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Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.
Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.
La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.
Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.
Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.
Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.
Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?
Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.
Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.
Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.
Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.
È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.
Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?
È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.
Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.
E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.
O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”
E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.
Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.
Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.
Lui, invece, comincia ad essere più alto che furbo.

E poi con lui ti senti proprio bene.
Rilassata.
Scherzi, ridi.
Di gusto.
Lo conosci quel tanto che serve perché non ci siano stupidi equivoci, fraintendimenti. Perché non sia necessario prendere le misure alle parole onde evitare lo scatenarsi di musi lunghi e ripicche infantili.
È spiritoso. Senza essere fatuo.
È colto. Senza essere pedante.
Basta uno sguardo per capirsi al volo.
Alle volte, non serve neppure quello.
Basta il tono di voce e ci si capisce persino alla cieca, così.
E anche lui, con te, si sente bene.
Rilassato.
Scherza, ride.
Di gusto.
Per un attimo le sue mani, le sue belle mani affusolate che gira e rigira senza posa, sempre, trovano requie, la sua eterna, covante malinconia si placa.
Sorride, e le piccole rughe d’espressione, vicino agli occhi, svaniscono.
Sorridi, e le piccole rughe di scontento agli angoli della bocca svaniscono pure a te.
La sala, attorno, in quell’istante sembra sparire.
O chetarsi, come se trattenesse il respiro, mentre tu e lui vi guardate, per un lungo silenzioso momento.
Quel momento in cui, se Cupido scoccasse la freccia, farebbe secchi per sempre tutti e due.
Il guaio è che non accade.
Al solito, è un racconto di fantasia. Ma se becco dove s’imbosca quell’idiota di Cupido quando serve, lo spenno, giuro, eh!

“Be’ poi, sai com’è, la serata è svoltata…c’era Susanna…ammazza quanto è figa…”
Ride pure, l’idiota.
Uno, due, tre… sto contando silenziosamente, dentro di me, per evitare di esplodere. Siamo al bar, lui con davanti il suo aperitivo, io pure, attorno un paio di amici che parlano per conto loro. Sarà un quarto d’ora che Lui parla, raccontando nei minimi particolari la serata appena trascorsa, con il suo amico, che poi è anche amico mio. Serata vivace, par di capire, in un pub o Diosaddove, in cui erano andati soli, sì, ma poi hanno incrociato altri, fra cui la benedetta Susanna, venticinquenne notoriamente portata per le relazioni pubbliche, e, dall’ammicco che fa lui, evidentemente anche per quelle private. Oh, beninteso, a lui le venticinquenni non piacciono mica, eh. Se lo senti parlare, è tutto un lodare il fascino maturo delle trentenni consapevoli, perché le ragazze, eh dai, le ragazze non hanno sugo, non si sa di che parlare, vuoi mettere invece le trentenni, con cui puoi anche fare quattro chiacchiere, e poi capiscono anche quando citi Carosello e Atlas Ufo Robot. Non conto neppure più le volte che gliel’ho sentito fare, questo discorso, soprattutto quando capita che siamo io e Lui, a parlare da soli. Peccato che dopo, però, lo becchi sempre a flirtare con qualche venticinquenne che ai tempi di Carosello non era neppure nel mondo delle ipotesi azzardate e Atlas Ufo Robot deve averlo intravvisto in qualche special da operazione nostalgia, tanto che la sigla, in originale, pensa la cantassero Baglioni e Fazio. Peccato che dopo quando se la ritrova davanti, questa trentenne qui che Lui stesso, più volte, ha detto di trovare molto carina e che di Atlas Ufo Robot saprebbe tutto, puntata per puntata, pare che la noti nemmeno, la consideri parte della tappezzeria, il famoso soprammobile che tutti abbiamo in casa e non vediamo perché siamo abituati da tempo immemorabile a ritrovarcerlo sotto gli occhi.
