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Roberto Giacobbo nominato vicedirettore di Raidue.
Si sospetta che c’entrino i Templari.
La prossima puntata di Annozero sarà uno special di due ore sull’Area 51.
Giacobbo promosso, la riprova che l’Italia è una terra di misteri.
Un eroe del giornalismo: è una vita che pone domande scomode. Agli Alieni.
C’è da dire che è bravo: gli alieni non lo hanno ancora querelato.
In ogni caso è la prova: meglio cercare di intervistare gli alieni che Travaglio.
Comunque c’è dietro qualche complotto.

Già quando ero piccola, lo seguivano con affetto solo nonne e prozie. Per la generazione dopo, Mike era una già figura da indagine sociologica, quella pennellata da Umberto Eco nella sua Fenomenologia: Mike come esempio rassicurante di media banalità, il dio che dice ai suoi adoratori “Siate come siete”, e nessuna religione ha mai chiesto ai suoi adepti di meno. Giustamente approdò a Mediaset per primo, perché Mediaset di questa nuova fede era diventata la Gerusalemme terrena.
Pur non amandolo, negli anni l’ho seguito e mi sono accorta che stava divenendo qualcosa d’altro, con uno scollamento costante, che via via lo allontanava da quella “medietà” che era stata la chiave del suo successo. Perché la “medietà” di Mike era una banalità carata sulla sua generazione: una generazione dai sogni piccolo borghesi, in cui persino chi non aveva una formazione vera alle spalle possedeva però alcune basilari nozioni ed una educazione di fondo, un generico, anche se un po’ fantozziano, rispetto per la “cultura” e il sapere, che portava a vergognarsi di non aver studiato o non aver potuto studiare, e radicata nella zucca l’idea che comunque, ed in ogni caso, il proprio lavoro bisognava saperlo far bene, per quanto “machanico” esso fosse.
Nell’universo delle veline e dei tronisti proiettati in video senza avere arte, né parte, e soprattutto talento, in cui le gavette consistono nel passare per un lettone e scoprirsi davanti ad una telecamera senza neanche quel velo di grazia che un serio spogliarello professionistico comporta, in cui l’ignoranza non è solo più tetragona, ma aggressiva, orgogliosa e non tenta neppure di emendarsi, neanche di nascondersi, anzi, si mette in mostra come titolo di merito, Mike diventava ogni giorno più isolato e solitario, costretto a girare spot con Fiorello e farsi intervistare da Fazio, giovinotti che almeno una qualche preparazione di base ce l’hanno. Per Mediaset era diventato, lui, troppo colto, troppo d’elite, non raggiungeva più il target “popolare”, perché le sua gaffe ormai ad un “popolo” tanto basso non arrivava: se un tempo scandalizzava i diplomati radio elettra, oggi riesce a d esser gustata appieno solo dai più raffinati fra i pensatori, come fosse un sottile calembour.
Mike Bongiorno, nato come esempio presentatore ignorante, morto quando veniva considerato quasi un intellettuale. Una parabola italiana, ahimè.
Mike Bongiorno-Lelio Luttazzi, Il Gaffeur di professione.
Fa freschetto, c’è temporale in giro, e sto guardando in tv, su La7, uno speciale per i trent’anni dalla morte dell’avvocato Ambrosoli.
C’è tutto: Sindona, Calvi, il Banco Ambrosiano, la Mafia, Andreotti, il Porto delle Nebbie, l’ombra della P2: troppo per ragionarci qui, adesso, mentre il programma di La7 è in corso. Magari domani, con più calma. Ma intanto, mentre sento parlare di paese corrotto, intrecci fra potere e criminalità, incapacità di indignarsi, lo Stato che non ha fatto, non si sa mai bene perché, il suo dovere, le istituzioni assenti…a me una domanda continua a frullare in testa. Perché l’anniversario viene ricordato da La7 e non dalla Rai?

Certi labirinti mentali mi affascinano: c’è qualcosa di attraente, infatti, nel seguire i ghirigori di un pensiero che, convinto di essere tagliente e diretto, si incarta in meandri sempre più arzigogolati. In questi ultimi due giorni sul mio blog ha postato diversi commenti un lettore, Frz40, con cui prima non avevo mai avuto occasione di dialogare. La polemica è partita dal post L’educazione televisiva, in cui Frz40 (in cui il 40 deve essere la data di nascita, e non l’età, da quanto capisco) aveva scritto un primo commento molto lungo e circostanziato: secondo lui il mio attribuire parte della “colpa” dell’attuale stato dell’Italia ai modelli che per anni la televisione berlusconiana ha proposto con i suoi programmi era, in buona sostanza, un modo comodo per chi è di sinistra di evitare di far autocritica sulla proprie responsabilità, perché se noi trenta/quarantenni abbiamo aderito a quei modelli è solo ed esclusivamente un nostro demerito. Per giustificare ciò Frz40 spiegava che le sue figlie sono venute su benissimo, e sono del tutto immuni da ogni deriva velinesca, nonostante egli abbia sempre fatto vedere loro le tv di Silvio.
