You are currently browsing the tag archive for the 'veneto' tag.

Cioè, loro, le primarie, anche le farebbero.
I piddini di Spinola, intendo.
Sono lì, da due settimane, in autoconvocazione perpetua, attorno al tavolo.
Sono una cinquantina.
Perché il Comitato Elettorale Ristretto, formato da venti delegati, ha poi chiamato il Comitato Elettorale Allargato. Che si è consultato con gli altri Organi di Partito, e con gli altri aventi diritto, ai sensi dello Statuto del Partito e dopo il ricorso ai Probiviri. I quali hanno ricontattato il Comitato Ristretto, quello Allargato, il Segretario, il Comitato di Garanzia degli iscritti, i Referenti per il territorio, i Referenti per i rapporti con la Provincia, gli iscritti e probabilmente anche qualche passante.
Tutti convocati in assemblea.
Per parlare di come fare le primarie per i candidati da candidare ad essere candidati a Sindaco di Spinola. Perché c’è molto di cui parlare, e di cui discutere, e molto da decidere. Bisogna trovare le regole, e che siano valide per tutti. E poi dividersi gli spazi. E poi stabilire i modi ed i tempi della campagna elettorale. E controllare che tutti abbiano gli stessi tempi e gli stessi spazi, poi. E vigilare che gli stessi tempi e gli stessi spazi abbiano anche i sostenitori, e i mentori, ed i supporter. E che ci siano occasioni di confronto, di dibattito, cui tutti possano accedere, soprattutto i sostenitori e i mentori e i supporter. I quali sostenitori, e mentori, e supporter, sono già tutti nel Comitato, Ristretto ed Allargato, a far casino e baruffare ed appellarsi allo Statuto, gridando allo scandalo ed al tradimento della democrazia ogni volta che qualcuno propone, infine, di decidere qualcosa.
E quindi son lì, tutti quanti, convocati da giorni, a ragionare, valutare, mediare, minacciare ed azzuffarsi.
Chè a vederli da fuori, fan persino tenerezza.
Sono così presi nel loro lavorio democratico, che non si sono accorti che fra loro, per il posto di sindaco, a Spinola nessuno si è ancora candidato.
Al solito, è una storia di pura invenzione che non rispecchia fatti, personaggi o primarie reali. Si può mai credere, infatti, che un partito si incasini davvero a tal punto?
Per non sembrare il più fesso del circondario, il sindaco Taragnin sta meditando di candidare anche Spinola come sede per le Olimpiadi del 202o.
“Catare’! Catareeee! Fazio! Mimiii! Ma che minchia succede? Deserto è il commissariato???”
“Comandi, siòr comisario, cossa ghe comoda? El vol un cafè? Una squeleta de tè?”
“Catare’ ma ti bevesti il cervello? Parli strammo…”
“Ma no, sior Comisario, no xé niente…cossa poso far par elo?”
“Mandami Mimì.”
“El sior dotor Augelo el xé de là, ghe lo ciamo subito…”
….
“Salvo, mi cercasti?”
“Mimì, sì, certo che ti cercai…ma ora c’è una emergenza chiù seria… sentisti Catarella? È tutta la mattina che parla in un dialetto incomprensibile, macari peggio del solito, voglio dire…”
“Eh, certo Salvo. Non leggesti la nota del Questore dell’altro giorno?”
“Macari le note del Questore vengo in ufficio a leggere! Che scrisse?”
“In data odierna si comunica al commissariato di Vigata che, in ottemperanza ai desiderata del ministro Luca Zaia sulle fiction Rai in dialetto, ciascun telefilm della serie del Commissario Montalbano, da oggi in poi, in rispetto alle esigenze federaliste del territorio nazionale, dovrà essere girato nella lingua locale…”
“E noi non parlammo siciliano da sempre??”
“Aspe’, Salvo, non è finita. Rilevando però che detta serie, ambientata in Sicilia, non tiene conto dovuto della quota federalista e dell’esigenza di rappresentanza sulle reti pubbliche di poliziotti del nord, si ordina che da ora in avanti gli uomini del Commissariato di Vigata usino dialetti del nord Italia oltre al siciliano, secondo schema allegato etc.etc. Etc….”
“E che mi viene a significare?”
“Che per esigenze politiche, Salvo, da oggi in avanti Catarella parla in Veneto e Fazio è di là che studia il Piemontese.”
“Oh Matri Santa! E come li capiamo, noi?”
“Ci metteranno i sottotitoli. Ma non è finita, Salvo…”
“E che ci può essere di peggio?”
“Siccome sarebbe offensivo che a parlare dialetti del nord fossero solo gli agenti semplici, e non i dirigenti, da oggi in poi, Salvuzzo, ti devi adeguare tu pure.”
“E quindi?”
“E quindi da ora in avanti, vista la tua relazione pluriennale con Livia, parli in genovese stretto.”
“Ma mi pigli p’o'culo?”
“No, Salvo, ordini superiori sono.”
“O belin!”

Povero Anselmo Pedron.
Da tre giorni non esce di casa, non visita i suoi cantieri, non parla con la moglie e non vede la famiglia. È chiuso nel suo studio, la testa fra le mani, sulla scrivania aperta una carta del Comune di Spinola e, accanto, la mappa del Piano Regolatore.
Le guarda, le rivolta, le rivolta ancora; cava gli occhiali, stringe gli occhiuzzi per controllare i particolari più minimi, segue con le dita paffute i contorni delle proprietà e delle strade. Di tanto in tanto, all’improvviso, si illumina, prende il cellulare, chiama il suo amico Carlo Taragnin, sempre Sindaco. Pochi minuti di conversazione, qualche scambio nervoso di parole, un chiarimento, e poi torna alla sua rabbiosa malinconia da rottweiler, chiudendo il telefono con un secco clic disperato.
Moglie e figli assistono impotenti a questa agonia.
È triste, davvero triste quando un Governo amico ti approva un piano casa che consente di costruire l’incostruibile, e tu, che costruttore sei, ti accorgi che a Spinola, ormai, hai già cementato ogni centimetro libero, sfruttato ogni anfratto, aumentato ogni cubatura: non ce n’è più da nessuna parte.
Alle volte aver precorso i tempi è una bella fregata.
È un racconto di fantasia. Non si fa riferimento a sindaci, costruttori o case reali: Spinola non esiste. Ma tutte le sue case inesistenti sono state comunque costruite da Anselmo Pedron.

