You are currently browsing the tag archive for the 'roma' tag.

Aureliano moneta sol invictus

Quando ho scoperto che ha persino una pagina su Facebook, un po’ ci sono rimasta stupita, ma mi ha fatto piacere. Sapere che viene ricordato anche al di fuori della cerchia degli studiosi ed appassionati mi rende contenta. In fondo se lo merita. Certo, se si pensa ad un imperatore romano, il primo nome che viene in mente non è il suo. Nel comune sentire, il primo è Giulio Cesare, che imperatore non fu mai, ma insomma, è considerato il fondatore della ditta; poi Augusto; poi Caligola, perché era matto, o Nerone; poi via, una infilata di nomi che chi se li ricorda è bravo, tutta gente impegnata a perseguitar Cristiani e allontanare Barbari dal confine; poi Costantino, ecco, Costantino sì, Costantino è tosto; e, dopo Costantino, ci sono solo Cristiani finalmente liberi e Barbari liberi anch’essi di scorrazzare; quindi invasioni, pestilenze, sfighe, e poi medioevo e kaputt. Questa, in soldoni, il riassunto di Storia Romana che molti hanno in testa, corredato di particolari più o meno vaghi. È difficile in mezzo a tutto questo che ci si ricordi di Aureliano, però lui è un gran personaggio, di quelli che meritano davvero. Non ci fosse stato poco dopo Costantino, forse ce lo ricorderemmo come il più grande, nel mondo Tardo Antico; ma è certo che, se Costantino poté trovare ancora un impero di cui diventare imperatore, molto lo deve ad Aureliano.

È una bella storia, la sua: una di quelle che in fondo spiegano perché Roma riuscì ad essere un impero, e a durare così a lungo. Perché non era nobile, Aureliano, e neppure ricco; e per soprammercato non era neppure “romano” nel senso di nato a Roma, o almeno in Italia. No, era venuto al mondo in quello che da Roma, dove i politici dell’Urbe tenevano le chiappe al caldo, sui banchi del Senato, doveva sembrare un buco ai confini del nulla: Sirmio, in Pannonia. Che già adesso che è Serbia, un po’ ai confini del nulla lo pare, figuriamoci allora. Non che fosse proprio un villaggio barbaro sperduto: era una città di quelle che i Romani sapevano costruire e far fiorire ovunque, con le sue terme, i suoi bei palazzi in muratura. Centro di commerci per tutta la regione, di un’opulenza che da quelle parti gli indigeni da soli non avrebbero visto mai, qualche decennio più tardi sarebbe diventata addirittura capitale di un pezzo d’impero. Ma di sicuro nascere lì non era nascere a Roma, ed aver per genitori un contadino ed una donna che si chiamava Aurelia, sì, come la mamma di Giulio Cesare, ma solo perché liberta di un qualche senatore Aurelio che magari non avrà neppure mai visto in vita sua, non era la stessa cosa.

Me lo immagino un bimbo smilzo e dagli occhi vivaci, Aureliano: di quelli che non prendono mai un grammo né un raffreddore, sono sempre in movimento, curiosi del nuovo ma in grado fin da piccoli di fiutare i pericoli, prevederli, evitarli, in una parola un vero leader. I boschi, i fossi vicini a casa saranno stati i suoi primi campi di battaglia, a capo di una truppa di ragazzini; guerre fatte con le spadine di legno, mentre il babbo ara i campi e mamma sbriga le faccende di casa. L’unica sosta, per quel folletto sempre in moto, quando mamma, sempre lei, lo chiamava per andare alle funzioni: era sacerdotessa del Sol Invictus, mamma, divinità che proteggeva gli Aureli tutti e oltre agli Aureli in special modo i soldati romani. Li avrà conosciuti lì, i suoi primi legionari, Aureliano: vecchi forti dalle mani come badili, ex commilitoni del padre, che si inchinavano deferenti davanti al dio e alla mamma sua sacerdotessa, e davano una brusca carezza sul capo a quel ragazzo dagli occhi di brace, per poi raccontagli delle infinite campagne ai confini dell’impero, di deserti e steppe, barbari e battaglie, e di città dove le taberne sono tiepide, il vino caldo, le ancelle generose con i vincitori.

Appena può, si arruola. I campi, il quieto vivere del padre non fanno per lui: ha dentro un fuoco, il ragazzo, che può bruciare il mondo, non qualche fascina dietro casa. Illirico, Gallia, e poi Siria e Persia: il ragazzo l’impero lo percorre tutto, in pochi anni. Parte dal basso, ma ben presto capiscono, i comandanti, che di lui ci si può fidare: non ha paura di nulla, è veloce sia di mente che ad estrarre la spada, non si stanca mai. Poi soprattutto ha quel particolare che distingue il vero leader da chi ha un titolo ma non la stoffa: per quanto spietato, sa sempre dove fermarsi e quando, e, ancor meglio, riesce sempre a fermare i suoi soldati. Sul campo di battaglia non gli sfugge niente, ma nemmeno dopo, e se può ordinare con la massima freddezza e senza un rimpianto un massacro, quando è necessario, sa anche farlo finire, di botto, quando il massacro non è necessario più. I suoi soldati sono consci che non si viene abbandonati mai da lui, però gli si deve obbedire: pretende da loro una disciplina non spietata, ma ferrea. La stessa che si impone e rispetta.

Quando Claudio il Gotico lo vede, fiuta che quello è l’uomo che fa al caso suo. Vengono da due mondi diversi, anche se sono nati nello stesso luogo: Claudio è un gran signore, soldato sì, ma generale e poi governatore di province. Però i due si capiscono, e, cosa rara quando c’è di mezzo il potere, si fidano l’uno dell’altro; entrambi concordano che Gallieno, l’imperatore in carica, non è l’uomo adatto, e va cambiato. Che nel linguaggio politico di quegli anni significa: fatto fuori. Ordiscono, pare, una congiura, di cui l’anima nera, si sussurra, fosse Aureliano stesso, anche se il killer è Eracliano, un prefetto del pretorio. Vero, non vero? Di certo un morto sulla coscienza, ancorché di alto lignaggio, non avrebbe spaventato Aureliano, che quando pensa che una cosa si debba fare, la fa, senza tormentarsi in scrupoli da cacadubbii.

Quando Claudio diventa imperatore, Aureliano è là a dargli i suoi consigli pratici di comandante, ad organizzare le campagne militari, con quella sbrigativa amicizia di poche parole e di molti fatti che doveva essergli propria. Però son anni bui per l’impero: tutto un correre per far fronte a sconfinamenti di barbari, razzie, mattanze. Claudio è un bravo generale, e combatte contro i nemici; ma un nemico no, non riesce a sconfiggerlo, è la peste. Se la prende, e muore, mentre torna dal fronte. Aureliano gli è vicino, ma non prende la peste: persino il morbo non riesce ad averla vinta sulla sua inesauribile energia. C’è però il fratello di Claudio, ad Aquileia, che si proclama imperatore, intrigando con il Senato. Aureliano non lo accetta: sbriga gli ultimi combattimenti sul confine e torna come una folgore a Sirmio, dove l’esercito di Claudio, che poi è il suo, lo proclama imperatore. Il fratello di Claudio neppure tenta di giocare la partita: si suicida alla notizia, via, kaputt.

