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Cade vittima delle informative chi non ama le veline.
Per star parcheggiate una settimana in Sardegna a Villa Certosa, bordo piscina, volo incluso, uso di yachy, senza far null’altro – assicurano – che partecipare a qualche innocente party stile villaggio turistico, si veniva pagate dai 1000 ai 2000 euri esentasse, con ciondolo diamantato in regalo.
Per farsi una settimana di comunissima spiaggia, in un hotel nemmeno granché, con piscina assiepata di bimbi gracchianti, vista sul terrazzotto del vicino ingombrato di materassini sgonfi e costumi da asciugare, i 2000 euri li devi pagare tu, che ne guadagni 1200 al mese, e il ciondolo finale lo compri, se vuoi, a spese tue, nella botteguccia di bigiotteria cinese a 99cent .
Non mi stupisce che i voli di Stato fossero pieni, neh.

“Ma dai, vieni a cena: anche se sono da solo, una pastasciutta sono in grado di farla senza avvelenarti, su!”
L’appartamento di Massimo è caruccio caruccio, piccino ma non proprio mini, con mobilio moderno, ma non proprio di design, e persino una cucina che è una cucina, non quelle paretine tristi da single che arriva a casa la sera tardi e ciuccia come un ghiacciolo un sofficino tirato fuori dal frigo, senza neanche passarlo per il microonde, ché tanto si fa prima così. Poi la pastasciutta non la fa lui, è ovvio, la faccio io: Massimo è sempre meglio che stia distante da qualsiasi cosa voglia riuscire minimamente commestibile.
Mentre scolo e spignatto si parla un po’ di tutto, anche di politica, che poi in questi giorni vuol dire parlare di qualcosa che con la politica in realtà non ha nulla a che fare di suo, ma degli ultimi pettegolezzi su Villa Certosa, o sulla dependance barese-romana della stessa.
Il tono è rilassato, e pare incredibile per chi conosca l’Italia e gli Italiani: perché Massimo è da sempre berlusconiano, e vota Pdl, e io faccio parte degli “altri”, quelli mai iscritti ad un partito e che non saprei nemmeno io come definire, a dire il vero, perché comunisti non sono mai stati, socialisti forse ma con beneficio d’inventario, liberali no perché non sono abbastanza signori, radicali manco perché non reggono certe piazzate da mistica frignona, repubblicani o socialdemocratici nemmeno, anche per scomparsa dei medesimi, piddini lasciamo stare perché allergici al vago sentore d’incenso da parrocchia, Dipietri no perché adorano i congiuntivi corretti; insomma quel manipolo silente di moderati educati che non hanno un vero punto di riferimento ed un partito, ormai, ma sono accomunati da una sola ed incrollabile certezza: cioè che Berlusconi non si regge, e non è manco una questione politica, o solo politica: non si regge e basta, è una questione di stile.
Massimo non è poi tanto diverso da me, in effetti. Veniamo fuori da due famiglie della borghesia piccina piccina, di provincia: padri dirigenti d’azienda, ma provenienti dalla classe degli impiegati, madri lavoratrici, che però hanno curato i figli come si faceva una volta, seguendoli passo a passo seppure a rispettosa distanza per non tarpar troppo le ali; genitori non intellettuali, ma con un sano amore e rispetto per la cultura e i libri, che hanno sempre occupato gran parte delle pareti di casa, e non per far pendant con il colore del divano. Sia io che lui abbiamo avuto sì qualche buona chance in più di partenza, ma poi abbiamo camminato da soli: niente padrini né raccomandazioni politiche alle spalle, la strada, poca o tanta, fatta studiando e lavorando sodo, senza stare con le mani in mano ad aspettare che dal cielo ti cada in braccio qualche soluzione.
La mia famiglia, però, stava a sinistra, sentendosi ancora legata a radici operaie ormai lontane, ma ancora presenti nei racconti dei nonni e degli zii più anziani, che si erano sorbiti il Fascismo da oppositori e poi la democrazia diccì sempre da oppositori, uguale uguale. I suoi l’era fascista non l’hanno rimossa, perché non c’era niente da rimuovere: l’hanno passata senza accorgersene, provando come soli disagi quelli della guerra; nel placido stagno della Diccì si sono dapprima trovati bene, pur non essendo grandi credenti, e poi hanno svarigolato un po’ verso Craxi, ma non con grande convinzione. L’unica cosa di cui erano tenacemente certi era il Comunismo fosse il Male, e questo convincimento saldo lo hanno lasciato in eredità intatto al figliolo: ma avevano e hanno del “Comunismo” una visione simile a quella del senatore McCathy: per essere Comunisti ai loro occhi basta poco, ma poco poco poco poco: una critica al Governo, o ad una qualsivoglia Autorità, un minimo scatto d’orgoglio nel non conformarsi alla Regola Vigente, quale essa sia.