Non può non aver capito che mi piace. Con lui ho messaggiato, scherzato, flirtato esplicitamente; sono stata velatamente sexy, e anche un po’ materna, cameratesca ma anche femminile: insomma, a parte prenderlo di brutto e baciarlo, le ho provate tutte. Ecco, forse avrei dovuto sì prenderlo per la cottola e baciarlo, punto e basta. Ma c’è quel piccolo, orribile problema: che prendere uno per la collottola e baciarlo, paradossalmente, viene facile se di quell’uno te ne frega un accidente. E invece a Lui voglio bene davvero. Gliel’ho persino detto, una volta: m’è scappato d’impulso. Ma come sempre capita con quelli che ti piacciono davvero, si finisce sempre per sbagliare il tono, o il momento, o entrambe le cose. Così il “ti voglio bene” che a te strappa l’anima ti esce come una frasetta banale, buttata là, che quasi quasi pare un “passami il sale” oppure “signora mia, qua una volta era tutta campagna!”.
Deve averlo preso così anche lui. O forse no, magari l’ha capito benissimo che invece era qualcosa di più, ma quel qualcosa di più, da me, proprio non gli interessa, e allora ha preferito fingere che nessuno abbia mai detto niente.
Una finzione da Oscar, per altro. Fatta di paterna sollecitudine quando mi vede triste, e si premura di dirmi: “Ma no, ma dai, che sei carina!Perché ti butti così giù, non si fa.” Così perfetta, la finzione, che ti viene quasi il dubbio che non lo sia affatto, che lui veramente non ci arrivi proprio, che in realtà non gli sia sorto nemmeno un lontano sospetto. Come adesso, mentre continua ad ammiccare a quello che è successo con Susanna, a lasciar intendere agli amici che potrebbe dire cose turche, sì, ma è un signore e non lo fa, e ride e scherza, senza rendersi minimamente conto che io, seduta su un trespolo sbilenco da bar molto hight tech, non so più come intrecciare le mani per non tirargli uno schiaffone in faccia.
Non ci resisto più, a stargli davanti.Mi alzo di scatto,facendo quasi cadere all’indietro la sedia.
“Ma dove vai?” chiede stupito, interrompendo per un attimo il suo show.
“Vado fuori a fumare.” dico, con tono feroce.
Lui resta un attimo interdetto. Poi dice: “Ma tu non fumi!”
Oh, almeno di questo si è accorto.
È un racconto di fantasia: non si fa riferimento ad avvenimenti, aperitivi o uomini di cui sono innamorata reali.

L’ho un po’ trascurata, Spinola, in questi ultimi tempi. Forse mi ha un po’ trascurato anche lei. È un settembre pigro e molle, quello che sta vivendo, come se non sapesse arrendersi all’evidenza che l’estate è passata, e si aggrappasse agli ultimi sbuffi di caldo afoso per fingere che non sia così. Dalle ferie, pure, sono tornati tutti, ma non si fanno vedere in giro: il bar di Clara, riaperto la settimana scorsa, è ancora quasi deserto. Clara guarda i tavolini semivuoti, con aria distratta: anche lei deve ancora rassegnarsi al ritorno, e di tanto in tanto si perde a rimirare nel riflesso dello specchio la sua abbronzatura caraibica, che stinge poco a poco.
“Che tedio, che aria morta!” sbuffa, vedendomi entrare.
“Ma come mai non c’è nessuno?”chiedo, stupita io pure. Il bar, di solito, è un crocevia di gente che va lì non tanto per prendere un caffè o uno spritz, ma per farsi vedere e studiare cosa fanno gli altri: è il centro politico-economico del paese, l’equivalente del Transatlantico di Montecitorio: non sei nessuno, a Spinola, se non sei qualcuno da Clara.
“Tesoro, a primavera ci sono le elezioni…”
Le elezioni, cazzo! Me ne ero dimenticata. Nel turbinio di questo rinnovo istituzionale continuo, m’era passato di mente che Spinola è in finire di legislatura. Che poi, nel caso specifico, più che di legislatura si dovrebbe parlare di era: il Sempresindaco, dopo due mandati consecutivi, non può fare il Dinuovocandidato;ma scovare un Degnoerede, è faccenda spinosa, ed intricata, dato che il Sempresindaco, anche se non più in grado di esser Sempresindaco, si vocifera sia intenzionato a rimanere ad ogni costo Sempresindaco in pectore.