A Spinola non esiste una stagione teatrale, e, se è per questo, nemmeno un teatro, o un’arena all’aperto, o, insomma, qualsivoglia struttura possa ospitare una rappresentazione e/o cerimonia decente, eccezion fatta per il vecchio cinema parrocchiale, che però Don Elisio, convinto che ormai si producano solo film immorali, tiene chiuso a doppia mandata, e l’altrettanto decrepito cinema Odeon, chiuso, ma a mandata tripla, a causa di internet, che ha rovinato le sale dove si proiettavano i porno. La vita culturale del paese si limita dunque al locale “Sagron del Biso”, che in idioma italico si nomerebbe “Festival del Pisello”, ma il fiorire di possibili doppisensi, nonché l’attaccamento della Giunta alla lingua e tradizione veneta, ha sempre impedito la traduzione.
Il Sagron viene tradizionalmente celebrato all’inizio dell’estate, in un fine settimana ad elevata concentrazione di eventi, ed è il fulcro di tutta l’attività di Ernesto Serato, il vulcanico assessore alla cultura della Giunta Taragnin. Serato nella sua vita passata era geometra, ma, andato in pensione, si è dedicato alle sue passioni segrete, ovvero l’Arte e la Politica, e le ha coniugate nel tentativo di creare un’arte che fosse assieme sinceramente spinolense e altrettanto sinceramente destrorsa. Fondato dunque il gruppo di pittura Il pennello di Parsifal - anche qui vi lascio immaginare le valanghe di doppisensi inventati dai più pepati rappresentanti della opposizione bolscevica – delirando su croci celtiche e mistica druidica si è accaparrato la carega di assessore; oltre ad aver promesso il rilancio dei festeggiamenti per il Sagron, ne ha anche ridisegnato il logo, che ora consta di Parsifal medesimo, con tanto di spadone sguainato e croce rossa sullo scudo, che dona ad una principessa, tratteggiata in vaga lontananza, al posto di una rosa una piantina di pisello.
Negli anni, il Sagron è stata l’unica ragione di vita di Ernesto, che partiva ad organizzarlo a Settembre per arrivare giusto giusto pronto per la fine del Giugno dopo. Come riuscisse a perdere tanti mesi è un mistero, visto che il programma comprendeva sempre, con immutabile precisione: giorno uno, venerdì, inizio pesca beneficenza ed esposizione di tutte le varietà locali di piselli; giorno due, sabato, apertura stand gastronomico Risi&Bisi, la cui gestione era in appalto al cugino di Serato medesimo, nella vita normale imbianchino, che ci metteva pignatte e il lavoro della figlia Samantha, pagata in nero; giorno tre, domenica, premio alla miglior pianta di piselli, magnada final de polenta e oseti e, infine, prima dei fuochi d’artificio, concerto del duo revival “Mirko e Wanda”, anche loro imparentati con il Serato medesimo, ma più alla lontana.
Per cinque anni della prima legislatura Taragnin e quattro della seconda, il dominio culturale di Serato è stato completo e senza ombre, perché la Destra sosteneva compatta le sue iniziative – soprattutto la magnada de oseti, a cui non mancava un solo esponente politico locale, presenza favorita dal fatto che gli oseti, per i rappresentanti politici anche di paesi confinanti, venivano distribuiti gratis – ma al quinto anno il Serato ha dovuto prendere atto che la sua supremazia traballava pericolosamente, per via delle manovre congiunte di una specie che, è noto, è la peggior nemica degli uomini, senza distinzione fra destra e sinistra: le donne.
La prima ad aprire le ostilità è stata la Carmen Taragnin, sorella del sempre Sindaco e nuova proprietaria del Frutto Proibito, unico ristorante destrorso di Spinola. La First Sorella ha deciso che l’unico avvenimento mondano della cittadina non poteva dare la ristorazione in appalto ad tizio che rimesta pignatte nel tempo libero in cui non rimesta intonaci, e, soprattutto, che il cugino di un assessore, va da sé, conta meno della sorella di un Sindaco. Si è aperta quindi una estenuante serie di trattative, che per due mesi ha impallato ogni lavoro di Giunta: da una parte la Carmen che strepitava come un’ossessa, minacciando di non fornire più al fratello il catering per la sua futura prossima campagna elettorale; dall’altra il Serato, che sbandierava tutto il peso della tradizione, per cui lo stand gastronomico non poteva essere affidato ad altri se non a quelli che l’avevano sempre tenuto.
Dopo un lungo confronto che ha fatto impallidire gli sforzi diplomatici per sanare il problema palestinese, si è firmato l’armistizio: la Carmen ha ottenuto la gestione dello stand Risi&Bisi, ma si è dovuta assumere come cassiera, con regolari contributi, la Samantha, mentre la magnada de oseti restava in mano a Serato, con la motivazione che quello non è servizio ristorazione, è una iniziativa culturale. Chiusa la partita cibarie, il povero Serato pensava di essere in salvo, ma, ahimè, non aveva fatto i conti con l’irrompere sulla scena di Brenda Dolfato, di mestiere poetessa.
La Brenda è una moracciona dichiarantisi trentenne da almeno un decennio buono, famosa a Spinola non tanto per le sue opere letterarie, sconosciute a chiunque, ma per due caratteristiche: il turbante turchese che tiene perennemente in testa, come una Doris Duranti fuori tempo massimo, e il ticchettio ritmico che i suoi tacchi da dieci centimetri producono sui marmi del Municipio, quando si reca a trovare il suo beneamato Carletto in ufficio. Il beneamato, come tutti i beneamati da che mondo è mondo, per la sua Brenda farebbe di tutto, compreso quello di trovarle una fonte di reddito quasi stabile grazie alle casse comunali, perché, come è noto, carmina non dant panem. Ma la fonte di reddito, oltre che continuativa, la Brenda ha preteso che fosse anche in qualche modo legata alla vita culturale della cittadina, e qui sono cominciati i dolori, dato che la vita culturale di Spinola, oltre che inesistente, nel suo coma profondo ha come unico tutore il buon Serato.
Taragnin, all’inizio, ha provato a impostare una collaborazione, affiancando al Sagron del Biso il Premio Letterario Manoscritto Inedito Città di Spinola, con cerimonia in pompa magna da tenersi al sabato pomeriggio, nella Sala Consigliare del Municipio, pubblicazione dell’opera vincente a spese del Comune e conservazione della medesima, in perpetuo, nella locale Biblioteca. La sezione “Prosa e Tradizione Locale” è stata affidata alla solerte cura del Serato, e la sezione “Poesia” a quella della Brenda: le due giurie, rigorosamente monocratiche, potevano operare in assoluta autonomia.
