You are currently browsing the tag archive for the 'società' tag.

mario sironi cavallo e cavaliere

Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.

Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.

Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.

Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.

Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.

È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.

A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.

Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.

Uh sono andata a sentirlo presentare ’sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”

Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.

Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”

Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”

Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.

Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.

Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

freud

Nel momento in cui ci si chiede il significato ed il valore della vita, si è malati.

S. Freud

L’ho visto sullo scaffale, ieri pomeriggio, e non ho saputo resistere. Con tutto che è un volumazzo di quasi duemila pagine, e solo per sollevarlo ci vuole l’aiuto dell’Incredibile Hulk. Ma era lì, mi guardava come se stesse proprio aspettando me, Sigmund Freud 1886-1921, Opere. E l’ho dovuto prendere, per una sorta di riflesso condizionato cui non so oppormi, una patologia che il vecchio Sigmund avrebbe fatto bene ad indagare.

Siamo vecchi amici, io e lui: la prima volta che ho preso in mano l’Interpretazione dei sogni avevo forse quindici anni, ed è stato amore a prima lettura. Mi sono chiusa in camera per tre giorni, riemergendone, alla fine, solo per uscire ed andare a comprami il resto: la Psicopatologia della vita quotidiana e Totem e tabù. Me li scammellai al mare, sotto l’ombrellone, con le mie cugine che mi guardavano preoccupate, offrendomi in cambio qualche romanzo di spionaggio.

Ma non vuoi un Bond?” chiedevano.

No, no, Vuoi mettere questo, quanto tiene più col fiato sospeso?Poi non fa che parlare di sesso…”

L’ho riaperto ieri, tirandolo fuori dal cellofan della libreria, e l’effetto è stato lo stesso. Freud a me ha sempre preso più di qualsiasi romanzo, ma forse è perché come un romanzo l’ho sempre letto e come uno scrittore l’ho sempre valutato. Ciò che mi cattura, quando m’immergo nei suoi scritti, non sono, in fondo, le teorie psicanalitiche e probabilmente nemmeno le esegesi cliniche, di cui non capisco una cippa, ma l’immagine di quel suo mondo che se ne ricava.

M’ha sempre affascinato questo uomo asciutto, dalla prosa precisa e tagliente, che non ha mai cedimenti al patetico o al sensazionalistico, o come molti suoi epigoni, al misticheggiante. È un medico, uno scienziato, non ha un attimo di defaillance, un momento in cui se ne scordi, uno svarigolo verso il poetico, l’enfasi, l’emozione. Pura prosa positivista di un tizio convinto, come solo un bel positivista poteva essere, che il caos del mondo va domato. O per lo meno spiegato nelle sue linee generali. Ci vuole una bella fede nella razionalità per andarsi a mettere contro l’Inconscio, ed essere tenacemente certi di riuscire a squadernalo e renderlo intellegibile nei suoi meccanismi più nascosti. Per mettersi alla ricerca delle regole che stanno dietro all’apparente pazzia, all’isteria, ai comportamenti patologici, o a tic inoffensivi, per smontare i sogni intuendo che sono congegni precisi come orologi, per quanto sembrino parti senza senso della più sbrigliata e assurda fantasia. Più estremo di uno Sherlock Holmes, le sue deduzioni razionali si spingono là dove nessun investigatore prima aveva mai osato: dove persino Platone e gli antichi s’erano fermati, arrendendosi dinanzi al limite della sacra follia.

E interessante, sociologicamente interessante, il mondo che lui descrive attraverso i suoi casi clinici. Una società apparentemente così ordinata all’aspetto, un’epoca che non era mai stata così bella, con le signore elegantemente vestite, gli uomini incravattati, i borghesi che parevano sempre sul punto di entrare in un tabarin o ad una prima d’opera. Un mondo che immaginava se stesso come privo di preoccupazioni se non secondare le magnifiche sorti e progressive, ma che invece Freud racconta corroso da nevrosi segrete, inspiegabili isterie. Non sono i suoi malati, quelli che fanno paura, ma le famiglie sane da cui provengono, in cui i bambini vengono abitualmente molestati da bambinaie e precettori, picchiati e seviziati da padri e insegnanti, i fratelli esercitano sulle sorelle violenze sessuali, le giovani spose si rifugiano nelle fobie per sfuggire ad una vita sessuale e di coppia cui sono del tutto impreparate, e il rimosso non è un meccanismo di difesa ma quasi uno stile di vita.

Sono un grande affresco collettivo, i suoi saggi, in cui anche lui si rivela uomo del suo tempo: lui che i contemporanei accusavano di essere un immorale spregiudicato per la libertà con cui trattava gli argomenti riguardanti il sesso, si rivela nei suoi scritti bacchettone come i suoi contemporanei nei confronti degli omosessuali, della masturbazione, delle pratiche sessuali che giudica “non convenzionali”, tanto pudico che non sa trovare le parole per indicare un orgasmo clitorideo e ricorrere a perifrasi che oggi farebbero ridere qualsiasi spettatrice di Sex and the City.

Caro vecchio Sigmund, che apre le porte dell’inconscio credendo di esserne immune, così come si affida alla cocaina, pensando non dia assuefazione: esattamente come Holmes, che forse è un suo gemello letterario inconscio, o un magnifico caso di convergenza evolutiva.

