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Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.

Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.

Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.

Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.

Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.

Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.

Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.

Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.

Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.

Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.

La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.

Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.

Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.

Per chi volesse firmare la petizione per chieder che il film Agorà venga distribuito in Italia, cliccare qui

mario sironi cavallo e cavaliere

Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.

Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.

Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.

Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.

Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.

È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.

A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.

Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.

Uh sono andata a sentirlo presentare ’sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”

Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.

Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”

Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”

Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.

Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.

Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

coppiette

No, gli innamorati non c’entrano. Dicasi coppiette, in Lazio, delle striscioline di carne di maiale lasciata ad essicare dopo essere stata generosamente cosparsa di pepe, semi di finocchio e peperoncino. Soprattutto peperoncino, a dire il vero.

Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo ed il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni pressanti. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola. Non sono un cibo per signorine, e nemmanco per signore bon ton: sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciar loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitare i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo a poco a poco, e gli agguati del seme di peperoncino che colpisce a tradimento, lasciandoti senza fiato.

Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia o il sadismo degli ufficiali concedevano una breve sosta, o per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di veglia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, anzi a valutarlo, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne. Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi, bivacchi senza fuochi accesi ai confini del mondo, soldati stanchi che non si possono permettere il sonno, e integrano così lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, infinite ore trascorse a scrutare il cielo, il mare, le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio. Gente abituata a nutrirsi così aveva lo stomaco per fondare un impero: contadini grezzi capaci di nutrirsi con una striscia di carne e un po’ d’acqua a qualsiasi latitudine li portasse il nome di Roma, senza mollare mai, senza distrarsi, senza mai arrendersi o darsi per vinti, perché tutto ciò che si lasciavano alle spalle era sempre meno di quello che potevano conquistare davanti a sé, e la lotta quotidiana non era limitata al campo di battaglia, ma era tutto, sempre: era una lotta persino il cibo, che bisognava strappare a morsi e sudarselo persino mentre lo si metteva in bocca. L’uomo è ciò che mangia, uè.

didone

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.

Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.

Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.

Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”

Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”

Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.

Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.

Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.

Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.

Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.

Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.

Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.

Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.

E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.

Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

H.Purcell, Dido and Aeneas: When I am laid in Earth.

Frine

Non le hanno dedicato nemmeno una voce su Wikipedia come Dio comanda, appena un vago accenno. Ingratitudine spicciola, lasciatemelo dire. Perché Frine, la seducente Frine, meriterebbe ben di più che quattro righe di biografia su internet: oggi come oggi, anzi, soprattutto oggi, le si dovrebbe fare un monumento, rendere la sua vita oggetto di studio per legioni di fanciulle, anzi tirarne un depliant da dare in gentile ma obbligatorio omaggio per tutte le torme di sciamannate che sono andate su e giù per i voli di stato, in Sardegna e a Villa Certosa: tiè, leggi qua e fatti un’idea del mestiere e dell’etica che il tuo status comporta, perché se la professione è la più antica del mondo, proprio per questo chi la esercita, Sant’Iddio, dev’essere almeno consapevole della tradizione.

Frine non era una puttana, no. Era una escort. Di gran lusso. Delle sue origini si sa poco, e questo, in antichità vuol dire che certo non erano da andarne fieri. Per Aspasia si può ipotizzare alle spalle una famiglia ricca, o per lo meno ben ammanicata, forse persino imparentata alla lontana con quella dell’uomo che alfine la sposerà, Pericle, e questo spiega come sia stato possibile, per una donna così chiacchierata, convolare a nozze con un rampollo della meglio gioventù e della meglio Atene.

Frine no. Lei era una ragazzina che di nome vero faceva forse Glicera, sempre che anche questo non fosse un nick, dato che vuol dire “la dolce”. Se era un soprannome, sarebbe l’indizio che già il mestiere era suo quando, giovinetta giovinetta, mise piede ad Atene. Era profuga. Scappava da Tespie, piccola cittadina di provincia delle Beozia, distrutta in una delle sempiterne faide fra città della Grecia: i Tebani, Beoti, avevano messo a ferro e fuoco le case dei Tespiesi, Beoti anch’essi.

Una pensa di poterlo facilmente immaginare cosa voglia dire per una ragazzina, e sola, arrivare ad Atene scappando dalla campagna e da una guerra: entrare in punta di piedi in una città che era l’equivalente di una New York di oggi, con quattro stracci raccattati su alla bell’e meglio mentre tutto bruciava, e trovarsi di fronte gli Ateniesi, poi, che erano dei begli esempi di gente con la puzza sotto il naso a prescindere, e i Beoti li consideravano, appunto, beoti, quindi via a trattarli a pesci in faccia, allè.

Eppure Frine non me la vedo così, spaurita e titubante. Me la figuro invece snella come uno scugnizzo sveglio, scattante come un piccolo gatto nero dagli occhi scintillanti, che, nasino all’insù ed espressione cazzuta, se la guarda, quella Atene così grande e così snob e sorridendo pensa: “Adesso a noi due, città: vediamo chi la spunta!”

Bella non era bella: Frine vuol dire “rospetto”. Ma doveva avere un caratterino, la ragazza, ecco, un caratterino di quelli che come li incroci non puoi fare a meno di dire “Ah, be’!”. Di quelle che un uomo lo rivoltano come un calzino e, se non basta, lo rivoltano ancora; e se lui protesta, o fa anche solo l’anda di protestare, zac zac zac, gli tagliano i panni di dosso grazie ad una lingua tagliente come una spada.

Per andare a letto con lei c’era la coda. Pittori, artisti, filosofi, politici. I turni, come al supermercato. Perché Frine si faceva pagare, e profumatamente: in denaro contante, mica in ciondoli di bigiotteria. Ma non voleva avere amanti fissi, e neanche protettori. Donna d’affari, si amministrava da sola, e applicava anche, a seconda del cliente, tariffe differenziate: se le andavi a genio, potevi anche riuscire a scroccare una notte quasi gratis: il bello di essere imprenditrici di se stesse è soprattutto questo, che cosa fare lo decidi tu. Se qualcuno si lagnava per queste tariffe applicate a capriccio, era sempre Frine a rispondere. Un giorno, Demostene si incazzò di brutto, perché lui pagava, ah se pagava quelle ore di letto, e un altro, un bel giovanetto pittore e spiantato, invece no. E Frine, con un sorriso sarcastico, gli disse, senza una esitazione: “Ma ti sei visto quanto sei brutto e vecchio? E allora, paga!”

