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urna-elettoraleMa tu voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma tu voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero anche tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

Ma voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero pure tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

Grillo presenta il suo nuovo partito alla presenza di Claudia Mori.

Se non gli va bene in Parlamento, almeno a X Factor ha una possibilità.

Io il Pd non lo capisco.

Probabilmente è perché si ostina a spiegarlo Adinolfi.

paesaggio toscana

Hommage a Paolo Virzì

Teo. Che poi starebbe per Teofilo. Nome di famiglia, ereditato dai nobili antenati. Ma andarlo a mettere ad un pupetto appena nato, denota nei genitori una certa colpevole indifferenza, invero poco nobile, nei confronti dell’avvenire del figlio.

Comunque, l’hanno chiamato Teo. E gli è andata anche bene: la sorella si è beccata un Nazarena.

Dunque, Teo, dicevamo. Età. Entriamo nel campo dell’incerto. Facciamo qualche anno più di me, ma non molti. A occhio e croce: Teo sull’età è sempre stato un po’ vago: superati i quaranta, sarà uno di quegli ex ragazzi che non accettano di invecchiare, così ha giocato sempre d’anticipo, non dichiarandola fin da quando ne aveva venti; ma è da quando avevamo entrambi circa venti anni che ci conosciamo, dunque a me non la può dare a bere.

Professione. Ecco, qui entriamo nel campo del più incerto ancora. Cosa faccia Teo per vivere non l’ho mai ben capito, e spesso dubito che lo abbia capito persino lui. Del resto nel suo caso il “per vivere” è modo di dire: Teo, per vivere, non ha bisogno di fare null’altro che andare in banca a ritirare i soldi di famiglia. Più che lavorare, lui “s’interessa”. S’interessa di arte, di mostre, di pittura, di scultura, e, più in generale, di eventi. Difficile dargli torto, come tutti sanno queste sono cose interessanti in sé e per sé. Altrettanto difficile però chiarire del tutto le forme dell’interessamento di Teo alle succitate attività. Quello che so è che non c’è mostra, evento, prima teatrale, reading, convegno, concerto, festival in cui Teo non sia in qualche maniera coinvolto. Sempre di striscio, beninteso. Ad un festival, lui presenta magari una sezione secondaria, alle mostre d’arte non scrive lui il catalogo, ma a qualche titolo è citato nei piè di pagina, almeno in una riga; ad una rassegna cinematografica è immancabilmente invitato a salire sul palco della proiezione; alle prime teatrali, lui c’è, o perché conosce l’autore o perché glielo devono presentare; ai concerti e all’opera, ha un posto perché è perennemente in parola con qualche sconosciuta rivista per fare un pezzo di critica. Dovunque entri, teatro, ristorante, cinema o fondazione culturale, lo salutano tutti e lui saluta di rimando, scambiando affettuose manate, abbracci fraterni, strizzatine d’occhio che certificano pregresse familiarità. Per il poco tempo che siamo rimasti assieme, millenni fa, l’ho frequentato mentre era in transito: fra un convegno e l’altro, una presentazione di libro e l’altra, un qualcosa che era appena finito e un qualcosa che stava appena per iniziare. Per una come me, tendenzialmente pigra, non era un ritmo sostenibile, e difatti dopo un po’ non l’ho più sostenuto: il moto perpetuo ha il suo fascino, ma alla lunga mi stanca molto, soprattutto se non porta a nulla; lui invece ha continuato con nonchalance a gestire questa sua vita da zingaro intellettuale, sfarfallando qui e là ad ogni occasione cultural-mondana, felicemente apolide, così come è felicemente apolitico e ancor più felicemente dimentico che il resto mondo scorra al di fuori della sua bolla di artisticità. Di tanto in tanto, poi, a suo capriccio, Teo riemerge nel reale: telefona, messaggia, preme per reincontrarmi e s’inalbera se non sono pronta a rivederlo io pure. Se gli faccio presente che non è cattiveria, ma impossibilità a incastrare gli impegni della mia vita attuale, Teo rimane profondamente spiazzato: gli è ostico accettare che il resto del mondo continui ad esistere anche mentre lui non gli concede la sua attenzione.

Sai – mi dice infatti l’altro giorno – il Maestro mi aspetta per un weekend in campagna da lui, e vorrebbe rivedere anche te, perché non vieni? Passo a prenderti venerdì pomeriggio.”

