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Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.
“Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.
Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.
Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.
Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.
È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.
A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.
Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.
“Uh sono andata a sentirlo presentare ’sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”
“Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.
“Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”
“Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”
“Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.
Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.
Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

In un suo giallo, se non sbaglio il primo, il commissario Montalbano si interroga su quale sia la forma dell’acqua. E conclude: quella del contenitore dove la mettono.
Ecco, m’è venuto in mente questa osservazione, leggendo gli opposti (ma forse neanche tanto) articoli di Ernesto Galli della Loggia e Giorgio Israel, di schieramenti diversi, ma entrambi assai critici sull’introduzione a scuola di una nuova materia “gelminiana”, ovvero la nebulosa Cittadinanza e Costituzione, che noi insegnanti per primi non abbiamo ben chiaro che sia o cosa dovrebbe essere, ma intanto è stata istituita, per cui ci siamo arrangiati a farla lo stesso, e poi si vedrà.
Sparano a zero, i due esimi opinionisti, entrambi preoccupati che questo insegnamento, se seguisse davvero le linee guida finalmente emanate dal Ministero, si trasformi in una specie di ora di indottrinamento, in cui i piccini sono costretti a diventare adepti del mito dello Stato Totalitario (Israel) o in un minestrone buonista senza capo né coda, che in maniera vaga li invita ad essere “tolleranti”, “democratici” e “aperti”, anche se non si capisce bene a cosa (Galli della Loggia).
Randellano, i due esimi, volando molto alto: non discutono, lo dicono subito per sgombrare il campo, sul modo o sulla necessità di un simile insegnamento a scuola: si può mica sostenere, neppure velatamente, che insegnare ai pupi la Costituzione è male, soprattutto dato che i pupi in oggetto spesso manco sanno in che tipo Stato vivono. No, loro sono fini intellettuali, e poi persino nel loro mondo iperuranio è giunta notizia che i pupi la Costituzione non sanno cosa sia. Dunque se la prendono entrambi con l’impostazione generale della scuola, e, naturalmente, con il “pedagogismo progressista”, cattolico di impostazione ma un po’ comunista di fatto, e soprattutto con la vera bestemmia che trasforma l’Istruzione in Educazione, cioè trasforma la scuola in un luogo in cui non si va ad imparare a leggere o a scrivere, ma diventare Uomini con la U maiuscola e con tutte le lettere capitali. Questa dicono, è una pretesa da Stato Totalitario, da Stato che attraverso la scuola insegna ai suoi cittadini cosa è il Bene ed il Male: non li forma, insomma, ma li indottrina con un sottile – anzi magari neanche tanto sottile – lavaggio del cervello, e produce per giunta, alla fin fine, generazioni di ignorantelli che non sanno fare due più due, ma in compenso per anni si sono sorbiti lezioni su cosa sia corretto fare per essere considerati “buoni”, si presume dai vicini di casa.
Che volete che io, da insegnante, vi dica? Hanno ragione. No, per carità, sono d’accordo. Sapessero quanto mi rompo le palle, a scuola, a certe riunioni in cui si passano le ore a discettare su cosa quest’anno si debba mettere in programma per la mitica “Educazione alla affettività”, che non può essere solo – come invece secondo me dovrebbe – educazione sessuale, ma deve essere invece un “percorso formativo” che aiuti “l’alunno a prendere consapevolezza di sé e del suo corpo”, ad “affrontare positivamente una relazione”; insomma una specie di pateracchio in cui io, che sono stata assunta per insegnare ai pupetti grammatica e sintassi, devo invece improvvisarmi non si sa bene con che competenza a spiegar loro quale sia il modo giusto di volersi bene. E poi via, sempre dentro alle ore di Italiano, a ficcare anche tutto il resto: il progetto sulla prevenzione dell’abuso di alcol, tabacco e droga, l’educazione alimentare e quella “alla salute”: ore e ore in cui si prevede che il docente spieghi e si sgoli a ripetere che gli spinelli fanno male e il bicchiere di vino e alla sigaretta bisogna stare attenti, ma anche alle merendine piene di grassi saturi, e non ci si deve strafogare di cioccolata, no, ma nemmeno contare ad una ad una le calorie, che sennò c’è dietro l’angolo lo spettro dell’anoressia.
Fosse per me, tutti ’sti progetti e sottomaterie, li abolirei in toto: il mio sogno è entrare in classe, spiegare la poesia, la Costituzione, i predicati e i complementi e dare l’esercizio per controllare se la poesia, la Costituzione o i predicati e i complementi li hanno capiti o no. Tutto il resto, da cosa mangiano a come litigano a quanto si baciano e con chi, non è cosa che riguardi me, ma la loro vita privata, che con la scuola e lo Stato non ha niente a che fare, per fortuna.
Quindi in teoria io con Galli della Loggia e Israel posso anche concordare, quando mi dicono che la scuola dovrebbe dare saperi, e lasciare che poi ogni individuo, in piena libertà, di questi saperi faccia ciò che meglio crede: sono acqua, i ragazzini, e non è giusto imprigionarli in una forma decisa a priori.
Solo che poi, al contrario di Galli della Loggia e di Israel, io in classe ci vado, ogni mattina, e mi trovo davanti ad una platea di undici-tredicenni che purtroppo, alle volte, del solo sapere non hanno bisogno. Perché alle spalle non hanno niente che possa permettere loro di svilupparlo in tutta libertà: perché i genitori sono distratti, o più immaturi di loro, perché davvero, anche se pare assurdo, hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi – cioè proprio gli spieghi, eh – che se un compagno ti prende in giro l’unico modo per reagire non è dargli un pugno, se una ragazzina ti piace non è necessario saltarle addosso, e se non ce la fai ad avere otto in una determinata materia la soluzione non è sniffare cocaina prima o fumarsi una canna dopo, quando ti ammollano un quattro, e che non è vero che, se non sei un “vincente”, nella vita sei una merda e basta. Cerco di evitare il tono da predica, per quanto è possibile: ma hanno undici anni, e io sono un’adulta, quindi il rapporto non può essere paritario mai. La stragrande maggioranza non mi ascolterà nemmeno di striscio, però qualcuno, magari quello più sensibile, lo indottrinerò un pochino, e mio malgrado: perché ogni volta che apro bocca, anche solo per spiegare un participio passato, e figurarsi quando spiego loro la Costituzione, passo anche la mia visione del mondo: non istruisco solo, educo. Educo anche solo con il mio modo di entrare in classe, parlare, muovermi, indossare certi vestiti ed altri no, rispondere in una certa maniera.