In una mia lunga ed altrettanto circostanziata risposta avevo cercato di spiegargli che, in realtà, egli aveva in parte frainteso il senso del mio post (per carità, non mi sarò spiegata io bene, eh!): la mia non era tanto una accusa nei confronti di Berlusconi, ma una presa di coscienza che ormai, dopo anni di esposizione ai modelli che le tv di Berlusconi hanno proposto come vincenti –non inventato, per carità, ma amplificato con la loro capacità di impatto sì-, la mia generazione è profondamente “berlusconizzata” nel profondo, e questo rende impossibile, alle volte, togliersi di dosso alcuni automatismi del pensiero che noi sentiamo come “naturali”, mentre in realtà li abbiamo assorbiti in modo inconscio, attraverso il bombardamento televisivo cui siamo stati sottoposti fin dalla più tenera età.
La posizione di Frz40, invece, pare negare del tutto questa possibilità: dal suo commento si evince che egli non crede che ai ragazzi e men che meno agli adulti si possano imporre modelli dall’esterno, grazie solo al peso della pressione sociale: se ragazzi ed adulti accettano quel modello è perché decidono di farlo, o perché ne sono convinti o perché, se minorenni, le famiglie non hanno dato loro una “educazione di base” così forte dal renderli impermeabili alle influenze negative esterne; insomma, per semplificare: il berlusconismo non esiste, ma se esistesse la colpa sarebbe di quelle pappemolli, consenzienti, che si fanno infinocchiare da Berlusconi.
Questa idea ha ispirato il mio secondo post Le tette di Tinì Cansino e i paradossi della democrazia, in cui appunto mi ponevo il problema se l’idea espressa da Frz40 fosse condivisibile: è vero, infatti, che molto spesso i modelli proposti sono apparentemente accettati in maniera consenziente dal pubblico, ma, mi chiedevo io, è davvero libera la scelta di aderire ad un modello se, fin dall’infanzia, tutti i mezzi di comunicazione e la società nel suo complesso gli hanno inculcato in maniera conscia ed inconscia che quello e solo quello è il modello da seguire?
Ora è chiaro che, arrivati a questo punto, non stiamo più discutendo di Berlusconi o del berlusconismo, ma il discorso si è spostato su qualcosa di un pochino più generale, ovvero quali siano, in pratica, i limiti della libertà di scelta nell’essere umano.
Quando si affronta un tema del genere, persino se non si è un filosofo ma una semplice blogger, è ovvio che si deve usare un linguaggio un pochino più preciso – non solo più colto, proprio più tecnico- per evitare di dire sfondoni; e ci si augura e si dà anche in parte per scontato che l’interlocutore che ha suscitato il dibattito farà altrettanto: il che non vuol dire che non si possa ancora scherzare e far battute, ma che, quando si risponde, l’argomentazione si basi su contestazioni nel merito, e non si rifugi in una semplice infilata di luoghi comuni.
Che cosa invece mi scrive Frz40? Per prima cosa si lamenta, con tono querulo, del fatto che il mio secondo post sia incomprensibile. Per farlo, però, non lo dice così: con tono mesto, anzi, finge di scusarsi per non aver capito, a tutta prima, cosa volessi sostenere: 1357 parole sono state necessarie per scrivere questo bel post, o meglio, questo bel saggio. Per la verità, nonostante il raffinato e forbito uso del linguaggio, ad una prima lettura non ci avevo capito molto. Notate le finezza: mi conta le parole, come a sottolineare che ho splafonato fuor del lecito, poi fa diventare la parola “saggio” quasi una raffinata forma di insulto: come blogger non vali un beneamato, sottintende, perché non scrivi dei post, ma dei pallosissimi manualetti di filosofia, in cui, nonostante tu sappia usare bene l’italiano, non ci si capisce una cippa. Chi si lascia scappare di penna una frase così sottilmente insultante è un vecchio volpone, e non c’entra se il 40 del nick sia o no la data di nascita. Ma la commedia della finta insipienza continua (sempre contando le parole): mi ringrazia dunque con fare commosso di avergli insegnato una nuova parola, aporia, che, fa capire, è una roba tanto strana che possono usare solo degli intellettuali avulsi dalla realtà, lontani dal popolo ed incapaci di parlare, come invece sa far lui, alla gente. Peccato che, per rinfacciarmi l’uso del termine, lui lo traslitteri in greco, cosa che io manco mi sogno dal fare: il che mi fa sospettare, e con ragione, che la suddetta parola tanto intellettuale non l’abbia sentita affatto per la prima volta da me e ciò gli abbia procurato lo spaesamento che affetta, ma l’abbia imparata fra i banchi di un buon liceo classico e sappia benissimo cosa vuol dire. Ma accusare me di essere una intellettuale con la puzza sotto il naso e dedita a questioni di lana caprina che nessuno capisce è molto più facile che argomentare nello specifico.