Per un anno la cosa ha funzionato, finché Rico Mantovan, poeta amico del Serato, socio fondatore del Pennello di Parsifal e, aggiungono i maligni, modello ispirante del pensoso Parsifal efebico ritratto nel logo seratiano, non ha presentato al concorso, ma nella sezione di competenza di Brenda, il suo poemetto La torre del Druido, millequattrocento versi illustranti le tribolazioni di un sacerdote celtico persosi nella selva per sfuggire ad armate di Romani cattivi cattivi cattivi. La Brenda, per tutta risposta, ha fatto pervenire al Serato il ponderoso romanzo introspettivo Il giardino delle margherite malinconiche, settecentonovanta pagine in prosa partorite da Ilenya Boscolo, che di Brenda non solo è cugina, ma anche compagna di acquagym.
A questo punto, il sempre Sindaco Taragnin ha intuito che si andava nuovamente ad uno scontro istituzionale, in cui però, stavolta, rischiava di uscire con le ossa rotte. I due presidenti di giuria si erano arroccati infatti nelle rispettive posizioni, pretendendo entrambi di non premiare l’opera sponsorizzata dal collega, ma, al tempo stesso, strepitando che il proprio protetto cogliesse gli allori del vincitore. A ciò si aggiungeva un altro problema non da poco: Sia Brenda che Serato avevano fatto una smodata campagna pubblicitaria al loro premio (ognuno dei due, è ovvio, presentando la creatura come esclusivamente sua) e, a forza di invitare parenti, amici, amici degli amici, lontani zii e cugini fino al decimo grado, avevano mobilitato un plateau così nutrito di ospiti da rendere la Sala Consigliare assolutamente insufficiente alla bisogna. Come uscirne? Il dilemma stava per mandare in crisi persino una vecchia volpe della politica come Taragnin.
Per fortuna che, quando l’impasse era giunto al culmine, ha implorato pietosa udienza sindachesca Evelino Sammarchi, il quale, oltre che lagnatore professionista, per legami familiari è cugino alla lontana di don Elisio, parroco di Spinola, e per hobby è geniale poeta e prosatore, purtroppo incompreso. Evelino si è presentato dal sempre Sindaco per donargli copia delle sue ultime fatiche letterarie, che ha fatto rilegare a sue spese in tiratura limitatissima, onde omaggiarne solo qualche amico in grado di apprezzarne il valore e, ovviamente, le Autorità, vale a dire il Sindaco Taragnin medesimo e il cugino parroco. Tali opere imprescindibili sono Versi tremuli, raccolta di delicate poesie di ispirazione veneta (fra cui spicca Gondoleta abandonada, tenera ode ad una barca lagunare dismessa), e il romanzo autobiografico Ricordi dell’acqua che passa. Nel vedere i due volumetti, al sempre Sindaco si è aperto il cuore, ed ha gratificato Evelino di un sorriso che il poveretto non aveva mai neppure sognato sperare come premio per la sua annosa dedizione alla Letteratura.
Ma non era che l’inizio: Taragnin, intuita che quella possibilità caduta dal cielo doveva essere sfruttata per risolvere i suo problemi politici e sentimentali una volta per tutte, ha convocato a spron battuto nel suo ufficio sia la Brenda che il Serato. I due, entrati guardandosi in cagnesco, sono stati messi brutalmente di fronte alle loro responsabilità: avendo invitato mezzo mondo di conoscenti alla premiazione, ora lui, il povero Taragnin, doveva trovar un luogo adatto ad ospitarla, e quel luogo, ahimè, non poteva essere che l’ex cinema parrocchiale. Ma, per convincere don Elisio a smollare le chiavi, c’era una sola via: ovvero che il primo premio fosse assegnato ad un autore ben gradito alla parrocchia. In tal senso, la Ilenya, divorziata e presentante romanzo con alcune pagine di non preclara moralità, dato che la protagonista finisce a letto con un facchino e il di lui fratello senza aver precedentemente impalmato nemmeno uno dei due, era esclusa, ma parimenti escluso era il Rico Mantovan, il cui eroe, un po’ troppo efebico e platealmente sprovvisto di interesse per il bel sesso, sbarellava inoltre per centinaia di versi sugli dei celtici e la mistica druidica, cose paganissime e inaccettabili ai più. Dunque il vincitore congiunto delle sezioni prosa e poesia non poteva che essere Evelino, autore di opere toccanti e neutre, il qual peraltro, avendo già provveduto a stamparle in proprio, risparmiava anche al Comune il contributo per la pubblicazione; gli altri concorrenti, dunque, che se ne facessero una ragione, e si contentassero di un secondo posto ex aequo.
Alla premiazione, tenutasi il sabato sera, nell’ex cinema parrocchiale tirato a lucido, Don Elisio era in prima fila accanto ad un esultante Taragnin, mentre il Serato e la Brenda, per quanto rivestiti con una luminosa cravatta verde celtico lui e con un turbante diamantato lei, s’erano imboscati con grandi musi lunghi dietro le quinte, a confortare i loro protetti delusi. Sul palco, invece, c’era uno sfolgorante Evelino, con stampato in faccia un sorriso non tanto da autore, ma da miracolato.
L’unico incidente degno di nota della serata è avvenuto alla fine, quando la poetessa Dolfato, sciolta l’assemblea, ha platealmente girato le spalle al Sempre Sindaco, e ha tacchettato via offesissima, assieme alla sua amica e compagna di acquagym, annunciando le sue dimissioni dalla Giuria del Premio e il suo prossimo trasferimento in un paese limitrofo, meno provinciale, più in grado di capire la vera Arte e la vera Letteratura.
Il sempre Sindaco per un attimo c’è rimasto male. Poi ha alzato gli occhi e guardato verso il parco, dove, sorridente dietro al bancone dello stand gastronomico diventato il suo regno, la First Sorella, che non ha mai potuto sopportare la Brenda nemmanco di striscio, lo attendeva materna per offrirgli un piatto di consolante risotto. E ha deciso seduta stante che le poetesse e la cultura son cose anche divertenti, ma il vero Valore a cui fare riferimento al mondo è la Famiglia, soprattutto quando le Sorelle sanno cucinare.
È un racconto di fantasia, i personaggi non esistono. Almeno, spero.

Com’è cominciata nemmeno me lo ricordo. Fatto sta che mi ha chiamato Mad da Ibridamenti: “Il 3 Luglio aprono il wifi sul Canal Grande e ci hanno invitato dal Comune, vieni?”
Cioè, ti pare che io, che di mio son curiosa come scimmia, non vado? E infatti, il 3 Luglio, cioè ieri, sfidando un caldo africano che pareva essere arrivato fregandosene delle nuove leggi antimmigrazione solo per far dispetto a Bossi, alle 10.30 spaccate mi trovo all’imbarcadero dell’1.