Dicono che Prassitele la volle come modella per le sue Veneri. Dicono che, portata in tribunale per immoralità, il suo avvocato, Iperide, scrisse sì una bella orazione di difesa, ma lei si guadagnò da sola l’assoluzione: si presentò davanti ai giudici e fece cadere lo scialle, scoprendo un seno. Tanto bastò a farla mandare assolta, ché la giuria era tutta maschile, e scommetto che alla sera, a casa di Frine, tre quarti dei giudici si presentarono per rivedere l’oggetto troppo frettolosamente occhieggiato. Doveva essere una stronza, ma una stronza da brivido, di quelle che non ne lasciano passare una, e, per giunta, hanno anche buona memoria a ricordarsele. Con gli uomini, nessuna pietà, mai, e per nessun motivo. Ne doveva aver subite tante di umiliazioni, quando non poteva difendersi, che, diventata ricchissima, le volle far pagare tutte. Del resto, era una donna d’affari, anche se di mali affari, e quindi i concetti di dare ed avere erano per lei sacri più degli dei. Anche con i suoi concittadini si regalò il lusso di una bella presa per il culo. Piangevano, i Tebani vinti per le loro belle mura abbattute, fin nell’atrio di casa sua, chiedendole un contributo anonimo, da figlia devota alla patria: i notabili della città spargevano calde, aristocratiche lacrime piene di dignità ed onore, con il sussiego che è proprio degli sconfitti imbecilli. Frine, dal suo palazzo ateniese, sgranò gli occhioni e disse: “Be’ che problema c’è? Le mura le ricostruisco io, tutte, a mie spese!” Costruire i bastioni di quel villaggio sperduto che si credeva una città, in fondo, le costava meno che ritinteggiare i muri di casa. Però aggiunse: “Ma sulle mura nuove ci scrivete: le pagò Frine!”

Ai Tebani venne uno stranguglione: loro, pieni di decoro, sarebbero stati costretti a passare tutti i giorni sotto ad una porta urbica con quel bel cartiglio, a ricordare che dovevano la nuova cinta non solo ad una donna, ma che la loro figlia più famosa all’estero era una puttana? Restarono senza mura, e Frine si tinteggiò casa ridendo del loro stupido orgoglio e della loro dignità da zotici perbenisti. Tanto quei contadini, al massimo, stavano rintanati nei loro campi a conversare con i maiali, e Frine, invece, a casa sua ospitava ogni sera il bel mondo, Prassitele, Demostene, ma persino Filippo e un giovane Alessandro, che si dice con lei amasse conversare.

Non dovevi però cercare di fregarla, Frine. Non perdonava. Faceva la prostituta, ma non per questo si dovevano permettere di trattarla da stupida puttana. Se ne accorse Prassitele, che era il suo amante forse più amato, perché doveva essere uno di quei begli intellettuali dolci, indecisi ed inconcludenti che alle donne di ingegno e di carattere fanno poi perdere la testa. Lei gli disse: “Regalami la tua statua più bella!”. E, in fondo, dopo averlo tenuto nel suo letto tanti anni senza presentargli mai un conto, non era neppure una richiesta esosa. Lui nicchiò, forse perché non voleva separarsi dal suo lavoro, forse perché davvero, da bravo intellettuale cacadubbi, non sapeva identificare la sua opera preferita. Lei risolse alla sua maniera: gli piombò in casa, annunciando trafelata che nello studio di lui era scoppiato un incendio. Lui corse, corse corse e senza riflettere andò a salvare una sola statua, subito, d’istinto. Quando venne fuori, Frine non disse niente, ma allungò la manina per intendere: “Posala là, che è mia”.

Secoli dopo la storia venne ripresa, pari pari, da Conan Doyle, per uno dei racconti di Sherlock Holmes, Uno scandalo in Boemia: quello che ha per protagonista un’altra bella donna di carattere, Irene Adler, l’unica femmina che fa perdere la testa persino ad Holmes. Si chiama Irene, ma è Frine rediviva, e pure se nella finzione in quel caso è Sherlock ad aver la meglio, si capisce che tanto la vincitrice è lei. Perché a Frine non si resiste, non c’è verso, e non c’è maniera. Dalla storia alla letteratura, alla fine la palma la prende lei, che non si atteggiò mai a vittima, non accettò il ruolo di puttana triste, o di mignotta sfruttata: non implorò favori, non fece sconti sui prezzi, o ricatti, o pietì buste regalate come carità, collanine ricordo. I suoi clienti erano potenti, ma lei, lei era una regina, e come tale pretese ed ottenne di venir sempre trattata. Sì, bisognerebbe farla leggere, la sua biografia, a tante aspiranti accompagnatrici che si vendono, ma come carne da macello. Dovrebbero imparare la sua lezione, le sue moderne epigone, e soprattutto il suo credo:la dignità non te la regala il mestiere, ma il carattere.

 

fabiovolo

 

A Lameduck,

che ha analizzato la cosa meglio di me e per questo s’è beccata insulti nei commenti.

 

Non ho mai pensato che Fabio Volo fosse una delle cime del pensiero occidentale: mi riuscirebbe difficile credere che sia persino una collinetta. Seguendolo di tanto in tanto, penso che non si ritenga tale nemmeno lui. Ma l’altro giorno, nella sua trasmissione, quando un ascoltatore gli ha regalato gratis la definizione di “comunista”, il Volo ha assunto statura socratica.

