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Cade vittima delle informative chi non ama le veline.

Patrizia D’Addario, la donna coinvolta nelle inchieste baresi sul giro di ragazze reclutate per le feste da Berlusconi, era candidata in una lista comunale, chiamata “la Puglia prima di tutto”.

Ah, si chiama “Puglia” adesso.

La donna ha accompagnato ai comizi per tutta la campagna elettorale Raffaele Fitto, Ministro per i Rapporti con le Regioni.

Be’, come esperta di rapporti non aveva rivali, in effetti.

La Procura di Bari è preoccupata del fatto che a Palazzo Grazioli le ragazze sarebbero entrate senza alcun controllo.

Smentita immediata dello staff: venivano accuratamente misurate la lunghezza delle minigonne e dei tacchi a spillo.

La D’Addario afferma pure di essere andata fino a Roma ed essersi fermata a Palazzo Grazioli una notte con il Premier perché voleva far sbloccare una pratica edilizia a Bari.

Ha ragione la Lega, sono i guai di uno Stato troppo centralista. In uno Stato federale, per sbloccare una pratica in Comune, al massimo devi starci con un assessore.

Però il Giornale denuncia il caso di “Liliana”, collaboratrice di un deputato dell’Italia dei Valori, che la pagava in nero per far da ufficio stampa.

Vergogna! Era l’utilizzatore finale dei suoi comunicati, e non la invitava nemmeno ad una festicciola a casa….

Per star parcheggiate una settimana in Sardegna a Villa Certosa, bordo piscina, volo incluso, uso di yachy, senza far null’altro – assicurano – che partecipare a qualche innocente party stile villaggio turistico, si veniva pagate dai 1000 ai 2000 euri esentasse, con ciondolo diamantato in regalo.

Per farsi una settimana di comunissima spiaggia, in un hotel nemmeno granché, con piscina assiepata di bimbi gracchianti, vista sul terrazzotto del vicino ingombrato di materassini sgonfi e costumi da asciugare, i 2000 euri li devi pagare tu, che ne guadagni 1200 al mese, e il ciondolo finale lo compri, se vuoi, a spese tue, nella botteguccia di bigiotteria cinese a 99cent .

Non mi stupisce che i voli di Stato fossero pieni, neh.

guelfi e ghibellini

Ma dai, vieni a cena: anche se sono da solo, una pastasciutta sono in grado di farla senza avvelenarti, su!”

L’appartamento di Massimo è caruccio caruccio, piccino ma non proprio mini, con mobilio moderno, ma non proprio di design, e persino una cucina che è una cucina, non quelle paretine tristi da single che arriva a casa la sera tardi e ciuccia come un ghiacciolo un sofficino tirato fuori dal frigo, senza neanche passarlo per il microonde, ché tanto si fa prima così. Poi la pastasciutta non la fa lui, è ovvio, la faccio io: Massimo è sempre meglio che stia distante da qualsiasi cosa voglia riuscire minimamente commestibile.

Mentre scolo e spignatto si parla un po’ di tutto, anche di politica, che poi in questi giorni vuol dire parlare di qualcosa che con la politica in realtà non ha nulla a che fare di suo, ma degli ultimi pettegolezzi su Villa Certosa, o sulla dependance barese-romana della stessa.

Il tono è rilassato, e pare incredibile per chi conosca l’Italia e gli Italiani: perché Massimo è da sempre berlusconiano, e vota Pdl, e io faccio parte degli “altri”, quelli mai iscritti ad un partito e che non saprei nemmeno io come definire, a dire il vero, perché comunisti non sono mai stati, socialisti forse ma con beneficio d’inventario, liberali no perché non sono abbastanza signori, radicali manco perché non reggono certe piazzate da mistica frignona, repubblicani o socialdemocratici nemmeno, anche per scomparsa dei medesimi, piddini lasciamo stare perché allergici al vago sentore d’incenso da parrocchia, Dipietri no perché adorano i congiuntivi corretti; insomma quel manipolo silente di moderati educati che non hanno un vero punto di riferimento ed un partito, ormai, ma sono accomunati da una sola ed incrollabile certezza: cioè che Berlusconi non si regge, e non è manco una questione politica, o solo politica: non si regge e basta, è una questione di stile.