L’acqua non ha forma, ma noi tutti siamo acqua in bottiglia.
Fini, D’Alema e il Vaticano concordi: a scuola anche ora di Islam.
Sono disposti a tutto purché ’sti ragazzini non diventino laici.

Stamattina ho aperto la home di Ok notizie, e, smanettando un po’, mi sono imbattuta in un accorato appello: Urania89 chiedeva lumi su una circolare scolastica del 1969 che invitava i Presidi e i docenti a non assegnare compiti per casa agli alunni durante i giorni festivi; prescriveva inoltre, detta circolare, che il giorno successivo alla festa (cioè il lunedì) gli alunni non venissero interrogati, e, per soprammercato, aggiungeva che anche i compiti a casa nei giorni normali dovessero essere “leggeri”, per permettere all’alunno di attendere a tutte le altre attività che lo formano (sport, chiacchiere con gli amici, etc.).
Urania89 si era doverosamente ricercata la predetta circolare e voleva sapere con una certa urgenza se essa fosse stata mai abrogata, perché la sua sorellina che fa la seconda media, apprendiamo dai commenti, si ritrova al sabato ed alla domenica piena di compiti per casa, e quindi la sorellona, cioè Urania89, che non si fa certo mettere i piedi in testa, annunciava di voler usare questa circolare come “cavallo di battaglia” alla prossima riunione dei genitori.
Da insegnante, purtroppo, ormai ci ho fatto il callo: ogni anno prima o poi ci si ritrova in questa identica situazione. Il genitore “che non si fa mettere i piedi in testa” è ormai un archetipo del panorama scolastico. Ce n’è almeno uno in ogni classe; negli anni di particolare jella, persino due e tre, subito pronti a far comunella. Sono in genere tizi mediamente istruiti e di buon reddito, non di rado laureati. Li riconosci già alla prima riunione della prima media, perché il loro piccino non ha ancora fatto in tempo a varcare la soglia della classe che già loro si sono fatti un elenco pignolo di tutto quello che hanno da rinfacciare alla scuola ed al corpo docente: non vanno bene gli orari, le materie, i libri di testo scelti, per non parlare poi dei professori: se i docenti sono di ruolo e di una certa età, cominciano a dire che è gente che sta lì da troppi anni, e ci vorrebbe gente più giovane per capire meglio gli alunni; se gli insegnanti sono giovani, protestano perché non si possono affidare i pargoli a persone con così poca esperienza. Se in classe fai lezione basandoti sui libri, ecco che allora sei troppo inquadrata e non sviluppi al fantasia del loro bimbo; se non spieghi il libro pagina per pagina, fai al piccino troppa confusione, eppoi hai fatto spendere i soldi per il libro, adesso cos’è non lo usi? Fai grammatica? Sei rigida. Ne fai meno? Caspita, non sei capace di inquadrarli. Pretendi in classe silenzio mentre spieghi? Ecchediamine, vuoi una scuola che pare una accademia dei marines! Lasci ogni tanto i ragazzini più liberi? Non sai tenere la disciplina.
Ci sono due professioni che tutti sono convinti di saper fare: l’insegnante e il ct della nazionale: il genitore chenosifamettereipiedintesta forse il ct della nazionale un minimo lo rispetta, mentre l’insegnante è convito che lo saprebbe fare anche un babbuino, ragion per cui lui ha scelto un’altra carriera; ma si ritiene in dovere divenire a dirlo a te, come si deve insegnare, nonché a suggerirti, o meglio a dettarti proprio, il programma da svolgere in classe, con tanto di tempistica e carichi di lavoro. Perché il genitore chenonsifamettereipiedintesta ha per giunta un’idea molto precisa di cosa debba dare la scuola a suo figlio: se il pupo, ad esempio, ha mostrato un vago interesse per il terminemeccanica quantistica perché ne ha sentito vagamente accennare in un articolo di Focus, il genitore pretende che quello sia l’argomento principe dell’intera formazione scolastica: meccanica quantistica da mane a sera, anche nelle ore di italiano, perché il suo cocchino c’è tanto portato e su quella imbastirà il suo futuro lavorativo: e se gli altri della classe non hanno una analoga passione, peggio per loro e per te.
Sui compiti e sulle modalità di insegnamento a scuola, poi, si apre ogni volta una dura battaglia. Perché i genitori pretendono che i figli abbiano insegnanti severi, vecchia maniera, per Giove, dato che per i figli vogliono la migliore formazione possibile. Però quando ammolli da fare un tema per casa, o tre o quattro esercizi di grammatica, ecco che insorgono: che caspita, il bimbo deve andare a tennis, a nuoto, a pallacanestro, a basket, studiare pianoforte e maracas, e poi giocare con gli amici e telefonare al morosetto e alla morosa: non può passare il pomeriggio del sabato sui libri, quando è programmato il giro al centro commerciale a fare compere, e men che meno la domenica a far compiti, ché mamma e papà devono partire per il week end. Una volta, giuro, mi ricordo che a protestare fu un parroco: il sabato pomeriggio niente compiti, o gli marinavano il catechismo.
Il genitore chenonsifamettereipiedintesta, quando capitano questi inconvenienti, parte in quarta: va diretto dal Preside, in prima battuta, perché di solito non si abbassa neppure ad andare a parlare con il docente interessato: e chi è il docente? Lui parla solo con il capo in testa. Se il Preside non gli dà eccessiva soddisfazione – e la soddisfazione, in questi casi, non è mai abbastanza: il genitore chenonsifamettereipiedintesta giudicherebbe un giusto compenso al suo onore offeso solo se l’insegnante in questione fosse lasciato avvolto in un grezzo saio per tre giorni, sulla neve, fuori dalla scuola, a chiedere scusa in ginocchio- allora eccolo che smanetta in internet, recupera circolari di quarant’anni prima, scarica decreti risalenti all’impero Austroungarico, convoca riunioni urgenti di tutti i genitori in cui si sente tanto Alberto da Giussano in lotta contro il Barbarossa: in questo caso, non c’entra niente che il genitore sia o meno leghista: se gli tocchi il pupo, la sindrome da Alberto da Giussano scatta anche nel comunista più convinto.