Dà soddisfazione essere una blogger, soprattutto quando ti trattano come un quasi vip. Sull’imbarcadero, infatti, c’è già una piccola folla di gente subbugliante che aspetta, e si vede che è la gente da grande occasione, cioè quel misto di invitati in tenuta da semimatrimonio, giornalisti della carta stampata in sahariana però chic, giornaliste in vestito voile con capello tirato su, cameraman al seguito e varia umanità in jeans, però fighetto. Per fortuna che ho messo la gonna caruccia, penso, mentre cerco di capire da che parte devo andare, o per lo meno a chi devo chiederlo. L’imbarcadero è gestito come l’entrata al privè di una discoteca di lusso: cortesi e sorridenti signorine rivestite dal logo di cittadinanzadigitale (grondano con addosso le magliette accollate, povere cocche, ma con professionalità estrema fingono di non accorgersene minimamente) hanno in mano una lista da cui spuntano i nomi di chi può entrare e chi no, dirottando i giornalisti su un battello e i blogger sull’altro, e ci vuole la santa pazienza di una tata d’altri tempi, perché, al solito, i giornalisti vogliono andare sul battello dei blogger, e i blogger, oddio, i blogger vorrebbero andare sul battello loro, a dire il vero, ma sono blogger, quindi vanno accompagnati quasi per manina, sennò chissà dove finiscono.
Dentro, il battello ha una temperatura da bocca d’inferno, e, in effetti, pure l’ordine di un girone infernale: è un gran groviglio di fili di batteria per computerini portatili, netbook, blackberry, cellulari satellitari: Tutti digitano su qualche tastiera, dando l’impressione che per quello Iddio abbia creato le mani: per scrivere al computer. Da una capo all’altro del vaporetto si odono conversazioni del tipo: “Oh, ma mi presti la tua password?” “Be’, e perché non mi fa accedere?” “Devi passare per la Home!” “Porca Miseria, non mi riconosce l’account!” “Ehehe, guarda, mi hanno taggato!”. Qualcuno è seriamente preoccupato per la location: “Soffro il mal di mare.. e qui se vomito vado pure in diretta in mezzo mondo…” Sono gli inconvenienti dell’interconnessione globale.
Mad sta baruffando con il suo Mac, che fa le bizze, mentre per fortuna il netbook di Mario funzionerebbe, ma per entrare in wifi ci vuole la password, e l’hanno dimenticata a casa. Per fortuna io ce l’ho, e, non avendo portato il computer, gliela cedo volentieri: quando il vaporetto si stacca dalla riva, siamo connessi, e navighiamo in rete, oltre che sul canale: vittoria! Mad comincia a postare su facebook in tempo reale, mentre gli altri blogger commentano e rispondono, sempre su facebook; la cosa divertente è che alcuni, sospetto, sono seduti un paio di file più indietro di noi, e farebbero prima a farci toc toc sulla spalla e dirlo a voce, ma dài, è il brivido della novità, siamo internettiani ed interattivi, quindi gioco anche io, e ingorgo la pagina di ibridamenti di commentini in diretta. Mad vorrebbe uplodare un filmato, ma prima deve capire come si fa a girarlo, e con il netbook nuovo non le è chiaro; quando finalmente ha una illuminazione, e inizia a riprendere, il problema diventa sapere come si carica. Chiediamo in giro, e scatta la solidarietà fra blogger, che non porta a granché, a dire il vero, perché il filmato non si carica manco pei tacchi: gli unici che girano e mettono in rete in tempo reale sono gli studenti del MIT. C’è poco da fare, gli Ammerigani lo fanno meglio.
Il vaporetto, intanto, è arrivato a S. Marco. Le signorine distribuiscono magliette promozionali omaggio e i blogger fanno ressa virtuale, cioè tramite facebook o blackberry si scambiano informazioni su chi è riuscito a beccare una media e chi necessita di una extralarge; probabilmente qualcuno medita se sia il caso o meno di creare un negozio su e-Bay. Intanto si sente un trambusto enorme: monta infatti, come una calata d’Unni, una nuova orda di giornalisti. Entrano in retromarcia, perché stanno riprendendo l’arrivo di qualcuno di importante. La Madonna, come minimo, si direbbe dal casino: invece no, è Massimo Cacciari. Il Sindaco appare, fighissimo come suo solito, non dico circonfuso di luce, ma quasi: sarà il riverbero delle webcam. Cosa dica non si sente, perché è attorniato da un nugolo di Bernerdette che fa muro.
“Gli stanno mostrando la connessione wifi – spiega Mad- e Cacciari fa ‘ohhhh!’”
Ok, abbiamo il titolo per la colonna sonora: I Cacciari fanno “ohhhh”; se ci accordiamo con Povia sarà il successo dell’estate. Più del Sindaco, lo confesso, è il Vicesindaco, Michele Vianello, che mi fa simpatia: è montato in vaporetto con il passeggino del figlio treenne, che ha addosso anche lui una magliettina di cittadinanzadigitale e si sta sbrodolando di the con il biberon, piccino, mentre attorno tutti lo riprendono e lui se li guarda pensando che gli adulti devono essere ben stranetti, eh. “E’ un giovane cittadino digitale” assicura il padre. A riprova mostra un computerino di quelli per bimbi, nel bauletto del passeggino.
Finalmente, sbarcato Cacciari, navighiamo, oltre che nella rete, anche verso il Lido, dove ci attende il rinfresco. Qui Michele Vianello molla il pupo, che spero portino a casa data la temperatura ormai da altoforno, e improvvisa uno striptease, indossando anche lui la maglietta di cittadinanzadigitale. “Meno male – sbuffa – m’era toccato vestirmi elegante…” Confermo, fa proprio simpatia a pelle questo omone alto con i capelli bianchi, dritti, che paiono tagliati con l’accetta, e degli occhioni azzurri dietro occhialetti da miope allegro. Cacciari, lo confesso, a me mette addosso ansia anche se lo incrocio per strada: ho paura che se svolto male la calle, lui mi assegni per casa una parafrasi di Platone, con commento in tedesco. Vianello invece sembra uno di quei paciosi maestri elementari del buon tempo andato, che quando imbrocchi la risposta giusta ti offrono una caramella, e quando no te la allungano lo stesso, di nascosto, per tirarti su il morale. E poi mi piacciono proprio le cose che dice: “Da oggi il Comune offre a tutti i suoi cittadini, gratis, la rete internet, nelle zone coperte… e meno male che funziona, perché se non funzionava qualcosa, oggi, il sedere allo scoperto ce l’avevo io – spiega ridendo – ma per me è una cosa importante. É un investimento enorme, certo, passare le fibre ottiche nel territorio del Comune, ma quando mi chiedono come si rientra dei costi io rispondo che non si rientra, come non si rientra quando si costruisce un asilo. Però ormai avere accesso libero alla rete digitale è un diritto per i cittadini, come l’istruzione e l’accesso ai servizi, non importa quanto costa, ed è anche un investimento, perché poter offrire alle aziende connessioni rapide se portano la loro sede nel territorio nostro può fare la differenza nel prossimo futuro.”