Come sempre nei geni, ciò che affascina in Freud è la sua capacità di essere dentro e fuori dal suo tempo: di averne tutte le manie e i vezzi e saperlo anche guardare e analizzare in maniera distaccata. Le nevrosi degli altri sono anche le sue, e lui rimuove e sublima come e quanto i suoi pazienti. Al pari di loro è imprigionato in quella Belle Epoque che è una sfera di cristallo leziosa, decorativa e pronta ad andare in frantumi al minimo alito di vento, come i ninnoli di Nonna Speranza, o i fragili arabeschi dell’art deco. Un mondo che ha cercato la felicità vivendo di superfici, di vetrate, di ferri traforati che si arrampicano in griglie a vista, e chiude ostentatamente gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere; in cui tutto è troppo manifesto ed ordinato perché sotto e ai margini non covi qualcosa di tremendo ed indicibile; una società che si pensa e si autorappresenta come “normale”, anzi, come la più normale da che il tempo è tempo, e proprio da questa sua hybris nasce la sua rovina, quel costante terrore che la mina dall’interno, la rosica e la corrode. I tortuosi cunicoli dell’inconscio sono simili al reticolo nascosto che rimane alle spalle e sotto i grandi viali alberati e illuminati delle città, e come quelli sono pronti ad eruttare ogni genere di imprevisto, assediano il centro, gli premono attorno, ne fanno sfocare i contorni e le sicurezze, come le pennellate dei ritratti di Boldini, che sfumano nell’indefinito man mano che s’allontanano di lineamenti classici del volto.

E anche Freud è così: scrive razionalmente ma in trasparenza ci senti qualcosa, il suo malessere, oltre a quello dei suoi pazienti. Un malessere cui tenta di porre freno con la razionalità, e che nega disperatamente affidandosi alla luce della analisi, ma c’è, costante, sordo.

Amo Freud per il suo inconscio.

galaturchina

Ho messo gli slip turchesi. E adesso una troupe di Studio aperto mi seguirà?

Ma faccio atto di contrizione da Anskij&Ghino.

Occhio, sta diventando un blog quasi erotico… ;-)

urna-elettoraleMa tu voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma tu voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero anche tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

Ma voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero pure tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

single

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.

Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.

E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.

O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”

E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.

Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.

Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

cartella

Stamattina ho aperto la home di Ok notizie, e, smanettando un po’, mi sono imbattuta in un accorato appello: Urania89 chiedeva lumi su una circolare scolastica del 1969 che invitava i Presidi e i docenti a non assegnare compiti per casa agli alunni durante i giorni festivi; prescriveva inoltre, detta circolare, che il giorno successivo alla festa (cioè il lunedì) gli alunni non venissero interrogati, e, per soprammercato, aggiungeva che anche i compiti a casa nei giorni normali dovessero essere “leggeri”, per permettere all’alunno di attendere a tutte le altre attività che lo formano (sport, chiacchiere con gli amici, etc.).

Urania89 si era doverosamente ricercata la predetta circolare e voleva sapere con una certa urgenza se essa fosse stata mai abrogata, perché la sua sorellina che fa la seconda media, apprendiamo dai commenti, si ritrova al sabato ed alla domenica piena di compiti per casa, e quindi la sorellona, cioè Urania89, che non si fa certo mettere i piedi in testa, annunciava di voler usare questa circolare come “cavallo di battaglia” alla prossima riunione dei genitori.

Da insegnante, purtroppo, ormai ci ho fatto il callo: ogni anno prima o poi ci si ritrova in questa identica situazione. Il genitore “che non si fa mettere i piedi in testa” è ormai un archetipo del panorama scolastico. Ce n’è almeno uno in ogni classe; negli anni di particolare jella, persino due e tre, subito pronti a far comunella. Sono in genere tizi mediamente istruiti e di buon reddito, non di rado laureati. Li riconosci già alla prima riunione della prima media, perché il loro piccino non ha ancora fatto in tempo a varcare la soglia della classe che già loro si sono fatti un elenco pignolo di tutto quello che hanno da rinfacciare alla scuola ed al corpo docente: non vanno bene gli orari, le materie, i libri di testo scelti, per non parlare poi dei professori: se i docenti sono di ruolo e di una certa età, cominciano a dire che è gente che sta lì da troppi anni, e ci vorrebbe gente più giovane per capire meglio gli alunni; se gli insegnanti sono giovani, protestano perché non si possono affidare i pargoli a persone con così poca esperienza. Se in classe fai lezione basandoti sui libri, ecco che allora sei troppo inquadrata e non sviluppi al fantasia del loro bimbo; se non spieghi il libro pagina per pagina, fai al piccino troppa confusione, eppoi hai fatto spendere i soldi per il libro, adesso cos’è non lo usi? Fai grammatica? Sei rigida. Ne fai meno? Caspita, non sei capace di inquadrarli. Pretendi in classe silenzio mentre spieghi? Ecchediamine, vuoi una scuola che pare una accademia dei marines! Lasci ogni tanto i ragazzini più liberi? Non sai tenere la disciplina.