Se per caso tutto il materiale scaricato da internet e riscaricato addosso al docente non dovesse bastare a spaventare il povero professore, il genitore chenonsifamettereipiedintesta, nei casi più esilaranti, mobilita gli avvocati di famiglia, o scrive lettere deliranti agli ex Provveditorati chiedendo ispezioni. Troppi compiti, oppure voti troppo bassi: è inconcepibile, per il genitore chenonsifamettereipiedintesta, che il suo pupetto, notoriamente geniale, non raggiunga il 10 in tutte le materie anche se non studia un’ostrega. Se nemmeno l’Ufficio Scolastico Regionale gli dà soddisfazione, il genitore chenonsifamettereipiedintesta si abbandona alla sindrome del complotto universale: l’insegnante che non gli comoda è protetto da potere oscuri, l’internazionale socialista o una loggia massonica segreta mondiale fondata dai Templari appositamente per rompere le palle ai genitori che vogliono portare i figli fuori per il weekend.
Faccio i miei migliori auguri, da insegnante, a Urania89, che immagino già varcare la soglia dell’assemblea dei genitori munita di circolare d’annata, ed arringare la folla come una Giovanna d’Arco che libera i fratellini dai compiti in eccesso. Promette bene, la ragazza: fa così per la sorella, figuriamoci quando avrà figli suoi.

In questi giorni, da professoressa che, secondo i dettami del nostro beneamato Ministro, insegna e non fa politica, sono a scuola, applico e soprattutto vedo applicare la nuova e mirabolante riforma Gelmini.
Stamattina, per dire, sono entrata nella mia nuova classe, una terza media, per tenere la mia lezione. Dopo cinque minuti dal suono della campanella, il bidello bussa, molto gentilmente, e fa entrare un ragazzo.
“Un nuovo alunno?” chiedo, un po’ stupita che nessuno mi avesse detto nulla.
“No, è uno di quelli dell’altra terza, non fa religione. Non abbiamo insegnanti per l’ora alternativa, quindi sta qui con lei per quest’ora.”
“E dove lo metto?” domando basita.
“Be’, non so, lì c’è un banco in più…”
Guardo il povero alunno, lui guarda me. Silenzioso ed educato si siede sul banco fortunosamente libero. É straniero. Non ho nemmeno idea se capisca la lingua e quanto: gli chiedo il nome – dato che non lo so – e mi risponde un po’ stentatamente, ma più di tanto che posso fare con altri venti ragazzini che stanno lì? Sorrido, e gli spiego che stavamo facendo geografia. Lui sorride di rimando, mite: probabilmente non ha capito, e anche se ha capito non avrebbe comunque né libri né materiale per potermi minimamente seguire, né io alcuna possibilità di fermarmi con lui per dargli anche solo un compito personalizzato o qualcosa da fare. Così non mi resta altro che continuare a spiegare geografia alla mia classe. Ogni tanto butto un’occhiata nella sua direzione: lui fissa il banco, o il muro, io mi sento a disagio e lo stomaco mi si intorcola per l’imbarazzo.
Quando suona la campanella, l’alunno in prestito se ne va. Io, che ho un’altra ora, ho preventivato una lezione di orientamento per la scelta delle superiori. Sto scrivendo alla lavagna un grafico in cui illustro le varie scelte possibili per i ragazzi dopo la terza media, quando sento un altro toc-toc.
È di nuovo il bidello. Al seguito si porta sei ragazzini.
“Anche loro non fanno religione?” domando stupita.
“No, professoressa – dice, e pure lui è imbarazzatissimo – ma la loro insegnante è assente, e non c’è nessuno che abbia un’ora a disposizione per fare supplenza in classe. Così li abbiamo divisi in tre gruppi e li mettiamo un po’ in un’aula e un po’ in un’altra. Lei si dovrebbe prendere questi…”
“Ma di che classe sono?” chiedo, perché mi paiono davvero piccini piccini.
“Di seconda…”
“Ma questa è una terza.”
“Sì, lo so, ma fa lo stesso, basta che li tenga qui.”
“Ma non ho nemmeno dei banchi dove farli sedere, ciccini!”
“No, ma non c’è problema, si portano le sedie loro.”
I piccini infatti entrano trascinandosi dietro le sedie, e si mettono in un cantone libero, con degli occhioni che paiono quelli di tanti piccoli bambi in cerca della mamma. Di quanto spiego non gliene può fregare di meno, perché è roba che tocca solo i ragazzi di terza. Per di più, anche volessero seguire, non hanno neppure un banco su cui appoggiarsi per prendere appunti, o leggere qualcosa per conto loro. Muti e spaesati restano lì, fermi per quasi tutta l’ora, mentre io, sempre più a disagio e con lo stomaco attorcigliato sul piloro, continuo la lezione di orientamento, anche se è chiaro, sempre più chiaro, che dentro quell’aula sono la prima a non aver più bussola.
Pochi minuti prima della fine dell’ora la più coraggiosa alza la manina e chiede, con voce flebile flebile: “Professoressa, possiamo andare in classe a rimettere le sedie a posto?”
Le dico sì senza nemmeno riuscire a guardarla negli occhi, tanto mi vergogno per una scuola pubblica ormai così massacrata che gli alunni non solo vengono trattati come pacchi postali, ma devono per giunta trascinarsi dietro la seggiola.
Quando suona la campanella ormai m’è venuto un groppo allo stomaco che non va né su né giù. Non ho nessuna voglia di far politica, ma sarei tentata di dire al Ministro Gelmini, ed al suo adorabile sodale Brunetta, che quando un collega dei miei si ammala e non viene a scuola per due o tre giorni (solo per assenze oltre i quindici si possono chiamare supplenti), gli alunni rimasti senza docente perché nessuno ha più un’ora libera per seguire le classi scoperte, ecco, potrebbero prenderseli in carico loro, un po’ per ciascuno, nei loro begli uffici al Ministero. Così forse anche i due Ministri avrebbero un po’ meno tempo e concentrazione necessaria per fare politica. E magari sarebbe un vantaggio per tutti.