Anche perché, quando prova a farlo, va detto che i risultati non sono esaltanti: Frz40 si intorcola in un discorso che, in realtà, non si capisce bene dove voglia andare a parare: l’individuo non può scegliere se gli piace la cioccolata se non ha mai avuto la possibilità di assaggiarla, o neppure sa che la cioccolata esiste. La società dovrebbe dargli la possibilità di conoscere la cioccolata ma la società è formata da individui che non conoscono la cioccolata. Un vero dilemma! E pensare che esistono altre società dove la cioccolata la conoscono bene. E forse anche in questa società c’è chi la conosce ma vuol tenerla tutta per sé e ci fa vedere solo le tette della Cansini.
Già, appunto, verrebbe da dire, e quindi? Il dilemma, al di fuori dell’ironia, è proprio questo: se io non so che la cioccolata esiste, non posso nemmeno decidere se mi piace (lo stesso discorso vale per le tette della Cansino, peraltro: se Frz40 non le avesse mai viste, non avrebbe neppure potuto apprezzarle mai).
Non venendo fuori dall’angolo dove si è incantonato da solo, Frz40 risolve la cosa buttandola sulla generica lamentazione che il tema di cui mi occupo è una fisima senza costrutto:Eh sì, sono questi i temi fondamentali del nostro tempo! Come si fa a non scriverne in modo così puntuale? Mica come quelli che scrivono post con titoli piú lunghi del contenuto, tanto per vedersi in vetrina, e credono che il blog sia un posto dove conti soltanto il il look, come in discoteca. O, come quelle che sentono la necessità di vestirsi sexy come una soubrette del Bagaglino per sedurre un uomo.
Ammirate la virata retorica: prima il dileggio verso l’argomento scelto da me, poi una generica accusa nei miei confronti di essere una moralista (di certo odio le discoteche, e sogno un mondo in cui i blogger e tutti non parlano che di argomenti culturalmente impegnati: insomma, sono una tediosa rompicoglioni), inoltre sono anche un po’ frustrata perché per cercarmi un uomo ho bisogno di vestirmi sexy (’sta cosa del vestito da soubrette deve essergli rimasta nel cuore, è la terza volta che la ricorda: A Frz40, ma nun è che te piacerebbe vedemme vestita così, eh?). Quindi, il crescendo rossiniano finale:
Per la carità, sul proprio blog ognuno può scrivere come vuole e cosa vuole, però da povero vecchietto mi vien da pensare:TAKE IT EASY, GALATEA! Altrimenti tu “ ragazza fantastica…i carina, simpatica, quando vuoi persino sexy, e poi alla mano, intelligente, spiritosa, piena di senso dell’umorismo, affidabile, dolce, per giunta neanche particolarmente rompipalle sulle cose su cui voi donne rompete sempre” (dal tuo post ”Psicologia Maschile”) passerai molto tempo ancora per capire perché gli uomini non ti filano. Viva le ZIZZE !!
Ecco, meno male che ci siamo arrivati: dunque, dal momento che io, non solo blogger ma soprattutto donna, mi azzardo a scrivere post che non trattano qualche cazzatina adatta al blog di una femmina (chessò, le collezioni moda autunno inverno, come farlo impazzire a letto e le ricette di cucina, ad esempio), è ovvio che sono una esagitata che dovrebbe darsi una calmatina. Altrimenti un uomo che mi sopporti, se mi ostino a voler pensare e scrivere su argomenti che sarebbe meglio lasciare ai maschietti, non lo troverò mai. Per fortuna che, dall’alto della sua pluriennale esperienza, il buon Frz40 mi dà una dritta: scollega il cervello, e scopri le tette, ragazza mia, che non saranno come quelle della Cansino, per carità, ma al mondo ci sono tanti uomini che si accontentano, purché tu non mi ostini a far capire loro che sai anche pensare.
