difendendo una vecchia idea dei Greci, per cui che la terra sia ferma al centro dell’Universo non è credenza islamica, ma squisitamente occidentale.

Ma soprattuto mi intenerisce questo tentativo di riportare il mondo e a ciò che si credeva in Oriente ed in Occidente prima della Rivoluzione Copernicana. Capisco che per un Imam la tentazione sia forte, perché in fondo il Medioevo è stato il periodo di massimo splendore culturale per il mondo islamico, che era avanti scientificamente e culturalmente rispetto a noi Occidentali, all’epoca sporchi, zotici, imbarbariti ed ignoranti come zucche.

Però, caro Imam, mi creda: all’epoca d’oro avevate fior di filosofi e matematici sopraffini, e scienziati che lèvati: gente che a Galileo e Copernico avrebbero stretto la mano, e che se esiste un aldilà stanno tutti assieme a bersi un caffè, sotto lo sguardo benevolo di Allah, perché un Creatore dell’Universo, ammesso che esista, non può che trovare simpatici gli scienziati e i pensatori che intuiscono le leggi del Cosmo.

Quindi, caro Imam, per favore: si rassegni al fatto che la Terra gira. Altrimenti c’è il rischio che quando arriverà nel suo islamicissimo paradiso, al posto delle vergini promesse, ci trovi Averroè ed Avicenna, piuttosto arrabbiati, che le sputano in un occhio.

Dove sta Libià? La geografia fantastica dei Giovani di Forza Italia

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Se nel PD hanno problemi con gli accenti e gli articoli indeterminativi, i giovani di Forza Italia hanno forti problemi con la geografia.

Forse l’unica saggia riforma della scuola da proporre, a questo punto, è questa: quando un bimbo alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” risponde “Il politico!” lo si trattiene alle elementari, per sempre. Prima che faccia danni.

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Spezzeremo le reni all’ISIS, storia di una guerra solo annunciata

Ammettiamolo: era dai tempi di Fascisti su Marte che non ci si divertiva così. Solo che stavolta non è una gag di Corrado Guzzanti, ma una telenovela fatta di dichiarazioni di Gentiloni e Renzi sulla vicenda dell’Isis e della Libia.
Su Valigia Blu ecco la mia cronaca di una guerra solo annunciata, ma che già fa sbellicare il mondo: dopo Maciste contro i Titani, ecco Gentiloni contro il Califfato. Sempre per quella vecchia massima che in Italia la situazione può essere grave, ma mai seria.

Riflessioni su una borsa nera perfetta e sull’Italia che non innova più

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Noi donne siamo alla perenne ricerca della borsa nera perfetta, che è come il Sacro Graal dei cavalieri medioevali. Io la cerco da una vita, convinta, come i cavalieri medievali, che il mio Sacro Graal esista, e prima o poi lo scoverò. Così ho un armadio intero di borse nere, comprate in ogni luogo, ogni volta credendo che fossero loro l’ultima, e poi abbandonate perché i difetti delle borse nere sono come quelli degli uomini: li scopri sempre dopo che li hai presi con te.

Così l’altro giorno, stufa di cercare e delusa persino dai saldi di fine stagione, dall’armadio di mia madre ho riesumato una sua borsa nera, che ha almeno trent’anni: la vide in vetrina in un negozio di firma, e mio padre, nonostante all’epoca costasse un botto, gliela comprò d’istinto in regalo senza pensarci e senza fare un fiato, da quel gentiluomo un po’ burbero che era.

Ora è una settimana che giro con la borsa nera di mamma, che è a quel giusto grado di usura naturale da passare per vintage fatto a posta. E’ perfetta: ci sta il tablet, va bene sia se si è vestite eleganti che sportive, si abbina con ogni nero (sì, stupitevi: esistono varietà infinite di nero, e noi donne maniache degli abbinamenti le conosciamo tutte e passiamo il tempo a dannarci per accordarle fra loro, anche se poi sembriamo sempre vestite dello stesso colore).