Aureliano è dunque imperatore: lui, venuto su dal basso, e a cui i soldati dedicano canzoncine, come facevano già i legionari di Cesare, anche se meno spinte, perché di Aureliano non si conoscono vizi, né difetti da prendere di mira. Solo che l’impero su cui governa, è una grana. Per garantire la difesa, è stato dato in subappalto: Gallia e Britannia a Tetrico e Siria e Asia Minore ai re di Palmira, che manco erano romani. Entrambi i sotto-regni vogliono rendersi indipendenti: Tetrico si proclama imperatore e a Palmira la regina, Zenobia, si fa chiamare Augusta e governa in nome del figlioletto come se quel pezzo di mondo fosse solo suo. Si ispira a Cleopatra, e di guai all’impero ne procura tanti come l’originale. Ma se lei è una novella Cleopatra, Aureliano è proprio un Giulio Cesare fatto e finito. Scende, mazzola e conquista, dosando bene, anzi benissimo, pugno di ferro e clemenza con i vinti. Riconquista l’Oriente, l’Occidente e anche Roma, dove arriva, seda a brutto muso una rivolta, facendo strage di chi ha osato ribellarsi, ma poi, primo e unico, si rende conto che la città va guarnita di nuove mura, perché non sono più i tempi in cui era il centro sicuro dell’impero, sono tempi in cui l’impero non ha più un centro e sicuro non lo è nessuno, mai.

Ecco, forse di questo si dimentica, che nell’impero nessuno è più sicuro, mai, e men che meno l’imperatore. Eppure gli pare di avere ormai tutto. Il popolo gli vuole bene, il senato abbozza, l’esercito, be’, l’esercito è sempre stato suo. Per farlo contento e forse sciogliere un voto o un desiderio che cova da tempo, istituisce il culto del Sol Invictus, quel dio dei militari che l’ha protetto e accompagnato fin dalla prima infanzia, assieme al muto sguardo di mamma e ai racconti di gloria degli ex commilitoni di papà. Il 25 dicembre diviene festa nazionale, dies Solis, e Aureliano è là a far sacrifici, godersi la festa. Si sente appagato per quanto mai si possa sentire appagato un uomo così, e cioè sempre in parte, perché è soddisfatto ma già la sua mente è più in là, a progettare una nuova campagna, la mano carezza la spada perché non la sa tenere tanto a lungo nel fodero. Parte. Di nuovo con le sue truppe, di nuovo in sella. La Persia lo aspetta, quella Persia che secondo lui bisogna stroncare per avere pace stabile e duratura. Sottovaluta, forse, che i Senatori sono in subbuglio, e certi funzionari della zecca e dell’apparato non han parato giù le indagini sulla corruzione che lui porta avanti, con determinazione tignosa. Sottovaluta anche qualche becera invidia meschina nella corte degli ufficiali che pure partono con lui, e sono suoi ufficiali, sì, ma uomini. È proprio per una bega meschina, assai probabilmente, che per un alto complotto politico, che uno dei suoi segretari si prende scanto, ha paura di venire denunciato e decide di colpire per primo. Muore così, Aureliano. Lui che aveva schivato le spade dei barbari sui campi di battaglia, cade per la sica di un segretaruncolo che lo accoltella con mano tremebonda.

L’idiozia, al contrario dell’impero, non ha mai confini.

coppiette

No, gli innamorati non c’entrano. Dicasi coppiette, in Lazio, delle striscioline di carne di maiale lasciata ad essicare dopo essere stata generosamente cosparsa di pepe, semi di finocchio e peperoncino. Soprattutto peperoncino, a dire il vero.

Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo ed il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni pressanti. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola. Non sono un cibo per signorine, e nemmanco per signore bon ton: sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciar loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitare i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo a poco a poco, e gli agguati del seme di peperoncino che colpisce a tradimento, lasciandoti senza fiato.

Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia o il sadismo degli ufficiali concedevano una breve sosta, o per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di veglia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, anzi a valutarlo, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne. Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi, bivacchi senza fuochi accesi ai confini del mondo, soldati stanchi che non si possono permettere il sonno, e integrano così lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, infinite ore trascorse a scrutare il cielo, il mare, le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio. Gente abituata a nutrirsi così aveva lo stomaco per fondare un impero: contadini grezzi capaci di nutrirsi con una striscia di carne e un po’ d’acqua a qualsiasi latitudine li portasse il nome di Roma, senza mollare mai, senza distrarsi, senza mai arrendersi o darsi per vinti, perché tutto ciò che si lasciavano alle spalle era sempre meno di quello che potevano conquistare davanti a sé, e la lotta quotidiana non era limitata al campo di battaglia, ma era tutto, sempre: era una lotta persino il cibo, che bisognava strappare a morsi e sudarselo persino mentre lo si metteva in bocca. L’uomo è ciò che mangia, uè.

“Ma vieni con noi sull’Isola, ad Agosto, vero?”

Per Rossana l’isola è l’Isola, senza bisogno di altre specifiche. Difficile, in effetti, immaginare un posto più isolato, o più isolano, fatto d’acqua, attorno, di un blu quasi viola, scuro come il fondo del vino nel bicchiere, e di verde selvaggio a macchie, puntellate da spari di fiori psichedelici, sfacciati come tutte le cose che nascono fuori dalle regole: gialli, fucsia, azzurri, si mischiano al brullo del terreno scuro. Quando sbarchi al molo, dopo aver corso il mare che la separa dal Continente, hai il sospetto che nella traversata tu abbia varcato un confine che non è solo dello spazio, ma del tempo: l’isola è l’Isola.

Per arrivarci, però, bisogna prima lasciare il mondo reale. E quella, obiettivamente, è la vera avventura.

L’organizzazione del viaggio è, come sempre, di Rossana: anche perché, se dovesse aspettare che riusciamo a combinare qualcosa di pratico Michele ed io, potremmo finire ovunque:

“Dunque – mi telefona due giorni prima – i biglietti li ho già fatti su internet, per tutti. Partiamo da Venezia alle 8.43, quindi tu puoi prendere il treno da Mestre una decina di nimuti dopo, e ci trovi già sopra… basta che guardi sul sito a che ora esatta arriva a Mestre…”

Sembra facile. Peccato che sul sito di Trenitalia non ci sia, a quell’ora, un Eurostar in partenza, almeno non da Venezia. Dopo una serie di controlli incrociati, e numerose telefonate fra me e Rossana, finiamo col capire che, per motivi noti solo al programmatore del sito delle Ferrovie, il treno Eurostar partente da Venezia alle ore 8.43 è lo stesso che viene segnato partente anche da Mestre alle 8.43: evidentemente i treni italiani non hanno il dono della puntualità, ma compensano con la capacità di essere ubiqui.