Più che un invito, una comunicazione. Del resto Teo ed il Maestro, lo so, sono fatti così.

Per arrivare a destinazione ci vogliono tre ore di macchina, e solo perché quando guida Teo ci vogliono tre ore di macchina per arrivare ovunque, poli compresi. Il viaggio è piacevole, perché la meta è una di quelle campagne che gli stranieri ci invidiano, e perciò le colonizzano comprando tutto quello che somiglia ad un mattone: antichi conventi, antiche fattorie, antichi castelli, antiche stalle, e trasformandole in nuovi conventi, nuove fattorie, nuovi castelli e nuove stalle, per usarle come case di villeggiatura, per ricchi che aspirano a fingersi frati, fattori, castellani o pecore.

Quando sbarchiamo nel bel mezzo di una ex aia, il Maestro e gentile signora ci accolgono cinguettanti. Il Maestro abbraccia e bacia me e poi appioppa una manata carica di sottintesi a Teo, e sbotta in un: “Ah, finalmente vi rivedo assieme!” calcando bene l’assieme. Non ha mai digerito che io e Teo ci siamo separati: aveva deciso che eravamo destinati ad essere una coppia perfetta, e il fatto che avessimo caratteri del tutto incompatibili e stili di vita impossibili da conciliare non gli sono mai sembrate scuse accettabili per opporci ai Suoi disegni. Anche la moglie del Maestro si spreca in abbracci: in realtà di noi due, insieme o separati, non gliene è mai fregato granché, ma è abituata da sempre ad assecondare i ghiribizzi del marito, e questo comprende il suo saltuario affezionarsi al taluno o al talatro come fossero delle specie di figli, e poi disaffezionarsi ai medesimi di botto e disinteressarsene completamente, esattamente come ha fatto con i figli reali, insomma.

La casa non è una casa, come è ovvio, ma un vecchio convento riattato, che il Maestro ha comprato per una pipa di tabacco dagli ultimi fraticelli, per l’interessamento di un amico cardinale; grazie alla consulenza di un amico architetto e alla benevola distrazione di un amico Sovrintendente, nonché all’aiuto di un amico palazzinaro e la compiacente pressione di un paio di amici onorevoli e consiglieri comunali, del vecchio convento ha tenuto i muri e sventrato l’interno per trasformarlo in una open space hight tech ma molto fusion con venature feng shui, cioè in pratica una infilata di saloni bianchi con pochi mobili scomodi e ad altezza caviglia, che sono divani ma potrebbero essere letti, o cuscini, o tappeti o qualsiasi cosa venga in mente, tranne che affari su cui potersi sedere o distendere con agio. La casa, come sempre le case del Maestro, è piena di gente. Oltre all’architetto e all’onorevole cui deve i natali, ci sono una pittrice francese, una scultrice polacca, un soprano bulgaro ma con marito americano, un giornalista inglese, credo, con al seguito un ragazzo dalla faccia da modello e accento spagnolo, un tizio avviluppato in una stola arancione che pare un monaco tibetano e anche altri che non distinguo, visto che sbucano tutti assieme parlando ogni possibile lingua del mondo, tanto che io comincio a capire perché il buon Dio abbia deciso di sterminare tutti, dopo quella brutta faccenda della torre di Babele.

Teo è nel suo elemento, ed al centro di ogni attenzione: la francese, una sessantenne con gonna lunga e balze e rughe decisamente hippy, gli si avvinghia, sommergendolo di “Teò, Teò, cheschetufèisì, quandtuesarrivè?”, la soprano bulgara americanizzata intona tutta una coloritura di risate a gorgheggio, l’inglese lo abbraccia nonostante lo sguardo torvo lanciatogli dal modello spagnolo, il bonzo bonza, ma con espressione di benevola simpatia. Tutti stringono la mano anche a me, e non indagano sul mio ruolo e sulla mia qualifica: una “amica di Teo” basta ed avanza, con tutto quel vago che nell’amica si può sottintendere: conoscente, fidanzata, amante occasionale, sconosciuta capitata per caso; il fatto che sia della compagnia rende scontato che in qualche modo svolga un lavoro di tipo intellettuale, o che sarei capace di farlo, volendo, o che semplicemente sarei “interessata” ad averlo, nel caso capiti: del resto siamo tra artisti, quindi i ruoli è giusto che siano vaghi, tutti si occupino di tutto e di nulla, e le professioni siano cose aleatorie e sfumate, perché mica siamo travet.