Io me lo guardo contenta, perché fa piacere vedere un politico che dà l’impressione, una volta tanto, di sapere di che parla, e poi mi piace questa idea della rete che è un po’ come la scuola gratuita nell’Ottocento, un diritto di tutti, non solo un vezzo per qualche signore annoiato e ricco, che si può permettere un nuovo giocattolino. Non parla neanche tanto, Vianello, poi, perché tutti reclamano il rinfresco, approntato su una terrazza fronte mare. “Per chi vuole – aggiunge prima di dare il rompete le righe, che poi sarà un ricomporre le fila davanti al buffet – ci sono a disposizione degli ombrelloni, e la connessione wifi è attiva su tutta la spiaggia, per cui, volendo, potere anche andare a fare il bagno e rimanere comunque connessi…”
Oh, alcuni nelle retrovie fanno una faccia così contenta che penso ci stiano pensando davvero, di fare un tuffo con il netbook in mano (i netbook che hanno devono essere anche subacquei, secondo me!), per postare subito su Facebook, in tempo reale, la foto della prima alga che incrociano, fra le onde del Lido.
Stavolta il racconto è proprio tutto vero. Se volete le prove, cliccate i link.

Anche andare al ristorante, a Spinola, ha una precisa connotazione ideologica. Sedersi ad un tavolo ed ordinare del cibo è infatti in paese una precisa scelta di campo, affidata alla mente, non solo al palato: esistono i locali di Sinistra, di Centro e di Destra, ben noti e definiti. I confini sono precisi ed inequivocabili, più solidi della cortina di ferro, e si perpetuano di generazione in generazione, impermeabili ad ogni nuovo scenario.
Quello di Clara, ad esempio, è da sempre il bar istituzionale per eccellenza, in cui ogni partito ed ogni corrente, nonché ogni leader più o meno in ascesa deve avere il suo posto fisso: è infatti una sorta di porto franco e terra di nessuno. Ideale per abboccamenti, contatti ufficiali e scambi in campo neutro, al suo bancone si sono firmate, da tempi immemorabili, tutte le possibili varianti di compromessi storici e ogni tipologia di patti col Diavolo, perché a Spinola Sinistra, Destra e Centro possono essere discordi in qualsiasi cosa, ma sul fatto che i dolci di Clara siano insuperabili concordano con rigore bipartisan.
Quando però dalle pastarelle si passa al cibo vero e proprio, la Sinistra stravince. I locali frequentabili dai Destrorsi si limitano al Vecio Canton, osteria in disarmo bazzicata da qualche vecchio rustico centenario che ancora ricorda la politica agraria del Duce, ma, complice la smemoratezza senile, non rammenta nemmeno più se il Duce medesimo sia ancora vivo o morto. Più che per i manicaretti offerti agli avventori, il Vecio Canton è famigerato per i suoi contrastati rapporti con l’ufficio igiene. La costante fuga degli ufficiali sanitari dal locale non ha impensierito per molti anni i clienti, i quali però hanno cominciato a sospettare che il livello di guardia si fosse superato quando anche gli scarafaggi si sono costituiti in comitato di protesta e le pantegane hanno fatto sapere che avrebbero accettato di rimanere lì dentro solo a patto che venisse fornita loro la copertura sanitaria.
I “Comunisti”, invece, possono godere di un’ampia scelta di locali, differenziati non solo per offerta di cibo, ma, soprattutto, per impostazione ideologica.
La Sinistra più estrema e chic, cioè l’avanguardia intellettuale, ha il suo luogo d’elezione al Majakowskij, taverna ethnochic dalle venature esistenzialiste, cioè con muri pittati di nero e decorati da foto color seppia ritraenti grandi intellettuali in pose meditabonde. Ai tavoli, imbanditi con tovagliette nere anch’esse e in carta riciclata, vengono servite pizze rigorosamente biologiche, dai nomi evocativi: c’è la Sartre, un intruglio di sapori capaci in effetti di scatenare la nausea, la De Chirico - scaglie di parmigiano perse in mezzo a sugo di pomodoro di consistenza metafisica – e la omonima Majakowskij, un tafferuglio di ingredienti molto futurista. Le cameriere, occhi bistrati e lupetto nero come emaciate Giuliette Gréco, si muovono tra i tavoli silenziose e altere, perché ciò si conviene a vestali della cultura momentaneamente in prestito alla ristorazione, mentre il sottofondo è garantito da musica jazz di autore anonimo, e, appena la si sente, si capisce perché il benedetto autore pretenda tanto rigoroso riserbo sulle sue generalità. Il cuore del Majakowskij, tuttavia, è la saletta riservata, cui si accede solo attraverso scala nascosta e porticina: uno stanzino nello scantinato, con tre divanetti lisi e alcune copie di riviste letterarie abbandonate qui e là, con meditata distrazione: là si svolgono i conciliaboli più segreti della Sinistra spinolese, gestiti come riunioni carbonare da Pierfrancesco Damas e Giangi Basti. Con le riunioni carbonare, oltre alla segretezza, spartiscono anche l’affluenza: quando si arriva a quattro partecipanti, si è fatto il sold out.
Il Centro Sinistra meno chic, neopiddino per tessera, area o vocazione si ritrova invece al Mafalda, ristopizzeria che deve il suo nome non alla principessa Savoia, ma alla monella di Quino. Qui le pareti sono color pastello, verdine, rosettine, azzurrine incerte come l’orientamento dei discorsi che si sentono fra i tavoli; nel menù le pizze tradizionali sono affiancate da quelle più scapricciatelle, ma con misura: c’è qualche apertura agli ingredienti nuovi, però non troppo, e sempre con la mentalità di chi, a furia di voler stare sul sicuro, finisce col mangiare alla fine cose trite e ritrite, magari un po’ scipite che è meglio. La povera Mafalda, protagonista indiscussa di tutti i poster affissi sui muri, guarda questo suo popolo con un’espressione perplessa, come se stesse per sbottare da un momento all’altro in una battuta delle sue, ma si trattenesse perché tanto, ormai, non ne vale neanche più la pena.