Alle 8,53, dunque, sono alla banchina della stazione di Mestre e il treno, incredibile, arriva davvero. Michele scende dal predellino e mi aiuta a issare la valigia, che poi è un trolley il più possibile leggero, perché nei miei viaggi di solito il peso maggiore sono i libri, ma stavolta, memore dei 350 scalini a piombo su cui bisogna inerpicarsi per arrivare a casa di Rossana,  mi sono limitata ad un volumetto di Montalbano: perderò del tutto la fama di intellettuale, ma ci guadagnerò in fiato, neh.

Alle 8.55 sono incastrata nel sediolino dell’Eurostar – letteralmente incastrata, alzarmi richiede manovra specifica: contando che io sono una taglia 40 non ho mai capito come facciano a viaggiare decentemente quelli un po’ più rotondetti: si infilano dentro alla partenza e al momento dello sbarco devono prelevarli con una gru, suppongo – e converso amorevolmente con Rossana mentre il treno parte. Michele non c’è, ma la cosa non ci preoccupa: forse è andato un attimo in bagno prima di sedersi nuovamente… alle 8.57 il mio cellulare squilla. Strano, penso, a quest’ora della mattina, e di Luglio, gli amici hanno solitamente la buona creanza di non telefonare, soprattutto perché in genere sono a nanna pure loro…ma non è un amico qualsiasi, è Michele.

“Ho perso il treno…” afferma, col tono di chi non si capacita nemmeno ben lui di cosa stia dicendo.

“Hai perso cosa??”esclamiamo praticamente all’unisono Rossana ed io, e mai il coro di nessuna commedia di Aristofane è andato così perfettamente in sincrono.

“Il treno…sono sceso un attimo per fumare, sul marciapiede…stavo per buttar via la sigaretta, ma ho sentito il clang della porta che si chiudeva…ho fatto segno al capotreno, ho provato a rischiacciare il bottone, ma non si apriva più la porta..insomma, sono rimasto a terra, sono ancora a Mestre…”

Rossana, manageO che pare nata per organizzare e far fronte a qualsiasi imprevisto, non si perde nemmeno un momento in recriminazioni: piglia il mio cellulare e replica: “Ok, hai il portafoglio con te? Benissimo. Prendi un taxi e digli di andare subito a Padova. Forse ce la fai a pigliarci alla stazione, lì. Però è difficile. Io intanto cerco il capotreno e mi faccio dare l’orario di arrivo. Se con Padova vedo che i tempi sono troppo stretti, ti chiamo subito, tu dici al tassista di non uscire nemmeno dall’autostrada e di correre, invece, direttamente a Bologna; lì, se non trovate traffico, dovreste arrivare giusto in tempo…se però non ce la fate neanche lì, allora tramite il palmare chiedo al capotreno di trasferire il tuo biglietto sull’Eurostar successivo, e ci vediamo direttamente a Roma: lì abbiamo un’ora di lasco, quindi ce la facciamo sicuramente a ribeccarci.”

La guardo ammirata. Fosse capitato a qualunque altra donna, me compresa, assai probabilmente, lo avrebbe tenuto al telefono per tutto il viaggio con una geremiade infinta, sensa trovare l’ombra di una soluzione e lamentandosi invece del fatto che non si può perdere un treno in tal modo, e che no, e che non è possibile, e che caspita! Lei invece chiude il telefono tranquilla, senza aver fatto una piega, sorride e dice: “Speriamo bene, perché se non riesce a ripigliarci almeno a Roma, diventa un casino con l’aliscafo..”. Mi viene spontaneo pensare che una donna del genere può veramente fare la fortuna di un uomo: l’avesse avuta al suo seguito Napoleone, Rossana, la campagna di Russia col piffero che finiva a schifio.

Il viaggio fino a Bologna è così una specie di corsa contro il tempo, con continui ragguagli di Michele dal taxi, che s’informa se il treno nostro accumula qualche minuto di ritardo, e il treno che, unico caso delle Ferrovie italiche in tutta la loro centenaria storia, se n’è fatto un punto d’onore di spaccare il secondo, anzi, guadagnare addirittura qualche attimo in corsa. Ma siccome, come dicono a Genova, c’è un Dio per gli imbriachi, ed evidentemente oggi ha deciso di fare gli straordinari accordando la sua protezione anche ai tabagisti distratti, Michele riesce a salire al volo sul treno a Bologna, ci ricongiungiamo e, felici e contenti, ci dirigiamo verso l’Urbe sull’Eurostar in perfetto orario.

Arrivati a Termini, si pone il problema del pranzo. Che non sarebbe un problema in sé, nel senso che siamo tutti affamati come belve del Circo Massimo ai tempi delle persecuzioni dei Cristiani, e a Termini non puoi fare un passo senza imbatterti in qualcosa dove si può comprar da mangiare; no, il problema sta nel fatto che sia io che Rossana condividiamo, oltre ad alcuni simpatici lati del carattere, anche una antipatica propensione alle intolleranze alimentari: per cui io non posso mangiare nulla che contenga oli di semi, margarine, mais e pateracchi affini, e lei, invece, nulla che contenga glutine, o farina di grano, o latticini. Per cui, mentre Michele può affondare le fauci su un meraviglioso panino con speck, radicchio grigliato, gorgonzola e non so che altra delizia, noi due dobbiamo passare mezz’ora nell’esegesi delle etichette alla tavola calda, e finiamo con lo scoprire, desolate, che lei può prendere solo un’insalatona con aggiunta di mais e un po’ di prosciutto, e io una insalatina di carote scondite (nelle altre c’è olio di semi) per fortuna riscattata da una bella mozzarella di bufala da leccarsi i baffi, fresca come un gelato e morbida come panna appena munta.

Alle 13.20 siamo pronti per salire sul Regionale per Anzio. Il treno è una bocca d’inferno che vomita zaffate di calore, ma, ci diciamo con scanzonata allegria vacanziera, chissenefrega, in fondo non è manco un’ora di viaggio, si può resistere, via. Siamo appena montati con tutte le valigie e gli annessi e connessi, che sentiamo un sinistro plin-plon degli annunci: la signorina Velodico, che impersona l’eterno femmineo in tutte le stazioni, con voce suadente ci informa: a causa della presenza sui binari di manifestanti, i treni subiranno ritardi e/o saranno soppressi.