Nel vuoto ombroso del bar, Clara si sporge verso di me, in vena di confidenze.
“Pare che Carlo e il Trio siano ai ferri corti…”sussurra e scuote la testa perplessa, come se avesse confidato che la Terra ha intenzione di smettere di girare intorno al sole. Se lo dice Clara, la notizia è roba certa: in tanti anni nessuna sua confidenza si è mai rivelata men che veritiera. Mi sono sempre chiesta come facesse ad avere ogni volta dritte così precise. Me lo sono chiesta, sì, ed ora improvvisamente lo capisco, da quel “Carlo” che le scappa così, senza accorgersene, invece del solito distaccato “Taragnin”, con cui si riferisce a lui quando ne parla con i clienti. Clara? Clara e …Carlo?
La guardo, mentre è pensosamente assorta a rimirare il nulla della vetrina ingombrata di fiocchi dorati e confetti iridescenti, in un tripudio di estetica provinciale che vuole a tutti i costi certificare la raggiunta opulenza spargendo ovunque sbuffi di tulle e grappoli di nastri. Mi accorgo ora che non l’ho mai considerata una donna: una donna vera in carne ed ossa, intendo dire, con una vita propria al di fuori di quel bancone. È tanta, Clara: una veneta prosperosa con un seno che avrebbe ammaliato Fellini, due occhi azzurri sornioni, sempre a fare gli equilibristi sul filo dello sfottò, un viso paffuto dai tratti placidi che però non riescono a velare un fondo di irrequietezza insoddisfatta, da ghepardo che s’è accoccolato per pigrizia, ma non aspetta altro che di dare una nuova zampata. Spinola è il suo mondo, che lascia raramente, giusto le due settimane di ferie obbligatorie, quando parte per mete lontane, esotiche, a quanto se ne sa sempre sola. Quando torna accenna, in modo vago, di aver visto la giungla amazzonica, il deserto, le città di sabbia dello Yemen, le barriere coralline degli atolli più distanti. O a qualche visita in America Latina, dove finanzia una missione di preti e, di tanto in tanto, adotta piccoli meninos de rua, cui paga poi studi in Italia o aiuta ad aprire piccole attività laggiù.
È ricca, Clara: il bar tira più di una piccola azienda e lei, a quello, può aggiungere il patrimonio di famiglia, fatto di case, appartamenti e negozi sparsi per tutta Spinola, ed affittati con pignola attenzione al soldo. Potrebbe vivere di rendita, s’è sempre saputo, ma Clara di rendita non vuole vivere. Il bar è la sua vita, non solo perché ama occuparsi dei suoi dolci e dei suoi gelati, prodotti con ricette esclusive e segrete, ma perché è il centro del suo mondo. Da lì lei controlla, guarda, sa tutto di tutti, mentre nessuno, mi accorgo ora, sa molto o anche qualcosa di lei. Com’è Clara quando non è Clara, quando chiude il bar, la sera, e torna a casa, nel suo bell’appartamento in centro, di fronte al Municipio, proprio accanto, mi vien da pensare con malizia, al nuovo attico di Taragnin? Chi vede, chi incontra, chi riceve? Vorrei chiederglielo, adesso. Non per una pettegola curiosità, ma per conoscerla meglio, forse per conoscerla e basta, dopo che per tanti anni ci siamo sfiorate ogni giorno e guardate come si guardano quelle che vorrebbero diventare amiche, ma non trovano l’occasione giusta. Sarebbe questo il momento adatto, magari: ora che il bar è vuoto, il tempo come sospeso da questa afa innaturale d’inizio settembre, e lei presa da una sorta di dolce abbandono malinconico, che la porta a guardare i nastri della vetrina e sciogliere qualche riserva sul suo privato.