Oh, ecco, finalmente abbiamo capito: è una questione di dignità. I precari dell’insegnamento che la Gelmini, con i tagli di ore e di cattedre, ha mandato per strada sono una genia che merita d’essere allontanata. Mica perché sia dimostrato che non sanno fare il loro lavoro, eh. In effetti, il loro lavoro lo hanno fatto per anni, spupazzandosi classi scoperte a sostituir colleghi in malattia o in maternità, senza riuscire ad entrare in ruolo perché magari hanno avuto la sfiga di laurearsi o specializzarsi dopo l’ultimo concorsone, mentre vagonate di loro predecessori più ignoranti ed impreparati sono per anni allegramente andati in cattedra grazie a immisioni un tanto al chilo. No, questi impuniti vanno allontanati, ci spiega la Redazione del Giornale stamani, perché per protestare contro il licenziamento hanno osato sfilare in mutande davanti agli ex Provveditorati.
Ommioddio! – Chiosa lo scandalizzato redattore, che immaginiamo davanti al suo computer mentre guarda le fotografie con la manima pudicamente posta dinnanzi alla bocca, per evitar di farsi sfuggire un gridolino di compito disappunto – Professori in mutande, come è mai possibile un simile scempio?
E dunque via, a ricordar i bei tempi andati, quelli del Cuore di deamicisiana memoria, che, come tutti sanno, è un romanzo di sano impianto realista, un po’ come quelli di Zola, e descriveva già allora dal vero la classe docente italica. È tutto un rimpianto, dunque, per le maestrine dalla penna rossa e i professori di ginnastica ex garibaldini dal collo sciabolatosi per servire la Patria: gente per bene quella, e la dimostrazione è che, in tutto il libro, De Amicis non li descrive mai mentre perdono un’ora a fare sciopero o minimamente si sognano di contestar l’Autorità.
I loro moderni successori, invece! Signora mia, non me ne faccia parlare, ve’. Comunisti sbracati, che indottrinano i bambini distribuendo a scuola volantini in cui si spiega la riforma Gelmini, facendogli credere che verran tagliati maestri e ore di lezione – cosa assolutamente falsa, come ognun sa – mentre l’unica forma di informazione corretta è quella dei prof di religione, che, solo perché esclusi dagli scrutini, dicono che si vuole abolire in toto la loro ora dalla scuola pubblica. Toccano i bambini, capisce? Che poi i genitori portano, con cartelli, alle manifestazioni antigovernative, cosa che non si fa, perché è turbare l’infanzia (difatti i bambini alle manifestazioni del centro destra non si vedon mai: ne avete forse visti al Family Day? Ne avete mai incrociati ai cortei del Pdl, mentre sventolano la bandierina azzurra o il palloncino?)
Ora questi insegnanti indegni, per colmare la misura, che fanno? Pure in mutande, si presentano, e si fanno fotografare! Senza un minimo di dignità, senza un minimo di decoro. Si può affidare i figli a gentaglia del genere? Perché si fossero almeno guardati bene, prima di inscenare la protesta: fossero almeno state supplenti toniche, venticinquenni con glutei scultorei, precari con pettorali a tartaruga, ecco, i bambini magari potevano anche guardarli senza farsene troppo impressionare, come guardano le veline che accompagnano il Gabibbo o i calendari che papà trova allegati a Max. Ma questi sono uomini e donne normali, con pancette e culoni, ciccia cellulitica, rotolino a vista. E anche le mutande, poi! Roba di cotonaccio andante, comprata alle bancarelle cinesi, perché questi pezzenti, da bravi comunisti, manco si peritano di difendere il buon made in Italy. No, che caspita, e proprio non si può, sono sempre pubblici ufficiali, rappresentano bene o male lo Stato, e un rappresentante dello Stato, seppur infimo, non può certo sfilare in mutande in pubblico.
A meno che non sia un sindaco Albertini, su una passerella di Milanomoda, of course.
Il mio post di qualche giorno fa sulla scuola ha suscitato un sacco di commenti, ed anche delle vivaci polemiche. Fra quanti hanno scritto, credo però che una risposta un po’ più articolata di quella che gli ho potuto dare per limiti di spazio meriti Vaal, il quale, nonostante qualche gratuita offesa nei miei confronti sul suo blog, pone una serie di interrogativi precisi, e fa anche una serie di affermazioni, per sostenere i suoi punti di vista, su cui non concordo un accidente, per cui gli ribatto con post apposito, punto per punto.
Vaal comincia con farmi notare una mia supposta mancanza: Perché la scuola ha smesso di insegnare? A quanto pare la colpa è della “società”. Domanda, dunque: perché la colpa è della società? Perché la scuola è influenzata dalla società, e perché lo è negativamente?-(quel che voglio dire è che mi sembra che tu non colga il punto, ovvero la motivazione sottesa).
In realtà a me il punto pare di averlo colto pienamente: la scuola è influenzata dalla società per forza di cose. Anzi, in realtà, Vaal, è ben più che influenzata dalla società: è completamente creata da essa: il fine dell’istruzione, infatti, è formare per la società le generazioni future. La scuola, quindi, passa quei saperi che la società ritiene necessari per la sua perpetuazione e per il suo sviluppo. Se la società ha bisogno esclusivo di carpentieri, la scuola insegnerà carpenteria, e la società farà capire ai ragazzi, lodando ad ogni piè sospinto i carpentieri, che diventare dei bravi carpentieri è ciò che ci si aspetta da loro se vogliono essere persone di successo. Ora, non si può costruire una società in cui viene premiata costantemente la velina decerebrata, la escort, l’arruffapopoli, il raccomandato, il maneggione, il ladro, il furbetto del quartierino ignorante come una zucca e poi pretendere che la scuola non risenta di questi modelli. Paradossalmente soffrono di più della crisi quelle scuole che non li fanno propri: se io imposto la mia scuola come un’isola felice in cui vige la più spietata meritocrazia, ma poi ho attorno una società in cui questa meritocrazia non vale una cippa (come la nostra attuale in Italia), saranno i miei alunni a soffrire di più: perché avranno investito moltissimo, in termini di tempo e di energie, e, una volta usciti, si troveranno messi in un canto da emerite nullità. Uno delle cause delle “fughe di cervelli” dall’Italia è proprio questa: scappano quei giovani che hanno avuto una buona formazione dalla scuola, ma che la società rifiuta perché così preparati non rispondono agli standard sociali vincenti.