Ci guardiamo tutti e tre, e dall’espressione è ovvio che stiamo pensando all’unisono la stessa cosa, e cioè: oh cazzo! Il ritardo non sarebbe grave se non ci fosse il problema irrisolvibile dell’aliscafo. Per trovare i posti Rossana ha dovuto prenotarli con un mese di anticipo, quindi non c’è alternativa, ad Anzio bisogna arrivare in tempo.

“Prendiamo un taxi.” Dice Rossana,al solito senza fare una piega; e parte verso il piazzale, con uno slalom fra trolley, bivacchi di altri viaggiatori accaldati, zingari che chiedono l’elemosina, piccoli taccheggiatori che inveiscono contro poliziotti colpevoli di averli sorpresi a rubare una birra: la pittoresca fauna della Stazione. Qui contratta per qualche minuto con un tizio scuro come il carbone: Michele ed io guardiamo rapiti, perché, pur non avendo l’audio, il video è degno di un film neorealista: Rossana la Rossa, alta e pallida, inconfondibilmente nordica, sovrasta il tassista piccolo e abbronzato, e i due mettono in piedi tutto il campionario di gesti del suk arabo, tu dare soldi vedere cammello compreso.  Dopo due minuti di scambio serrato, il tassista annuisce e prende il valigione di Rossana, lei ci fa cenno di avvicinarci: è il segnale, si va.

Il tassista, naturalmente, è un tassista abusivo: ci scorta verso una vecchia Escort – nel senso di autovettura – in cui però, ci annuncia, ha messo l’aria condizionata nuova di pacca; con il bel risultato che la povera macchina rantola e si spegne ad ogni semaforo, perché a sostenere il carico di energia necessaria a far fresco gna a fa’. Se l’auto non ventila, Calogero, il tassista, non ha invece alcun problema a ventilare la lingua: in quindici minuti sappiamo già che è calabrese, terzo di sette fratelli, sposato, con due figli, abita in una casa vicino al Vaticano, ha quarant’anni, la terza media, una sorella che fa l’insegnante, un nipote che studia lingue, due fratelli che vivono sui colli e uno zio che è prete vicino Ariccia: se tanto mi dà tanto, all’altezza dello svincolo per l’Appia conosceremo anche il numero di scarpe e l’intero albero genealogico fino al settimo grado. Quando scopre che sono laureata in storia, però, non si tiene, perché la Storia, dice, è una delle sue grandi passioni, e l’ha imparata per portare in giro i turisti. Ce ne vuole dare un saggio, spiegandoci che Anzio, dove siamo diretti, è un posto famoso, perché ci sono sbarcati i Nazisti durante l’ultima guerra, mentre S.Pietro, là dove abita lui, è proprio una bella chiesa, costruita tanti anni fa, nel 1500 avanti Cristo (probabilmente da un Miceneo che aveva avuto una premonizione, a questo punto…).

È simpatico Calogero, bisogna riconoscerlo: ci tiene a far sapere che lui a Roma ci abita da vent’anni, e la conosce a menadito. Ad ogni cantone che svolta, indica: “Ecco, quelle sono le terme di Caracalla!” Al terzo sbrego di muro attribuito a casaccio, non mi tengo più e dico: “No, veramente quello è solo un pezzo delle cinta aureliana, e là c’è una cisterna romana, ma dell’età di Diocleziano..”

Lui ci resta un po’ male, ma torna subito alla carica: “Però scommetto che non sa che è quella villa là in mezzo..”

“Dovrebbe essere quella di Alberto Sordi, se non mi sbaglio…”

A questo punto, tace, ammirato, perché datare ad occhio  pietrisco romano vabbe’è una abilità da professorini, ma conoscere pure dove abitava Albertone è sintomo di una vera cultura superiore, neh.

Intanto si para davanti a noi quella poltiglia di macchine che è il Raccordo. Non si cammina. Tagliando allegramente la strada a qualsiasi cosa gli si pari accanto o dietro, Calogero svolta ad imboccare l’Appia, e ci scarrozza per le vie dei Castelli. Ogni volta che un camion tende a rallentargli la strada, Calogero lo supera con tecnica collaudata: al semaforo si porta a destra allegramente, poi, al momento di svoltare, si reimmette nella carreggiata collezionando clacsonate e gustose sequele di improperi dagli automobilisti dietro. All’ultimo incrocio anziate, passa avanti tutta la fila, e poi inchioda lasciandosi il semaforo completamente alle spalle: “Tanto quando bisogna partire lo vedo perché partono quelli di fronte – spiega – ma mica faccio come certi che partono e basta, eh. I semafori bisogna rispettarli!” puntualizza poi con tono da automobilista virtuoso.

C’è da non crederci, ma, nonostante tutte le congiure del Caso ai nostri danni, arriviamo ad Anzio giusto due minuti prima che l’aliscafo si stacchi dal molo. Rossana caccia in mano al volo al marinaio i biglietti e saliamo a bordo. A questo punto sia io che lei non ce la facciamo più, abbiamo urgentemente e disperatamente bisogno del bagno, ma per riuscire a far la pipì mentre l’aliscafo rolla e ondeggia ci vuole una abilità contorsionistica da ginnasta provetto, praticamente Yuri Chechi appeso agli anelli fa meno fatica.

Comunque, siamo in mare. Quello vero. Blu di un blu che pare ci abbiano rovesciato dentro il colorante. Di quel blu che sa di sale e ti dice: ti stai lasciando tutto alle spalle e davanti hai solo l’infinito. Di quel blu che ti prende allo stomaco, perché sai che non è una semplice vacanza, ma proprio un diverso modo di vita. Quando, dopo un’ora e mezza di nave, l’Isola appare, con i suoi spuntoni neri di roccia lavica eruttati dal ventre della terra e rimasti lì, a presidio dell’acqua, i cespugli testardi aggrappati ai sassi, le case dagli intonaci scrostati come se le crepe fossero esse stesse pittura, lo senti che sei arrivato in un Altrove che ha un tempo tutto suo, arcaico e lontano come lo sbattere della risacca sugli scogli o il suono del vento che plana sulle onde. E il paese delle meraviglie di Alice, in confronto, ti pare un posto anche un po’ banalotto, eh.

didone

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.

Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.

Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.

Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”

Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”

Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.

Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.

Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.

Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.

Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.

Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.

Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.

Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.

E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.

Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

H.Purcell, Dido and Aeneas: When I am laid in Earth.

imperatore-adriano

Un caso. A volte capita così, nella vita. Svolti un angolo e, alzando gli occhi, incroci un cartellone che non ti sei mai soffermato a leggere prima; sfogli il giornale e ti colpisce un trafiletto nascosto a piè di pagina. Oppure, come capitò a me: durante la lezione di greco, l’insegnante citò, di fretta, un titolo: “Ah, sì, se vi interessa, su questo potete leggere Le memorie di Adriano.” Così, en passant. Non mi ricordo manco di che parlasse. Non ci disse nemmeno l’autore. Le memorie di Adriano e basta, tiè.