Be’, caro Frz40, ti devo ringraziare per questa bella lezioncina. In effetti, considerato ciò che scrivi, la tua mentalità e la tua data di nascita, hai ragione: non si può attribuire all’educazione televisiva berlusconiana in toto lo stato pietoso di arretratezza in cui versa questo paese, il paternalismo un tanto al chilo sparso a piene mani, la mentalità maschilista diffusa, lo scarso rispetto verso la dignità femminile e l’inesistente stima verso l’intelligenza delle donne che si ritrovano in Italia. In effetti, leggendoti, è evidente che tutte queste cose erano ben diffuse ed allignavano anche prima di Silvio e delle sue tv.
Ah, dimenticavo: per completare l’opera, poi se l’è presa con Kay Rush. Sì, le donne intelligenti devono proprio mandarlo in crisi, neh.

I dibattiti interessanti, spesso, nascono dai particolari, ed è giusto: se il Diavolo sta nei dettagli, è proprio sul piccolo dettaglio trascurabile che ciò che non si vuol dire si rivela. Lo sapeva bene il vecchio Sigmund, che i lapsus, e non gli occhi, sono lo specchio dell’anima.
Il mio post L’educazione televisiva ha avuto una valanga di commenti (tutti civili, per altro: grazie, fa piacere sapere di avere lettori intelligenti ed educati in questo blog).
Me l’aspettavo. In Italia la televisione è come il calcio, uno sport nazionale, e non a caso il massimo dell’italianità conclamata si raggiunge quando si guarda con gli amici una partita in tv.
I commentatori si sono divisi, grosso modo, in due partiti: chi condivideva l’assunto di base del mio articolo, e cioè l’osservazione – osservazione spicciola, priva di risvolti pesantemente moralistici, almeno da parte mia – che la mia generazione è venuta su davanti alla tv commerciale, e perciò ha assorbito inconsciamente una serie di modelli culturali che ora continua a mettere in pratica, spesso senza neppure accorgersene; e chi invece sosteneva che, se noi trenta/quarantenni ci siamo lasciati abbindolare dai modelli proposti dalla tv di allora (validi anche oggi, e anche un po’ peggiorati nel frattempo) non possiamo incolparlo ad altri, ma solo a noi stessi.
È divertente vedere come, partendo da un tema se vogliamo molto marginale – che si potrebbe riassumere in: “Se considero mitiche le tette di Tinì Cansino è per mio gusto personale o per colpa della società?” – si possono osservare riformarsi due correnti ideologiche che permeano il nostro mondo e lo dividono, e che potremmo a grandi linee definire sì, e a buon diritto,“di sinistra” e “ di destra”: è tendenzialmente di sinistra porre l’accento sul fatto che il “gusto” personale si forma attraverso la pressione sociale del gruppo, e che tale pressione è spesso così pervasiva da impedire all’individuo di sottrarvisi, quindi costringendolo a “scelte” che solo in apparenza, appunto, libere o addirittura tout court “scelte” sono; è tendenzialmente di destra, invece, ridurre tutto alla scelta dell’individuo, e quindi addossargli la esclusiva colpa (o accreditargli il merito) della sua riuscita sociale e/o umana.
Personalmente non condivido in toto nessuna di queste due impostazioni: tenacemente individualista, sono affezionata al concetto di responsabilità personale: vedere in ogni decisione dell’individuo soltanto un riflesso di ciò che la società gli impone è cosa che giudico umiliante: affranca dalla colpa, ma toglie anche ogni merito, ed io sono vanitosamente portata a considerare i miei successi come, almeno in gran parte, miei. Sono però ben conscia che il sistema di valori cui l’individuo fa necessariamente riferimento nell’atto in cui deve prendere una decisione per la sua vita non cade dal cielo, ma è il prodotto storico della società e della cultura in cui l’individuo è immerso: le azioni del singolo, in realtà, non sono astrattamente “buone” o “cattive” in sé, ma sono reputate “accettabili” o “non accettabili” dal gruppo umano in cui si è inseriti: per questo capita che l’omicidio, condannabile sempre se commesso dal singolo, non lo sia altrettanto se avvallato dallo Stato, per cui il boia della Contea o il soldato non sono considerati uomini dal comportamento riprovevole anche se ammazzano loro simili; che alle donne del gruppo sia consentito o non consentito un certo margine di liberà sociale e sessuale, e così via. Il collante della società e del gruppo umano è il bisogno di approvazione: il membro del gruppo che viola le regole in vigore sa che verrà emarginato dal resto di coloro che ne fanno parte: se ha una personalità abbastanza forte sopravviverà a questo isolamento, e potrà, tramite il proselitismo, ad esempio, addirittura ribaltare la situazione a costringere il gruppo ad adottare il suo stile di vita; altrimenti la selezione darwiniana farà il suo corso, e l’individuo emarginato sparirà dal contesto sociale, andando ad infoltire il gruppo dei visionari martiri e dei rivoluzionari falliti.