Vorrei. Potrei. Forse dovrei. Ma quando sto per aprire bocca, il campanello della porta dindina, e una zaffata di caldo entra assieme ad un cliente mai visto. Clara si riscuote, richiama sul viso la sua espressione impenetrabile da tenutaria di pasticceria, e chiede all’uomo cosa desideri, con il suo sorriso sornione e distante, che equivale ad un segnale di accesso negato.
Diventeremo amiche, forse, un’altra volta.
Dimenticavo: al solito, è un racconto di pura fantasia, ogni riferimento a fatti, persone ,avvenimenti , sindaci o bar reali è frutto di una mera coincidenza. Come se voi entraste nel bar di Clara, appunto.
Come nick ha scelto Libertyfirst. A leggere l’ultimo post, però, ho come l’impressione che la Libertà da lui tanto vagheggiata abbia confini abbastanza precisi: non comprenda, cioè, tutti, ma solo quel segmento del genere umano che ha la fortuna di nascere del sesso giusto, che nella fattispecie è quello maschile. Per donzelle infatti, per carità, la libertà di far ciò che si vuole esiste, in teoria; però in pratica, stando alle sue meditazioni, sarebbe meglio se noi signorine ci rassegnassimo a capire che il nostro ruolo al mondo è quello di partorir marmocchi e scodellare pranzetti ai mariti. Ma mica lo dice, sia ben chiaro, per un reflusso di maschilismo: no, Libertyfirst lo afferma quasi a malincuore, e dopo ponderati studi, perché è convinto che solo così noi donne saremo felici. Per spiegarcelo, ha elaborato una vera e propria teoria scientifica, che ha battezzato La teoria maschilista della cultura umana.
Si comincia con un tono un po’ faceto, che quasi trae in inganno: Per gioco, quest’estate ho creato una teoria che spiega per quale motivo quasi tutte le opere scientifiche, filosofiche e artistiche della storia umana sono state fatte da uomini. Eh si sa, col caldo, sotto l’ombrellone, il tempo bisogna ingannarlo pure: ricordo un ferragosto in cui, con una mia amica, formulammo l’ipotesi che lo spirito di conquista di certi popoli fosse legato al desiderio di sfuggire alla cattiva cucina, il che spiegava magnificamente perché gli Spartani tirati su a brodo nero, i Macedoni a schiene di bue grigliate, i Romani a zuppe di farro stantio e gli Inglesi fossero sempre disposti a conquistare il mondo, mentre noi Italiani moderni no. La mia amica ed io, passata la calura ferragostana, abbiamo riso delle nostre elucubrazioni; Libertyfirst invece no, deve averci penzato e ripenzato, e se ne vedono i frutti:
La teoria standard, per non dire politicamente corretta, sostiene che è per l’inferiorità giuridica delle donne che ha impedito loro di contribuire maggiormente allo sviluppo della cultura umana, ma questa teoria secondo me non spiega perché le cose non sono cambiate repentinamente nell’ultimo secolo, nel momento in cui l’inferiorità giuridica è andata a farsi finalmente benedire e ormai anche gran parte della dipendenza economica è un ricordo del passato, visto che la maggior parte delle donne anche della generazione precedente alla mia vanno all’università e lavorano.
Eh già, è noto che quando la Legge dice che una cosa è riconosciuta, automaticamente la società si adegua. Scritto sulla Costituzione che uomini e donne sono giuridicamente uguali, bibidibobididbù l’uguaglianza è raggiunta, e la società archivia nel giro di un attimo non solo secolari pregiudizi, ma anche altrettanto secolari aspettative (aspettative che, per giunta, le donne in millenni hanno introiettato, fino ad assumerle come un destino fatale, anzi, peggio ancora: naturale).