Avevo quindici anni. A quell’età, quando un professore ti consiglia un libro non lo leggi. Per principio. Magari fai finta: lo compri diligentemente, dai una scorsa alla quinta di copertina, impari giusto quelle quattro acche che se proprio te lo chiede all’interrogazione puoi far bella figura e ciao. È una questione di principio e di orgoglio: fino ai vent’anni i professori non possono insegnarti nulla della vita e della letteratura, perché sono robe che devi scoprire da te.

Poi a me gli antichi non piacevano. I Greci e i Romani, voglio dire. Soprattutto i Greci, per dirla ancora meglio. Quelli che parlavano Greco, a voler essere ancora ancora più precisi. Erano due anni che ci smadonnavo al Ginnasio, con quella maledetta linguaccia. Fetente come poche. Scritta pure in un alfabeto tutto suo. Con dei verbi che Dio me ne liberi non ce n’era uno che si coniugasse come t’aspettavi si dovesse coniugare. Con quelle parole che si declinavano alla come gli pare e piace, le attiche a genitivi per conto loro, le doriche pure, le altre boh.

Insomma, non mi ricordo nemmeno perché lo comprai, quel benedetto libro: non era in programma, non mi interessava particolarmente. Lo vidi per caso sullo scaffale della libreria, un paio di giorni dopo che me l’aveva nominato la professoressa a lezione. E siccome si era sotto Natale, lo misi nel mucchio di quelli che avevo preso, con la ferma intenzione di non aprirlo mai. Tanto la mia strada era già decisa: finire il classico senza troppa infamia il più presto possibile, e andare in una facoltà in cui di Greco e di Latino non ci fosse nemmeno l’ombra.

Invece lo aprii. Curiosità. Forse semplice noia: uno di quei pomeriggi d’inverno lunghi che nascono già bui come sere. Lessi: “Mio caro Marco, sono stato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in villa da un lungo viaggio in Asia”.

Ma ci può essere un incipit più stupido o più banale? Un vecchio antico che si lagna dei suoi acciacchi senili: la quintessenza della noia. Eppure. Eppure capitò uno di quei sortilegi che solo i libri sanno fare. Non avevo nemmeno finito di pensare: “Che palle!” – di pensarlo convintamente, come direbbe Cetto la Qualunque – che c’ero già dentro e non sapevo uscirne fuori. Le frasi erano una specie di cantilena ipnotica, scivolavano via una in fila all’altra come i grani di un rosario nella mano di una esperta beghina, gli anelli di una catena che non si può spezzare. E ad ogni anello si apriva un mondo. Le stanze della villa imperiale. La Roma dei marmi policromi e delle regge sontuose. La curia, i palazzi, i conviti. Ma anche le pianure sconfinate degli ultimi confini al limite del nulla: gli avamposti dell’esercito, le selve, le truppe, i cavalli, le marce forzate, i cunicoli, le catacombe, le iniziazioni tribali di religioni violente e salvifiche. Il calore denso del deserto che ti toglie il respiro col suo vento di sabbia. L’immensità del niente al Nord, in cui l’orizzonte grigio della steppa si disperde nel vuoto. E Adriano.

Dio mio, come ci si fa a non innamorarsi di Adriano? Non è possibile, non è dato. Ti prende, ti seduce, come tutti i veri seduttori, perché non fa nulla per farlo. Adriano che è tutto, militare, imperatore, decisionista; e poi architetto, amante, esteta. Che racconta e si racconta, essendo contraddittorio e complesso, ma non complicato. Adriano che riesce a reggersi come personaggio su quel delicato, fragile equilibrio che riusciva a reggere l’impero: praticità e spinta verso l’eterno, sogno e vita reale, animula vagula blandula e comandante in capo, inquietudine sottile e spietato pragmatismo nell’applicare ciò che serve e nel fare ciò che si deve.

Tu le leggi, le Memorie, e li capisci, gli antichi. I Romani e i Greci. Finalmente. È come se ti regalassero la chiave. Ti si squadernano davanti, come l’empireo di fronte a Dante non appena S. Bernardo s’offre come guida. Li capisci con la loro filosofia e la loro corruzione, la sottigliezza, le vanità, la razionalità estrema e i difetti. Non puoi fare a meno di seguire Adriano, perché è lui che ti prende per mano e ti porta nei labirinti dei loro alti pensieri, nelle miserie delle loro piccole meschinità, nelle passioni e nei capricci: è il cronista e l’interprete di una civiltà che si sente al suo apice ma è troppo intelligente per non sapere che, un passo ancora, comincerà il declino; sa però che quel declino, persino quello, è la strada obbligata che ogni civiltà deve percorrere, fino alla fine, perché il destino è un gorgo che ti risucchia sempre, ma non è già giocoforza che, pur secondando il gorgo, non ci si possa profondare con una certa qual forma di dignità pensosa e dolente, una consapevolezza che riscatta.

Dio, come ho amato Adriano. Così tanto da non voler neppure indagare se quello reale fosse in tutto e per tutto simile a quello della Yourcenar: ci sono illusioni che preferisci conservare intatte a dispetto di tutto ciò che normalmente credi.

Dio, come ho amato quel mondo sospeso in cui gli dei non c’erano già più e il Dio non ancora, e in cui tutto ciò che di meglio era stato pensato e scritto dagli uomini era stato pensato e scritto in Greco.

L’ho letto, riletto, e poi riletto ancora, le Memorie di Adriano: non sapevo staccarmene, non volevo mai trovarne la fine.

All’università ho scelto lettere classiche: non volevo fare altro. Forse non potevo.

Un caso, un incontro fortuito, un libro citato di sguincio, poi visto su uno scaffale e la tua strada è segnata, non può prendere altri percorsi: nella vita, a volte, funziona così.

lesbia

Una stronza. Ammettiamolo, è questo che tutti pensiamo di lei. Gli uomini, magari, con quel pelino di bavetta alla bocca che ha la volpe quando non arriva all’uva, perché le stronze rovinano la vita, ma è un gran piacere, per i maschi che scelgono, farsela rovinare; le donne con quella legnosa implacabilità che usiamo sempre, quando c’è da giudicare un’altra donna, soprattutto se bella. E tutti, maschi e femmine, col gusto sopraffino, poi, di aver ragione: perché – Santiddio!- se c’è una, anche una sola donna nel corso della storia che si può a cuor leggero condannare senza remore e senza ripensamento alcuno è proprio Lesbia, la nostra Lesbia, la Lesbia che Catullo amò sopra ogni cosa.