Pur avendo una certa simpatia per la visione individualista, sono anche conscia che essa si basa su una aporia iniziale, ovvero l’idea che l’individuo possegga in partenza un carattere così forte e determinato (ed informato sulle possibili scelte alternative da compiere) da poter decidere scientemente di sopravvivere alle pressioni sociali del gruppo, laddove egli ritenga che i valori del gruppo lo spingano a compiere azioni riprovevoli o anche solo inutili e sciocche. È una aporia che ci trasciniamo dietro fin dall’evo antico: se già gli Stoici dicevano convinti che il destino dell’uomo è il suo carattere, non era poi ben chiaro però come e perché questo carattere si fosse formato nel singolo, anzi proprio così e proprio in quel singolo particolare. Gli Stoici, e tutti i loro seguaci più moderni, hanno cercato di giustificare ciò con il determinismo, che oggi, di settimana in settimana, pare ricevere nuove conferme dall’individuazione di geni che, nell’opinione comune, diventano responsabili di ogni comportamento o inclinazione, dalla omosessualità alla tendenza alla scappatella coniugale.
Risolvere così l’aporia implicita è però darsi la zappa sui piedi da soli: o l’individuo in grado di opporsi alle regole della società nasce con una predisposizione genetica a farlo, e pertanto non si può parlare di vera e propria scelta da parte sua (fanbrodo anche il merito, quindi, e porte spalancate alle derive superomistiche di razze e individui superiori da selezionare in laboratorio), o l’individuo sviluppa la tendenza alla ribellione verso le regole perché la società a quel punto lo forgia a questo scopo, facendogli capire che è pronta ad approvare e seguire le sua ribellione: anche in questo caso il suo personale merito è quindi molto relativo – sarebbe circoscrivibile ad una forma di “intuizione” istintiva o addirittura di “illuminazione”mistica- e quindi siamo daccapo. In realtà, se le si va ad analizzare nel profondo, sia l’individualismo spinto sia l’idea della società che plasma sono due ideologie che, alla fin fine, non lasciano ai singoli grandi possibilità di scelta: se la società ci plasma in tutto e per tutto, non vi è spazio di manovra per una reale volontà individuale indipendente, e noi siamo esclusivamente ciò che le circostanze di noi fanno; se però si crede nella capacità del singolo di affrancarsi dagli influssi della società e di costruire le cose per sua esclusiva volontà o merito, indipendentemente dalle condizioni di partenza (il che vuol dire che se fallisci, sono cazzi tuoi, nella migliore tradizione liberista), si deve ammettere l’esistenza di individui di serie A, in grado di pensare autonomamente e di imporsi sigli altri per una qualche forma di intrinseca e non controllabile inclinazione, ed altri di serie B, douloi physei come direbbe Aristotele, cioè per natura pecoroni.
La via per tentare di uscire dall’impasse – sottolineo, tentare di uscirne, non risolverlo – è ragionare sui modelli culturali: la società propone all’individuo una serie di modelli culturali, alcuni minoritari altri largamente diffusi; garantendo all’individuo l’accesso alla conoscenza di questi diversi modelli, quindi dandogli la possibilità di entrare in contatto con loro indipendentemente dalle sue condizioni di origine, gli si offre la possibilità della scelta individuale. E ovvio che, perché ciò si realizzi, l’individuo deve essere in grado di capire che ogni modello culturale proposto è appunto solo questo, un modello fra i tanti possibili. É quindi necessario che l’individuo sia stato preventivamente istruito dalla società stessa che esistono una serie di modelli alternativi in concorrenza, e che è suo compito scegliere quello che ritiene più valido.
In realtà, in questo caso, siamo ancora in pieno impasse: una società di questo tipo, cioè democratica, è anch’essa fondata sul bisogno di approvazione e su un circuito chiuso: forgia individui che sono convinti di essere approvati come uomini di successo solo se scelgono consapevolmente quale fra i modelli proposti ritengano migliore. L’aporia non è risolta, solo abilmente mascherata: la possibilità per loro di scegliere fra vari modelli è data loro, ma questa scelta è consentita solo all’interno della impalcatura democratica della società, da cui non possono uscire se vogliono rimanere membri a tutti gli effetti del gruppo. Anche la democrazia è un paradosso, fondato su un assunto che non è, alla fin fine, democratico: ma non abbiamo saputo per ora trovare di meglio, e il meno peggio, in questo caso, è sempre più accattivante del peggio e basta.
Povero Cupido.
Duemila anni di onorato servizio, e in tv ti rimpiazzano con una Panicucci qualsiasi.