Massimo non è poi tanto diverso da me, in effetti. Veniamo fuori da due famiglie della borghesia piccina piccina, di provincia: padri dirigenti d’azienda, ma provenienti dalla classe degli impiegati, madri lavoratrici, che però hanno curato i figli come si faceva una volta, seguendoli passo a passo seppure a rispettosa distanza per non tarpar troppo le ali; genitori non intellettuali, ma con un sano amore e rispetto per la cultura e i libri, che hanno sempre occupato gran parte delle pareti di casa, e non per far pendant con il colore del divano. Sia io che lui abbiamo avuto sì qualche buona chance in più di partenza, ma poi abbiamo camminato da soli: niente padrini né raccomandazioni politiche alle spalle, la strada, poca o tanta, fatta studiando e lavorando sodo, senza stare con le mani in mano ad aspettare che dal cielo ti cada in braccio qualche soluzione.

La mia famiglia, però, stava a sinistra, sentendosi ancora legata a radici operaie ormai lontane, ma ancora presenti nei racconti dei nonni e degli zii più anziani, che si erano sorbiti il Fascismo da oppositori e poi la democrazia diccì sempre da oppositori, uguale uguale. I suoi l’era fascista non l’hanno rimossa, perché non c’era niente da rimuovere: l’hanno passata senza accorgersene, provando come soli disagi quelli della guerra; nel placido stagno della Diccì si sono dapprima trovati bene, pur non essendo grandi credenti, e poi hanno svarigolato un po’ verso Craxi, ma non con grande convinzione. L’unica cosa di cui erano tenacemente certi era il Comunismo fosse il Male, e questo convincimento saldo lo hanno lasciato in eredità intatto al figliolo: ma avevano e hanno del “Comunismo” una visione simile a quella del senatore McCathy: per essere Comunisti ai loro occhi basta poco, ma poco poco poco poco: una critica al Governo, o ad una qualsivoglia Autorità, un minimo scatto d’orgoglio nel non conformarsi alla Regola Vigente, quale essa sia.

Con Massimo si può parlare: è lui il primo a confessarsi in imbarazzo per le uscite di alcuni personaggi del suo schieramento, ad ammettere che certe dichiarazioni gli fanno venire i brividi. Non ama le “veline” e men che meno il velinume sparso, lo infastidiscono le feste da satrapi, i pregiudicati che sputtanano i giudici; non si sognerebbe mai di essere “l’utilizzatore finale” di qualche compiacente signorina e, lo conosco, non sbava neppure per avere il villone, il macchinone, il conto in banca inzeppato da soldi in qualche paradiso fiscale, perché è una brava persona, esattamente come me. Ride e sfotte lui per primi i vizi e i vezzi della classe dirigente che vota, e qualche volta, come in questi giorni, non ride tanto, nemmeno, perché sente un fastidio più profondo, che non si esorcizza con una battuta salace. Insomma, si vergogna e basta.

Ma allora, perché cazzo li voti?” mi scappa di chiedergli alla fin fine, perché io non sarò troppo convinta dei “miei”, ma almeno non mi fanno sentire tanto in imbarazzo, e invece i “suoi” sì, e si vede.

Tace, si vede che ci sta pensando un attimo, e seriamente, davvero.

Perché non potrei mai votare dall’altra parte. È una questione di storia, di famiglia: non posso- dice infine – E non farmi la predica, perché non lo faresti neanche tu.”