Perché invece di cadere nella trappola del “Ti spiego”, ha usato la tecnica dello “Spiegami tu”. È la buona vecchia maieutica carognesca, tanto irritante, quando è fatta bene, che il suo inventore, Socrate, dagli Ateniesi riuscì a farsi condannare a morte.

A Fabio Volo è andata meglio, almeno per ora: all’ascoltatore che gli aveva appioppato l’epiteto ha semplicemente chiesto: “Ma per te comunista che vuol dire?” e gli ha lasciato aperto il microfono, attendendo risposta. Che non è venuta, se non sotto forma di pietosi balbettii. Al che il Volo, con magnanimità ancora più carognescamente socratica, ha replicato: “Tommy – si chiamava Tommy, l’ascoltatore – c’hai trentun anni, non puoi continuare a ripetere parole di cui non sai il significato, sennò vuol dire che te le hanno messe in testa, non che le pensi tu. Vieni in radio una mattina, che ci prendiamo un caffè, chiamo due amiche e se vuoi te ne faccio anche trombare una, così magari scopri che crediamo negli stessi sogni…” e con questa vagonata di melassa variegata al pecoreccio, atta ad affogare anche il nuotatore più esperto e riscuotere la simpatia trasversale che in Italia corona sempre chi dimostra di sapersi procurare visibilità mediatica e donne, ha chiuso la conversazione e la diatriba. Cioè si è comportato proprio come il buon Socrate, che prima ti faceva allegramente impiccare alle tue sicurezze, poi, quando t’eri ben arrotolato nel cappio e boccheggiavi, ti sorrideva benevolo, come uno che ti porge un salvagente per la sua innata superiorità d’animo. E l’ultima stoccata te la tirava quando, dopo averti fatto fare una figura barbina in mezzo a tutto il simposio di bella gente riunito attorno, se ne andava sotto braccio con il più figo della compagnia, Alcibiade, che era l’equivalente di una estasiata velina diciottenne, per la morale e le abitudini dell’epoca.

A guardare il pezzo su You Tube, confesso che mi sono fatta una maligna risata di soddisfazione. Anche se poi, m’è rimasta un’ombra di inquietudine addosso. Perché dopo aver visto questo bell’esercizio di maieutica esercitata in diretta, non riesco a smettere di chiedermi se Fabio Volo sia il Socrate che si meritano i nostri tempi, o se Socrate, ai tempi suoi, non fosse in realtà l’equivalente di un Fabio Volo.

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A Malvino, che è di Ischia, e Goodidea, che mi chiese di occuparmi di Ulisse, tempo fa.

Sono mica tutti uguali, i Greci. Proprio no. Prendi gli Eubei. Che se li nomini all’improvviso, a qualcuno che di Storia greca non ne mastica tanto, la reazione è: “Chi?”.

Se gli nomini gli Ateniesi, o gli Spartani, persino il più tumbano un concetto lo riesce a reperire, nel cervello. Gli Eubei, invece, si beccano solo un “Chiii???”, manco fossero i figli della serva. Eppure sono importati, gli Eubei. Fondamentali. Mica solo per la Storia greca, tra l’altro. No, per la Storia d’Occidente in generale. Oddio, a voler essere pignoli, anche per quella d’Oriente. Diciamo per la storia e basta.

Erano originari dell’isola dell’Eubea, una striscia lunga lunga, prospiciente l’Attica; una terra che, diceva il mio Maestro romagnolo, ha la forma di una tagliatella. È srotolata nel mare, di fronte ad Atene. Il mondo di Atene si ricorda sempre, ma quando l’Eubea era all’apice della sua potenza, ecco, Atene era una città di secondo piano, diciamo una accozzaglia ancora mal riuscita di villaggi abitati da contadini con le pezze al culo, due capre emaciate e, a Torico, un porticciolo in disarmo: niente Partenone, niente Propilei, l’Acropoli ancora una rupe mezza vuota, con forse giusto un tempio di risulta, cresciuto sui ruderi di un vecchio palazzo miceneo andato in rovina. Arrampicati sulle rocce, quattro pastori che guardavano il mare chiedendosi: chissà come ci si sposta sopra quella roba lì.

Attorno era collassato un mondo, e non si capisce neppure perché. I regni micenei, quelli che avevano costruito i primi palazzi, e gli archivi, e in qualche modo partecipato alla guerra di Troia, erano spariti di botto, lasciandosi dietro miserie e rovina. Un tempo si pensava che fosse stata colpa dei Dori questo improvviso decadimento, e giù ad immaginar invasioni di biondi occhiocerulei guerrieri, che aprono in punta di lancia un Medioevo ante litteram. Invece pare di no: i Dori, quando arrivano, trovano già lo sfacelo. A far crollare le rocche e i palazzi forse terremoti, forse l’aggressività dei Popoli del Mare, pirati raminghi mezzi levantini mezzi non si sa cosa, che arrivano, bruciano tutto e vanno via, lasciando le popolazioni costiere sotto choc, a domandarsi che è capitato.

Ma gli Eubei, dicevamo. Nella loro isola, si sta decentemente tranquilli, tanto che nasce una aristocrazia commerciale che abita in belle città, belle case e costruisce tombe che lévati. Sono nobili che vanno per mare, con barche e barchette, commerciando lingotti di rame, metalli, vasellame e forse olio e vino. Principi che non schifano il remo e lo scalmo, anzi: curiosi, attivi, testardi. Te li ritrovi dappertutto, nell’Egeo, nel Mar Nero, e poi dall’Adriatico alla Spagna, alle lontane, lontanissime spiagge del Marocco e dell’Africa atlantica, fino al Mar Rosso e l’Arabia: non c’è un porto in cui non entrino e popolazione indigena con cui non intessano scambi commerciali. La loro vera casa è il mare color del vino, di cui conoscono ogni insenatura e ogni pertugio; e quando non lo conoscono, si buttano ad esplorarlo, anche a costo di dimenticare casa e famiglia per mesi e per interi anni, perché gli Eubei son fatti così, devono sempre sapere cosa c’è più un là, e il pericolo vale il rischio, se si può cavarne un’avventura o un guadagno.