La Moglie del Maestro (dimenticavo, è belga), intanto, ha già imbandito la tavola e sta portando terrine di cibo che ha commissionato alla vicina, una vecchia contadina locale. Per ogni pietanza, la Moglie del Maestro, che di suo credo non sappia neppure mettere a bollire l’acqua per fare una camomilla, aggiunge la spiegazione della ricetta, che ripete, da scolaretta diligente, con lo stesso accento della contadina: “Questo è il choniglio fatto cholle erbe che chreschon qhui..”dice, felice di poter sfoggiare il suo tocco esotico, spalmando su tutto aspirate a caso, con la stessa generosità con cui la vicina-cuoca ha spalmato il paté di fegatini sul pane brustolito.

I membri della compagnia annuiscono, annusano, assaggiano, poi emettono una serie di rantoli che vanno dall’estasiato al qualcosadipiù. Teo comincia una dotta disquisizione su come vadano fatti i crostini di fegato secondo le antiche ricette toscane: dimenticavo, a tempo perso fa anche il critico gastronomico. Nel giro di pochi secondi si trasforma in un incrocio tra Bigazzi e Vissani, o meglio in una sorta di Philippe Daverio in fregola per la gastronomia: è tutto un frullare di aggettivi, un costruire frasi ad effetto per spiegare una cosa così semplice come spalmare un paté sul pane, perché secondo lui il pane ed il paté non basta che siano spalmati, bisogna che lo siano nella giusta direzione, con il coltello adatto e il pane con l’inclinazione acconcia, insomma tutta ‘na cosa che talmente complessa che si capisce perché, per salvarsi dal farla, Brunelleschi abbia a suo tempo deciso di dedicarsi alla costruzione di cupole. La pittrice francese, la scultrice polacca, la soprano americanizzata per matrimonio e la padrona di casa belga lo guardano estasiate, manco stesse illustrando loro come Michelangelo ha fatto la Pietà; anzi lo cita proprio, Michelangelo, insieme al neoplatonismo del circolo di Lorenzo il Magnifico e non so che altro, per giustificare il verso in cui vanno spalmati i fegatelli. Ora mi ricordo perché l’ho lasciato: quando faceva così non riuscivo al trattenermi dallo sbottare: “Dio Santo, Teo, stai parlando di un crostino! Zitto e mangia!”

Quando i crostini sono spolverati via con un esercizio di smaterializzazione di cui il bonzo non troverebbe eguali in tutti i suoi testi sacri, la conversazione prende altre pieghe. Il Maestro è in ferie, quindi non s’ha da parlare di cultura, e siccome persino Teo, con la bocca piena di finocchiona, ha qualche difficoltà nel continuare le sue discettazioni gastronomiche, si vira verso la politica. Il giornalista inglese, in quanto rappresentante di una stampa migliore, più libera e più democratica, ed il suo grazioso efebo, che non è membro della stampa, ma è comunque più democratico e moderno in quanto spagnolo, vengono invitati a spiegare quanto schifo faccia all’Europa ed al mondo Berlusconi. Non si sottraggono alla bisogna. Fra un bicchiere di Chianti e un boccone di choniglio, il giornalista inglese conferma che all’estero un tizio che rimorchia escort più o meno consapevolmente ed è tanto sciocco dal farsi pure scoprire non farebbe il Presidente del Consiglio, e nemmeno l’usciere del ministero. Tutti confermano, convinti. Solo la scultrice polacca storce un po’ la bocca, dicendo che sì, lui è quello che è, ma anche le gentili signorine che si prestano all’intrattenimento andrebbero in qualche modo censurate. La pittrice francese ed hippy si sente in dovere di intervenire da veterofemminista, che non si è persa una battaglia di genere dai tempi delle guerre puniche (avesse avuto Annibale per le mani, lo avrebbe costretto a prevedere una quota rosa di elefantesse, neh). Inizia così una giaculatoria in cui ammette che sì, quelle donne non ci fanno certo una bella figura, ma soprattutto non lo fanno fare a tutto il genere femminile, però bisogna anche tener conto che sono in un sistema in cui non possono fare altro, sono vittime del potere maschile, fallocratico, sottomesse e non liberate, schiave inconsapevoli dei pregiudizi millenari e del mondo così come il capitalismo e i maschi lo han costruito. Teo annuisce mentre ingurgita l’ultima fetta di salame, il Maestro e la Moglie del Maestro danno una sorta di approvazione silente. Solo il soprano bulgaro pare molto perplessa, gorgheggia qualcosa che pare una risata e poi sbotta: “Oh, ma insomma, dai, non siamo così severe…in fondo chi di noi non l’ha data almeno una volta ad un uomo ricco o potente per favorirsi la carriera?”. Il marito americano non fa una piega, la Moglie del Maestro non replica, l’efebo spagnolo del giornalista inglese mantiene la sua aria truce ma è muto, la pittrice francese resta imparpigliata perché sta contando la fila dei suoi numerosi amanti, cominciata con il filosofo che la lanciò e provvisoriamente conclusa con l’editore che la pubblica, la scultrice polacca, con prammatico buon senso da exoltrecortina, memore del critico amico del Maestro che deve firmare la prefazione del suo catalogo, glissa.