Inoltre c’è anche un po’ di confusione: ininspiegabilmente in un tuo commento sembri rimangiarti un bel po’ di roba e dire “beh no in america è peggio qui in fondo escono bravi diplomati” [qui ci sarebbe da notare che, giacché la quasi totalità degli studenti frequenti scuole pubbliche, è NORMALE che escano anche persone brave, ogni tanto, e che raramente ci siano persone bravissime. Il punto è: quante persone brave sarebbero uscite dalla scuola privata? Alcuni casi "ai margini" {e cioè non bravi ma non così cattivi} nelle scuole pubbliche si sarebbero comportati meglio nelle scuole private? Queste domande vengono completamente ignorate])
No, Vaal, non è confusione: rispetto ai livelli di qualche anno fa la scuola italiana è peggiorata: le giovani generazioni hanno meno capacità mnemonica e di concentrazione e, obiettivamente, sanno meno cose di quante ne sapevano i loro coetanei di qualche anno fa. Questo è un dato di fatto. Altro dato di fatto incontrovertibile è che, però, la situazione generale della scuola italiana non è peggiore di altre in Europa ed in America: se si comparano, ad esempio, i risultati di apprendimento fra gli alunni della stessa età frequentanti le scuole pubbliche americane e quelle pubbliche italiane ci si rende conto che gli alunni italiani sono molto più preparati; il liceo pubblico in Italia fornisce una preparazione media molto buona, tanto è vero che spesso i ragazzi che vanno poi a studiare negli Stati Uniti si rendono conto che alcune lezioni del loro liceo là sono ritenute di livello universitario. In America per avere una preparazione equivalente bisogna per forza entrare in una buona scuola privata, qui l’abbiamo gratis e a disposizione di tutti.
qui ci sarebbe da notare che, giacché la quasi totalità degli studenti frequenti scuole pubbliche, è NORMALE che escano anche persone brave, ogni tanto, e che raramente ci siano persone bravissime. Il punto è: quante persone brave sarebbero uscite dalla scuola privata? Alcuni casi “ai margini” {e cioè non bravi ma non così cattivi} nelle scuole pubbliche si sarebbero comportati meglio nelle scuole private? Queste domande vengono completamente ignorate])
In realtà il tuo ragionamento zoppica: se è normale che escano persone brave dalla scuola pubblica per puro accidente statistico, allora è normale che escano persone brave, per puro accidente statistico, anche dalle private: cioè, in pratica, i “bravi” sono bravi qualsiasi scuola frequentino (Mia madre, vecchia insegnante, dice sempre, scherzando: nonostante la scuola, i professori, i presidi, i genitori, alcuni ragazzini imparano comunque!)
Perché tu avessi ragione bisognerebbe dimostrare che tutti coloro (bravi e non bravi) che escono dalla scuola privata hanno sempre una preparazione migliore di quelli che escono dalla scuola pubblica, cosa che non accade, e per dimostrarlo basta guardare i risultati, ad esempio, delle prove di ammissione alle facoltà universitarie: quando si testa la cultura e la preparazione generale, si vede che non c’è nessun sensibile scarto fra chi ha frequentato la scuola pubblica e la privata.
Tu mi dirai: gli alunni delle scuola private sono meno e prendono voti più alti. Può essere (ma anche qui, mancando un criterio di valutazione generale, i voti sono poco indicativi); però dimentichi un dato fondamentale: chi accede alla scuola privata di solito ha alle spalle una famiglia con reddito e cultura più alta, il che automaticamente favorisce il ragazzo negli studi; inoltre è inserito in classi dove non ci sono casi particolarmente problematici (non solo stranieri, ma anche ragazzini con handicap o disturbi comportamentali).Ciò rende automaticamente più facile svolgere i programmi nei tempi stabiliti, fare approfondimenti etc. C’è da aggiungere che la scuola privata ha mezzi che la pubblica spesso non ha: un conto è poter avere a disposizione una struttura con personale docente praticamente fisso di anno in anno, aule informatiche efficienti, palestre, piscina, possibilità di offrire il doposcuola e i corsi di recupero (a pagamento) con assistenza spesso personalizzata agli alunni, e un altro aver a che fare con edifici fatiscenti, computer che si rompono una volta su due, impossibilità di organizzare corsi di recupero per mancanza di fondi, personale che cambia non solo di anno in anno ma di mese in mese. Per la mia esperienza personale posso assicurarti che quando nelle scuola pubbliche la struttura è in buone condizioni, il rendimento è ottimo.
Qual è la soluzione? Il privato, il privato, il privato: l’unico modo per creare delle scuole altamente competitive che abbiano la massima intenzione a portare i suoi alunni verso il lavoro in modo da aumentare la sua reputazione (clientela), facendo studiare materie UTILI e non arbitrariamente segnalate come tali da ministri dell’istruzione varii.
Il privato, il privato, il privato è una soluzione parziale ed adatta solo ad una fascia di popolazione borghese, quella di cui, assai probabilmente, sia tu che io, Vaal, facciamo parte. Quella che abita in centro città o nella prima periferia, automunita, che ha un reddito discreto e figli di intelligenza media e salute fisica e mentale nella norma. Trovamelo tu un imprenditore privato che vada a fondare una scuola in un quartiere operaio o disagiato della periferia, dove le famiglie non possono pagare una retta. Certo, tu mi dirai, quelli bravi potranno andare nelle scuole del centro. Dopo essersi alzati alle quattro della mattina per prendere un bus scalcagnato, e arrivare a scuola già pieni di sonno, come accadeva ai ragazzi di Barbiana, che venivano presi per stupidi perché crollavano sul banco? E li prenderanno, nelle scuole del centro, quando li vedranno provenire dalle elementari o dagli asili della suburra? E l’imprenditore privato che gestisce la scuola accetterà il ragazzino disabile, autistico, dislessico, che richiede un surplus di spesa per venire seguito? E gli stranieri? Questi chi li segue?