Vi ricordano qualcuno? Già, Ulisse. E mica per caso. Vi ricordate, a scuola, quando vi facevano studiare la cartina del Mediterraneo, in cui erano segnati gli approdi di Ulisse, Circe al Circeo, Calipso a Gibilterra, Scilla e Cariddi sullo Stretto, i Ciclopi vicino all’Etna e il regno dei morti a Pozzuoli, fra le zolfatare del Vesuvio? Ecco, se guardate quella cartina, avete sotto gli occhi la mappa dei territori degli Eubei: in ogni porto di Ulisse c’era una loro città o un loro scalo: furono loro, in pratica, a trasformare un racconto mitico e vago come l’Odissea in un viaggio reale, con tappe scandite sul terreno, manco fosse, l’itinerario di Ulisse, una sorta di predecessore dei loro portolani, e Ulisse stesso uno dei loro principi-navigatori.

Be’, veramente, lo era, quasi. Itaca, la sua isola natale, era ad un braccio di mare da Corcyra, Corfù, una delle loro principali colonie, sede, nell’Odissea, del felice popolo dei Feaci. E anche Omero, poi, era uno di famiglia. Una leggenda lo vuole proprio in Eubea, ad un agone, in cui si scontrò con Esiodo. Una favola, non ci sono dubbi. Però i nobili euboici Omero lo conoscevano a menadito, e lo recitavano a memoria, nel corso dei loro banchetti. Ne siamo certi per via di una coppa, ritrovata a Pithecusa, cioè ad Ischia, primo luogo, in Italia, in cui gli Eubei, in IX secolo a.C, fondarono una colonia, destinata a breve vita. Sulla coppa, una iscrizione: “La coppa di Nestore era piacevole a bersi, ma chi beva da questa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”. Tre versi, forse il gioco fatto ad un banchetto, che sono però una citazione diretta dell’Iliade e la prima testimonianza di scrittura in Occidente.

Doveva essere bella Ischia, allora: un porto vivace in cui si incrociavano mercanti di ogni provenienza. La Coppa di Nestore, per dire, non fu trovata nella tomba di un Greco, ma in quella di un ragazzo, forse Arameo, di certo mediorientale; magari un mezzo sangue di seconda generazione, la cui famiglia viveva nell’isola, commerciando. Doveva essere bella e affascinante, questa isola che nelle giornate limpide vedeva il sole sopra il Circeo, perché Circe abita vicino alle case del Sole, e poi la costa laziale dove c’erano gli insediamenti di quelle che poco dopo sarebbero diventate le potenti città etrusche. Ridgway, che l’ha scavata, ha definito quel periodo L’alba della Magna Grecia. Ma della nostra civiltà futura, in un certo senso, c’era già tutto: lo spirito di impresa, il coraggio, la curiosità anche un po’ incosciente, il senso del bello, la spinta a varcare i limiti anche quando sarebbe più saggio fermarsi più in qua, il rischio, la capacità di fondere e inglobare altri popoli, di imparare e dare, di inventare, in fondo, storie e personaggi meravigliosi più veri del vero, per farsi compagnia nelle lunghe notti solitarie in mezzo al nulla.

Gli Eubei, non scordatevi di loro. Più che l’alba della Magna Grecia, per gli Occidentali costituirono l’alba del mondo.

lesbia

Una stronza. Ammettiamolo, è questo che tutti pensiamo di lei. Gli uomini, magari, con quel pelino di bavetta alla bocca che ha la volpe quando non arriva all’uva, perché le stronze rovinano la vita, ma è un gran piacere, per i maschi che scelgono, farsela rovinare; le donne con quella legnosa implacabilità che usiamo sempre, quando c’è da giudicare un’altra donna, soprattutto se bella. E tutti, maschi e femmine, col gusto sopraffino, poi, di aver ragione: perché – Santiddio!- se c’è una, anche una sola donna nel corso della storia che si può a cuor leggero condannare senza remore e senza ripensamento alcuno è proprio Lesbia, la nostra Lesbia, la Lesbia che Catullo amò sopra ogni cosa.

Al secolo, si chiamava Clodia. Della gens Clodia, o meglio Claudia, famiglia che a Roma, meno di trent’anni più tardi, fornirà una pletora di imperatori. Erano nobili, i Claudi, con un’infilata di antenati che risaliva ai primi tempi della Repubblica: a scorrere le liste dei consoli dei primi secoli, era tutto un Appio Clodio di qua, un Clodio qualcosa di là: sempre in mezzo, dove c’era un briciolo di potere da esercitare. E ricchi. Mica come i Giuli, nobili sì, ma con le pezze al culo: no, i Claudi erano ricchi, potenti e sempre ammanicati nei posti giusti. Tanto che se uno avesse dovuto mai scommettere su chi, in futuro, avrebbe avuto il massimo potere a Roma, nessuno avrebbe giocato un asse su Giulio Cesare, mentre su Publio Clodio, erede di tanta schiatta, tutti avrebbero puntato fortune.

Sarebbe da indagare davvero, si potesse farlo, sull’infanzia di questi due bambini, belli fin dal nome: li avevano soprannominati Pulcro l’uno, Pulcra l’altra, segno che la famiglia non brillava di fantasia nei vezzeggiativi, ma che certo strepitosi a vedersi lo dovevano essere davvero. Belli e dannati, poi, a completare l’opera, perché il gran fascino che esercitarono sugli altri per tutta la vita non era solo dato dalla loro avvenenza esteriore, ma da quella speciale forma di bellezza che è un po’ sfatta, e sulfurea: quella che guardi perché ti attrae ti fa paura, quella che vuoi perché capisci che ti farà male: la bellezza della rosa che punge, del serpente dai colori meravigliosi, la bellezza inquieta che non salva, ma travia. L’unica forma di bellezza, insomma, che non è algida, ma scatena la passione.