No, non è vero. Mi facessero vergognare a tal punto i “miei”, e dall’altra parte no, non li voterei più, e forse cambierei persino schieramento, fregandomene della storia, della famiglia, delle aspettative di parenti, amanti, amici. Lo Stato, cazzo, è una roba seria, e non lo puoi lasciar gestire a dei manigoldi solo perché per generazioni hai fatto parte di una famiglia di Guelfi o di Ghibellini.

fionda2

Almeno una volta al mese, è il nostro rito: Roberto su questo non transige. Il nostro pranzo del terzo giovedì è l’unica tradizione sacra che lui, agnostico su tutto, rispetti con religiosa convinzione. Ci conosciamo da diciotto anni: la nostra è una di quelle amicizie che hanno una data di inizio precisa, che si può scrivere sul calendario: era il mio terzo giorno di università, e, da brava matricola, ero così spaesata che non riuscivo a trovare nemmeno i bagni. Mi sedetti su un muretto, per cercare di trovare il bandolo di quell’immane casino che chiamavano Dipartimento; lui entrò nel cortile e si piantò a due passi dal muretto medesimo, con dipinta in faccia una espressione ancor più perplessa e confusa di quella che avevo io. Ci scambiammo un’occhiata. Mi fece tenerezza, con quell’aria tanto inoffensiva, i capelli scompigliati, lo sguardo mite da peluche finito per errore nella centrifuga della lavatrice: teneva in mano, aperta, una piantina di Venezia che continuava a consultare, senza accorgersi di leggerla per il verso sbagliato.

Gli sorrisi. “Ti serve aiuto?” dissi, scambiandolo per uno studente in crisi come me.

Direi proprio di sì…” sorrise lui di rimando, facendomi scoprire in un botto due sole cose: la prima, che di solito un professore universitario è la prima vittima del casino del suo stesso Dipartimento, e la seconda, e più importante, che anche un ragazzo non proprio bello, quando sorride così, diventa meraviglioso.

Sono passati gli anni, e le due considerazioni di allora sono ancora valide: quando sorride Roberto diventa più bello di Brad Pitt, ma, in compenso, nonostante da ricercatore sia oggi diventato associato, non è mai riuscito a venire a capo del caos che regna incontrastato nel suo Ateneo.

Quando entro nel suo studio, lo disseppellisco da sotto una pila di tesine, bozze, fotocopie e scartoffie assortite, che si accumulano da ere imprecisate sulla sua scrivania. Sono sempre affascinata dal materiale che si può trovare là dentro, è che è archiviabile sotto una sola voce: di tutto. Roberto, tecnicamente, sì, dovrebbe occuparsi di filologia greca, ma in pratica è un lettore talmente onnivoro che può interessarsi a qualsiasi branca dello scibile umano, ed in ogni singolo libro trova sempre un lacerto di informazione che gli serve a chiarire qualche altro lato oscuro dei suoi studi. Per cui la sua scrivania non è solo una sorta di cantiere in cui emergono pinnacoli di volumi da stratigrafie di carte, ma da ogni volume sporgono linguette e post it di vari colori e forme, con rimandi criptici vergati in calligrafia minuta, i quali creano una complicata rete di percorsi fra le pagine, una ragnatela di rimandi incrociati che solo Roberto sa districare e fra cui lui soltanto riesce ad orizzontarsi. Un altro essere umano, di fronte a quell’informe caos primigenio, resterebbe basito; Roberto, invece, dato che si tratta del suo personale caos, sa sempre esattamente ritrovarcisi: se gli serve un’idea, una citazione, un libro, lo brinca a colpo sicuro, e da quel punto di partenza ricostruisce poi tutto il percorso, in avanti o a ritroso: se mai Dio esiste, ho sempre pensato debba avere una testa come quella di Roberto: per questo riesce a vedere un perfetto cosmo in quello che a noi comuni mortali sembra solo un’accozzaglia senza ordine di roba buttata là.

Quando però arrivo, stavolta, Roberto è al solito sepolto dai suoi libri, ma è di un umor nero palpabile e feroce. Capisco il motivo quando mi rendo conto che, cosa per lui strana, non sta leggendo un saggio, ma ha aperta davanti a sé la prima pagina di un settimanale, da cui occhieggia la faccia sorridente del Premier, e sotto vengono annunciate nuove rivelazioni sugli svaghi nelle sue ville sarde.