L’egemonia culinaria della Sinistra da anni impensierisce il sempre sindaco Carlo Taragnin, il quale su ciò che possono fare o non fare i “Comunisti” ha idee ben precise: passi che si occupino di cultura, e tengano aperta, quindi, l’unica libreria del paese, ché tanto nelle librerie, è noto, non ci va nessuno. Ma i ristoranti sono cosa seria, e, soprattutto, possono essere formidabili casse di risonanza elettorale. Quindi ha deciso di scatenare una vera e propria campagna offensiva. Il primo punto è stato lo stravolgimento della circolazione: non potendo impedire al Mafalda e al Majakowskij di rimanere aperti, ha ben pensato di renderli inaccessibili, facendo fiorire attorno una giungla di sensi unici e di strade con parcheggio vietato. Per i pochi anfratti in cui la sosta è ancora legale, ha mobilitato in forze i Vigili, fornendoli di righello preciso al millimetro: se una macchina sfora di un solo centimetro la riga bianca, multa, multa multa, senza pietà; se qualcuno attende fuori per mezzo secondo, col motore acceso, la pizza per asporto, multa anche a lui, ché inquina senza motivo; se spenge il motore, multa, per intralcio al traffico.
La fase due dell’operazione è stata delegata a persona di fiducia, cioè alla sorella del Taragnin medesimo, la Carmen. Al secolo Maria Carmela Addolorata, la Carmen Taragnin è stata anagraficamente per poco Carmela, e Addolorata mai per nulla. Al contrario del fratello nanerottolo, è un donnone quadrato come una madia, dagli occhi verdi perennemente bistrati di kajak, lunghi capelli corvini, un décolleté che pare una piazza d’armi, e come quella sempre generosamente allo scoperto. Mai sposatasi, la Carmen ha avuto cento mestieri ma una sola vocazione, quella di favorire in ogni maniera l’ascesa del fratello, e in questo non s’è risparmiata, soprattutto dato che l’ausilio a lei richiesto coincideva con l’inclinazione che le era propria: gli amici del fratello se li portava a letto per consolidare l’amicizia, i nemici per placarne l’odio, gli incerti perché non si sa mai. Giunta però a varcare la soglia delle cinquanta primavere, la Carmen ha fatto presente al fratello che pretende requie e sicurezza economica, e un ristorante è quello che ci vuole. Taragnin ha deciso di muoversi con determinazione: convocati in Municipio i gestori del Vecio Canton, ha spietato che neppure la sua influenza era più in grado di garantire l’apertura del locale, a meno di non dichiararlo esplicitamente una fabbrica di armi biologiche, ma che, per salvaguardare la tradizione e il credo ideologico degli avventori, la Carmen era disposta a rilevare il tutto, purché il prezzo fosse stracciato. I fratelli Nonzolo, proprietari dell’attività, han capito subito l’antifona, e replicato come si conviene in un Salmo responsoriale: “Sì, sì, va ben, dove ghe xè da firmar?”
Così la Carmen è sbarcata nel locale, con al seguito l’esangue geometra Righetto, dipendente comunale e, a tempo perso, ristrutturatore fiduciario del Sindaco, nonché compagno-paravento della Carmen stessa. Il prudente geometra avrebbe voluto limitarsi a pulire un po’ il locale – sarebbe stata già una fatica d’Ercole! – eventualmente buttar giù un tramezzo e ritinteggiare, ma la Carmen non ha voluto sentir ragioni, e, data la stura al suo estro di design, ha iniziato a sventrare, abbattere, ricostruire. Dopo tre mesi di lavori incessanti, durante i quali i Vigili della vicina caserma avevano ordine di tapparsi le orecchie per lo sfondamento di ogni limite di rumore, ed invitare caldamente i vicini a fare altrettanto onde non avere rogne, il locale s’è rivelato in tutta la sua magnificenza. Che comincia fin dal nome: perché se i sinistri si incaponiscono a battezzare le pizzerie come covi letterari, la Carmen ha invece chiarito subito gli intenti, chiamando il suo restaurant Il Frutto Proibito.
L’apertura ha mobilitato tutta Spinola: mentre gli avventori del Vecio Canton vagolavano basiti fra tavoli in acciaio lucente e un red carpet da Billionaire in sedicesimo, chiedendosi dove cazzo fossero finiti i loro cicheti bisunti, sui divanetti dell’area lounge molto feng shui, c’era assittata la Giunta al gran completo, comprensiva persino del Vicesindaco Erberto Guidi e gentile consorte, entrambi impegnati nel difficile compito di ingozzarsi di frittura a sbafo e contemporaneamente mantenere una faccia sufficientemente schifata, a dimostrare di esser coppia di mondo usa a ben altre inaugurazioni che non queste, da buzzurri. Il Trio, giunto alla spicciolata, portava in palmo di mano il nuovo protetto, ovvero Massimiliano Rossetto; la famiglia Crespano, non potendo mandare Albino, ancora convalescente, né Alfonso, in vacanza con la nuova compagna, aveva delegato la rappresentanza a Patrizia, la quale dedicava qualche distratta occhiata all’avvocato Martinuzzi, ma soprattutto rispondeva agli occhieggi del bel dottor Rossetto, come al solito in vena di conquiste veloci, mentre, nelle retrovie ma con la smania di protagonismo di chi ha appena cambiato campo e vuole sottolinearlo a tutti, Rutilio e la Susanna sorbivano tutti acchittati il loro primo Mojito destrorso. Fra una chaise longue e l’altra, zompettava il sempre sindaco Taragnin, mai così felice e soddisfatto, perché la sorella aveva finalmente sbaragliato la ristorazione sinistrorsa, e confermato che, quando si tratta di magnar, la Destra non è seconda a nessuno.
È stato solo al momento della torta, una meringa a più piani che Carmen ha tagliato con mano tremebonda di sposa e offerto con gran sorrisi ai presenti, che il Sempre Sindaco ha capito di aver commesso un fatale errore: da dietro l’impalcatura di panna s’è materializzata la Clara, con negli occhi uno sguardo equivalente ad una dichiarazione di guerra. Per chi voti la Clara, infatti, è un mistero, ma, se è noto che è amica di tutti, è altresì risaputo che nessuno la vuole come nemica. Per tal ragione a Spinola i ristoranti, tutti, possono sfamare allegramente avventori di ogni credo politico e servire loro primo, secondo, contorno e pizza assortita; ma i dolci, ovunque, sono quelli di Clara, o non sono proprio.
“No la xé una dele mie.” ha osservato, con tono più gelido del semifreddo nel piatto che le veniva porto.
“No, nialtri le fazemo far fòra, ché le xé mejo!” è stata la piccata risposta della Carmen, servita con scuotimento di chioma corvina.
“Vedaremo chi che se le magna.”
E, data questa oscura profezia, la Clara ha girato i tacchi, avviandosi verso l’uscita, con il piglio di chi lancia un “O con me o contro di me”.