Con Massimo si può parlare: è lui il primo a confessarsi in imbarazzo per le uscite di alcuni personaggi del suo schieramento, ad ammettere che certe dichiarazioni gli fanno venire i brividi. Non ama le “veline” e men che meno il velinume sparso, lo infastidiscono le feste da satrapi, i pregiudicati che sputtanano i giudici; non si sognerebbe mai di essere “l’utilizzatore finale” di qualche compiacente signorina e, lo conosco, non sbava neppure per avere il villone, il macchinone, il conto in banca inzeppato da soldi in qualche paradiso fiscale, perché è una brava persona, esattamente come me. Ride e sfotte lui per primi i vizi e i vezzi della classe dirigente che vota, e qualche volta, come in questi giorni, non ride tanto, nemmeno, perché sente un fastidio più profondo, che non si esorcizza con una battuta salace. Insomma, si vergogna e basta.
“Ma allora, perché cazzo li voti?” mi scappa di chiedergli alla fin fine, perché io non sarò troppo convinta dei “miei”, ma almeno non mi fanno sentire tanto in imbarazzo, e invece i “suoi” sì, e si vede.
Tace, si vede che ci sta pensando un attimo, e seriamente, davvero.
“Perché non potrei mai votare dall’altra parte. È una questione di storia, di famiglia: non posso- dice infine – E non farmi la predica, perché non lo faresti neanche tu.”
No, non è vero. Mi facessero vergognare a tal punto i “miei”, e dall’altra parte no, non li voterei più, e forse cambierei persino schieramento, fregandomene della storia, della famiglia, delle aspettative di parenti, amanti, amici. Lo Stato, cazzo, è una roba seria, e non lo puoi lasciar gestire a dei manigoldi solo perché per generazioni hai fatto parte di una famiglia di Guelfi o di Ghibellini.
Anche perché, poi, finisci per ritrovartici in pieno, in quello che dice la Canalis.
Bondi: «Guardi, l’unica situazione piccante alla quale mi è capitato di prendere parte, è una cena a lume di candela, in una notte tempestosa, con Fabrizio Cicchitto. Soli».
Azz, non avrei mai pensato che un giorno avrei provato compassione per Cicchitto, neh.
Briatore: i comunisti attaccano Silvio per invidia.
C’è da capirli: A loro, al massimo, come formazione politica offrivano weekend alle Fratocchie.
La Santanché: Veronica ha un compagno.
Rosica, eh?
Berlusconi ammette: “Toccato il fondo”
Resta da capire di chi.
Il Fondo, comunque, è stato contattato dall’Espresso per una intervista in esclusiva.
Interrogazione parlamentare: Apicella veniva portato in Sardegna con l’aereo di Stato. Berlusconi si difende: “Però tornava a nuoto”.
Bondi: “Ragazze? Alla villa mi ricordo solo famigliole”
Difatti tutte le minorenni chiamavano in continuazione il loro “papi”.
Obama criticato dai Repubblicani: ha usato l’elicottero di Stato per portare Michelle a fare un giro a Brodway.
Uno spreco: poteva semplicemente mandarlo a prendere Apicella.
Uno dice: “integralismo” e subito ti vengono i mente i fanatici religiosi, quelli che passano la vita a sostenere di essere gli unici a conoscere la vera volontà di Dio o di Allah. Quelli che passano la vita a sgranar rosari ed ad aspirare incensi, divenendone alla fine dipendenti come un tossico dalla coca. Ma se per integralismo, correttamente, si intende l’adesione ad un modello di vita che diventa il solo possibile, l’antropologo, persino quello dilettante, nell’Italia degli ultimi anni, ed ancor più delle ultime settimane, trova terreno di osservazione assai fertile.
L’integralista è colui che vuole imporre agli altri il suo modello di vita perché non riesce a contemplarne di alternativi: il modello che lui propone non solo è il migliore, ma è l’unico possibile. Al di fuori di esso, per la società e gli individui non c’è salvezza, forse neppure sopravvivenza possibile. Egli immagina infatti il suo modello come il solo “naturale”, cioè prodotto dalla natura umana quando questa sia lasciata libera di svilupparsi senza condizionamenti esterni, mentre tutti gli altri modelli sono frutto di pressioni e censure: se gli uomini vengono lasciati liberi di fare ciò che naturalmente dovrebbero, essi aderiscono spontaneamente al modello caro all’integralista; se invece, i bricconcelli, si lasciano irretire da altro, creano innaturali sovrastrutture, e costruiscono società impostate su canoni sbagliati, che li rendono infelici.