Quanto alle materie “utili”..e chi decide quali siano “utili”? Il mercato? Peccato che la scuola la scelgo oggi, e magari fra cinque anni, quando esco, il mercato richieda magari già altre competenze, e le materie che ho studiato potrebbero essere obsolete. Peccato che magari le materie “inutili” possono rivelarsi inaspettatamente utilissime: il greco e il latino affinano la logica, la storia aiuta a capire i rapporti di causa ed effetto…Carlo Azeglio Ciampi, governatore per anni della Banca d’Italia, è laureato in lettere classiche, non in economia; io stessa, laureata in Storia Greca, ho studiato una materia inutilissima, secondo i più. Il fatto è che il compito dell’istruzione non dovrebbe essere quello di insegnare una materia, ma un metodo di studio: formare un individuo ragionante, insomma, non un prodotto da porre sul mercato: gli esseri umani, per fortuna, non sono bulloni. E questo non è un discorso da filantropo o politico dell’ultima ora: tu stesso, caro Vaal, sei probabilmente il frutto di un sacco di cose “inutili” che hai imparato, a scuola o per conto tuo. Neghi agli altri quello che ha formato te?
Sull’abolizione del valore legale del pezzo di carta, potremmo anche essere d’accordo (almeno per le Università), purché, però, contestualmente venga costruito allora un serio metodo di valutazione degli istituti su scala nazionale e si garantisca la possibilità reale da parte di chiunque di accedere alle scuole migliori: il che non vuol dire solo borse di studio per pagare le eventuali rette, ma anche per gli affitti e le sistemazioni fuori sede (se la scuola migliore è a Roma e io sto a Trento, anche se posso iscrivermi gratuitamente alla scuola devo pur sempre trovare i soldi per prender casa lì). Altrimenti ricadiamo sempre nel solito problema che solo chi ha una famiglia agiata si potrà permettere studi qualificati. Il che, detto tra noi, non è solo ingiusto dal punto di vista morale (personalmente il problema morale, in questo caso, è secondario), ma è in primis uno spreco di intelligenza che non ci possiamo permettere: se uno ha la testa per fare lo scienziato biochimico ma viene istruito al massimo per diventare operaio alla pressa non è solo un guaio per lui, è tutto il Paese che ha perso una irripetibile occasione!
Ovviamente è sottointeso che l’obbligo di frequentare la scuola fino al tot di anni è una delle merdate più grandi mai pensate dall’essere umano (anche se quest’idea è così poco diffusa, ma non capisco perché)
Te lo spiego io, perché: perché mia nonna, che pure aveva una gran voglia di imparare e una gran testa, ma era di famiglia modesta, non appena ha fatto la quinta elementare (allora quella era la soglia dell’obbligo) l’hanno mandata a lavorare, e non ha potuto studiare più. Tu ed io veniamo fuori da famiglie che comunque ci avrebbero tenuti a scuola almeno fino al diploma, ma se non vi fosse l’obbligo di restare comunque a scuola fino ai 14/16 anni molti ragazzini, anche bravi, finirebbero in fabbrica a 11, 12, 14. Succede già adesso, che l’obbligo di legge c’è, figuriamoci se fosse abolito. Già qui nel nordest, alle volte, a me tocca smadonnare con genitori che vorrebbero mandare in fabbrica dopo le medie ragazzini che invece meritano una istruzione superiore, solo perché cussì el ciapa lo stipendio. E siamo in una delle parti più ricche del paese!
Vaal, non pensare che il mondo sia per tutti uguale a quella porzione che conosci e frequenti tu. Applica quello che proponi in Italia e, per come siamo combinati, non avrai una scuola migliore, avrai soltanto una società più chiusa, divisa in rigide caste, in cui chi è ricco ha ancora più opportunità e chi non lo è non ha più nemmeno una labile speranza. Non è il buonismo a farmi parlare così, ma il buon senso: di intelligenza ne abbiamo già sprecata tanta, cerchiamo di coltivare almeno quella poca che ci resta.

Il Laicista ha postato sul suo sito un articolo di Luca Ricolfi, apparso qualche tempo fa sulla Stampa: La scuola ha smesso di insegnare. Si tratta di un accorato, depresso catalogo dello sfacelo cognitivo con cui ogni santo giorno, come insegnante, devo fare i conti, e sono conti amari. I ragazzi, dice giustamente Ricolfi e confermano i commentatori de Il Laicista, non sanno più un beneamato accidenti. Pur uscendo dalle nostre scuole con tanto di diploma in centesimi, spesso tracollano non appena gli si domanda qualche concetto basilare, tipo il capoluogo di regione del Lazio, o l’area del rettangolo: studiano per anni inglese per essere capaci a stento di balbettare nella lingua d’Albione uno stentato ritornello di Britney Spears, di cui, peraltro, non capiscono comunque il senso, non riescono ad immagazzinare per più di venti minuti un qualsiasi concetto, e quelle poche volte che ci riescono il concetto medesimo risulta appreso in maniera così vaga e pressappochista da risultare alla fin fine inservibile; hanno una idea fumosa dei concetti di causa-effetto, tanto è vero che partoriscono, quando tentano un ragionamento razionale, sillogismi sbilenchi e deduzioni zoppe; per questo motivo, quando dai loro un qualsiasi tipo di ricerca da fare, non sono in grado di verificare nemmeno vagamente le informazioni che trovano, o meglio raccattano un po’ qui e un po’ là, senza metodo alcuno, prendono per buona qualsiasi bufala leggano e, se tenti di correggerli, nemmeno afferrano per qual motivo tu li riprenda. Le interrogazioni e i compiti sembrano una puntata di Chi vuol esser milionario: non si argomenta, non si dibatte, le domande vanno poste come un test e le risposte devono essere formulate a scelta multipla, con tanto di la accendiamo? Finale.