Che… schifo!” commenta, sputando fuori le sillabe come fossero veleno. C’è un solo momento in cui Roberto è persino più caruccio di quando sorride, ed è quando si indigna. Perché da persona mite e dabbene, non si lancia mai in tirate moralistiche, prese di posizione ideologiche o in sfuriate un tanto al chilo: la sua è una rabbia contenuta ma meticolosa, sabauda come le sue origini. Per farlo prorompere in quel “Che schifo!” con punto esclamativo finale ha dovuto lavorare per anni, come la goccia che scava la lapide, ma adesso non la tiene più, è un fiume in piena: “Io mi vergogno, cazzo, ma ti rendi conto? Ci sono amici che mi hanno telefonato dall’estero per questa merda, e io non so cosa rispondere! Siamo lo zimbello del mondo!”

Dai, andiamo a mangiare, va’.” gli faccio io, prendendolo per mano, come si farebbe con un bambino che hai paura si agiti troppo e gli venga un coccolone.

La piccola osteria in cui ci rifugiamo è uno di quei prodigi che ogni tanto le città d’arte conservano: un localino che quando lo vedi dal di fuori pare un buco sporco, perché concede le sue meraviglie solo a chi è ben introdotto con il padrone: è il suo modo di salvarsi dall’invasione del turistame, tenere nel retrobottega quattro tavoli piccini picciò, in cui vengono servite delizie a prezzi quasi abbordabili. Quando entriamo, subito ci accorgiamo che non siamo i soli a conoscere l’arcano del ristorante: all’altro tavolino c’è assiso il Vecchio Barone, con tutta la sua corte, formata da Lui, da Valsecchi, un paio di dottorandi esangui e un duo di fanciulle abbronzatissime e bionde come delle piccole Paris Hilton della cultura.

Professor ******, Dottoressa *****!”

Il Vecchio Barone, non appena ci riconosce, si apre in un sorriso, o almeno in qualcosa che ci assomiglia da vicino, scostando di un’anticchia le labbra sottili, che paiono una ferita. In fondo, Roberto ed io gli stiamo simpatici, pur essendoci noi tenuti sempre ad una certa distanza dalla sua cerchia; non escludo, anzi, che sia stato proprio questo a far nascere la sua inclinazione: abituato da sempre a venire braccato da questuanti in cerca del riverbero di gloria che tocca chiunque gli si avvicini, il Vecchio Barone nutre una forma tutta particolare di rispetto per chi non gli chiede nulla e quasi lo evita: giudica costoro individui stupidamente orgogliosi, o spesso anche stupidi e basta, ma li gratifica di una specie di riconoscenza muta: la sua curiosità è stuzzicata da un comportamento che va contro ciò che, in tanti anni di baronaggine, ha stabilito sia la regola generale, ovvero il mero calcolo opportunista; e siccome il Vecchio Barone è potente, ma assediato dalla noia di vedere le sue previsioni sul mondo sempre e inequivocabilmente confermate, scovare qualche esemplare umano che gli dona il brivido di un imprevisto lo diverte.