Il resto su Giornalettismo…

Beh, non c’è che dire, è tutta da leggere l’ultima intervista esclusiva di Noemi Letizia . Non perché ci siano delle clamorose rivelazioni politiche sulla storia che ha visto protagonista questa diciottenne di belle speranze e ancor migliori frequentazioni, ma perché è proprio uno spaccato di Italia e di italianità da non perdere, una summa di tutto ciò che è oggi il nostro paese e anche, mi si passi, di che cos’è la nostra informazione, perché l’intervista, concessa a Chi, è stata ripresa in pompa magna dal Corriere della Sera, oggi come oggi, mentre una ventina di anni fa le dichiarazioni di Noemi, cara bimba, sarebbero state riciclate al massimo nella rubrica Chi se ne frega di Cuore.
La graziosa fanciulla inizia col proclamarsi vergine, perché “la verginità è un valore” e il “grande passo” spera che avvenga con l’attuale fidanzato, Domenico, che, per occupare il tempo mentre aspetta e spera, ha rilasciato pure lui una intervista a Diva e Donna, così, tanto per non stare con le mani in mano.
A Chi Noemi non parla dei suoi rapporti con il Premier, che poi sono l’unica cosa per cui la ragazzina potrebbe essere giornalisticamente interessante, ma invece blatera allegramente su ciò che capita. Ci informa premurosa che, per la sua famosa festa di compleanno, aveva comprato non uno, ma due vestiti, un tubino nero e uno champagne, e, non sapendo decidersi, li ha indossati tutte e due “Perché mi andava di farlo”. Be’ si sa: diciotto anni sono l’età giusta per compiere le scelte importanti nella vita. Del resto la stessa Noemi chiarisce che una simile presa di posizione non le è mica venuta così, no: ha avuto il coraggio di farla perché aveva appena visto al cinema I Love Shopping. Gomorra, invece, non le è piaciuto, tanto che dopo aver visto il film ha deciso di non leggere il libro, perché di Napoli dà una immagine troppo negativa. Lei, invece, sa bene che la vita a Napoli è fatta solo di shopping, cene, appuntamenti dal parrucchiere e dall’estetista, che sono poi gli impegni che costellano le sue giornate, quando non è presa a pennellarsi le unghie, che ora, tenetevi forte, ha di color viola. Le tiene pronte lì, le unghiette, dovesse capitarle davanti la grande occasione della vita, che è rappresentata, par di capire, dal fare un calendario. Cosa che le potrebbe aprire finalmente le porte del Grande Fratello e del Bilionaire, dove, mannaggia, non è ancora mai stata. In compenso ha già arraffato una particina in una fiction tv, dove avrà il ruolo di figlia di una famiglia di terremotati. In effetti, nel lasciarsi macerie alle spalle la piccola ha dimostrato un certo talento.
Di politica la bimba parla poco, quasi per nulla, anche se lascia intendere che voterà per il centro destra (Ma va’! E chi se lo sarebbe mai aspettato!).
In ogni caso, ci tiene a precisare, concludendo: «La politica mi affascina e m’incuriosisce, ma non vuol dire che tra vent’anni sarò un ministro».
Già, continua così, le riuscirà molto prima.

L’altra sera, tornata a casa dal cinema, ho guardato sopra il mio comodino, dove, in cima ad una pila di libri, stazionava, per motivi a me ignoti, L’etica nicomachea di Aristotele, che dovevo aver tirato giù da non so dove perché mi riproponevo, uno di questi giorni, di rileggere alcuni passi per via di una citazione che non ricordavo precisamente. Ma era tardi, non avevo voglia, così ho aperto la tv e, per caso, mi sono così imbattuta nella Fattoria, dove una Paola Perego in gran spolvero intervistava, con fare da aspirante madre badessa (per arrivare ai vertici della De Filippi ancora ce ne vuole, ma la ragazza studia, s’impegna, s’è certi che si farà), Fabrizio Corona, di fresco estromesso dalla Fattoria medesima. Siccome sono una incredibile snob, e a quel punto persino Aristotele sembrava una alternativa accattivante, il mio primo istinto è stato cambiare canale, ma un nume pietoso mi ha trattenuto dal farlo. Ne è valsa la pena, perché rischiavo altrimenti di perdermi una delle più meravigliose lezioni di educazione civica che la tv abbia mai mandato in onda.