Voi mi direte: “Cazzo, l’insegnante sei tu! Sei tu che devi dare loro gli strumenti.” E avete ragione. Ci provo. Ma chi alza alti lai sulla sconfortante situazione dell’apprendimento, e imputa alla scuola di non far più il suo mestiere, dimentica un piccolo particolare: che anche la scuola è un prodotto della società, forse, anzi, ne è il principale prodotto, in quanto viene programmata per “costruire” gli individui che a quella società servono. E qui, allora, andrebbe aperta una bella e seria riflessione globale, in cui, credetemi, ce n’è per tutti.
Gli insegnanti, tanto per cominciare, hanno smesso di insegnare, perché sono impegnati, molto spesso, a fare altro. Non nel senso che hanno un doppio lavoro (anche, alcuni, ma di questo semmai ne parliamo in altro momento). No, è proprio la scuola che ormai chiede loro di assolvere una miriade di compiti paralleli che con l’insegnamento della materia per cui sono andati in cattedra non c’entrano un beneamato. Devono fare, per prima cosa, i baby sitter, perché molte famiglie pensano che la scuola questo sia: un posto dove parcheggiare il pupo mentre i genitori vanno a lavorare o vivono a loro vita. In classe ti arrivano torme di ragazzini che hanno la piena coscienza di essere mandati in un parcheggio: i genitori non si aspettano che lì imparino qualcosa, solo che siano trattenuti nelle aule per un certo numero di ore; il più possibile, per altro. Pensando la scuola come un parcheggio, i ragazzini ci arrivano senza la minima coscienza che durante le ore di lezione si debba tenere un comportamento acconcio: quindi gran parte del tempo di lezione viene perso, in realtà, per imporre le regole minime della convivenza, cioè farli restare fermi al banco mentre spieghi, non girellare a caso per la classe, non alzarsi quando salta l’uzzolo per andare a parlare con i compagni, non chiacchierare a voce alta come si farebbe nella piazza del mercato. Il tutto, beninteso, senza avere, nella maggior parte dei casi, l’appoggio della famiglia o dei superiori. Se cerchi di imporre la disciplina (non quella dei Marines, eh, semplicemente quella necessaria a parlare per cinque minuti senza avere attorno la baraonda), i genitori insorgono dicendo che sei una reazionaria, i presidi intervengono dicendo che così causi ai ragazzini dei traumi insuperabili. Molto spesso i genitori non vogliono che tu riesca ad imporre delle regole al figlio, perché sentono questo fatto come un silenzioso appunto a loro stessi, che non ci sono riusciti mai, o perché temono inconsciamente che il figlio, una volta imparato che un minimo d’ordine si può ottenere, pretenda di applicarlo anche in casa, a scapito loro. All’insegnante si chiede di essere non uno che insegna, ma un confidente, un amico, un assistente sociale, uno psicologo, qualche volta un terapista familiare. Ci sono genitori che passano le ore di ricevimento a raccontarti i particolari della loro separazione in atto, sperando che tu prenda le parti contro il coniuge, altri che sfogano sulla scuola tutti i conflitti irrisolti della loro vita di coppia o lavorativa. La scuola è chiamata, non si sa bene perché, a supplire le carenze dello stato sociale: al ragazzino che ha alle spalle una famiglia problematica non si offre una soluzione per questo, si regala un sei anche se è ignorante come una zucca, perché bocciarlo sarebbe aggravare ancor di più i suoi problemi; il sei regalato non risolve i guai a casa, e lui, per giunta, continua a non sapere un’ostrega di quello che potrebbe servirgli, ma tutti si sentono la coscienza a posto, e tu che t’incazzi sei la sola a far la figura dell’arpia.
Per molte famiglie la funzione della scuola non è dare un’istruzione, ma fornire il famigerato “pezzo di carta”, il diploma certificatorio che è sentito come un diritto: sono stato tot anni sui banchi e me lo merito in virtù del tempo speso. Ricchi e poveri, tanto, sono trasversalmente convinti – spesso a buon titolo – che l’istruzione non sia uno strumento di promozione sociale, e nemmeno serva più a trovare un lavoro: per quello ci vogliono le conoscenze, le reti familiari, le raccomandazioni del potente di turno. La scuola serve solo a fornire quell’attestato che è richiesto per essere assunti, ma vale quanto un timbro sul passaporto di ritorno dalle ferie: senza non puoi entrare, ma non è che voglia dire granché. Per costoro l’insegnante che pretenda di insegnare è un ostacolo e un nemico: lede un diritto che pensano acquisito a priori. Stessa cosa dicasi per i voti: il buon voto è dovuto quando la famiglia abbia deciso che il ragazzino se lo merita, o perché intelligente o perché hanno investito su di lui pagando per una formazione parallela (“Ma come? Ha solo sette in inglese? Se sono tre anni che fa le vacanze in Inghilterra!”); se non viene concesso dall’insegnante, si fa ricorso al Preside, o al Tar. Un brutto voto – e ormai per brutto voto si intende un otto! – non è una valutazione, ma una discriminazione. Quando tenti di replicare che è solo un metodo per segnalare che il ragazzino le cose non le sa, ti viene risposto di non preoccuparti: a insegnargliele, se serve, ci penseranno i genitori stessi, magari durante le vacanze, o con ripetizioni private: tu, insegnante, non rompere il cazzo e ammolla il dieci, che alla vera istruzione, quella utile, del pargolo, tanto, ci pensano loro, non tu.