Al secolo, si chiamava Clodia. Della gens Clodia, o meglio Claudia, famiglia che a Roma, meno di trent’anni più tardi, fornirà una pletora di imperatori. Erano nobili, i Claudi, con un’infilata di antenati che risaliva ai primi tempi della Repubblica: a scorrere le liste dei consoli dei primi secoli, era tutto un Appio Clodio di qua, un Clodio qualcosa di là: sempre in mezzo, dove c’era un briciolo di potere da esercitare. E ricchi. Mica come i Giuli, nobili sì, ma con le pezze al culo: no, i Claudi erano ricchi, potenti e sempre ammanicati nei posti giusti. Tanto che se uno avesse dovuto mai scommettere su chi, in futuro, avrebbe avuto il massimo potere a Roma, nessuno avrebbe giocato un asse su Giulio Cesare, mentre su Publio Clodio, erede di tanta schiatta, tutti avrebbero puntato fortune.

Sarebbe da indagare davvero, si potesse farlo, sull’infanzia di questi due bambini, belli fin dal nome: li avevano soprannominati Pulcro l’uno, Pulcra l’altra, segno che la famiglia non brillava di fantasia nei vezzeggiativi, ma che certo strepitosi a vedersi lo dovevano essere davvero. Belli e dannati, poi, a completare l’opera, perché il gran fascino che esercitarono sugli altri per tutta la vita non era solo dato dalla loro avvenenza esteriore, ma da quella speciale forma di bellezza che è un po’ sfatta, e sulfurea: quella che guardi perché ti attrae ti fa paura, quella che vuoi perché capisci che ti farà male: la bellezza della rosa che punge, del serpente dai colori meravigliosi, la bellezza inquieta che non salva, ma travia. L’unica forma di bellezza, insomma, che non è algida, ma scatena la passione.

Clodia nacque così, bella e ricca, in una famiglia e in una città dove però il potere non toccava le donne, non era roba loro. Non lo potevano esercitare, solo trasmettere: passava di padre in genero, con la figlia a far da cinghia di trasmissione. Intelligente lo doveva essere fin da piccina. Troppo per non capire subito quanto sarebbe stato limitato il suo ruolo, quanto piccolo sarebbe stato il suo spazio: sposare qualcuno che giovasse alla carriera del padre e del fratello, fidanzarsi o sfidanzarsi, magari divorziare, in base alle esigenze della famiglia e della politica e restare in ombra a vegliare sugli interessi altrui, che però, in ossequio alla sua appartenenza alla gens, dovevano essere anche suoi, per forza. Erano moneta di scambio, le aristocratiche romane, non diverse, in fondo, da quei sesterzi che cambiavano borsa e potevano favorire l’approvazione di una legge in Senato o il suo definitivo affossamento. Belle monete, magari, finemente cesellate, e richieste e ricercate dai collezionisti: ma pur sempre oggetti destinati ad essere chiuse in una cassaforte, anche se la cassaforte aveva i muri ricoperti di marmo policromo d’una bella domus. I tempi, quelli sì, le concedevano qualche sfizio: si era moderni, a Roma, o lo si era diventati. E dunque le matrone non erano più tenute a far le Lucrezie, né a filare la lana. Gli amanti, le tresche, le corna si perdonavano, non scandalizzavano più nessuno: se non si poteva essere libere, nulla in fondo vietava di essere almeno libertine.

Fosse stata solo una sgualdrina, la bella Clodia forse non sarebbe stata così odiata: si sarebbe confusa con la folla di tante altre che si scambiavano i mariti nel letto tanto velocemente da non ricordare più nemmeno il nome del legittimo consorte in carica, o l’ultima volta che s’era dormito assieme. Ma Clodia era qualcosa di più, gli storici – che però sono tutti maschi – diranno: qualcosa di peggio. Era una di quelle donne che dal potere erano attratte perché lo capivano, come un uomo, e volevano esercitarlo. In proprio, non sotto usando un consorte come sipario o velo. E allora fece l’unica cosa che le era possibile: strinse alleanza con il solo uomo che sapeva le sarebbe rimasto vicino per la vita, e mai avrebbe insediato la sua libertà. Non un marito, ché quelli si cambiano con le stagioni, ma il fratello. Sul loro rapporto molto si disse, più ancora si insinuò. Era troppo stretto e troppo viscerale per non parere più che fraterno, e poi la fama di entrambi certo non smorzava le voci, anzi. Fossero o meno amanti incestuosi, certo i due erano politicamente una cosa sola, ma su chi fosse il braccio e chi la mente in questo sodalizio ho sempre avuto i miei dubbi. Ciò che li univa era di sicuro un comune sentire, una voglia di andare sempre all’eccesso, la spinta a scandalizzare, il non saper tenere il freno. Dove toccavano, bruciavano, e dove passavano loro, dopo si contavano le macerie. Clodio per strada, con la sua accolita di facinorosi pronti a seguirlo come un manipolo mussoliniano nelle scorribande notturne a pestare gli avversari; Clodia nei salotti, dove seduceva chi poteva essere utile o chi non doveva, in quello specifico momento, essere dannoso.

Non le resistette nessuno: non Cesare, non Cicerone, due perle di nomi in una lista che oggi definiremmo rigorosamente bipartisan, perché Clodia era una di quelle donne che quando vogliono, vogliono, e non c’è nessuno che si possa opporre. Doveva essere inarrestabile, questa femmina così spregiudicatamente avversa alle convenzioni che non esitò un attimo a rinunciare al patriziato, per consentire al fratello di candidarsi, lui nobile, come tribuno delle plebe, che non si preoccupò delle chiacchiere fatte sul suo divorzio da Metello, sui figli abbandonati, sulle accuse di incesto. Parte del suo fascino doveva essere anche questo: essere una donna che nessuno riusciva mai ad avere, in un mondo in cui gli uomini riuscivano ad avere sempre tutto.

Non poteva che innamorarsi di lei Catullo, quel giovane che dall’eccesso era tentato, che aveva anche lui l’infrangere il limite come parte della sua natura. Non poteva che amarla perdutamente, quella donna capace di andare sempre al di là, nel bene e nel male: Lesbia era la fiamma, Catullo la falena.

Lo amò davvero? Forse la domanda non ha senso, come non hanno mai senso domande simili: ognuno non può che amare come gli viene. Lo tradì, questo è sicuro. Facile darle addosso, per noi che leggiamo Catullo a secoli di distanza, sapendolo Catullo e poeta immortale. Ma per lei era solo un amante, e come tutti gli amanti, alla lunga viene a noia. Non si può scegliere chi non tollera catene, e poi rammaricarsi perché le infrange. Gli preferì un idiota, come capita spesso, in amore. Uno che la tradì a sua volta, e, per soprammercato tentò di derubarla, trascinandola poi in un processo acrimonioso, in cui Cicerone, con sadismo tipico da avvocato squalo, si divertì a trasformarla da vittima in accusata. Del resto era gioco facile sbatterle in faccia la sua vita e ritorcegliela contro: chi infrange le convenzioni sa che prima o poi gli verrà presentato il conto per lo scorno che ha inflitto alla società con il suo solo esistere.