Io, fatto un rapido esame di coscienza, potrei anche dire di no.

Ma taccio. Non vorrei passare da provinciale.

È un racconto di fantasia. I personaggi e gli ambienti ritratti sono immaginari quanto la mitica regione italiana del Qualcheshire, in cui è ambientata la storia.

caviale

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (al post ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:


Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

F.Guccini, L’Avvelenata.

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (cui ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:

Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

bimbotriste

Sono stata cattiva. Direi di più, qualche volta, onestamente, perfida. A rileggere i post dedicati al PD nelle ultime settimane, mi rendo conto che a quel povero partito ho sparato addosso come manco fanno più dall’altra parte. A gironzolare per gli altri blog, e a sentir l’aria che tira nella carta stampata, però, c’è da stupirsi, in realtà, quanto il Partito Democratico sembri calamitare l’acredine indistinta di tante persone. Stoccatine velenose, nel migliore dei casi; nel peggiore, randellate. Da gente che al partito è iscritta, ma anche da chi sta fuori: l’unico caso in cui pure chi non è entrato condivide ed attua il “maanche” di veltroniana memoria: lo stangano tutti. E qualsiasi cosa faccia, verrebbe da dire, cara creatura.

Al di là dell’oggetto – o degli oggetti – del contendere, sono stata spinta a chiedermi il perché. Quando un partito calamita una tale valanga di critiche e persino dentro di sé pare godere nel ritorcersi da solo il coltello nella piaga viene spontaneo cercare una spiegazione che non è solo politica, è psicologica: per giustificare un simile rapporto fra un partito e i suoi elettori – più o meno potenziali – ci vuole un analista, sì, ma freudiano.

Il Pd è nato male, è inutile nasconderselo: ma non è stato solo il parto ad essere lungo, travagliato ed infelice. Diciamo che i problemi son cominciati dal concepimento. Fosse un bambino, sarebbe uno di quei figli sventurati che vengono messi al mondo dai genitori per tentare di salvare il matrimonio, quando invece sarebbe più logico divorziare: doveva tenere insieme, fondere in un legame stabile, due tradizioni, quella della DC di sinistra e quella dell’ex PCI. In realtà DC e PCI erano stati per anni una coppia clandestina, ma consolidata: li univano, in fondo, il medesimo approccio con l’ideologia, anche se le ideologie erano apparentemente opposte. Da amanti funzionavano benissimo, il guaio è stato quando han deciso di sposarsi con cerimonia ufficiale. Come in tutte le coppie, la quotidianità ammazza: se ci si vede a cena, ogni tanto, si può anche ferocemente litigare su Stalin e Padre Pio, e poi far la pace in un motel nascosto, a letto; ma quando si vive assieme non c’è più niente di erotico nello sbaruffo per chi ha lasciato aperto il tappo dello spazzolino, o su chi è di turno per lavare i piatti. Ognuno aveva le sue abitudini, e pretendeva di mantenerle anche dopo il matrimonio; ognuno i suoi circoli di amici; ognuno dei due, in sostanza, pensava e anche pretendeva che la vita matrimoniale si svolgesse come se si fosse dei separati in casa, o meglio, ancora single. Quando si sono resi conto che così però non poteva andare, han deciso di provare a legarsi davvero, generando il Pd.