Del resto, anche i ragazzini, perché dovrebbero impegnarsi più di tanto? La società e la stessa famiglia dimostrano di apprezzare lavori raffazzonati e carenti purché “facciano scena”. A dar da fare compiti a casa, ti rendi conto che i genitori per primi avvallano le ricerche fatte con il copia-incolla da internet, e preferiscono che tu assegni magari valanghe di esercizi ripetitivi, che possono controllare la sera loro stessi, con il cervello semispento, piuttosto che un solo compito che necessiti però di raziocinio ed impegno e rischia di rovinare il programmato weekend. I programmi di studio sono oggetto di contestazioni e contrattazioni da parte dei genitori, i quali pretendono che tu tagli tutto ciò che secondo loro “non serve”: quindi via la storia antica, e solo storia del Novecento, oppure niente geografia astronomica, ma solo mappe stradali; in italiano niente poesia a memoria, o temi, ma test a risposta multipla e lettura di qualcosa che abbia a che fare con l’attualità, quale essa sia; non rendendosi conto che in realtà il compito primario della scuola non è insegnare le nozioni (la data di nascita di Hitler), ma un metodo e i rapporti di causa-effetto, ragion per cui studiare Dante o l’articolo di Panebianco sul Corriere è la stessa cosa, non fosse che forse Dante scrive meglio e, a saperlo leggere, è un pelino più attuale.
La scuola, in Italia, è stata per anni frutto di un patto scellerato, stipulato silenziosamente fra i contraenti: da un lato le famiglie, ricche o povere, che accettano la scuola pubblica come un male necessario purché non rompa troppo e consenta loro di mantenere il controllo totale sui figli e sulla loro educazione, senza mai mettere sostanzialmente in dubbio o creare una alternativa ai valori ed alle pratiche familistiche, dall’altro docenti e presidi, che preferiscono spesso una bonomia panciafichista al duro lavoro che prevederebbe una impostazione più seria, la quale richiederebbe selezioni più dure per i docenti, riconoscimento economico delle ore lavorative reali (non solo le 18 pagate di lezione, ma tutto il resto!), l’abbandono dell’idea che l’insegnamento sia una sorta di part time o un ripiego quando non si trova di meglio da fare, e anche e soprattutto lo sforzo di tirar fuori le palle e rispondere a brutto muso alle insane pretese di questo o quello, sia questo o quello un politico, un parroco, un genitore.
Finché non si fa qualcosa per scardinare questo tipo di mentalità, riformare efficientemente la scuola è cosa dura: certo, si può fare qualche ritocchino di facciata, mettere i voti, proclamare l’anno della severità un tanto la chilo, vantandosi di aver aumentato le percentuali di bocciature senza andar a toccare i meccanismi che la bocciatura la causano realmente. Non ci si lamenti, però, poi, a posteriori, se le giovani generazioni non sanno nulla e hanno una infarinatura nozionistica di facciata. Non è che non sanno nulla, sanno ciò che noi abbiamo trasmesso loro: la logica dell’arrabattarsi, del far figura fine a se stessa, dello sfangarla come si può impegnandosi il minimo e sfruttando tutti i paracaduti a disposizione: l’ipocrisia, la furbizia, le amicizie, il potere della famiglia. Questa lezione, bisogna riconoscerglielo, l’hanno imparata benissimo.

È dibattito aperto da mesi, fra giornali e tv, su chi sia meglio fra le ministre Gelmini e Carfagna. Tinto Brass tiene per la Gelmini, Silvio Berlusconi – per motivi strettamente politici, sia chiaro – apprezza la Mara, peraltro osannata anche all’estero come il ministro più belloccio del mondo.
La Gelmini di questa rivalità forse un po’ soffre, tanto è vero che ha finito per copiare il taglio di capelli della rivale, mossa che la stampa nazionale ha seguito con la dovuta trepidazione, immediatamente informandone il popol tutto.
La gara fra le due signore, forse perché son femminuccia, m’ha lasciato piuttosto fredda in questi mesi, anche perché a valutare le loro dichiarazioni pubbliche non riuscivo a decidermi non su chi fosse la migliore, ma manco la meno peggio. Finché stamane non ho letto questa dichiarazione della Gelmini, riportata sul sito dell’UAAR. Di fronte al cardinal Bagnasco che sottolineava l’importanza anche per i non cattolici di frequentare l’ora di religione cattolica nella scuola pubblica, la ministra dell’Istruzione ha replicato non solo con un sonoro assenso, ma dando precise garanzie: “L’insegnamento della religione deve avere la stessa dignità delle altre materie”: anzi, poiché “ha una valenza educativa maggiore di altre discipline”, “deve assumere ancor più una valenza centrale”.
Ecco, in considerazione di ciò, ho deciso che preferisco la Carfagna.
Almeno lei, quando si mette in ginocchio, fa meno danni.

Contando che ieri mattina sono andata a scuola nonostante un forte raffreddore e 37 di febbre in partenza, perché era sabato (quindi è difficile trovare un medico per farsi fare il certificato) e poi avevo programmato una serie di attività coni miei alunni che mi dispiaceva rimandare;
Visto che mi sono fatta un’ora di treno sporco, lercio e pieno come un carro bestiame, e poi quattro ore di fila di lezione senza neanche tirare il fiato, e nemmeno andare in bagno, perché il sabato mi hanno messo sorveglianza anche durante la ricreazione, quindi non ho manco cinque minuti liberi e, se mi scappa, me la tengo;
Tenendo a mente che per tornare a casa mi sono rifatta un’ora di treno, nelle condizioni di cui sopra, con il soprammercato di venti minuti di ritardo, e sono quindi riuscita finalmente ad arrivare a casa alle 15.00;
Appurato che nel frattempo la febbre era salita fino a 38, il naso colava, la testa mi rimbombava come se ci stesse martellando dentro un fabbro, gli occhi mi bruciavano, e ho giusto fatto in tempo a prendermi una manciata di pastiglie e, tossendo come una Violetta Valery all’ultimo atto della Traviata, mi sono trascinata verso il letto;
Contando che solo per scrupolo, prima di sprofondare nel coma, ho scaricato la posta e così ho ricevuto dallo Staff del Ministro Renato Brunetta una mail sulla mia casella di posta personale in cui il Ministro annunciava l’uscita del suo ultimo libro, in cui spiega che gli statali sono fannulloni ed assenteisti e che solo grazie al suo giro di vite adesso ’sti impuniti sono costretti ad andare al lavoro senza mettersi in malattia per ogni colpo di tosse;
Ecco, visto e considerato quanto sopra, calcolate voi quanto mi sono girate le palle.




Hanno lasciato detto qualcosa