Oltretutto viene anche da domandarsi se Libertyfirst si sia dato un’occhiatina attorno, e soprattutto se abbia dato uno sguardo magari ad un qualche documentario sulla vita quotidiana delle donne, in Italia, anche solo una trentina di anni fa. Si sarebbe accorto che le cose, per noi donne, sono davvero cambiate repentinamente nell’ultimo secolo: cent’anni fa le donne medie, quando proprio andava loro di lusso e le lasciavano lavorare, potevano fare le sartine, le operaie, le più intellettuali – ma proprio tanto tanto intellettuali – le maestre con la penna rossa; oggi fanno le cardiochirurghe, le fisiche nucleari e quant’altro salti loro in testa, e hanno quasi colmato uno svantaggio che si trascinavano dietro da millenni. No, per Libertyfirst non è abbastanza:
A guardare la Storia, di donne se ne sono viste, e non tante, quasi solo come romanziere e poetesse, anche se comunque probabilmente stanno abbondantemente sotto il 20% del totale. Nel campo della scienza gli esempi sono pochi, visto che a me al momento viene in mente solo Rita Levi Montalcini, e il rapporto tra Premi Nobel uomini e donne è indubbiamente abbondantemente a favore degli uomini
Pofferbacco, c’è da dargli ragione, i numeri sono numeri e si sa che la statistica è scienza oggetitva, no? Ma a guardar la Storia un po’ meglio, si scoprirebbe che di donne filosofe, avvocate, mediche (Si dice, mediche? No, e già questo è un indizio su cui riflettere!) ce ne sono state pochine, anche perché, persino se avessero completato gli studi adatti, non potevano poi in pratica accedere alla professione. E quand’anche le avessero ammesse nelle gilde e nelle confraternite, nei secoli passati nessuno si sarebbe fatto ristrutturare casa da una donna architetto, o curare da una donna medico, o avrebbe affidato da gestire i suoi risparmi ad una donna banchiere. Visto che tutte queste attività erano precluse a priori, ecco, quando potevano facevano le letterate: pure qui, spesso e volentieri, se qualche magnanimo maschietto le incoraggiava e le pubblicava nonostante le donne letterate siano notoriamente delle scassacazzi, perché, pure in letteratura, il ruolo principale che poteva essere ricoperto dalla donna era quello della musa, preferibilmente zitta. Quanto ai premi Nobel scientifici, dato che l’ambiente è ancora prevalentemente maschile – per i motivi spiegati sopra – non stupisce che anche i Nobel assegnati a donne siano meno. Però, oltre alla Montalcini, ricordati di Marie Curie: tra l’altro ne prese due, e di cui solo mezzo era in coppia con un uomo.
Ma per Libertyfirst tutte queste sono frigni da femminucce: lo sa lui perché le donne e la cultura non quagliano proprio:
Eppure sono convinto che, anche se eliminassimo ogni tipo di asimmetria sociale e giuridica, rimarrebbe il fatto che l’arte, la filosofia e la scienza saranno appannaggio degli uomini, e non c’è nulla di sociologico che possa spiegare tutto ciò, visto che già ora dovremmo stare, dopo decenni di parità, prossimi al fifty-fifty.
Questo perché la ragione è psicologica. Le donne non hanno bisogno delle pippe mentali per sentirsi realizzate: l’arte, la filosofia e la scienza sono passatempi con grandi conseguenze secondarie, come ad esempio la teoria della relatività o la fenomenologia husserliana o la Cappella Sistina. Le donne si fanno le seghe mentali solo quando arrivano senza marito e senza figli oltre i trent’anni di vita, mentre per tutto il resto non si metteranno mai a spendere le ore riflettendo sulle equazioni di Maxwell, sulle sinfonie di Beethoven e sulla maieutica socratica.
O cazzo! Siccome io, che ho pure passato i trent’anni, è una vita che spendo ore sulle sinfonie di Beethoven e la maieutica socratica – nonché sulle cause della Guerra del Peloponneso, sull’aoristo passivo e altre bazzecole, divertendomici un mondo – mentre non me ne ho mai passata mezza a rammaricarmi di non aver marito o figli, sarò mica un uomo? No, sono solo una sfigata che non ha trovato da sposarsi: perché Libertyfirst, in merito, ha una incrollabile certezza: Superati i trent’anni, arrivano quasi sempre mariti e figli, le donne si sentono realizzate e hanno qualcos’altro a cui pensare. Già, appagato l’utero, il cervello può anche smettere di funzionare. Una donna mica è un essere umano, dotato di aspirazioni, sogni, gusti propri: è di fondo una incubatrice, quando finalmente ha incubato che altro può volere dalla vita? Quando è madre, smette tutto il resto: che senso ha per lei continuare a pensare?