La mamma, il babbo, ma anche i parenti tutti e gli amici, alla notizia hanno gioito, credendo che il bimbo avrebbe portato finalmente un po’ di serenità in casa. Sicché il pupo è stato salutato con entusiasmo, e tutti su di lui han posto grandi speranze. Siamo in Italia, e la retorica della famiglia, poi, per quanto metaforica, sempre paga: il nascituro è un miracolo per definizione. Ma i bimbi, anche nella realtà, sono soltanto bimbi, non taumaturghi. Il piccolo Piddì già nella culla si è trovato con i genitori che litigavano su tutto: ai loro problemi pregressi si aggiungevano quelli nuovi, perché ora c’era un figlio, e loro, che già prima non erano d’accordo su quasi nulla, si sono resi conto di non aver mai discusso o essersi interrogati su come il pupo andasse educato. Quindi giù baruffe sulle tate da assumere, la prassi per sceglierle, sull’educazione, i valori da trasmettere, le regole da imporre, gli amici da frequentare. Attorno, i parenti, gli amici di mamma e papà, che proprio perché su quel pupetto avevano puntato molto, lo assillano, non gli danno tregua: non è mai abbastanza bravo, abbastanza educato, abbastanza perfetto. Hanno tutti buone intenzioni, i genitori e il contorno, ma finiscono coll’affossargli la già scarsa autostima, perché, per renderlo migliore, non fanno altro che criticarlo. Lo sanno intelligente, con buone potenzialità, e non appena scantona di attimo, o si dimostra al di sotto delle aspettative, si incavolano con lui, lo sgridano e gli dicono che è incapace, che non s’impegna. Oppure lo coccolano fuor di misura, perché sanno che razza di situazione ha a casa, e stringe il cuore un piccolo combinato già così. Al che il pupetto, povero caro, non sa più che pesci pigliare: vuole solo l’approvazione di qualcuno, e cerca di rendere contenti tutti dando ragione a chiunque gli si faccia accanto: se dice troppi sì, però, lo accusano però di non avere personalità, se si impunta in qualche no, ecco che tutti si inalberano, gli dicono che ha un carattere capriccioso; se si adatta gli dicono che è senza spina dorsale, se si impunta che è stupidamente testardo. Lui è piccino, è frastornato, e si sente in colpa: pensa di essere una delusione per la famiglia, per tutti coloro che sono nel suo ambiente, si sente incapace di venirne fuori da solo, ma non trova neppure qualcuno a cui chiedere aiuto: e non capisce nemmeno perché il mondo si aspetti poi così tanto da lui. E fa, piccolo tenero Piddì, quello che fanno i bambini: un po’ lagna, un po’ si autocommisera, un po’ cerca di passare inosservato e nascondersi, un po’ subisce il fascino delle prime figure autorevoli che incrocia per caso, e soprattutto è terrorizzato, perché pensa che se mamma e papà si lasceranno sarà colpa sua e tutti i parenti gli vorranno ancora meno bene. Forse vorrebbe solo una tata comprensiva, che gli dia un succhiotto, lo coccoli per un po’, lo calmi con una ninna nanna quando alla notte piange per gli incubi e di giorno lo indirizzi con ferma autorevolezza, per insegnargli ad affrontare con pacato buon senso la vita. Ma è un partito, cazzo, non un pupo vero, e una nurse di questo tipo non si sa in che agenzia andarla a cercare.

Non sono iscritta al PD.

Non l’ho mai votato.

Ne ho pure sempre parlato male.

Spesso mi fa proprio incazzare.

In effetti, potrei candidarmi anche io alla segreteria, che dite?

uomo al guinzaglio

Ieri sera, sorpresa da un temporale, non dovevo stare a casa, ma mi ci sono ritrovata lo stesso. Così, a zonzo per i canali, sono capitata su La7, che da un po’ di tempo è un refugium peccatorum, perché, nello svacco di una tv che è inguardabile e inudibile, almeno ogni tanto mette in onda qualche programma decente. Difatti c’era Antonello Piroso – che può anche non stare clamorosamente simpatico, ma di questi tempi avercene – il quale, unico fra i giornalisti italiani del video, invece di ipnotizzarsi sul G8 a ripetere il mantra dell’“Ammazza quanto siamo stati fighi ’sta botta, uè”, si è ricordato che oggi era il trentennale della morte di Giorgio Ambrosoli, avvocato fallimentare milanese fatto ammazzare da Michele Sindona per aver messo fine ai suoi maneggi finanziari.