L’altro giorno mi è capitato di passare davanti alla vetrina del negozio di gran firma: c’erano in bella mostra tutte le lontane discendenti della borsa di mamma, nuove di pacca ma uguali uguali: stessa forma, stessa pelle, giusto di qualche colore un po’ più di tendenza. Poi mi sono voltata e parcheggiata davanti c’erano un paio di Cinquecento, anche loro in pratica uguali alla loro nonna, che mia mamma guidava. Le ho guardate entrambe, la Cinquecento e la borsa.

Mi sono detta che è vero quello che si dice, cioè che il buon design non tramonta mai, ma, come tutti i classici, resta sempre moderno nonostante passare del tempo. Mi sono inorgoglita un po’ – in modo stupido, non ne ho alcun merito, in fondo – per questa capacità che abbiamo noi Italiani, di creare meravigliosi oggetti che durano nel tempo e diventano opere d’arte. E poi da qualche parte del mio cervello –  quella cattiva, presumo – è emerso un dubbio fastidioso: ma se le uniche cose veramente belle e moderne che si vedono in giro sono quelle vecchie, non è che noi Italiani così creativi le ultime buone idee in fatto di design e di tutto il resto le abbiamo avute almeno trent’anni fa?

Monti lo stratega

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Il giorno in cui il suo partitino è definitivamente evaporato, ed i transfughi si sono immessi nel PD, Mario Monti, intervistato dalla Gruber sul problema mediorientale, ha detto: «Non sono un generale né uno stratega.»

Ti dirò, Mario, a questo punto lo avevamo sospettato.

Lingue renziane

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Accogliendo Tsipras, Renzi ha detto che purtroppo lui non sa il greco moderno, perché al liceo ha studiato solo quello antico.
Se lo sa come sa l’inglese, è una fortuna che non possa venire in visita di Stato da noi Pericle.

Rosy Bindi, Berlusconi e La bellezza di Brad Pitt

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Comincio a pensare che noi donne dovremmo smetterla, ogni volta che un Veronesi o un Berlusconi si permettono di dare della “cicciona” a una povera blogger truccatrice come Clio Make Up o dell’uomo a Rosy Bindi, di tentare di spiegare che non è educato e non è politicamente corretto offendere così una donna, basandosi su stereotipi sessisti.
Ogni volta che un Veronesi o un Berlusconi o qualche loro epigono se ne escono con una battuta infelice sul nostro aspetto fisico o sulla nostra scarsa avvenenza dovremmo imparare semplicemente a reagire guardandoli negli occhi e sorridere di scherno, dicendo a voce ben forte, in maniera che lo sentano tutti: “Oh guarda, ha parlato Brad Pitt.”
E andarcene, lasciando il tizio ad affrontare la sua miseria.

Sergio Mattarella, Mattarella Sergio, onorevole Sergio Mattarella…

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Che poi il problema, quando sei Parlamentare e devi eleggere il Presidente della Repubblica, non è nemmeno scegliere il nome, perché a quello ci pensa Renzi; non è nemmeno seguire le indicazioni del tuo partito, perché tanto di quelle te ne puoi fottere come ti pare; non è nemmeno sorbirsi tre giorni di votazioni inutili, e dover ascoltare per ore ed ore la Boldrini che lagna «Bianca, Bianca, Bianca!».

E’ doversi ricordare come cazzo lo devi scrivere, quel benedetto nome di Mattarella: Sergio Mattarella, Mattarella, Mattarella Sergio, S.Matarella, on.Mattarella, prof. Mattarella, Mattarella-il-fratello-di-quell’altro. CHè se lo sbagli, ti scambiano per un franco tiratore, oppure devi capire come sbagliarlo giusto a scrivere, per far credere che sei un franco tiratore.

E sono problemi, problemi grossi, problemi di politica fine. Perché se poi magari ti scappa scritto nel modo che non volevi tu, ti scappa un bestemmione, e non è bello, nel giorno in cui ti sei tanto sbattuto per far eleggere di nuovo un democristiano.

Le votazioni dell’Onorevole

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L’Onorevole è lì, che cincischia con Candy Crush sul suo Ipad, per vincere la noia.