Mezza Giunta e tre quarti degli avventori si sono guardati perplessi, con le forchette a mezz’aria nell’atto di affondarle nel dolce contestato. Perché la Carmen può essere Carmen quanto vuole, ma la Clara non è solo una pasticceria, è un pozzo di voti, il pozzo di voti per antonomasia, e lasciarlo andare alla deriva politica per una diatriba fra donne è un suicidio. Il sempre Sindaco Taragnin, a questo punto, ha capito che lì si giocava la sua leadership, e, ostentatamente, ha preso una forchettata di meringa, portandola alla bocca con piccata sicumera, mentre folgorava i suoi con un’occhiata che sottintendeva: “A vojo proprio védare!”
Ma le forchette sono rimaste immote, mentre Erberto Guidi, con gesto elegante da viveur di razza, flautava un: “Eh, s’è fatto tardi, che dite?”, e appoggiava il piattino senza parar giù un solo boccone di torta, eclissandosi veloce. La moglie, Susanna, Rutilio, tre quarti degli Assessori seguivano a ruota, in un fuggi fuggi appena memore delle regole della buona educazione. Ma è stato quando il Sempre Sindaco ha visto prendere la porta anche il Trio al gran completo, senza degnare Carmen neppure di un frettoloso saluto, che Taragnin ha valutato appieno la portata della disfatta: e mentre la Carmen guardava sconsolata nel locale rimanere solo i soliti quattro vecchi ex clienti del Vecio Canton che reclamavano i consueti cichetti grondanti olio e sprezzavano gli apetizer light rimasti sul bancone, parché chi sa cossa che xé quei robi, il povero Taragnin vedeva crollare in un botto l’idea di sconfiggere l’egemonia culinaria della Sinistra, e sentiva pericolosi scricchiolii per quanto riguardava la sua, di egemonia.
E il boccone di torta che continuava ostinatamente a masticare gli è parso impossibile, stavolta, da mandar giù.
È una storia di pura fantasia e non si fa cenno ad avvenimenti, personaggi o torte reali.

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.
A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.
Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.
Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.
L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.
Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.
A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.
Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.
“Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.
“Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.
Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.
Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.
“Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.
“Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”
“E ti, cossa ghe gastu dito?”
“Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…”
“Ma ti ga intension de votarli sul serio?”
“Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”
Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.
É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

Ohi, ma lo conosco dalla medie.
Le mie medie, intendo, mica le sue, che lui era già professore. Carniati, intendo. Cioè, il professor Carniati, ma così non lo ha mai chiamato nessuno. Perché professore, per esserlo, lo era, ma a noi diceva: “Chiamatemi Ugo, e diamoci del tu, che è più democratico!” Io, che ero timida, continuavo a dargli del lei; poi, figurarsi, andavo dalle suore, e lì ai docenti si dava poco meno che del voi. Gli davo del lei e lui s’incazzava, anzi sfotteva di brutto: “Oh, la nostra signorina borghese che va alla scuola privata, lei!”. Diventavo rossa, perché pareva, ostrega, che fossi la figlia di Onassis e l’avessi chiesto magari io di finire là dentro, con le suorine che ti spiavano alla ricreazione, di Quaresima, che non mangiassi la merendina per rispettare il digiuno. Invece, fosse stato per me, non ci sarei finita, e sarei scappata via di corsa. Però ero una bambina, e mi ci avevano iscritta, quindi, nisba, toccava restare. Ma per lui no, ero la “signorina borghese” bon ton, e sfotteva. Avesse letto i miei pensieri, si sarebbe accorto che ero poco bon ton, con lui, e un paio di volte il vaffanculo lo aveva rischiato di brutto.
Comunque, lui era Carniati. Ed era il prof di sinistra. Quello più a sinistra di tutti. Comunista che se gli fosse capitato per le mani Giuseppe Stalin, a momenti sarebbe stato lui, Carniati, a fargli il processo per deriva borghese. Viveva in stato di Rivoluzione permanente. Contro cosa, non è che mi fosse ben chiaro. Lui diceva: “Contro il Sistema.” e basta. Aveva la S maiuscola, il suo Sistema, e doveva essere quella che permetteva di identificarlo a botta sicura. Io me lo ripetevo: “Contro il Sistema…” ma non capivo bene cosa comprendesse il Sistema: noi signorine ben ton in erba, si sa, scarseggiamo di fantasia e abbisogniamo di direttive precise.
Per gli altri, però, era un mito. Portava giubbotti sdruciti. Veniva a scuola in moto. Era quello che in classe leggeva il giornale. No, non ad alta voce, come un Don Milani, per commentare gli articoli: lui lo leggeva e basta: entrava, salutava gli alunni, si sedeva sulla cattedra, apriva il quotidiano suo e si metteva a leggere, mentre il resto della classe faceva un casino dell’anima. Ma mica si comportava così perché non gli andava di fare nulla, eh. No, il suo era un atto d’insurrezione contro il Preside, e le direttive ministeriali, e il Ministero tutto, e il Governo e, appunto, il Sistema. Un atto politico e rivoluzionario, di tutt’altra pasta di quello, uguale uguale, che faceva Rufini, quello di tecnica dell’altra sezione. Che anche lui leggeva il giornale in classe, preciso preciso, e non faceva una cippa: però Rufini era di Destra e, dagli alunni, si faceva portare anche il caffè. Niente valenza rivoluzionaria, dunque, ma bieco atto classista di perpetuazione della gerarchia corrente. Fascismo, insomma.
Ogni tanto, mi riferivano gli amici, in classe raccontava le sue prodezze. Come quella volta che aveva portato un sacchetto pieno di merda davanti alla porta di casa del Sindaco del paese suo, un democristiano piissimo che viveva ancora con mamma e con cui Carniati ce l’aveva a morte perché non gli faceva asfaltare la strada sotto casa. Gli aveva suonato il campanello, quello era uscito fuori a vedere chi fosse, e lui splaffete! Un sacchetto di cacca fumante spatasciato sul tappetino di casa, così quel Servo del Sistema aveva dovuto passare la domenica a ripulire la veranda, in maniche di camicia tirate su, come un proletario qualsiasi.
L’altro giorno Giulia mi fa: “Ma hai visto chi s’è candidato per la Lega?”
“Chi?”
“Ugo Carniati!”
“Carniati??? Ma scherzi???”
“No, no, l’ho incontrato per caso l’altra sera, che andava ad un comizio di Bossi, con la cravatta verde e il fazzoletto con il Sole delle Alpi stampato su… è addirittura nel Direttivo, a livello nazionale. È uno degli uomini di punta del mandamento, qui da noi. M’ha spiegato che sta organizzando le ronde nel circondario. Lo dovresti sentire: cinque minuti di conversazione e m’ha fatto paura: stava a sbarellare sui Celti, e sulle origini etniche della Padania, un delirio! Pare che sia diventato un personaggio famoso perché ha organizzato, qualche tempo fa, al paese suo, una manifestazione in cui lanciava palate di letame contro il Municipio, non so per cosa, credo perché non gli andasse bene come avevano impostato i sensi unici. Ha imbrattato mezza piazza e s’è beccato una denuncia..”