Clodia nacque così, bella e ricca, in una famiglia e in una città dove però il potere non toccava le donne, non era roba loro. Non lo potevano esercitare, solo trasmettere: passava di padre in genero, con la figlia a far da cinghia di trasmissione. Intelligente lo doveva essere fin da piccina. Troppo per non capire subito quanto sarebbe stato limitato il suo ruolo, quanto piccolo sarebbe stato il suo spazio: sposare qualcuno che giovasse alla carriera del padre e del fratello, fidanzarsi o sfidanzarsi, magari divorziare, in base alle esigenze della famiglia e della politica e restare in ombra a vegliare sugli interessi altrui, che però, in ossequio alla sua appartenenza alla gens, dovevano essere anche suoi, per forza. Erano moneta di scambio, le aristocratiche romane, non diverse, in fondo, da quei sesterzi che cambiavano borsa e potevano favorire l’approvazione di una legge in Senato o il suo definitivo affossamento. Belle monete, magari, finemente cesellate, e richieste e ricercate dai collezionisti: ma pur sempre oggetti destinati ad essere chiuse in una cassaforte, anche se la cassaforte aveva i muri ricoperti di marmo policromo d’una bella domus. I tempi, quelli sì, le concedevano qualche sfizio: si era moderni, a Roma, o lo si era diventati. E dunque le matrone non erano più tenute a far le Lucrezie, né a filare la lana. Gli amanti, le tresche, le corna si perdonavano, non scandalizzavano più nessuno: se non si poteva essere libere, nulla in fondo vietava di essere almeno libertine.

Fosse stata solo una sgualdrina, la bella Clodia forse non sarebbe stata così odiata: si sarebbe confusa con la folla di tante altre che si scambiavano i mariti nel letto tanto velocemente da non ricordare più nemmeno il nome del legittimo consorte in carica, o l’ultima volta che s’era dormito assieme. Ma Clodia era qualcosa di più, gli storici – che però sono tutti maschi – diranno: qualcosa di peggio. Era una di quelle donne che dal potere erano attratte perché lo capivano, come un uomo, e volevano esercitarlo. In proprio, non sotto usando un consorte come sipario o velo. E allora fece l’unica cosa che le era possibile: strinse alleanza con il solo uomo che sapeva le sarebbe rimasto vicino per la vita, e mai avrebbe insediato la sua libertà. Non un marito, ché quelli si cambiano con le stagioni, ma il fratello. Sul loro rapporto molto si disse, più ancora si insinuò. Era troppo stretto e troppo viscerale per non parere più che fraterno, e poi la fama di entrambi certo non smorzava le voci, anzi. Fossero o meno amanti incestuosi, certo i due erano politicamente una cosa sola, ma su chi fosse il braccio e chi la mente in questo sodalizio ho sempre avuto i miei dubbi. Ciò che li univa era di sicuro un comune sentire, una voglia di andare sempre all’eccesso, la spinta a scandalizzare, il non saper tenere il freno. Dove toccavano, bruciavano, e dove passavano loro, dopo si contavano le macerie. Clodio per strada, con la sua accolita di facinorosi pronti a seguirlo come un manipolo mussoliniano nelle scorribande notturne a pestare gli avversari; Clodia nei salotti, dove seduceva chi poteva essere utile o chi non doveva, in quello specifico momento, essere dannoso.

Non le resistette nessuno: non Cesare, non Cicerone, due perle di nomi in una lista che oggi definiremmo rigorosamente bipartisan, perché Clodia era una di quelle donne che quando vogliono, vogliono, e non c’è nessuno che si possa opporre. Doveva essere inarrestabile, questa femmina così spregiudicatamente avversa alle convenzioni che non esitò un attimo a rinunciare al patriziato, per consentire al fratello di candidarsi, lui nobile, come tribuno delle plebe, che non si preoccupò delle chiacchiere fatte sul suo divorzio da Metello, sui figli abbandonati, sulle accuse di incesto. Parte del suo fascino doveva essere anche questo: essere una donna che nessuno riusciva mai ad avere, in un mondo in cui gli uomini riuscivano ad avere sempre tutto.

Non poteva che innamorarsi di lei Catullo, quel giovane che dall’eccesso era tentato, che aveva anche lui l’infrangere il limite come parte della sua natura. Non poteva che amarla perdutamente, quella donna capace di andare sempre al di là, nel bene e nel male: Lesbia era la fiamma, Catullo la falena.

Lo amò davvero? Forse la domanda non ha senso, come non hanno mai senso domande simili: ognuno non può che amare come gli viene. Lo tradì, questo è sicuro. Facile darle addosso, per noi che leggiamo Catullo a secoli di distanza, sapendolo Catullo e poeta immortale. Ma per lei era solo un amante, e come tutti gli amanti, alla lunga viene a noia. Non si può scegliere chi non tollera catene, e poi rammaricarsi perché le infrange. Gli preferì un idiota, come capita spesso, in amore. Uno che la tradì a sua volta, e, per soprammercato tentò di derubarla, trascinandola poi in un processo acrimonioso, in cui Cicerone, con sadismo tipico da avvocato squalo, si divertì a trasformarla da vittima in accusata. Del resto era gioco facile sbatterle in faccia la sua vita e ritorcegliela contro: chi infrange le convenzioni sa che prima o poi gli verrà presentato il conto per lo scorno che ha inflitto alla società con il suo solo esistere.

Fu la sua fine, quel processo. La lenta discesa verso un buio che la attendeva, implacabile. Prima morì Catullo, colui che l’aveva resa immortale nei versi. Soffrì? Lo pianse? Chissà. Difficile sapere ed immaginare cosa possa aver provato Clodia davvero, questa donna che brucia come una fiamma, ma proprio per questo è difficile da descrivere, perché, come la fiamma, non si riesce a lungo a guardare. Difficile capire questa donna che per tutta la vita seguì, in fondo, solo se stessa, non si sa se per una voglia di trasgressione o per puro e semplice egoismo.