Ci sono due professioni che tutti sono convinti di saper fare: l’insegnante e il ct della nazionale: il genitore chenosifamettereipiedintesta forse il ct della nazionale un minimo lo rispetta, mentre l’insegnante è convito che lo saprebbe fare anche un babbuino, ragion per cui lui ha scelto un’altra carriera; ma si ritiene in dovere divenire a dirlo a te, come si deve insegnare, nonché a suggerirti, o meglio a dettarti proprio, il programma da svolgere in classe, con tanto di tempistica e carichi di lavoro. Perché il genitore chenonsifamettereipiedintesta ha per giunta un’idea molto precisa di cosa debba dare la scuola a suo figlio: se il pupo, ad esempio, ha mostrato un vago interesse per il terminemeccanica quantistica perché ne ha sentito vagamente accennare in un articolo di Focus, il genitore pretende che quello sia l’argomento principe dell’intera formazione scolastica: meccanica quantistica da mane a sera, anche nelle ore di italiano, perché il suo cocchino c’è tanto portato e su quella imbastirà il suo futuro lavorativo: e se gli altri della classe non hanno una analoga passione, peggio per loro e per te.

Sui compiti e sulle modalità di insegnamento a scuola, poi, si apre ogni volta una dura battaglia. Perché i genitori pretendono che i figli abbiano insegnanti severi, vecchia maniera, per Giove, dato che per i figli vogliono la migliore formazione possibile. Però quando ammolli da fare un tema per casa, o tre o quattro esercizi di grammatica, ecco che insorgono: che caspita, il bimbo deve andare a tennis, a nuoto, a pallacanestro, a basket, studiare pianoforte e maracas, e poi giocare con gli amici e telefonare al morosetto e alla morosa: non può passare il pomeriggio del sabato sui libri, quando è programmato il giro al centro commerciale a fare compere, e men che meno la domenica a far compiti, ché mamma e papà devono partire per il week end. Una volta, giuro, mi ricordo che a protestare fu un parroco: il sabato pomeriggio niente compiti, o gli marinavano il catechismo.

Il genitore chenonsifamettereipiedintesta, quando capitano questi inconvenienti, parte in quarta: va diretto dal Preside, in prima battuta, perché di solito non si abbassa neppure ad andare a parlare con il docente interessato: e chi è il docente? Lui parla solo con il capo in testa. Se il Preside non gli dà eccessiva soddisfazione – e la soddisfazione, in questi casi, non è mai abbastanza: il genitore chenonsifamettereipiedintesta giudicherebbe un giusto compenso al suo onore offeso solo se l’insegnante in questione fosse lasciato avvolto in un grezzo saio per tre giorni, sulla neve, fuori dalla scuola, a chiedere scusa in ginocchio- allora eccolo che smanetta in internet, recupera circolari di quarant’anni prima, scarica decreti risalenti all’impero Austroungarico, convoca riunioni urgenti di tutti i genitori in cui si sente tanto Alberto da Giussano in lotta contro il Barbarossa: in questo caso, non c’entra niente che il genitore sia o meno leghista: se gli tocchi il pupo, la sindrome da Alberto da Giussano scatta anche nel comunista più convinto.

Se per caso tutto il materiale scaricato da internet e riscaricato addosso al docente non dovesse bastare a spaventare il povero professore, il genitore chenonsifamettereipiedintesta, nei casi più esilaranti, mobilita gli avvocati di famiglia, o scrive lettere deliranti agli ex Provveditorati chiedendo ispezioni. Troppi compiti, oppure voti troppo bassi: è inconcepibile, per il genitore chenonsifamettereipiedintesta, che il suo pupetto, notoriamente geniale, non raggiunga il 10 in tutte le materie anche se non studia un’ostrega. Se nemmeno l’Ufficio Scolastico Regionale gli dà soddisfazione, il genitore chenonsifamettereipiedintesta si abbandona alla sindrome del complotto universale: l’insegnante che non gli comoda è protetto da potere oscuri, l’internazionale socialista o una loggia massonica segreta mondiale fondata dai Templari appositamente per rompere le palle ai genitori che vogliono portare i figli fuori per il weekend.

Faccio i miei migliori auguri, da insegnante, a Urania89, che immagino già varcare la soglia dell’assemblea dei genitori munita di circolare d’annata, ed arringare la folla come una Giovanna d’Arco che libera i fratellini dai compiti in eccesso. Promette bene, la ragazza: fa così per la sorella, figuriamoci quando avrà figli suoi.

busto manichino

L’altra sera, vagando nel deserto televisivo, sono capitata su Mtv. Serata fiacca: niente special sui cantanti, o concerti, neppure video in rotazione, cioè le cose per cui si guarda Mtv. C’erano invece, un in fila all’altro, due programmi di produzione americana che probabilmente si potrebbe definire “giornalistici”, anche se nella variante gossipara. Nel primo, “esperti” di non si sa bene cosa stilano classifiche di celebrità più o meno ignote, erudendoci su quanto Maria Carey spenda in scarpe al mese e stilando preziose classifiche sui divi più sexy di tutti i tempi, in cui, per dire, Jim Morrison finisce al quinto posto sorpassato dal marito quasi adolescente e del tutto sconosciuto di Demi Moore. La classifica della serata riguardava le “Dive più magre di Hollywood”. Magre è un eufemismo: scheletriche avrebbe reso meglio lo skinnest usato nel titolo originale. Dibattevano, i convenuti, mostrando una infilata di foto di signorine cui si contavano costole e tibie bene in vista fra gli spacchi dei loro vestiti firmatissimi e costosi. La puntata era costruita così: foto dello scheletrino, commento finto scandalizzato dell’opinionista (“Ooooh, santo cielo, come si è ridotta, quanto è magra, quanto è brutta, ma non si vede?”), scheda in cui si riferivano il peso della malcapitata, le illazioni su possibili diagnosi, le indiscrezioni sui presunti ricoveri in cliniche per i disturbi alimentari; quindi spezzone di intervista in cui la poveretta negava assolutamente di soffrire di anoressia/bulimia, altro giro di esperti che commentavano ghignando quanto patetica fosse quella negazione e allegra sarabanda di foto confermanti il continuo deperimento in corso, indi chiosa finale di uno degli intervistati, che spiegava con tono saccente e paternalistico che i problemi alimentari della sventurata erano legati al suo non sopportare il continuo assedio e la pressione dei media su di lei. Soprattutto di quei media che vanno a contare i bocconi che mastichi e imbastiscono programmi su quanto pesi, direi a occhio.