Fu la sua fine, quel processo. La lenta discesa verso un buio che la attendeva, implacabile. Prima morì Catullo, colui che l’aveva resa immortale nei versi. Soffrì? Lo pianse? Chissà. Difficile sapere ed immaginare cosa possa aver provato Clodia davvero, questa donna che brucia come una fiamma, ma proprio per questo è difficile da descrivere, perché, come la fiamma, non si riesce a lungo a guardare. Difficile capire questa donna che per tutta la vita seguì, in fondo, solo se stessa, non si sa se per una voglia di trasgressione o per puro e semplice egoismo.

Poi a venire ucciso fu Clodio. E lei, la bella Clodia, la Clodia che Roma, non solo Catullo, aveva amato sopra ogni cosa, si ritrovò sola, senza protezione. Le donne a Roma potevano essere libertine e spregiudicate, ma libere no, mai. Lei che non era più moglie e non era più ora nemmeno sorella, in quella società di maschi si trovò senza appoggi: per quanto spudorata, non s’era mai sentita così nuda. Incombeva l’età, poi, questa tremenda scure che taglia la vita alle donne belle, e le riduce a larve prive di forza. Si ritirò: dalla vita pubblica, dalla politica. Si diede ad amministrare i beni di famiglia, e quelli ereditati dal marito: anche i cornuti sono utili quando lasciano patrimoni. Per una questione di soldi viene ricordata l’ultima volta : Cicerone le chiede per lettera di vendergli dei giardini. Una trattativa, ecco l’ultima notizia su di lei, la sua comparsata finale nella storia della letteratura latina: lei che era stata la musa di Catullo, citata per una transizione di vili quattrini, come proprietaria di un orto. Chissà Catullo cosa ne avrebbe pensato.

marco-aurelio

Eh, Marco Aurelio.

E’ giusto parlarne, di lui. Di Marco Aurelio, l’imperatore buono, l’imperatore filosofo, come lo chiamano. O, come più giustamente sarebbe da dire, l’imperatore triste.

Quando uno pensa all’impero ed alle sue massime cariche, quello che viene in mente è uno sfolgorio d’ori e di sete: le regge, le cacce, i palazzi, le toghe bordate di porpora, le principesse che, anche se brutte, sono sempre riscattate da un corteggio di ancelle niente male. Il potere sarà anche impegnativo, ma è una cosa che diverte da matti. Il potere è quella cosa per cui puoi tutto. Lagnatene, Sant’Iddio, se hai coraggio.

Ecco, Marco Aurelio no che non se ne lagnava. Era stoico, del resto, perciò di farsi uscire un mugugno neanche a parlarne. Ma non gli piaceva. Può non piacere il potere? Sì, quando è come lo studio da notaio. Avete presente quei ragazzini che hanno il babbo notaio con lo studio avviato? Fin dalla culla sanno che devono diventare notai. E non è che non lo vogliano divenire, in fondo, perché sono bravi ragazzini, e anche intelligenti: non sarebbero capaci di deludere mamma e babbo, per di più studiare da notai, ecco, non pesa loro neanche più di tanto. Così si laureano, ereditano lo studio, e per tutta la vita fanno i notai, bravi bravi, ligi ligi, e sono precisi, attenti, pignoli, d’un meticoloso che lévati, da diventare stimati e ammirati. Ma felici no.

Marco Aurelio era così. Fosse stato per lui si sarebbe rinchiuso in una biblioteca a studiare e scrivere meditazioni di filosofia. Stoica, per giunta. Invece lo nominarono erede al trono, diciassettenne, con una procedura un po’ contorta, per cui Adriano, che era imperatore, adottava Antonino Pio, che era già in là con gli anni, ma a condizione che lui adottasse a sua volta Marco Aurelio, e, già che c’era, anche Lucio Vero, allora poco più che un bimbetto. Per uno che, da stoico, pone il dovere al centro di ogni cosa, se ti nominano erede al trono non puoi dire di no. Accetti di portare la croce, impegnandoti al massimo delle tue forze. E Marco Aurelio chinò il capo e iniziò a sgobbare.

Non si divertiva. Ma proprio per nulla. Odiava le feste, i conviti, peggio che peggio le lunghe giornate al circo. Faceva anche divertire poco gli altri, perché doveva essere una bella pizza stare tutto il santo giorno ai ludi gladiatori, in mezzo al marasma degli scontri, con tutti che schiamazzavano, tifavano, gridavano e volevano vedere il sangue, e lui, la barba con i riccioli a posto, lo sguardo severo, che leggeva con aria molto annoiata qualche trattato di filosofia in mezzo al casino. Doveva essere dura organizzare i banchetti per uno che non amava mangiare, ballare, bere, spettegolare, e aveva sempre la faccia di chi non vede l’ora che finiscano per andarsi finalmente a rintanare in una biblioteca. E non doveva nemmeno essere piacevole vivere con un imperatore che faceva tutto, e bene, e con meticolosità, e ne pretendeva altrettanta da chi gli stava vicino, ma viveva ogni cosa come un obbligo, e quasi una condanna. Non era mica cattivo, chiariamo. Anzi, era pure buono. Mai che gli scappasse un rimprovero, mai che sbottasse. Sopportava, stoicamente sopportava. Cara persona, Marco Aurelio, ma, ammettiamolo, simpatico un’ostrega ad averci a che fare.