Al suo cenno di saluto, i membri della corte, senza fiatare, spostano le sedie per accoglierci: ogni invito del Vecchio Barone non è affatto un invito, ma un cortese cenno d’ordine. La geografia del tavolo si riorganizza sulla base di una nuova gerarchia: a capo il Vecchio Barone, alla destra Lui in tutto il suo fulgore, con l’aria affascinante e svagata di un S.Giovanni appena appena un po’ passato d’età per ricoprire il ruolo; subito dopo una delle bionde, che ravviso subito come la studentessa già intravista al suo fianco all’ultimo convegno in cui c’eravamo incrociati: a confermarmelo è il broncio che mette su non appena mi riconosce. L’altra Paris è seduta accanto al Vecchio Barone, e, a colpo d’occhio, mi accorgo subito che è giovane sì, ma non così tanto come poteva apparire a prima vista: forse è una dottoranda, forse addirittura una ricercatrice a contratto. Deve avere solo un paio d’anni meno di me. Solleva un sopracciglio e valuta la mia pericolosità come concorrente: ha visto il sorriso del Vecchio, e ora soppesa ogni minimo dettaglio della mia persona, passando in rassegna scarpe, gonna, borsa, taglio di capelli, e poi anche la maniera in cui mi seggo accanto a Roberto, per capire che grado di intimità c’è tra noi. Il reciproco studio dura in tutto qualche lungo secondo appena: poi la Paris trentenne decide che io valgo un allerta minimo, non essendo abbastanza bionda, abbronzata e stronza per incontrare i noti gusti del Barone medesimo; ma, tanto per evitare equivoci, gli posa una mano sulla mano e gli dice, con tono di ordine perentorio: “Guido, passami il mio foulard!” che è il suo modo per piantare sulla sua testa una simbolica bandiera, stile astronauta che sbarca sulla Luna, e chiarire al mondo: “E’ mio!”

Il Barone fa un cenno a Valsecchi, che si affanna a porgere alla bella lo scialle richiesto.

Ipnotizzata da questo tableau vivant, mi sono persa l’inizio della conversazione, ma faccio presto a raccapezzarmi: Roberto, ancora in fase di indignazione acuta, sta sfogando la sua rabbia contro i divertimenti di Villa Certosa: “Insomma, uno quando è un privato cittadino può organizzarsi anche le orge, in casa, se vuole, ma quello che non accetto è che un Presidente del Consiglio prometta a ragazze facilitazioni di carriera in tv o le mandi in Parlamento solo perché sono passate da casa sua… non si può accettare che queste signorine facciano carriera in virtù dei loro rapporti personali e privati con il premier, è vergognoso, vergognoso, in un paese civile saremmo già con le barricate per le strade, io non capisco…”

Non capisce neppure perché, all’improvviso, in quel tavolo a cui sa che sono tutti antiberlusconiani convinti, cali un silenzio di gelo imbarazzato, manco lo avessero spostato di botto dentro un freezer. Le due Paris sbufficchiano perché i loro piatti non sono ancora giunti, il Vecchio Barone guarda in giro con fare distratto, Lui di punto in bianco prova uno spasmodico interesse per l’etichetta illustrante le qualità organolettiche dell’acqua minerale, e Valsecchi, il pio Valsecchi, di cui non si conoscono morose, si limita ad un vago scuotimento di testa, come a dire: “Vabbe’, ma dai, sarà mica un peccato mortale se ne rimedia un po’ così…”

Roberto rimane interdetto per l’indignazione che non scatta e mi guarda, come a chiedermi il perché. E io lo guardo di rimando, facendogli cenno di lasciar perdere, e di ordinare da mangiare.

Appena torniamo al suo studio bisogna proprio che glielo faccia, e con calma, quel discorsetto sui peccati e sulle prime pietre che è sempre così difficile scagliare.

Al solito, è un racconto di fantasia: i personaggi non esistono, e non esiste neppure l’Italia così descritta.

Anche perché, poi, finisci per ritrovartici in pieno, in quello che dice la Canalis.

Bondi: «Guardi, l’unica situazione piccante alla quale mi è capitato di prendere parte, è una cena a lume di candela, in una notte tempestosa, con Fabrizio Cicchitto. Soli».

Azz, non avrei mai pensato che un giorno avrei provato compassione per Cicchitto, neh.

Briatore: i comunisti attaccano Silvio per invidia.

C’è da capirli: A loro, al massimo, come formazione politica offrivano weekend alle Fratocchie.

La Santanché: Veronica ha un compagno.

Rosica, eh?

Berlusconi ammette: “Toccato il fondo”

Resta da capire di chi.

Il Fondo, comunque, è stato contattato dall’Espresso per una intervista in esclusiva.