Il secondo programma, sempre di produzione americana, era invece una specie di documentario-reality, che seguiva la vita di due donne, una ragazzina di colore diciassettenne e una venticinquenne cubista, con lo stesso problema: la taglia del reggiseno. Avevano entrambe una prima, e non era abbastanza, nonostante possedessero per il resto un corpo bellissimo, magro, scattante, slanciato: la diciassettenne si sentiva inadeguata perché così piatta temeva di non essere abbastanza bella per diventare una cheerleader, la cubista lamentava il fatto che le colleghe con più seno avessero ingaggi migliori del suo. Scuse, ovviamente: bastava guardare il documentario cinque minuti per capire che non erano quelle le motivazioni vere. Le due ragazze, lo ammettevano francamente, non si sentivano belle e abbastanza desiderate, o sexy: il silicone non avrebbe avuto il compito di riempire le tette, ma il vuoto dell’autostima. Un vuoto pauroso, di cui era piena ogni inquadratura del programma, ogni mozzico di frase delle due protagoniste e soprattutto di chi stava loro intorno. Perché quello che faceva venire i brividi era che le due ragazze non erano affatto due graziose ochette dalla testa vuota.

L’una, la cubista, era in realtà la manager di una agenzia di servizi per le discoteche: gestiva ragazze immagine, ballerine, curava spettacoli nei club. Era una piccola imprenditrice organizzatissima, con tanto di ufficio, sito internet per le prenotazioni on line: una donna, insomma, che avrebbe potuto tranquillamente catafottersene della taglia del seno, perché evidentemente dotata di una buona taglia di cervello, e per giunta aveva anche un compagno fisso, musicista di infime fortune, ad aspettarla a casa, innamorato. Eppure la si vedeva angosciarsi per quei centimetri di circonferenza che mancavano, indossare reggiseni imbottiti uno sull’altro, ordinare via internet creme miracolose per guadagnare qualche millimetro di decolletè, trangugiare senza controllo medico preventivo orribili intrugli omeopatici che avrebbero dovuto stimolare l’aumento delle tette. Il compagno la guardava far tutto ciò dapprima basito, poi addirittura offeso: non sapeva far altro che ripetere, come un disco rotto: “Ma a me piaci anche se sei piatta, , in fondo, basta che tu piaccia a me!” E aggiungeva: “Non voglio che faccia l’intervento, perché poi se gli altri la guardano troppo mi darà fastidio..”. Le voleva bene, era evidente, ma non si rendeva conto così di diventare anche lui una parte del problema: ogni volta che apriva bocca per consolarla, in realtà con quelle parole confermava le sue paure: diceva che a lui andava bene anche così, cioè piatta e senza seno, ma il tono, anziché consolatorio, era pieno di paura e strettamente egoista: sottointendeva un mi accontento anche se fai un po’ schifo, perché così sei un po’ una fallita, come me; anzi non voglio proprio che cambi in meglio, sennò non saresti più una fallita come me, piaceresti anche ad altri migiiori di me e potresti allora mollarmi.

La ragazzina diciassettenne era anche lei, a mio parere, bellissima. E nemmeno stupida, povera creatura. Tanto è vero che di operarsi non voleva sentir parlare. Chi la voleva trascinare dal chirurgo a tutti i costi era la madre, una giunonica matrona di colore con un seno da centrale del latte. Dalla mattina alla sera, a colazione pranzo cena, la genitrice sistematicamente la martellava: “Hai poco seno, saresti bella se avessi più seno, se non ti rifai il seno non riuscirai mai ad entrare fra le cheerleader, guarda come sei brutta con quel poco seno.” La ragazzina tentava di resistere a questo lavaggio del cervello, nonostante il problema del seno piccolo fosse diventato per lei ormai una ossessione. Rispondeva per le rime alla madre, dicendo che a lei interessava stare bene, e magari avrebbe potuto anche rinunciare al posto da cheerleader. Ad un certo punto si è persino iscritta ad un corso di meditazione yoga, per imparare a lavorare su se stessa e non pensare più costantemente alla taglia del reggipetto desiderata. La madre, saputolo, ha stroncato l’iniziativa con un ragionamento semplice: “Con quello che paghi il guru potresti farti l’intervento e risolvere la questione.”

Non ho guardato più oltre il programma, non ce l’ho fatta. Non so se le due abbiano deciso di operarsi entrambe, o una sì e una no, o magari nessuna delle due. Sono dovuta uscire in terrazzo, a prendere una boccata d’aria.