Poi a venire ucciso fu Clodio. E lei, la bella Clodia, la Clodia che Roma, non solo Catullo, aveva amato sopra ogni cosa, si ritrovò sola, senza protezione. Le donne a Roma potevano essere libertine e spregiudicate, ma libere no, mai. Lei che non era più moglie e non era più ora nemmeno sorella, in quella società di maschi si trovò senza appoggi: per quanto spudorata, non s’era mai sentita così nuda. Incombeva l’età, poi, questa tremenda scure che taglia la vita alle donne belle, e le riduce a larve prive di forza. Si ritirò: dalla vita pubblica, dalla politica. Si diede ad amministrare i beni di famiglia, e quelli ereditati dal marito: anche i cornuti sono utili quando lasciano patrimoni. Per una questione di soldi viene ricordata l’ultima volta : Cicerone le chiede per lettera di vendergli dei giardini. Una trattativa, ecco l’ultima notizia su di lei, la sua comparsata finale nella storia della letteratura latina: lei che era stata la musa di Catullo, citata per una transizione di vili quattrini, come proprietaria di un orto. Chissà Catullo cosa ne avrebbe pensato.

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Eh, Marco Aurelio.

E’ giusto parlarne, di lui. Di Marco Aurelio, l’imperatore buono, l’imperatore filosofo, come lo chiamano. O, come più giustamente sarebbe da dire, l’imperatore triste.

Quando uno pensa all’impero ed alle sue massime cariche, quello che viene in mente è uno sfolgorio d’ori e di sete: le regge, le cacce, i palazzi, le toghe bordate di porpora, le principesse che, anche se brutte, sono sempre riscattate da un corteggio di ancelle niente male. Il potere sarà anche impegnativo, ma è una cosa che diverte da matti. Il potere è quella cosa per cui puoi tutto. Lagnatene, Sant’Iddio, se hai coraggio.

Ecco, Marco Aurelio no che non se ne lagnava. Era stoico, del resto, perciò di farsi uscire un mugugno neanche a parlarne. Ma non gli piaceva. Può non piacere il potere? Sì, quando è come lo studio da notaio. Avete presente quei ragazzini che hanno il babbo notaio con lo studio avviato? Fin dalla culla sanno che devono diventare notai. E non è che non lo vogliano divenire, in fondo, perché sono bravi ragazzini, e anche intelligenti: non sarebbero capaci di deludere mamma e babbo, per di più studiare da notai, ecco, non pesa loro neanche più di tanto. Così si laureano, ereditano lo studio, e per tutta la vita fanno i notai, bravi bravi, ligi ligi, e sono precisi, attenti, pignoli, d’un meticoloso che lévati, da diventare stimati e ammirati. Ma felici no.

Marco Aurelio era così. Fosse stato per lui si sarebbe rinchiuso in una biblioteca a studiare e scrivere meditazioni di filosofia. Stoica, per giunta. Invece lo nominarono erede al trono, diciassettenne, con una procedura un po’ contorta, per cui Adriano, che era imperatore, adottava Antonino Pio, che era già in là con gli anni, ma a condizione che lui adottasse a sua volta Marco Aurelio, e, già che c’era, anche Lucio Vero, allora poco più che un bimbetto. Per uno che, da stoico, pone il dovere al centro di ogni cosa, se ti nominano erede al trono non puoi dire di no. Accetti di portare la croce, impegnandoti al massimo delle tue forze. E Marco Aurelio chinò il capo e iniziò a sgobbare.

Non si divertiva. Ma proprio per nulla. Odiava le feste, i conviti, peggio che peggio le lunghe giornate al circo. Faceva anche divertire poco gli altri, perché doveva essere una bella pizza stare tutto il santo giorno ai ludi gladiatori, in mezzo al marasma degli scontri, con tutti che schiamazzavano, tifavano, gridavano e volevano vedere il sangue, e lui, la barba con i riccioli a posto, lo sguardo severo, che leggeva con aria molto annoiata qualche trattato di filosofia in mezzo al casino. Doveva essere dura organizzare i banchetti per uno che non amava mangiare, ballare, bere, spettegolare, e aveva sempre la faccia di chi non vede l’ora che finiscano per andarsi finalmente a rintanare in una biblioteca. E non doveva nemmeno essere piacevole vivere con un imperatore che faceva tutto, e bene, e con meticolosità, e ne pretendeva altrettanta da chi gli stava vicino, ma viveva ogni cosa come un obbligo, e quasi una condanna. Non era mica cattivo, chiariamo. Anzi, era pure buono. Mai che gli scappasse un rimprovero, mai che sbottasse. Sopportava, stoicamente sopportava. Cara persona, Marco Aurelio, ma, ammettiamolo, simpatico un’ostrega ad averci a che fare.

Di tutt’altra pasta, Lucio Vero. Allegro, tanto per cominciare. Caciarone. Di quelli che amano la vita, le donne, il bere. Un simpatico mascalzone. Mica stupido, no, anzi. Ma un po’ farfallone, un po’ superficiale. Diversi come il giorno e la notte, i due, anche se non si saprà mai se questo essere così differenti fosse un caso, o una scelta inconscia. Povero Lucio Vero, venire su con un fratello adottivo simile deve scatenare i peggiori istinti. Uno che è sempre perfetto, e non fa mai una cazzata; uno che è sempre attento, e misurato, e per giunta è anche protettivo e buono. Uno che non gli trovi mai un difetto. Lucio Vero, invece, ne combinava una dietro l’altra. O meglio, non è che ne combinasse poi di tremende: ma ad avere sempre come pietra di paragone il fratello, che quando straviziava beveva mezzo bicchiere d’acqua di fonte in più, fai presto a farti la fama di viveur. In buona sostanza, era un bravo ragazzo: non geniale, ma nemmeno troppo stupido. Non fu un grande generale, ma nemmeno tanto pessimo da non capire che doveva delegare il far la guerra a quelli che ne capivano più di lui; non grande politico, ma abbastanza corretto da sapere che era meglio lasciar fare l’imperatore a Marco, appunto, e lui restare nelle dorate retrovie, dove si trovava il tempo per divertirsi di più, fra le altre cose. Quando guardavano i due, tutti pensavano: come è buono Marco Aurelio, a scusare sempre il fratello un po’ cretino, come è generoso Marco Aurelio, a non fargli pesare di essere una mezza calzetta, come è saggio Marco Aurelio, che sopporta ’sta disgrazia che si è ritrovato come collega sul trono. Nessuno che abbia ringraziato mai il povero Lucio Vero perché, nonostante avesse maggior carisma e riscuotesse presso le truppe più simpatie, non provò mai a usare tutto ciò per far le scarpe a Marco Aurelio, e neanche pretese, a dire il vero, di non essere trattato sempre come un imperatore di seconda scelta, mentre avrebbe dovuto stare alla pari. Tutti i lodare Marco Aurelio, tanto che persino quando muore, Lucio Vero, passabilmente giovane, per un infarto improvviso, quasi quasi tirano un sospiro di sollievo, come a dire: “Meno male, adesso ce lo siamo tolti di torno, ’sta zecca, che se non ci pensava il destino era un guaio, perché Marco Aurelio sarebbe stato troppo buono per farlo fuori da sé.”