Interrogazione parlamentare: Apicella veniva portato in Sardegna con l’aereo di Stato. Berlusconi si difende: “Però tornava a nuoto”.

Bondi: “Ragazze? Alla villa mi ricordo solo famigliole”

Difatti tutte le minorenni chiamavano in continuazione il loro “papi”.

Obama criticato dai Repubblicani: ha usato l’elicottero di Stato per portare Michelle a fare un giro a Brodway.

Uno spreco: poteva semplicemente mandarlo a prendere Apicella.

Uno dice: “integralismo” e subito ti vengono i mente i fanatici religiosi, quelli che passano la vita a sostenere di essere gli unici a conoscere la vera volontà di Dio o di Allah. Quelli che passano la vita a sgranar rosari ed ad aspirare incensi, divenendone alla fine dipendenti come un tossico dalla coca. Ma se per integralismo, correttamente, si intende l’adesione ad un modello di vita che diventa il solo possibile, l’antropologo, persino quello dilettante, nell’Italia degli ultimi anni, ed ancor più delle ultime settimane, trova terreno di osservazione assai fertile.

L’integralista è colui che vuole imporre agli altri il suo modello di vita perché non riesce a contemplarne di alternativi: il modello che lui propone non solo è il migliore, ma è l’unico possibile. Al di fuori di esso, per la società e gli individui non c’è salvezza, forse neppure sopravvivenza possibile. Egli immagina infatti il suo modello come il solo “naturale”, cioè prodotto dalla natura umana quando questa sia lasciata libera di svilupparsi senza condizionamenti esterni, mentre tutti gli altri modelli sono frutto di pressioni e censure: se gli uomini vengono lasciati liberi di fare ciò che naturalmente dovrebbero, essi aderiscono spontaneamente al modello caro all’integralista; se invece, i bricconcelli, si lasciano irretire da altro, creano innaturali sovrastrutture, e costruiscono società impostate su canoni sbagliati, che li rendono infelici.

L’integralismo è sempre sintomo di una profonda insicurezza ed instabilità dell’individuo: chi non si sente del tutto convinto delle proprie scelte o si ritiene incapace di mantenersi fedele alle linee di condotta che ha deciso di abbracciare non tollera il quotidiano confronto con modelli alternativi. Ogni minima deviazione, negli altri, dai suoi canoni è vissuta come un tentativo da parte di costoro di traviarlo e tentarlo: l’esistenza stessa di modelli alternativi, anche se chi li pratica non si dedica al proselitismo, è sentita come un attacco. Ciò che l’integralista non sopporta, in realtà, non è che esistano delle persone che non si comportano come, secondo lui, dovrebbero, ma che queste persone, comportandosi così, sembrino raggiungere comunque la felicità: l’integralista, per questo motivo, è perfettamente in grado di mostrarsi comprensivo con il “peccatore” pentito o con quello non ancora pentito ma disposto a dichiararsi non soddisfatto pienamente del suo stile di vita; non riesce invece a perdonare il “peccatore” che si dice soddisfatto della sua condotta e la sbandiera in pubblico senza problemi né sensi di colpa. Chi conduce una vita non consona ai precetti dell’integralista è un individuo deviato: se è contento della vita che mena, questo è il sintomo della sua deviazione; se per giunta critica la condotta dell’integralista, o è traviato da forze oscure che lo allontanano dalla Verità o, più semplicemente, parla per invidia: il “peccatore” vorrebbe, infatti, nel segreto del suo cuore, aderire alla religione dell’integralista, ma, non riuscendovi, la disprezza in pubblico, e il fatto che la disprezzi è la prova provata che vorrebbe invece praticarla e divenire finalmente felice. L’integralista costruisce universi chiusi, in cui l’unico dialogo possibile è quello fra sordi: concepisce l’apertura all’altro solo per fagocitarlo e renderlo uguale a sé; peggio, è convinto che l’altro sia già uguale, e che gli manchi solo di prenderne coscienza: l’integralista non scambia con te idee, nemmeno parla, è solo in grado di fare proselitismo e proporti illuminazioni: persino se ti dice buongiorno, sotto sotto spera di convertirti al suo credo.