A parlare di Ambrosoli, di fianco ai giornalisti, c’era il figlio Umberto, un pacato signore che deve avere la mia età, e nella sventura che lo ha colpito si dice persino fortunato, perché, al contrario di altri figli di vittime del terrorismo o della mafia, può contare su un processo già celebrato, che ha individuato i mandanti e i moventi degli assassini; anche se ammette che il padre non fu affatto aiutato dallo Stato e poco dalle istituzioni, e fu ucciso perché solo a combattere contro un sistema capillare e ramificato, non parlava con astio e non cadeva nella giaculatoria qualunquista: dal padre deve aver ereditato, oltre al cognome, la sobrietà e la capacità di tenere la schiena diritta.

Tutto il dibattito, a dire il vero, era così: asciutto. Niente concessioni al patetico, al ricordo strappalacrime, alla carrambata, ma neppure la digressione sui massimi sistemi un tanto al chilo: s’è parlato nel merito di un caso, presentato la storia di un uomo che si è visto dare un incarico e, da incaricato, l’ha voluto portare a termine secondo i dettami della logica e della coscienza, non perché ci tenesse a fare l’eroe, o si volesse ritagliare chissà che ruolo, ma perché era un professionista e si comportava come tale, cioè con professionalità.

La professionalità di Ambrosoli è stata più e più volte sottolineata, così come il suo distacco dalla “politica”, o meglio, il suo non essere incasellabile in uno degli schieramenti di allora (di allora?): non democristiano e non comunista, l’unica sua simpatia politica era una blanda affiliazione, in gioventù, al Partito Monarchico: insomma, un avvocato grigio e borghese, che teneva in cuor suo forse ancora per il Re. Nel dibattito questa cosa – non la simpatia per il Re, ma il distacco dai partiti – è stata più volte sottolineata, con enfasi. Devo dirlo, è stata una cosa che mi ha stupito, su cui ho riflettuto a tv spenta: che ci fosse dietro una rivendicazione forte da parte del figlio è comprensibile, ma l’esigenza di sottolineare che Ambrosoli non era un “comunista”, anzi non era neppure latamente di “sinistra”, anzi non era proprio di nulla perché, in buona sostanza, non si sa proprio per chi votasse, era ribadita da tutti, persino da quelli che avevano alle spalle una storia di sinistra, con veemenza. Pareva quasi che bisognasse ficcarlo bene nella zucca del telespettatore eventualmente distratto che Ambrosoli non scelse di fare quello che fece, cioè, in pratica, difendere la legalità, perché uomo di un qualche “partito”, men che meno perché aderente ad uno dei “Partiti” per antonomasia.

Lo confesso, di tutta la serata, è questo atteggiamento ad avermi colpito di più. L’ho trovato antropologicamente interessante, e degno di nota. Rilevatore di una forma mentis che non tocca solo il caso dell’avvocato Ambrosoli, ma l’Italia e gli Italiani tutti, oggi come allora, e che è il corollario perverso, se uno ci pensa, di questa eterna lotta fra Guelfi e Ghibelini in cui noi trasformiamo la politica, rimandoci impelagati, in qualunque secolo ci tocchi vivere. Da un lato abbiamo un programma che, per presentarsi ai suoi telespettatori con le credenziali “giuste” dell’imparzialità, dipinge come eroe “perfetto” un uomo che non ha mai preso una specifica posizione politica, e le uniche simpatie che gli si possono attribuire in quel campo sono vagamente destrorse ma comunque fuori dal tempo e così ancien régime da non contare, in pratica, una cippa. É lui il prototipo del “servitore dello Stato” imparziale, perché martire senza tessera. Che è giusto, per carità, e lodabile, ma sottintende però, anche se forse solo in maniera inconscia, che gli altri eventuali martiri, quelli che ci hanno rimesso la vita, sì, ma perché facevano anche politica, oltre al loro mestiere, lo siano un pochino meno, perché comunque erano sempre uomini – e donne – “di parte”. Come se bastasse, in una ricostruzione di questo tipo, aver in tasca una tessera, o aver manifestato una simpatia specifica verso un’area (destra o sinistra non ha importanza) per aver automaticamente abdicato a parte della propria onestà intellettuale e libertà di manovra. Il che è una cazzata emerita, per dirla in maniera semplice e comprensibile a tutti, ma viene giù diretta diretta dal nostro intendere i partiti non come libere associazioni di esseri pensanti ed autonomi, ma come consorterie o come Chiese, circoli chiusi in cui si aderisce ad una Fede e s’incontrano gli amici Guelfi o quelli Ghibellini, per tramare tutti assieme sgambetti agli avversari di sempre.