Il Fabrizio Corona, abbronzato e strafigo come si conviene ad uno che mena gran vanto dei suoi avvisi di garanzia e cerca di convincere il popol catodico che un processo è il massimo per far decollare una carriera, era piuttosto scocciato per via di tutti i pettegolezzi che s’erano fatti in merito alla sua partecipazione allo show. Il suo animo sensibile era turbato, e molto, perché qualcuno, m’è parso di capire, aveva osato insinuare che lui si fosse portato dietro un telefonino in Brasile, cosa vietatissima dal regolamento del reality, e lo avesse usato per comunicare non so cosa a non so chi. L’affermazione lo aveva veramente esacerbato e punto sul vivo, perché, ha spiegato diffusamente “quando porti di nascosto un telefonino in carcere va bene, perché lì c’è un’imposizione da parte dello Stato” e dunque è corretto e comprensibile cercare di aggirare il divieto, quando invece partecipi ad un reality show, portarsi dietro di nascosto un cellulare è cosa che un “vero uomo” come lui non farebbe mai, perché trattasi di una scorrettezza inammissibile.
Sono rimasta affascinata dall’affermazione, e soprattutto dal tipo di mentalità e di morale che vi sta dietro: sono frasi così, che magari uno butta là senza troppo pensare, a delineare perfettamente e farti comprendere appieno un mondo. Dunque il Corona-pensiero, ispirato più che al Liberalismo alla pura legge della giungla, prevede che le imposizioni dello Stato siano sempre e comunque un inaccettabile arbitrio, e un “vero uomo” non possa far altro che ribellarcisi contro. Il che spiega e giustifica non solo il contrabbandare di nascosto telefonini in carcere, ma anche incaponirsi a guidare senza patente al seguito, come il Corona pare abbia fatto più volte. Corona è un uomo, per Giove, anzi, un “vero uomo”: sia mai che un oscuro burocrate o una comunità gli possano imporre una qualche limitazione di condotta. La sua libertà non finisce dove comincia la libertà dell’altro, o almeno nel punto in cui l’altro, povero caro, vorrebbe avere una ragionevole speranza di non essere travolto senza colpa alcuna: la sua libertà non finisce proprio, mai: non ha limiti né freno se non quello che il Corona si impone di volta in volta, o per gentile concessione o perché ha firmato un contratto vincolante con una tv. Corona non rispetta la Legge, però talvolta è pronto a rispettare gli avvocati, soprattutto quando sono quelli di Canale5, notoriamente agguerriti e pignoletti, ma ogni forma di accordo è sempre uno a uno, fra privato e privato. Manca in Corona alcun senso della comunità, alcun riferimento sociale più ampio: è un individuo, ma privo di contesto. Persino il superuomo di Nietzche aveva un orizzonte di collettività in cui inserirsi, Corona, invece, se ne strafrega: è un tizio solo che pensa per sé e tanti saluti, e si sente vincolato al rispetto esclusivamente di quelle norme che ha sottoscritto, una ad una e ben controllando le clausole. Tutte le altre, che non riguardano lui o non ha esplicitamente accettato, non le ritiene valide, anzi, se può le aggira, perché così dimostra la sua forza, la sua indipendenza, il suo essere “uomo vero” in un mondo di ominicchi, mezzi uomini e quaquaraquà. L’idea e la necessità di un contratto sociale, di regole condivise, per quanto sempre rinegoziabili, non lo sfiora, è al di là della sua capacità di immaginazione: per Corona, semplicemente, la società non esiste, e gli unici legami riconoscibili come vincolanti o limitanti sono quelli con i dipendenti (infatti, assicurava che le voci sulla sua presunta scorrettezza lo avevano fatto soffrire perché rischiavano di avere una ricaduta negativa su chi lavora per lui) o con i familiari (era preoccupato che le voci venissero alle orecchie del figlio).
Quando il buon Aristotele assicurava che l’uomo, in quanto tale, per natura è un animale politico, peccava di un ingiustificato ottimismo. O forse, più semplicemente, non aveva mai incrociato Corona.

“E i Mimimmi, te li ricordi?”
“I Mimimmi non si possono scordare!”
“E Santodio? E Fecchia?”
“Mitico! Come diavolo sia riuscito ad essere così esilarante, Andrea Purgatori, non me lo spiegherò mai!”
Al telefono con gli amici capita così: ti chiami per tutt’altro, e poi svarigoli per strade che non ti aspetti, rievocando comuni passioni, come quella, che unisce me e lui, per Fascisti su Marte, il geniale serial-cortometraggio di Corrado Guzzanti. Sono un bel po’ d’annetti che è andato in onda, ma per me resta un caposaldo: potrebbero passare i secoli, e io continuerò imperterrita, ogni volta che sento citare Marte, ad aggiungerci, come un riflesso condizionato:“rosso pianeta, bolscevico e traditor!” e cappottarmi dalle risate rimembrando i sassi marziani, i Mimimmi, appunto, che il manipolo di eroi dell’etere individua come antagonisti e nemici.