Era un programma americano, dunque non c’entrava Berlusconi e la sua cultura delle donne veline a tutti i costi. Nel documentario non c’erano uomini prepotenti e maschilisti, ma un povero ragazzo impaurito e fondamentalmente succube della compagna, una madre aguzzina, e due giovani donne che avevano bisogno, in buona sostanza, solo di sentirsi amate. Ma erano abituate a dar per scontato che questo potesse avvenire esclusivamente grazie o attraverso il loro corpo, e nulla di ciò che avevano attorno aiutava il formarsi, in loro, di una idea diversa, o a sentirsi qualcosa d’altro, e dunque non ci riuscivano, anche se per il resto erano donne intelligenti, motivate, persino di successo. Perché nel profondo di noi stesse, per tutto ciò che ci hanno detto, insegnato e inculcato da quando siamo nate, questo noi donne rimaniamo, persino per noi: un corpo e basta.

Certo che dopo gli scandali a Villa Certosa in tema di rapporti di coppia non ci si capisce più nulla.

Prendiamo l’ultima dichiarazione del ministro Brunetta:«La Chiesa non ha mai avuto tanto dallo Stato italiano in termini di 8 per mille e questo dimostra la nostra serietà»

Ecco, son rimasta spiazzata. É la prima volta che un rapporto mi viene presentato come serio in quanto uno dei due ha pagato l’altro.

Come nick ha scelto Libertyfirst. A leggere l’ultimo post, però, ho come l’impressione che la Libertà da lui tanto vagheggiata abbia confini abbastanza precisi: non comprenda, cioè, tutti, ma solo quel segmento del genere umano che ha la fortuna di nascere del sesso giusto, che nella fattispecie è quello maschile. Per donzelle infatti, per carità, la libertà di far ciò che si vuole esiste, in teoria; però in pratica, stando alle sue meditazioni, sarebbe meglio se noi signorine ci rassegnassimo a capire che il nostro ruolo al mondo è quello di partorir marmocchi e scodellare pranzetti ai mariti. Ma mica lo dice, sia ben chiaro, per un reflusso di maschilismo: no, Libertyfirst lo afferma quasi a malincuore, e dopo ponderati studi, perché è convinto che solo così noi donne saremo felici. Per spiegarcelo, ha elaborato una vera e propria teoria scientifica, che ha battezzato La teoria maschilista della cultura umana.

Si comincia con un tono un po’ faceto, che quasi trae in inganno: Per gioco, quest’estate ho creato una teoria che spiega per quale motivo quasi tutte le opere scientifiche, filosofiche e artistiche della storia umana sono state fatte da uomini. Eh si sa, col caldo, sotto l’ombrellone, il tempo bisogna ingannarlo pure: ricordo un ferragosto in cui, con una mia amica, formulammo l’ipotesi che lo spirito di conquista di certi popoli fosse legato al desiderio di sfuggire alla cattiva cucina, il che spiegava magnificamente perché gli Spartani tirati su a brodo nero, i Macedoni a schiene di bue grigliate, i Romani a zuppe di farro stantio e gli Inglesi fossero sempre disposti a conquistare il mondo, mentre noi Italiani moderni no. La mia amica ed io, passata la calura ferragostana, abbiamo riso delle nostre elucubrazioni; Libertyfirst invece no, deve averci penzato e ripenzato, e se ne vedono i frutti:


La teoria standard, per non dire politicamente corretta, sostiene che è per l’inferiorità giuridica delle donne che ha impedito loro di contribuire maggiormente allo sviluppo della cultura umana, ma questa teoria secondo me non spiega perché le cose non sono cambiate repentinamente nell’ultimo secolo, nel momento in cui l’inferiorità giuridica è andata a farsi finalmente benedire e ormai anche gran parte della dipendenza economica è un ricordo del passato, visto che la maggior parte delle donne anche della generazione precedente alla mia vanno all’università e lavorano.

Eh già, è noto che quando la Legge dice che una cosa è riconosciuta, automaticamente la società si adegua. Scritto sulla Costituzione che uomini e donne sono giuridicamente uguali, bibidibobididbù l’uguaglianza è raggiunta, e la società archivia nel giro di un attimo non solo secolari pregiudizi, ma anche altrettanto secolari aspettative (aspettative che, per giunta, le donne in millenni hanno introiettato, fino ad assumerle come un destino fatale, anzi, peggio ancora: naturale).

Oltretutto viene anche da domandarsi se Libertyfirst si sia dato un’occhiatina attorno, e soprattutto se abbia dato uno sguardo magari ad un qualche documentario sulla vita quotidiana delle donne, in Italia, anche solo una trentina di anni fa. Si sarebbe accorto che le cose, per noi donne, sono davvero cambiate repentinamente nell’ultimo secolo: cent’anni fa le donne medie, quando proprio andava loro di lusso e le lasciavano lavorare, potevano fare le sartine, le operaie, le più intellettuali – ma proprio tanto tanto intellettuali – le maestre con la penna rossa; oggi fanno le cardiochirurghe, le fisiche nucleari e quant’altro salti loro in testa, e hanno quasi colmato uno svantaggio che si trascinavano dietro da millenni. No, per Libertyfirst non è abbastanza:

A guardare la Storia, di donne se ne sono viste, e non tante, quasi solo come romanziere e poetesse, anche se comunque probabilmente stanno abbondantemente sotto il 20% del totale. Nel campo della scienza gli esempi sono pochi, visto che a me al momento viene in mente solo Rita Levi Montalcini, e il rapporto tra Premi Nobel uomini e donne è indubbiamente abbondantemente a favore degli uomini