Ognuno di noi coltiva in sé delle oasi di integralismo: nel momento in cui siamo profondamente convinti di aver fatto una scelta di vita giusta, tendiamo a considerare che anche tutti gli altri ne dovrebbero fare una di similare, per il loro bene. Se ci rispondono “no grazie” finiamo per considerarli meno intelligenti di quanto credevamo, o pensiamo che non siano ancora maturi, ma col tempo ci daranno ragione; oppure, automaticamente, riteniamo che essi sappiano benissimo già ora che abbiamo ragione, ragione da vendere, ma per invidia meschina nei nostri confronti non intendano ammetterlo.

L’Italia di questi ultimi tempi è una nazione altamente integralista. E non per i rigurgiti clericali che la pervadono: è socialmente integralista per la determinazione con cui vengono propagandati ed imposti alcuni modelli di comportamento sociale che sono presentati come validi per tutti, a prescindere.

Le polemiche sullo scandalo delle Veline, da questo punto di vista, sono un fenomeno legato ad una lettura del mondo di modello integralista; ma non, anche se pare assurdo, solo da parte di chi critica il comportamento delle ragazze (e del Premier) sulla base di “valori morali” che imporrebbero a giovani donne la dignità di rifiutare regalie dal potente di turno; l’integralismo, paradossalmente, alberga in ugual misura nel campo avverso. È infatti una forma di integralismo una difesa che si basa sul presupposto sia “naturale” da parte di un uomo (meglio se potente e di una certa età) il bisogno di circondarsi di uno stuolo di giovani fanciulle nel ruolo subalterno di ancella: tutti i settantenni, potendo, ambirebbero a tenere un comportamento simile. Parimenti tutte le giovani donne sarebbero naturalmente disposte ad accettare ospitalità da miliardari settantenni: se alcune non lo fanno è perché non hanno mai avuto questa possibilità, essendo schiave di preconcetti sbagliati e, soprattutto, non essendo mai stato esteso loro questo genere di invito. Lo scandalo, inoltre, si sostiene sia stato montato ad arte dalla Sinistra (l’equivalente del Demonio), per invidia e gratuito malanimo nei confronti del Premier. Se qualcuno critica il comportamento tenuto da Berlusconi lo fa sulla base di un modello del mondo sbagliato, in quanto non tiene conto di quelle che sono le inclinazioni naturali degli esseri umani, quelle che ciascuno seguirebbe se non fosse irretito da qualche sovrastruttura. Chi non aderisce al modello “berlusconiano” si condanna ad una vita infelice: infatti i “Sinistri” sono dipinti come individui frustrati e tristi, persino brutti. Anche chi decide di impostare la propria vita su canoni diversi da quelli del “berlusconismo” è visto con malcelato sospetto: se una donna non ammette che la sua naturale inclinazione ed aspirazione sarebbe essere bella come una velina o usare in maniera spregiudicata l’aspetto esteriore per avere vantaggi non la racconta giusta, è una ipocrita frustrata; se un uomo non confessa che il suo sogno segreto sarebbe una corte adorante di ragazze forse neppure del tutto maggiorenni ha qualcosa che non va. Il divertimento è circoscrivibile a quanto avviene nelle feste del Bilionaire e di Villa Certosa, come racconta oggi, ad esempio, Briatore. Chi sostiene vi possano essere altre forme di divertimento non segue ciò che è naturale per l’essere umano, e se dice di non condividere tali forme ludiche, la sua critica lo pone al di fuori della “normalità” e richiede censura.

Da questo punto di vista, la forma mentis berlusconiana è un modello integralista che non ammette alternative, e ci conduce verso una forma di nuovo Medioevo. Magari molto divertente e costellato di allegre sarabande a Villa Certosa, ma che pur sempre Medioevo è.

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iltwitdiGalatea

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