Chiusa la telefonata, apro la televisione, e zàcchete: su La7, ad Ottoemezzo, c’ è proprio lui, Andrea Purgatori, appena evocato da noi nella sua comica divisa da balilla attempato.
La Gruber, ammantata di una nuance di capelli primaverile, perciò tendente al carota grattugiata di fresco, lo ha convocato per discutere dell’assetto televisivo italiano, comprensivo dell’eterno scontro sulla Commissione di Vigilanza Rai e di digitale terrestre. Purgatori ha la sua consueta faccia seria ed un po’ tristanzuola, quella, cioè, di chi il giornalista lo vorrebbe fare davvero, e pertanto in Italia si trova perennemente a disagio. Difficile non esserlo, poi, quando si affrontano argomenti come le televisioni e gli spazi dell’etere nel nostro paese, dove, per anni, un gigantesco conflitto i interessi da una parte e un gigantesco non so che dall’altra hanno impedito una regolamentazione civile del settore radiotelevisivo. Dice dunque quello che direbbe qualsiasi persona di buon senso: e cioè che la situazione è, nel suo complesso, un gran pasticcio, da qualsiasi parte la si voglia guardare; che la televisione è un momento di crisi e di vera e propria rivoluzione, non solo per l’arrivo delle tv a pagamento, del digitale e del satellite, ma perché le nuove generazioni usano la tv in maniera diversa da come facciamo noi adulti: sono ragazzi che vivono connessi alla rete e non sentono la differenza fra schermo e schermo, pertanto quello che non trovano sui canali in chiaro o meno lo vanno a pescare per conto loro su Youtube, Emule, Torrent, se lo scaricano sulle chiavi usb o sul telefonino, lo spediscono in allegato per mail e lo commentano in chat.
Dall’altra parte del tavolo, di fianco a quell’arnese che dovrebbe affiancare la Gruber e la cui funzione principale nel programma è occupare una sedia, a far da contraltare c’era Carlo Rossella.
Ora, devo confessare una cosa: ci sono personaggi di cui ho una buona opinione e personaggi di cui ne ho una pessima. Poi ci sono personaggi di cui non riesco a pensare nulla: mi limito a guardarli trasecolata ogni volta che appaiono in video, domandandomi perché. Ecco, Carlo Rossella è fra questi. Anche ieri sera mi ha fatto quest’effetto, preciso preciso. Stava lì, con l’aria d’ostentata superiorità di uno che è appena uscito da un hotel di lusso, dopo essere passato a farsi fare un vestito su misura da una sarto di lusso, e aver preso appuntamento in una beauty farm di lusso per una lampada, ovviamente di lusso, al viso, perché per gente come Rossella il banale sole, persino se preso su uno yacht al largo della Costa Smeralda, è troppo cheap.
Mi sfugge sempre perché, dalle nostre parti, confondiamo con pervicace testardaggine l’essere eleganti con l’immotivata convinzione che alcuni hanno di esserlo, l’innata signorilità con la gratuita ostentazione di uno stile di vita che dipende esclusivamente dai soldi che si hanno, lo chic con l’abitudine a frequentare alberghi a cinque stelle, dimenticando che chi è chic davvero di tali resort non ha bisogno, dato che si trova perfettamente a sua agio sia all’Hilton sia nella più infima delle pensioni.
Dalla Gruber Carlo Rossella ha carlorosselleggiato, ovvero non ha detto granché, tranne che lasciar cadere di tanto in tanto, come per caso, dall’alto della sua incomparabile superiorità di arbiter elegantiarum, qualche frecciatina caustica a dimostrare che la Sky di Murdoch – per inciso, in frizione con quella Mediaset che oggi lo paga – è una tv molto volgare, Murdoch stesso un tizio australiano che ha copiato a man bassa da Berlusconi e soprattutto, guardare Sky non è per niente fine. Il tutto condito con una pieguzza della bocca leggermente schifatina, in stile diomiocosamitoccafaresignoramia, che ha raggiunto il suo culmine quando ha speso una parolicchia su Mentana: ha chiarito, il Carlo Rossella, che lui no, in una situazione analoga a quella del Chicco furioso, non si sarebbe certo dimesso, perché dare le dimissioni quando ti girano -anche se molto tardivamente – le balle, è parso di capire dal tono, è cosa poco chic.
Andrea Purgatori, seduto in fronte a questo bell’esemplare, se lo guardava con delle occhiate perplesse che, di primo acchito, neppure io avrei saputo descrivere efficacemente. Poi m’è venuto in mente di nuovo Fascisti su Marte, e ho capito: lo stava guardando come se fosse un Mimimmo.
Anzi, forse no: i Mimimmi, in fondo, erano simpatici.



Hanno lasciato detto qualcosa