Marco Aurelio, invece, non so, penso che si sia sentito molto solo. Perché al di là dello stoicismo, doveva essere buono davvero, di animo. Per tutto il peso dell’impero si era sempre sentito sinceramente inadeguato, e dividerlo con qualcuno, un fratello più piccolo, vitale e allegro, doveva essere stato un sollievo. Pianse? No, era stoico. Forse nemmeno si disperò, né in pubblico né in privato, perché era l’imperatore e perché lo stoicismo, a furia di praticarlo, rende anche un po’ incapaci di provare sentimenti realmente forti. Era buono, Marco Aurelio, ma prigioniero oramai della sua compassatezza e del suo mito di imperatore filosofo, che non sbotta, non si adira. Passeggiò per i lunghi corridoi delle regge, con sotto braccio i suoi libri di meditazioni e i fogli su cui prendeva appunti. Appunti tristi in cui meditava con pacatezza sugli obblighi che la vita gli aveva imposto e lui si era rassegnato a portare a termine. Quando i barbari, le prime schiere di quelli che alcune centinaia d’anni più tardi stroncheranno l’impero, arrivano, lui, che non è un generale, va a contrastarli, alle frontiere. È suo dovere, ci mancherebbe. Non li sconfigge, ma li riesce a contenere, perché è preciso, meticoloso, e questo, alla lunga, serve a far da argine ai barbari più che le sfolgoranti vittorie sul campo. Ma portano la peste, ’sti barbari: e i microbi si spandono fra le truppe, perché lì non c’è confine o esercito che possa far barriera. I suoi soldati si ammalano, e lui, che è il loro comandante, e stoico, s’ammala, credo per solidarietà. Siccome fa le cose seriamente, da stoico, ci muore. Fa giusto in tempo a nominare erede il figlio Commodo, che si rivelerà sballato e incapace come pochi altri a regnare; poi si tira sul capo la coperta e spira, con la compostezza di un filosofo, dicono. O con la tristezza infinita di chi, durante tutta l’esistenza, avrebbe tanto voluto dire un vaffanculo, ma non ne ha avuto il coraggio.

invasione-barbarica

Che poi uno dice: la caduta dell’Impero romano. Spiegala, ai tuoi ragazzini, in classe, la caduta. Loro ti guardano con quegli occhioni sgranati, e si aspettano una lezione fatta di scontri, battaglie epiche, duelli: una specie di Gladiatore all’ennesima potenza, con cavalli che corrono di qua e di là per il campo, i Romani che tirano mazzate ma i Barbari di più, e quando l’ultimo Barbaro sgozza alla fine il legionario più duro a morire, un tramonto livido sullo sfondo segnala il termine del conflitto, e compare una graziosa scritta “The End” in sovrimpressione, con iniziali a ricciolo e musichetta conclusiva.

I Romani – e sant’Iddio! – erano quelli che avevano fondato un impero, quelli che s’erano conquistati in punta di lancia il mondo, quelli che, il mondo, lo avevano rivoltato come un calzino. Che avevano armate e legioni e accampamenti e torri, e costruivano muri lunghi ma lunghi ma lunghi per tener fuori tutti quei barbarotti puzzolenti dal loro giardino privato. Vabbe’, erano in piena fase di decadenza, d’accordo: ma via, un popolo così, anche se sta decadendo, anche se proprio lo vanno a beccare nel momento sbagliato, con le braghe, pardon la toga calata e mezzo discinto, un minimo d’orgoglio ce lo avrà pure, un ultimo scatto prima di farsi mandare in malora. La caduta dell’impero, dunque, se la immaginano così, come una botta improvvisa, inaspettata, che ti schianta a tradimento: il giorno prima, per carità, non era più il paradiso, ma si vivacchiava tranquilli, e il giorno dopo ti capitano addosso fra capo e collo le tribù dei Goti, dei Vandali, degli Unni; i Rugi, i Gli Eruli, gli Svevi, i Burgundi, insomma i Diosacchì, e pim-pum-pam, un casino dell’anima, che crolla tutto in capo ad un paio d’ore.

Invece. Invece a te tocca raccontare loro la storia poco edificante di una lunga agonia, la cronaca di una fiamma che si spegne poco a poco, per consunzione, per mancanza d’aria. Loro hanno in mente i Romani, e si aspettano dei pezzi di marcantoni come Russell Crowe, determinati, decisi, seppure con una leggera tendenza alla pinguedine, tenuta però sotto controllo da lunghi allenamenti, sennò chi riesce più a indossarla, la lorica? Se li immaginano Romani, tanto per cominciare, i Romani: cioè di Roma, o per lo meno nati entro i suoi confini, e con alle spalle delle belle famiglie latinissime, e secoli di antenati a garantire il pedigree purosangue dei nipoti.