Pofferbacco, c’è da dargli ragione, i numeri sono numeri e si sa che la statistica è scienza oggetitva, no? Ma a guardar la Storia un po’ meglio, si scoprirebbe che di donne filosofe, avvocate, mediche (Si dice, mediche? No, e già questo è un indizio su cui riflettere!) ce ne sono state pochine, anche perché, persino se avessero completato gli studi adatti, non potevano poi in pratica accedere alla professione. E quand’anche le avessero ammesse nelle gilde e nelle confraternite, nei secoli passati nessuno si sarebbe fatto ristrutturare casa da una donna architetto, o curare da una donna medico, o avrebbe affidato da gestire i suoi risparmi ad una donna banchiere. Visto che tutte queste attività erano precluse a priori, ecco, quando potevano facevano le letterate: pure qui, spesso e volentieri, se qualche magnanimo maschietto le incoraggiava e le pubblicava nonostante le donne letterate siano notoriamente delle scassacazzi, perché, pure in letteratura, il ruolo principale che poteva essere ricoperto dalla donna era quello della musa, preferibilmente zitta. Quanto ai premi Nobel scientifici, dato che l’ambiente è ancora prevalentemente maschile – per i motivi spiegati sopra – non stupisce che anche i Nobel assegnati a donne siano meno. Però, oltre alla Montalcini, ricordati di Marie Curie: tra l’altro ne prese due, e di cui solo mezzo era in coppia con un uomo.

Ma per Libertyfirst tutte queste sono frigni da femminucce: lo sa lui perché le donne e la cultura non quagliano proprio:


Eppure sono convinto che, anche se eliminassimo ogni tipo di asimmetria sociale e giuridica, rimarrebbe il fatto che l’arte, la filosofia e la scienza saranno appannaggio degli uomini, e non c’è nulla di sociologico che possa spiegare tutto ciò, visto che già ora dovremmo stare, dopo decenni di parità, prossimi al fifty-fifty.
Questo perché la ragione è psicologica. Le donne non hanno bisogno delle pippe mentali per sentirsi realizzate: l’arte, la filosofia e la scienza sono passatempi con grandi conseguenze secondarie, come ad esempio la teoria della relatività o la fenomenologia husserliana o la Cappella Sistina. Le donne si fanno le seghe mentali solo quando arrivano senza marito e senza figli oltre i trent’anni di vita, mentre per tutto il resto non si metteranno mai a spendere le ore riflettendo sulle equazioni di Maxwell, sulle sinfonie di Beethoven e sulla maieutica socratica.

O cazzo! Siccome io, che ho pure passato i trent’anni, è una vita che spendo ore sulle sinfonie di Beethoven e la maieutica socratica – nonché sulle cause della Guerra del Peloponneso, sull’aoristo passivo e altre bazzecole, divertendomici un mondo – mentre non me ne ho mai passata mezza a rammaricarmi di non aver marito o figli, sarò mica un uomo? No, sono solo una sfigata che non ha trovato da sposarsi: perché Libertyfirst, in merito, ha una incrollabile certezza: Superati i trent’anni, arrivano quasi sempre mariti e figli, le donne si sentono realizzate e hanno qualcos’altro a cui pensare. Già, appagato l’utero, il cervello può anche smettere di funzionare. Una donna mica è un essere umano, dotato di aspirazioni, sogni, gusti propri: è di fondo una incubatrice, quando finalmente ha incubato che altro può volere dalla vita? Quando è madre, smette tutto il resto: che senso ha per lei continuare a pensare?

Per gli uomini, invece, la cosa è completamente diversa:

Un uomo può ovviamente essere felice di avere una moglie e di giocare coi figli, ma questo non rimuove del tutto l’inquietudine, né appaga del tutto l’ambizione: soprattutto, credo, la paternità è qualcosa di molto meno intenso della maternità, anche se su questo non ci posso giurare perché non ho figli. Il risultato è che gli uomini per sentirsi realizzati continueranno a pensare ai massimi sistemi in cerca di un posto nella Storia. Il risultato non voluto di questa evidente nevrosi e di questi complicatissimi passatempi è il progresso culturale dell’umanità, che è e rimarrà per sempre, probabilmente, appannaggio quasi esclusivo degli uomini.

Se poi qualcuna si intestardisce a volersi occupare di campi maschili, be’, è chiaro che è ‘na matta:

Nel campo della letteratura i rapporti, come dicevo, sono più equilibrati, però bisogna considerare che Jane Austen era zitella, Virginia Woolf e Katherine Mansfield erano depresse, e che Oriana Fallaci fosse un bel po’ strana ci vuole poco a convincersene: le donne che si occupano di letteratura cercano cose che la maternità dà spontaneamente alle altre donne.

Oddio, non mi pare che i grandi letterati si segnalassero manco loro per essere degli allegroni, ma un maschio triste è un genio tormentato, una donna tormentata è semplicemente isterica perché non ha avuto un figlio, si sa. Ma dato che dirlo così sarebbe proprio poco cortese, ecco che Libertyfirst chiude con un bel baciamano alle signore:

Insomma, il mio consiglio alle donne è di non diventare come gli uomini, che hanno inventato la cultura umana solo perché si annoiavano e non sapevano come essere soddisfatti e felici.


Già che noi donne, ringraziando Iddio, abbiamo un utero, per carità non cerchiamo di usare il cervello, poi ci vengono pure le rughe sulla fronte e allora chi ci sposa più?