Per gli uomini, invece, la cosa è completamente diversa:
Un uomo può ovviamente essere felice di avere una moglie e di giocare coi figli, ma questo non rimuove del tutto l’inquietudine, né appaga del tutto l’ambizione: soprattutto, credo, la paternità è qualcosa di molto meno intenso della maternità, anche se su questo non ci posso giurare perché non ho figli. Il risultato è che gli uomini per sentirsi realizzati continueranno a pensare ai massimi sistemi in cerca di un posto nella Storia. Il risultato non voluto di questa evidente nevrosi e di questi complicatissimi passatempi è il progresso culturale dell’umanità, che è e rimarrà per sempre, probabilmente, appannaggio quasi esclusivo degli uomini.
Se poi qualcuna si intestardisce a volersi occupare di campi maschili, be’, è chiaro che è ‘na matta:
Nel campo della letteratura i rapporti, come dicevo, sono più equilibrati, però bisogna considerare che Jane Austen era zitella, Virginia Woolf e Katherine Mansfield erano depresse, e che Oriana Fallaci fosse un bel po’ strana ci vuole poco a convincersene: le donne che si occupano di letteratura cercano cose che la maternità dà spontaneamente alle altre donne.
Oddio, non mi pare che i grandi letterati si segnalassero manco loro per essere degli allegroni, ma un maschio triste è un genio tormentato, una donna tormentata è semplicemente isterica perché non ha avuto un figlio, si sa. Ma dato che dirlo così sarebbe proprio poco cortese, ecco che Libertyfirst chiude con un bel baciamano alle signore:
Insomma, il mio consiglio alle donne è di non diventare come gli uomini, che hanno inventato la cultura umana solo perché si annoiavano e non sapevano come essere soddisfatti e felici.
Già che noi donne, ringraziando Iddio, abbiamo un utero, per carità non cerchiamo di usare il cervello, poi ci vengono pure le rughe sulla fronte e allora chi ci sposa più?
Per chiudere in bellezza, però, c’è una chicca:
Ora mi interrogherò su quanto veramente io creda in quello che ho appena scritto.
PS Ovviamente, qualsiasi tipo di discriminazione giuridica è del tutto indifendibile. Più o meno come certe teorie femministe (ho in mente un paio di articoli di “teoria femminista delle relazioni internazionali” letti un paio d’anni fa).
Non si rende nemmeno conto che, con una simile mentalità, l’uguaglianza giuridica è un patetico guscio vuoto che serve solo a lavare le coscienze: hai appena teorizzato che non possiamo contribuire alla civiltà, che non ci deve nemmeno interessare perché l’unico compito per noi appagante è la riproduzione, che, in buona sostanza, non siamo neppure dei veri e compiuti esseri umani, e poi mi vieni a dire che però ti riconosci “giuridicamente” pari a me? E che vuol dire, di grazia? Dimmi apertamente che sono una razza inferiore, almeno apprezzerò la brutale sincerità.
Mah, non si sa davvero cosa replicare, di fronte a post come questo: ma non come donna, proprio come essere umano. Mi chiedo se Libertyfirst pubblicherebbe un post simile sostituendo però il termine “donna” con quello di una qualsiasi etnia (chessò: Navajo, Afroamericani, Cinesi): le argomentazioni potrebbero non essere neppure ritoccate – sono perfettamente adattabili – ma credo che lui non si sognerebbe mai e poi mai di pubblicare l’articolo senza avere il sospetto di essere gratuitamente offensivo e apertamente razzista. Con noi donne, invece, non lo sfiora neppure il dubbio: se leggete i commenti, ci scherza persino sopra, lasciando sempre intendere che se qualcuna di noi si offenderà è perché è una femminista, naturalmente isterica.