Tu devi cominciargli a spiegare che, tanto per essere precisi, di Romani così alla fine dell’impero ce n’erano pochi, forse due o tre, giusto i Simmachi. Gli altri erano tutti mezzi barbari, quando non barbari completi. Gli devi dire che l’ultimo imperatore, quel Romolo Augusto diciassettenne, che a tutti fa sempre una gran tenerezza perché avergli messo un nome così era già portargli sfiga a priori, povero caro, era un ragazzetto, ma soprattutto era Romano quanto lo posso essere io, magari anzi un pelino meno. La mamma, sì, era romana di cittadinanza, ma figlia di un comes del Norico, cioè, ben che vada, una cresciuta in mezzo ai crucchi; il padre, ecco, il padre si faceva chiamare Flavio Oreste, che ad orecchio sembra il nome di uno nato sul cucuzzolo dei sette colli, ma di nascita era un barbaro, tanto barbaro che quando prese per il gozzo l’imperatore Nepote e lo costrinse ad abdicare, persino a lui venne lo scrupolo di non potersi imporre come regnante, perché vabbe’ vincere il comando a dadi, ragazzi, ma farsi chiamare imperatore e sedersi sul trono di Augusto e Traiano quando manco una generazione prima si stava ancora a razzolare per le selve della Norvegia è troppo. Allora prende il pupo e lo mette sul trono, via, a fare da fantoccetto, perché è un bravo ragazzino, Romolo, che cresce bene ed è tanto affezionato a papà. Intorno la corte, dove un romano vero lo trovi forse forse a cercarlo col lumicino e impegnandoti molto: la guardia imperiale è fatta di barbari, i funzionari sono tutti mezzi sangue, come Ecdicio, per esempio, e tanto abituati a trattare con questa e quella tribù, che se Romolo, cioè Oreste, li esautora dal potere, fanno armi e bagagli e vanno a fare i consulenti per i Burgundi.

Perché anche questa è un’altra cosa che non capiscono, i ragazzini. Tu gli dici “i barbari!” e loro ad immaginarsi dei brutti orsi pelosi, con i capelli impestati di burro rancido e gli elmi con le corna, che si muovono con grazia di oranghi in una cristalleria e, come vedono un palazzo, una villa, una statua, una signora romana vestita di seta e oro, aprono la bocca in un ohhh di meraviglia, neanche fosse apparsa loro la Madonna, ammesso sappiano chi è la Madonna, perché sono tanto rozzi che non sono nemmanco cristiani. Ma quella era la truppa, e le truppe sono fatte così da sempre e da qualsiasi popolo provengano: prendi un esercito qualsiasi, anche di quelli nostri, mandalo allo sbaraglio ad assaltare il Louvre, e vedrai cosa sono in grado di fare un plotone di compiti ragionieri con tanto di diploma: spacca di qua, spacca di là, salta addosso alle custodi e sgozza chi si mette in mezzo: la guerra è quella brutta roba che fa diventare barbaro chiunque. Invece i barbari, per lo meno i capi, sì, magari giravano con i capelli lunghi e l’elmo un po’ strano, ma erano gente acculturata: parlavano latino e greco, per lo meno li capivano, anche perché spesso, come Teodorico, erano stati allevati a corte, fianco a fianco con i figli degli imperatori. Le loro armate avevano qualcosa dell’orda, ma la cavalleria e gli ufficiali erano stati addestrati nei ranghi dell’esercito romano: era gente che la guerra la faceva per mestiere, come mercenari: efficienti, spietati, organizzatissimi.

Sono strani barbari, i barbari: ché se fosse per loro, l’impero non lo vorrebbero mandare in pezzi. Ci si trovano bene, dentro: hanno fatto tanto per entrarci, tutto sommato sono convinti che funzioni, e poi sanno che fuori non c’è nulla, se non un caos ancor peggiore, la miseria sporca, le selve nere, il freddo e la fame nei villaggi di fango. Loro, l’impero, lo vorrebbero conservare all’infinito. Prenderselo, certo, ma per tenerlo in gestione, e solo perché non c’è nessuno, fra i Romani ufficiali, che sia più in grado di farlo funzionare come si deve. Non pensano a spallate, non progettano palingenesi e rivoluzioni: sgomitano per arrivare ai vertici, ma, una volta giunti, stanno lì, con l’intenzione di ritagliarsi un incarico di prestigio, una prebenda e un titolo che a corte non si nega a nessuno: al Barbaro la civiltà piace, e non c’è Barbaro che in fondo all’anima non aspiri ad uno stipendio da travet.

Odoacre, che sbatte giù dal trono Romolo Augusto dopo avergli fatto giustiziare papà e zio, del travet frustrato ha tutta la mentalità, e la codarda pochezza. Ammazza ammazza, si prende il potere, e poi non sa cosa farsene, da solo. É un barbaro, ma barbaro barbaro, senza nemmeno un figlio da una gentildonna pressappoco romana da usare come burattino. Si ritrova per le mani scettro e corona e l’unica cosa che gli viene da pensare è di mandarli a Bisanzio, a Zenone, chiedendo in cambio, e anche con una certa umiltà, un titolo da patrizio, un bel nome altisonante da poter mettere sul biglietto da visita: solo perché i tempi non erano maturi non chiede anche il ficus aziendale.

La fine dell’impero romano è un’incidente, più che una caduta, una scivolata: Zenone apre il pacco con le insegne, probabilmente trattiene una smorfia di perplessità, chiedendosi che me ne faccio, eroga un titolo ad un tizio che non ha mai visto né mai vedrà in seguito. Romolo Augusto sopravvive, povero caro, perché manco vale la pena farlo fuori. Non c’è battaglia epocale, non c’è tramonto livido fra il fumo degli accampamenti bruciati, né un The End a sigillare una giornata e un’epoca. La mattina dopo, le mattine seguenti il sole sorge e l’alba è come sempre, e non c’è nessuno, ma proprio nessuno che, accortosi di una minima differenza, saluti chi gli si fa incontro dicendo: “Benvenuti del Medioevo.”

Quando gli imperi collassano, la vita va avanti.

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