Per chiudere in bellezza, però, c’è una chicca:

Ora mi interrogherò su quanto veramente io creda in quello che ho appena scritto.

PS Ovviamente, qualsiasi tipo di discriminazione giuridica è del tutto indifendibile. Più o meno come certe teorie femministe (ho in mente un paio di articoli di “teoria femminista delle relazioni internazionali” letti un paio d’anni fa).

Non si rende nemmeno conto che, con una simile mentalità, l’uguaglianza giuridica è un patetico guscio vuoto che serve solo a lavare le coscienze: hai appena teorizzato che non possiamo contribuire alla civiltà, che non ci deve nemmeno interessare perché l’unico compito per noi appagante è la riproduzione, che, in buona sostanza, non siamo neppure dei veri e compiuti esseri umani, e poi mi vieni a dire che però ti riconosci “giuridicamente” pari a me? E che vuol dire, di grazia? Dimmi apertamente che sono una razza inferiore, almeno apprezzerò la brutale sincerità.

Mah, non si sa davvero cosa replicare, di fronte a post come questo: ma non come donna, proprio come essere umano. Mi chiedo se Libertyfirst pubblicherebbe un post simile sostituendo però il termine “donna” con quello di una qualsiasi etnia (chessò: Navajo, Afroamericani, Cinesi): le argomentazioni potrebbero non essere neppure ritoccate – sono perfettamente adattabili – ma credo che lui non si sognerebbe mai e poi mai di pubblicare l’articolo senza avere il sospetto di essere gratuitamente offensivo e apertamente razzista. Con noi donne, invece, non lo sfiora neppure il dubbio: se leggete i commenti, ci scherza persino sopra, lasciando sempre intendere che se qualcuna di noi si offenderà è perché è una femminista, naturalmente isterica.

Stia tranquillo, benché non sia femminista, non mi incazzo neppure io: a questo punto, confesso, me ne manca del tutto la forza.

marlene

Il dibattito sul “sesso ludico” aperto qualche settimana fa non accenna a smorzarsi: del resto si sa, in tutte le salse è sempre un argomento che tira. Dopo aver collezionato commenti ai miei post, post di risposta o d’eco, ieri ha lasciato in calce su questo blog il suo parere anche Paolo Barnard, dal cui articolo tutto il carrozzone della polemica era partito.

Scrive, Paolo Barnard:

Bel dibattito. Mancano due cose. La risposta alla domanda “Donne, allora che si fa con il mostro planetario della gnocca commercial-mediatica?”, che è un vostro problema tragico, ma non rispondete. E manca la realizzazione del vostro deleterio doppio binario di civilizzazione, dove da una parte giustamente pretendete la modernità, ma dall’altra conservate il medioevo. Ovvero: volete parità di diritti e trattamenti in ogni settore della vita, mentre pretendete ancora il perdurare di un sistema medievale nella sfera contatti/sesso con gli uomini, dove innescate modalità appunto obsolete fino allo sfinimento (nostro). Purtroppo, quest’ultima parte causa in noi un tale risentimento, che poi ve la facciamo pagare carissima nella parte della modernità. Volete la botte piena… e il marito ubriaco. Troppo comodo. Il resto l’ho già scritto. Paolo Barnard

Dunque, caro Paolo, tanto per cominciare io vorrei che mi spiegassi meglio qualche punto del ragionamento, perché davvero non ti seguo più. La risposta alla domanda “Che si fa con il mostro della gnocca commercial-mediatica” nel mio post mancava perché non mi risultava che tu l’avessi mai fatta. Ma, se la fai ora, io ti replico: scusa, ma perché “mostro”? E perché poi sarebbe un problema “tragico” ed esclusivamente femminile?

Le donne, tutte, sono esseri umani pensanti e responsabili, come tali, delle decisioni che prendono per quanto riguarda la loro vita. Il “mostro planetario della gnocca cultural-mediatica” nasce dal fatto che alcune decidono, per campare, di andare a fare le vallette in tv mediamente desnude e sculettando in maniera provocante (o vanno in giro sculettando mezze nude anche quando lavorano in ufficio)? Embe’, chiedo io?

Posso trovare magari talvolta alcuni programmi e alcuni atteggiamenti di cattivo gusto o anche semplicemente ridicoli, ma non è che, sinceramente, trovi le Veline in minigonna necessariamente più volgari, spesso, di un Paolo Bonolis completamente vestito. Mi dà fastidio, da donna, quando pare che le donne, in Italia, possano essere solo ridotte a quelle funzioni lì, cioè veline o madri, o magari entrambe in rapida successione; ma sinceramente a me le belle ragazze che ballano nei programmi tv, vanno ai concorsi di bellezza, decidono di far le letterine, le letteronze, le letterazze, fanno servizi di moda, calendari, posano per Playboy non danno alcun fastidio, come non mi dà alcun fastidio, perché lo faccio quasi sempre, indossare io stessa abitini scollati, tacchi alti, minigonne ed essere sexy ed ammiccante quando mi gira e con chi mi sconfiffera: sul proprio corpo, ognuno è sovrano, e delle proprie azioni ciascuna risponde solo a se stessa: anzi, se un domani mi prende l’uzzolo, posso decidere pur io di fare il calendario di Galatea, perché no? Il concetto di “ludico”, se non sbaglio, dovrebbe poter comprendere anche questo: esser liberi, da parte di uomini e donne, di dare sfogo al proprio intrinseco narcisismo e divertirsi a farlo, senza che nessuno abbia nulla da ridire in proposito.