Nel nostro sistema il cane sciolto non solo non è apprezzato, ma non si contempla proprio che esista: se resti solo, è il sintomo che sta per arrivarti una pallottola in testa. Ma anche le appartenenze, in questa Italia strutturata per gruppi, son variabili e aleatorie, e basta un niente per vederti stracciare l’iscrizione al tuo club e trovanrti annoverato d’ufficio in quello fino a ieri avversario.

Ad Ambrosoli, quando si mise in capo di indagare a fondo sulle società di comodo di Sindona, ricorda il figlio, diedero del “comunista”. Anche su questo ci sarebbe da ragionare, tanto, e, mi verrebbe da aggiungere, non solo da Sinistra. Perché anche questo è un segnale della gabbia invisibile in cui ci ritroviamo a vivere, tutti: siamo una nazione in cui per prendersi del “comunista” basta essere un tantinello onesto, o anche solo un po’ rompicoglioni. Così chi si batte non solo contro il sistema, ma anche all’interno di esso per farlo funzionare come dovrebbe diventa un pericoloso sovversivo, un rivoluzionario, un tizio da cui ci si deve guardare perché non si sa mai cosa possa architettarti domani, è una variabile impazzita che ragiona con logica e quindi può colpire di qua e di là, e alla fin fine diventa “comunista”, perché, come direbbe Brecht, si finisce dalla parte del torto in mancanza di un altro posto in cui mettersi .

Ora io capisco che alla “Sinistra” questo tipo di vulgata possa aver fatto piacere, e anche comodo, in taluni frangenti: ma non capisco perché dall’altra parte l’abbiano così supinamente accettata e ancora adesso se ne glorino quasi, e ogni volta che qualcuno – neanche più Ambrosoli, basta un Fabio Volo – fa tanto di dire che insomma, così non va, il “comunista” parte con il pilota automatico, e la discussione si affossa, esattamente come spesso bastava un “fascista”, dall’altra parte, per perdere ogni possibilità di argomentare.

A me fa tristezza. E mi fa tristezza anche che il povero Ambrosoli diventi il paradigma dell’eroe perfetto perché è dimostrabile che non era iscritto a nulla. O che Borsellino sia da considerarsi eroe nonostante da giovane fosse missino (personalmente non condivido, ma sono fatti suoi), o che altri siano considerati eroi solo da una parte o dall’altra, perché avevano o meno in tasca qualche tessera e allora se sono dei nostri li santifichiamo, se sono dei loro chissà che ristorni avevano a far i martiri, neh. Continuo a pensare che le brave persone sono più o meno brave perché ragionano con la loro testa, e vanno misurate per ciò che fanno o non fanno, da qualsiasi parte poi decidano di schierarsi.

Forse sono io che sono scema, eh.

PS. Lo so, il sabato in internet non c’è un cane. Però un dibattito su tutto ciò sarebbe anche interessante, prima o poi.

Bersani vuole un partito organizzato come una bocciofila.

Be’, in fondo meno male: con l’aria che tira, è già tanto che non lo vogliano organizzare come il Rotary Club.

Grazie, Rosanna.

Preoccupazione internazionale alla notizia che l’Italia potrebbe venire esclusa dai prossimiG8.

Se non c’è Berlusconi, chi porta le ragazze?

Michael Jackson sepolto in una bara d’oro.

Sai Padre Pio quanto rosica, mo.

Dopo le ultime scosse di terremoto in Abruzzo, i Blackblock annunciano di voler disertare le manifestazioni di protesta:

“È già tutto a pezzi, non c’è gusto.”

Anche Bondi si separa.

La moglie non gli avrà perdonato la cena a Villa Certosa con Cicchitto.

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

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iltwitdiGalatea

  • Napolitano: l'Europa parli con una sola voce. Quella di Topo Gigio, ad esempio. 18 hours ago

 

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