Stia tranquillo, benché non sia femminista, non mi incazzo neppure io: a questo punto, confesso, me ne manca del tutto la forza.

Nel gran guazzabuglio delle leggende di Artù, trovare un filo logico o anche solo una sistematicità non è facile: è tutto un rincorrersi di personaggi che cambiano caratteristiche e biografia da un poema all’altro, senza che sia possibile trovare una versione definitiva. Il ciclo di Artù è simile al ciclo delle leggende troiane, ma non ha mai trovato un suo Omero. Così persino i protagonisti più noti sono cangianti, hanno biografie mutevoli, sorti alternative, vite che si intrecciano e si districano in modi imprevisti e differenti da fonte a fonte. In mezzo a questo gioco di specchi c’è anche lei, Viviana, che in talune tradizioni non compare proprio, in altre di striscio, in altre ancora non si capisce bene fino in fondo che ruolo giochi e chi sia. Ma quando c’è, è una donna che lascia il segno: perché se Ginevra è in fondo un fantasma privo di vero carisma (viene sposata da re Artù, fa innamorare di sé Lancillotto, ma non le si riconosce un gesto, un atto che sia solo suo: sta lì, e lascia che il mondo le giri o le rovini attorno) e Morgana un’ombra piena di risentimento e di rabbia, Viviana no, Viviana è viva, come dice il suo stesso nome, e scapricciata, e testarda, e padrona del suo destino: è una donna, mentre le altre sono icone.
Giovane e bella, la descrivono quei pochi che parlano di lei. Anzi, giovanissima, una ragazzetta. Forse manco nobile, non è chiaro: di certo non principessa, e non aristocratica importante. Bella, sì, ma più che bella, dotata di spirito e carattere. Merlino la vede e se ne innamora. Sì, Merlino, il mago. Ma non pensate a lui come al simpatico vecchietto disneyano che brontola bonario con sulla spalla il gufo Anacleto. Il Merlino originale della saga, personaggio dai tratti sulfurei ed ambigui: che è figlio di una vergine e del Demonio, e solo il battesimo impartito da mamma ha salvato dal suo destino, ch’era quello di diventare l’Anticristo. Non è per niente bonario, quel Merlino là, ma un clamoroso figlio di buona donna: uno di quei consiglieri del Re che i Re li creano, sì, ma per gestirne il potere nell’ombra a loro esclusiva discrezione, e che i Re se li tengono buoni secondando tutti i loro più bassi istinti e tenendone nota, così assieme ne diventano complici e controllori, ed hanno sempre in mano armi sufficienti per tenerli a freno con il ricatto. Quando Uther Pendragon perde la testa per la bella Lady Igraine, già sposata con Gaulois di Cornovaglia, Merlino non si fa scrupolo di venire in soccorso al suo re per soddisfarne le voglie: lo trasforma in Gaulois per una notte, mentre il Gaulois vero è già cadavere, a patto di potersi tenere tutto ciò che quella notte nascerà nel regno. Uther Pendragon promette, gli uomini quando sono in fregola non vanno tanto per il sottile e poi crede di esser furbo, Uther, e pensa che se la caverà cedendo a Merlino il frutto di un raccolto. Ma quella notte viene concepito Artù, e nove mesi dopo Merlino si presenta a corte per reclamarlo: strappa il neonato alla culla e alle braccia di mamma, nel frattempo divenuta ufficialmente vedova di Gaulois e quindi altrettanto ufficialmente regina. Non ci sono pianti di donna, né contro offerte da parte del Re: il bimbo è frutto di quella notte, e quindi è suo, e Merlino se lo prende. Per avere quell’erede, che il Fato destina a salvare la Britannia, Merlino ha usato come pedine Uter e Igraine, così come userà anche Artù, una volta divenuto grande. Merlino è uno che usa gli esseri umani come pedine di un gioco che solo lui sa vedere, e a