Il passo del tuo ragionamento che non posso proprio condividere è quello sotteso subito dopo, e che forse tu fai in maniera inconscia. E cioè: donne, se volete andare in giro scosciate e provocanti, velineggiare e bamboleggiare, allora però poi dovete starci con chiunque ve lo chieda e praticare il “sesso ludico”, perché non si può mica essere così sexy e poi dire di no o pretendere che il maschietto, per portarvi a letto, prometta anelli di fidanzamento, matrimoni o comunque corteggi e perda tempo in salamelecchi vari come un cicisbeo. Sennò, se fate così, ve la facciamo pagare: andiamo a puttane oppure ci vendichiamo non riconoscendovi, nella società, altro ruolo che quello di pittoresco decoro.

Vabbe’, caro Paolo, correremo il rischio, che vuoi che ti dica? L’alternativa che tu proponi, infatti, darebbe secondo me i brividi anche peggio: o una società grigia, dove il circo della “gnocca commercial-mediatica” è abolito sì, ma in cui le donne sarebbero ridotte a mortificarsi, in società, in abiti “seri” ed atteggiamenti “virtuosi” per evitare di essere prese per sgualdrine, o peggio ancora una società solo apparentemente liberissima, in cui le donne potrebbero andare vestite come a loro pare, e meglio ancora scoperte, ma pagherebbero questa libertà loro concessa dovendo dire sempre sì ad ogni richiesta sessuale, da parte di chiunque. Insomma, ragionaci un attimo, Paolo: metti in pratica quello che vuoi tu e ci ritroviamo ancora una volta con lo stereotipo santa/puttana, anche se lievemente modernizzato: da un lato delle rompicoglioni seriose che non mettono il rossetto e considerano ogni piccolo cedimento alla vanità femminile come un asservimento al maschio, o quelle che accettano di andare a letto con un uomo solo previa firma di contratto legalmente valido che li trasformi in famiglia rigorosamente monogamica e certificata, e dall’altro le sgallettate bambolotte che dicon sempre di sì perché si deve fare sesso ludico per essere considerate libere e moderne, o magari perché vogliono assomigliare a Carrie di Sex and the City.

Ecco Paolo, estremizzo, ma lo hai fatto anche tu, del resto. E la vita, invece, non ama le estremizzazioni né le semplificazioni eccessive. Rassegnati, la libertà dell’individuo presuppone sempre un certo grado di disorientamento e confusione. Andando in un bar alla sera, o per strada, o in ufficio troverai donne vestite come veline che però ti diranno di no, perché non sei abbastanza ricco, o sufficientemente potente per far far loro carriera, o perché in realtà non sono mangiauomini, ma ragazze che stanno cercando una relazione più seria di una botta e via, o semplicemente ti rifiuteranno perché non sei il loro tipo, anche se sono entrate nel bar con il preciso intento di trovare qualcuno con cui fare sesso; e altre che ti diranno magari di sì per la storia di una notte, perché hanno voglia di fare sesso ludico, o perché piaci loro, per curiosità o per semplice noia. Dal momento che tutte sono libere di regolarsi come meglio credono, esattamente come fate vuoi uomini, per capire quali fanno parte di una categoria, e quale dell’altra, dovrai provare ad abbordarle, perder tempo, e non incazzarti se qualcuna ti risponde no grazie. Sennò, per evitare il rischio di metterti in gioco senza approdare a niente, puoi uscire e andare a puttane, come hai detto tu. Ma, per piacere, non farlo con quell’aria moralistica da buon samaritano, che si lamenta di non poter trovare di meglio, e poi racconta che quasi quasi la povera ragazza perduta vorrebbe salvarla, perché lui è buono dentro e se il mondo non fosse cattivo e le donne normali più aperte con una prostituta non ci andrebbe mai. La signorina è una professionista, risponde ad una precisa domanda di mercato, fornisce un servizio che le hai richiesto e ne riceve il giusto compenso: non c’è nulla di vergognoso per lei, e io per prima, da donna, mi guardo bene dal condannarla.

Non capisco, a questo punto, perché la fai tanto lunga tu.

Marlene Dietrich, Lili Marleen

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

  • 522,834 lettori

iltwitdiGalatea

  • Propongo un Forse Day. E mettiamo d'accordo tutti. 6 hours ago

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Disclaimer

Questo è un blog, non una testata giornalistica, lo aggiorno quando mi va, sennò ciccia. I commenti sono liberi, e possono non rispecchiare assolutamente le opinioni dell'autrice del sito. I commenti offensivi o anonimi saranno comunque eliminati a mio insindacabile giudizio: è casa mia, dopo tutto. Le immagini sono tratte da internet, se per caso fossero coperte da copyright, segnalatemelo e saranno rimosse. Tutti i racconti sono opere di fantasia, i nomi e gli avvenimenti narrati non corrispondono a fatti reali e qualsiasi somiglianza è puramente casuale: è letteratura, bellezze! Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Se volete pertanto citare articoli o passi dei miei post, fate pure, ma riportate o il nome dell'autrice o l'indirizzo e il link del blog: sono liberale ma vanitosa.

Scrivi a Galatea

Se mi volete contattare: galatea.vaglio@gmail.com Risparmiatevi le mail di insulti, tanto me ne frego.

Share this blog