Di fronte ai suoi occhi, l’aula è quella che è, cioè un incrocio strano tra una piazza di paese l’attimo precedente lo struscio del sabato pomeriggio e l’anticamera di un medico un momento prima che il dottore arrivi per le visite. Non si vota ancora, e, come sempre accade nelle umane vicende, prima del momento epico non si sa bene cosa fare. Così gli onorevoli colleghi sono tutti lì, come lui, ad ingannare il tempo, spersi in capannelli che chiacchierano del più e del meno: ci si danno manate, ci si scambiano dritte sul ristorante dove mangiare la sera, si commenta l’ultima performance della squadra del cuore o l’ultima scopata.

L’onorevole sbuffa. Odia le elezioni del Presidente della Repubblica. Ormai per lui è la quarta volta, e l’esperienza accumulata gli fa provare un leggero fastidio per il copione trito da recitare. Mischiarsi ai capannelli non è cosa, perché lui è l’Onorevole e nel partito sta diventando un punto di riferimento, quindi non può aggregarsi lui agli altri, ma deve restare in disparte, perché gli altri si sentano in dovere di aggregarsi a lui. Quando lo fanno, anche lì, c’è un preciso rituale, che prevede che lui li veda arrivare, ma faccia finta di essere impegnato a fare altro, controllare la posta elettronica, rispondere al cellulare, scrivere un biglietto da consegnare a qualcuno che non è lì. Poi, quando ha finito, guarda con occhio vitreo il nuovo venuto, aspettando che questo gli faccia una qualche domanda, perché lui, l’Onorevole, è la fonte e l’altro è chi si abbevera alla sua scienza.

Lo annoiano tutte quelle manfrine, ma il Potere è fatto di apparenze, e un potere troppo disponibile non sembra così distante e reale come invece deve essere, per cui niente, bisogna recitare tutto, e attenersi ai particolari, perché sono i particolari che fanno il grande attore.

Difatti, mentre si accosta Sarfatti, l’Onorevole finge un improvviso aggiornamento tramite posta elettronica, che legge come se la mail fosse fondamentale.

«Novità?» chiede Sarfatti preoccupato.

«No, niente, stanno ancora discutendo in conferenza dei Capigruppo…» lascia cadere lì, come una mancia.

«Ma il nome?»

«Uh, il nome… ancora se ne fanno tanti…»

È un gioco di equilibrismo, quello dell’Onorevole, che consiste nel far credere ai pesci piccoli del partito di essere più informato di loro su quanto stia accadendo là dove ci sono quelli che contano davvero. È un gioco sottile che va portato avanti con attenzione e cura, perché bisogna parlare poco e sapere soprattutto quanto tacere, avere la misura precisa e netta di dove si ponga il confine dello strafare, che non va mai superato, nel bene e nel male: bisogna fare allusioni assieme vaghe e precise, per far intendere che si sa ma non si può dire anche quando non si sa, e manco si riesce a tirare ad indovinare. Ma anche le deduzioni vanno calmierate, perché hai visto mai che la si pigli, potrebbero poi divenire sospette, e causare richieste di spiegazioni da qualche alta sfera irritata, perché la politica è quella cosa che se intuisci troppo anche solo perché sei sveglio la cosa può causare danni a te. Del resto, non si può anche dire nulla, perché sennò sembra che nulla davvero si sappia, e dal non saper nulla al far capire a tutti che non si conta nulla il passo è breve, ma devastante.

Quindi l’Onorevole è là, che si annoia e al tempo stesso è sul chi vive, con Sarfatti, quel cretino, che lo guarda per carpirgli qualche segreto, e l’Onorevole che purtroppo di segreti in questo momento è desolantemente privo, per cui non gli resta che fare una faccia truce come se ne avesse troppi, e da difendere con le unghie e con i denti.

«Eh.» dice Sarfatti.

«Eh.» replica l’Onorevole.

E tutti e due si guardano ed annuiscono, come se quei due sospiri costituissero uno scambio di profonde visioni politiche. Intorno a loro gli altri tre arrivati nel frattempo percepiscono i due “eh” finali, e, convinti che si tratti della chiusa di chissà quale considerazione segreta, a loro volta annuiscono con le ciglia aggrottate, e confermano un “eh” di commento ponderato.

E tutti tornano a giocare a candy crush sull’ipad, in attesa che inizi sto cazzo di chiama, ecco.

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