cui tutti sono sacrificabili: perché gli esseri umani non contano, contano solo i progetti che sono chiamati a compiere per avverare il destino. Già, sono sacrificabili tutti, tranne una: Viviana, appunto. Quando la vede, Merlino sa che rischia, anzi, è certo di perdere: vede il futuro, Merlino. Ma chiude gli occhi. Chiude gli occhi ostinato, perché quella ragazzetta gli piace, perché non ne può fare a meno, perché sente in lei l’unico essere umano in grado di stargli in pari, di giocare con lui una vera partita, perché ha furbizia, malizia, ma anche una intelligenza spregiudicata, veloce, amorale. La corteggia, trasformandosi in un bel giovane. Ma mica la freghi con una maschera, Viviana. Lei lo capisce chi ha di fronte, e sa anche di averlo completamente soggiogato. Non gli cede, nonostante lui faccia di tutto e tutto le prometta: ricchezze, castelli, l’eterna gioventù. Lei, quando si rende conto di chi le fila dietro, gli chiede invece una cosa sola: il segreto della magia. Non vuole essergli amante, o moglie, ma allieva. Impadronirsi di ogni suo segreto per giocare ancor più alla pari con lui, divenirgli davvero compagna, nel senso di uguale. E Merlino cede, anche se è conscio di firmare la sua condanna. Le insegna tutto, i trucchi e gli incantesimi, le sottili arti della divinazione, ma forse quelle ancor più sottili della politica. Si mette finalmente a nudo, con quella ragazzetta, perché da lei, da lei sola, vuole essere amato per ciò che è.
E lei lo frega. Apprende tutto e poi, al momento opportuno, gli getta addosso un incantesimo, che lo farà dormire prigioniero in una grotta, per anni ed anni. Gli toglie, più ancora che la magia, quel potere che era stato la sua ragione di vita. Lo lascia nudo perché lui nudo si era fatto di fronte a lei. Ma è una donna, Viviana, non una maschera. E lo dimostra nel prosieguo, che è squisitamente femminile nella sua logica. Divenuta potentissima come incantatrice, che fa Viviana la bella? Si presenta a re Artù per avere quelle prebende che erano del suo amante Merlino? Trama per il potere? Seduce cavalieri? No. Si crea un suo meraviglioso castello fatato. E qui raccoglie, con tenerezza materna, un giovane orfano regale, tal Lancillotto, che alleva come il figlio che non ha. Lo sa, Viviana, che, divenuto grande, se ne andrà per la sua strada. Lo sa che verrà travolto dalla passione funesta per Ginevra, dai mille intrighi della casa di Artù. Ma è il suo bambino, quel piccolo, e lei lo nutre e lo ama con affetto disinteressato, riversa su di lui tutto quell’amore che non ha mai dato a nessun uomo, neppure a colui che per averla è stato disposto a perdere ogni cosa: Viviana la stronza è un’ottima madre, per quella incredibile capacità che abbiamo noi donne di essere sempre tutto ed il suo contrario, sante e puttane, streghe e balie, pretendere troppo da chi ci vuole bene, dare tutto a chi ci lascerà sole.
Lancillotto se ne va. Parte per seguire le sue avventure, di cuore e di lancia. Viviana, la dama del Lago, resta sola, nel suo castello fatato, ad invecchiare protetta da quella magia che non ha dato la felicità a Merlino, non l’ha donata ad Artù, e non la regalerà neanche a lei, ma può darle la noia ovattata della ricchezza, ed una solitudine priva di sofferenze reali. Neppure ci dicono, le fonti, come muore e se muore, la Signora del Lago: scompare sospesa, avvolta dalla nebbia della leggenda e dalla fama di esser stata l’unico essere umano capace di gabbare il grande Merlino, pur essendo solo una ragazzetta di campagna.
Peraltro, pare che sulla vicenda non abbia mai neppure rilasciato una intervista a Sky.



Hanno lasciato detto qualcosa