L’integralismo è sempre sintomo di una profonda insicurezza ed instabilità dell’individuo: chi non si sente del tutto convinto delle proprie scelte o si ritiene incapace di mantenersi fedele alle linee di condotta che ha deciso di abbracciare non tollera il quotidiano confronto con modelli alternativi. Ogni minima deviazione, negli altri, dai suoi canoni è vissuta come un tentativo da parte di costoro di traviarlo e tentarlo: l’esistenza stessa di modelli alternativi, anche se chi li pratica non si dedica al proselitismo, è sentita come un attacco. Ciò che l’integralista non sopporta, in realtà, non è che esistano delle persone che non si comportano come, secondo lui, dovrebbero, ma che queste persone, comportandosi così, sembrino raggiungere comunque la felicità: l’integralista, per questo motivo, è perfettamente in grado di mostrarsi comprensivo con il “peccatore” pentito o con quello non ancora pentito ma disposto a dichiararsi non soddisfatto pienamente del suo stile di vita; non riesce invece a perdonare il “peccatore” che si dice soddisfatto della sua condotta e la sbandiera in pubblico senza problemi né sensi di colpa. Chi conduce una vita non consona ai precetti dell’integralista è un individuo deviato: se è contento della vita che mena, questo è il sintomo della sua deviazione; se per giunta critica la condotta dell’integralista, o è traviato da forze oscure che lo allontanano dalla Verità o, più semplicemente, parla per invidia: il “peccatore” vorrebbe, infatti, nel segreto del suo cuore, aderire alla religione dell’integralista, ma, non riuscendovi, la disprezza in pubblico, e il fatto che la disprezzi è la prova provata che vorrebbe invece praticarla e divenire finalmente felice. L’integralista costruisce universi chiusi, in cui l’unico dialogo possibile è quello fra sordi: concepisce l’apertura all’altro solo per fagocitarlo e renderlo uguale a sé; peggio, è convinto che l’altro sia già uguale, e che gli manchi solo di prenderne coscienza: l’integralista non scambia con te idee, nemmeno parla, è solo in grado di fare proselitismo e proporti illuminazioni: persino se ti dice buongiorno, sotto sotto spera di convertirti al suo credo.
Ognuno di noi coltiva in sé delle oasi di integralismo: nel momento in cui siamo profondamente convinti di aver fatto una scelta di vita giusta, tendiamo a considerare che anche tutti gli altri ne dovrebbero fare una di similare, per il loro bene. Se ci rispondono “no grazie” finiamo per considerarli meno intelligenti di quanto credevamo, o pensiamo che non siano ancora maturi, ma col tempo ci daranno ragione; oppure, automaticamente, riteniamo che essi sappiano benissimo già ora che abbiamo ragione, ragione da vendere, ma per invidia meschina nei nostri confronti non intendano ammetterlo.
L’Italia di questi ultimi tempi è una nazione altamente integralista. E non per i rigurgiti clericali che la pervadono: è socialmente integralista per la determinazione con cui vengono propagandati ed imposti alcuni modelli di comportamento sociale che sono presentati come validi per tutti, a prescindere.
Le polemiche sullo scandalo delle Veline, da questo punto di vista, sono un fenomeno legato ad una lettura del mondo di modello integralista; ma non, anche se pare assurdo, solo da parte di chi critica il comportamento delle ragazze (e del Premier) sulla base di “valori morali” che imporrebbero a giovani donne la dignità di rifiutare regalie dal potente di turno; l’integralismo, paradossalmente, alberga in ugual misura nel campo avverso. È infatti una forma di integralismo una difesa che si basa sul presupposto sia “naturale” da parte di un uomo (meglio se potente e di una certa età) il bisogno di circondarsi di uno stuolo di giovani fanciulle nel ruolo subalterno di ancella: tutti i settantenni, potendo, ambirebbero a tenere un comportamento simile. Parimenti tutte le giovani donne sarebbero naturalmente disposte ad accettare ospitalità da miliardari settantenni: se alcune non lo fanno è perché non hanno mai avuto questa possibilità, essendo schiave di preconcetti sbagliati e, soprattutto, non essendo mai stato esteso loro questo genere di invito. Lo scandalo, inoltre, si sostiene sia stato montato ad arte dalla Sinistra (l’equivalente del Demonio), per invidia e gratuito malanimo nei confronti del Premier. Se qualcuno critica il comportamento tenuto da Berlusconi lo fa sulla base di un modello del mondo sbagliato, in quanto non tiene conto di quelle che sono le inclinazioni naturali degli esseri umani, quelle che ciascuno seguirebbe se non fosse irretito da qualche sovrastruttura. Chi non aderisce al modello “berlusconiano” si condanna ad una vita infelice: infatti i “Sinistri” sono dipinti come individui frustrati e tristi, persino brutti. Anche chi decide di impostare la propria vita su canoni diversi da quelli del “berlusconismo” è visto con malcelato sospetto: se una donna non ammette che la sua naturale inclinazione ed aspirazione sarebbe essere bella come una velina o usare in maniera spregiudicata l’aspetto esteriore per avere vantaggi non la racconta giusta, è una ipocrita frustrata; se un uomo non confessa che il suo sogno segreto sarebbe una corte adorante di ragazze forse neppure del tutto maggiorenni ha qualcosa che non va. Il divertimento è circoscrivibile a quanto avviene nelle feste del Bilionaire e di Villa Certosa, come racconta oggi, ad esempio, Briatore. Chi sostiene vi possano essere altre forme di divertimento non segue ciò che è naturale per l’essere umano, e se dice di non condividere tali forme ludiche, la sua critica lo pone al di fuori della “normalità” e richiede censura.
Da questo punto di vista, la forma mentis berlusconiana è un modello integralista che non ammette alternative, e ci conduce verso una forma di nuovo Medioevo. Magari molto divertente e costellato di allegre sarabande a Villa Certosa, ma che pur sempre Medioevo è.



Hanno lasciato detto qualcosa