Può cambiar partito e idee, Carniati, me sempre a maneggiar merda rimane.
I personaggi e gli eventi citati nel racconto non corrispondono a fatti reali, ma sono frutto di fantasia. Anche la merda, beninteso.

(16 ottobre 1940-14 giugno 2009)
Memo Tiozzo è una montagna d’uomo che, al confronto, il Grappa sembra un colle Euganeo, e di quelli riusciti nemmeno troppo bene. Ha tutto enorme: le spalle, il torace, le braccia, ma quello che ti sconvolge sono le mani, due vanghe che non finiscono mai. Sono forti come presse, e pericolose, perché tanto pesanti che perfino quando ti vuol fare una carezza rischia di lasciarti un livido di ricordo. Non sono roba sua, del resto, le carezze ed i buffetti: in quarant’anni di fabbrica ha dovuto solo smanacciare le macchine e stare alla catena di montaggio, stringere bulloni, girare tenaglie, tutta roba per cui il tocco delicato e le lunghe dita da signorina non servivano, anzi, rischiavano di farti far male.
Cazzo, se ha lavorato, Memo, in quella fabbrica: turni su turni su turni, alzarsi la notte e andare a letto sfatti al mattino, per produrre mattoni tutti uguali, brutti, che, a vederli finiti, non davano neanche la soddisfazione di dire: “L’ho fatto io!”. Per uno stipendio, poi, che a stento arrivavi a fine mese, fra l’affitto, le spese, i bambini che crescevano, gli imprevisti della vita, dura anche quando c’era la Lira, perché adesso che c’è l’Euro stanno lì a lamentarsi per quello, ma non ricordano quanto si penava a far quadrare i conti anche quando non c’era ancora.
Sputare sangue allo stabilimento, ad ammazzarsi di fatica; e sputar veleno contro i padroni, perché anche lì, con quel suo carattere, quel suo fisico e il vocione che rimbomba anche se ti dice solo ciao, immagina se scandisce uno slogan in corteo, figurarsi se di lotte sindacali se n’è fatto mancare una. Non è un dottor sottile, Memo, ché se gli spieghi i cavilli dell’economia e gli scenari internazionali della politica ti guarda come a dire: “Embè?”. Ma certe cose semplici semplici, basilari, le ha capite benissimo, lui: a stare alle presse per ore e ore con un caldo maledetto, portando a casa dei soldi che ti permettono appena appena di sopravvivere fino al mese successivo quelle cose lì le capisci subito, e sulla tua pelle. Per esempio sa che “libertà” vuol dire che non ti possono sbattere nel reparto più schifoso e licenziarti alla prima occasione utile solo perché alla mattina compri un certo giornale, o ti sei fatto la tessera del sindacato, o rompi i coglioni perché gli estintori van controllati e devono funzionare; sa che le donne non vanno assunte con la lettera di dimissioni già firmata in bianco, perché se resti incinta devi lasciare il posto, e se non ci resti, comunque la lettera serve nel caso protesti per il caporeparto che allunga le mani. Le sue battaglie se le è fatte tutte, pur lavorando come un cane, perché Memo è così: grosso come una montagna e ugualmente inamovibile quando decide qualcosa: se è giusto è giusto, se è sbagliato è sbagliato, e in mona quanto si deve penare.
Fra la fabbrica e gli alti e bassi della vita si è tirato su tre figli, due femmine ed un maschio. Tutti laureati, e nessuno andato in fabbrica: si è rotto la schiena lui perché non se la dovessero più rompere loro, ma avessero la loro bella scrivania comoda e potessero andare in ufficio tutte le mattine con una giacca e una camicia, non una maglietta destinata ad intridersi di sudore e caligine appena entrati in reparto.
Sono felici? Qualche volta se lo chiede, quando vengono a trovarlo la domenica per mangiare tutti assieme, negli ultimi tempi più spesso di prima, perché una volta la domenica andavano via con i mariti-fidanzati-morosi di turno, ed ora invece stanno più a casa, al massimo portano anche mariti-fidanzati-morosi di turno a mangiare lì da lui, e quando arrivano li vede sempre più scontrosi, irritati, infastiditi.
Loro sanno parlare di quelle robe lì, l’economia mondiale e la globalizzazione, e la crisi dei mercati e i riverberi delle politiche di Obama sul mercato nazionale ed estero: le hanno studiate bene, loro, quelle cose, e sanno capirne tutti i risvolti e le implicazioni, mentre lui, ecco, alle implicazioni mica ci arriva, anzi, a voler essere proprio sincero sincero, manco saprebbe bene dire cosa siano le “implicazioni”, come parola, cioè. Però, implicazione dopo implicazione, li sente fare dei discorsi che non gli piacciono mica: dicono che sì, insomma, in fondo anche i lavoratori la dovrebbero smettere di rompere il cazzo con tutti questi pretesi diritti, che son pastoie allo sviluppo; che invece di esser contenti e ringraziare Iddio di avere ancora uno stipendio e un posto di lavoro stanno a far fisime e non hanno un minimo di flessibilità sui concetti di contratti a termine, orari, stipendi; che insomma ci sono troppi negri e troppi marocchini in giro, e anche in città bisognerebbe dare qualche bel drizzone a tutta ’sta gente qui, e magari anche a qualcuno dei nostri, perché insomma, sì, dai, qui non si vive, e a furia di rispettare tutto e tutti, noi che siam qui rischiamo di perdere quel poco che abbiamo, oltre alla nostra identità culturale e non è mica giusto così, eh.
Memo li ascolta, li ascolta li ascolta li ascolta, e un po’ si fa riguardo a interromperli, perché sono i suoi figli, si è fatto il culo per farli studiare e adesso, diamine, ne sanno certamente più di lui; ma quando li sente parlare così e pensa ai suoi anni in fabbrica, e alle sue battaglie, e a quella roba in cui credeva e crede, cioè che si è tutti uguali e quindi bisogna battersi perché tutti vengano rispettati allo stesso modo, le sue mani, grandi come badili, gli prudono, ma gli prudono di tanto. Perché quelli sono i suoi figli, e lui ha lavorato una vita come una bestia, alla pressa e in fabbrica, per sentirli parlare, adesso, manco fossero i figli dei padroni.
Forse era meglio se li lasciava venir su un pochino alla pressa, neh.


Hanno lasciato detto qualcosa