Di tutt’altra pasta, Lucio Vero. Allegro, tanto per cominciare. Caciarone. Di quelli che amano la vita, le donne, il bere. Un simpatico mascalzone. Mica stupido, no, anzi. Ma un po’ farfallone, un po’ superficiale. Diversi come il giorno e la notte, i due, anche se non si saprà mai se questo essere così differenti fosse un caso, o una scelta inconscia. Povero Lucio Vero, venire su con un fratello adottivo simile deve scatenare i peggiori istinti. Uno che è sempre perfetto, e non fa mai una cazzata; uno che è sempre attento, e misurato, e per giunta è anche protettivo e buono. Uno che non gli trovi mai un difetto. Lucio Vero, invece, ne combinava una dietro l’altra. O meglio, non è che ne combinasse poi di tremende: ma ad avere sempre come pietra di paragone il fratello, che quando straviziava beveva mezzo bicchiere d’acqua di fonte in più, fai presto a farti la fama di viveur. In buona sostanza, era un bravo ragazzo: non geniale, ma nemmeno troppo stupido. Non fu un grande generale, ma nemmeno tanto pessimo da non capire che doveva delegare il far la guerra a quelli che ne capivano più di lui; non grande politico, ma abbastanza corretto da sapere che era meglio lasciar fare l’imperatore a Marco, appunto, e lui restare nelle dorate retrovie, dove si trovava il tempo per divertirsi di più, fra le altre cose. Quando guardavano i due, tutti pensavano: come è buono Marco Aurelio, a scusare sempre il fratello un po’ cretino, come è generoso Marco Aurelio, a non fargli pesare di essere una mezza calzetta, come è saggio Marco Aurelio, che sopporta ’sta disgrazia che si è ritrovato come collega sul trono. Nessuno che abbia ringraziato mai il povero Lucio Vero perché, nonostante avesse maggior carisma e riscuotesse presso le truppe più simpatie, non provò mai a usare tutto ciò per far le scarpe a Marco Aurelio, e neanche pretese, a dire il vero, di non essere trattato sempre come un imperatore di seconda scelta, mentre avrebbe dovuto stare alla pari. Tutti i lodare Marco Aurelio, tanto che persino quando muore, Lucio Vero, passabilmente giovane, per un infarto improvviso, quasi quasi tirano un sospiro di sollievo, come a dire: “Meno male, adesso ce lo siamo tolti di torno, ’sta zecca, che se non ci pensava il destino era un guaio, perché Marco Aurelio sarebbe stato troppo buono per farlo fuori da sé.”

Marco Aurelio, invece, non so, penso che si sia sentito molto solo. Perché al di là dello stoicismo, doveva essere buono davvero, di animo. Per tutto il peso dell’impero si era sempre sentito sinceramente inadeguato, e dividerlo con qualcuno, un fratello più piccolo, vitale e allegro, doveva essere stato un sollievo. Pianse? No, era stoico. Forse nemmeno si disperò, né in pubblico né in privato, perché era l’imperatore e perché lo stoicismo, a furia di praticarlo, rende anche un po’ incapaci di provare sentimenti realmente forti. Era buono, Marco Aurelio, ma prigioniero oramai della sua compassatezza e del suo mito di imperatore filosofo, che non sbotta, non si adira. Passeggiò per i lunghi corridoi delle regge, con sotto braccio i suoi libri di meditazioni e i fogli su cui prendeva appunti. Appunti tristi in cui meditava con pacatezza sugli obblighi che la vita gli aveva imposto e lui si era rassegnato a portare a termine. Quando i barbari, le prime schiere di quelli che alcune centinaia d’anni più tardi stroncheranno l’impero, arrivano, lui, che non è un generale, va a contrastarli, alle frontiere. È suo dovere, ci mancherebbe. Non li sconfigge, ma li riesce a contenere, perché è preciso, meticoloso, e questo, alla lunga, serve a far da argine ai barbari più che le sfolgoranti vittorie sul campo. Ma portano la peste, ’sti barbari: e i microbi si spandono fra le truppe, perché lì non c’è confine o esercito che possa far barriera. I suoi soldati si ammalano, e lui, che è il loro comandante, e stoico, s’ammala, credo per solidarietà. Siccome fa le cose seriamente, da stoico, ci muore. Fa giusto in tempo a nominare erede il figlio Commodo, che si rivelerà sballato e incapace come pochi altri a regnare; poi si tira sul capo la coperta e spira, con la compostezza di un filosofo, dicono. O con la tristezza infinita di chi, durante tutta l’esistenza, avrebbe tanto voluto dire un vaffanculo, ma non ne ha avuto il coraggio.

invasione-barbarica

Che poi uno dice: la caduta dell’Impero romano. Spiegala, ai tuoi ragazzini, in classe, la caduta. Loro ti guardano con quegli occhioni sgranati, e si aspettano una lezione fatta di scontri, battaglie epiche, duelli: una specie di Gladiatore all’ennesima potenza, con cavalli che corrono di qua e di là per il campo, i Romani che tirano mazzate ma i Barbari di più, e quando l’ultimo Barbaro sgozza alla fine il legionario più duro a morire, un tramonto livido sullo sfondo segnala il termine del conflitto, e compare una graziosa scritta “The End” in sovrimpressione, con iniziali a ricciolo e musichetta conclusiva.

I Romani – e sant’Iddio! – erano quelli che avevano fondato un impero, quelli che s’erano conquistati in punta di lancia il mondo, quelli che, il mondo, lo avevano rivoltato come un calzino. Che avevano armate e legioni e accampamenti e torri, e costruivano muri lunghi ma lunghi ma lunghi per tener fuori tutti quei barbarotti puzzolenti dal loro giardino privato. Vabbe’, erano in piena fase di decadenza, d’accordo: ma via, un popolo così, anche se sta decadendo, anche se proprio lo vanno a beccare nel momento sbagliato, con le braghe, pardon la toga calata e mezzo discinto, un minimo d’orgoglio ce lo avrà pure, un ultimo scatto prima di farsi mandare in malora. La caduta dell’impero, dunque, se la immaginano così, come una botta improvvisa, inaspettata, che ti schianta a tradimento: il giorno prima, per carità, non era più il paradiso, ma si vivacchiava tranquilli, e il giorno dopo ti capitano addosso fra capo e collo le tribù dei Goti, dei Vandali, degli Unni; i Rugi, i Gli Eruli, gli Svevi, i Burgundi, insomma i Diosacchì, e pim-pum-pam, un casino dell’anima, che crolla tutto in capo ad un paio d’ore.

Invece. Invece a te tocca raccontare loro la storia poco edificante di una lunga agonia, la cronaca di una fiamma che si spegne poco a poco, per consunzione, per mancanza d’aria. Loro hanno in mente i Romani, e si aspettano dei pezzi di marcantoni come Russell Crowe, determinati, decisi, seppure con una leggera tendenza alla pinguedine, tenuta però sotto controllo da lunghi allenamenti, sennò chi riesce più a indossarla, la lorica? Se li immaginano Romani, tanto per cominciare, i Romani: cioè di Roma, o per lo meno nati entro i suoi confini, e con alle spalle delle belle famiglie latinissime, e secoli di antenati a garantire il pedigree purosangue dei nipoti.

Tu devi cominciargli a spiegare che, tanto per essere precisi, di Romani così alla fine dell’impero ce n’erano pochi, forse due o tre, giusto i Simmachi. Gli altri erano tutti mezzi barbari, quando non barbari completi. Gli devi dire che l’ultimo imperatore, quel Romolo Augusto diciassettenne, che a tutti fa sempre una gran tenerezza perché avergli messo un nome così era già portargli sfiga a priori, povero caro, era un ragazzetto, ma soprattutto era Romano quanto lo posso essere io, magari anzi un pelino meno. La mamma, sì, era romana di cittadinanza, ma figlia di un comes del Norico, cioè, ben che vada, una cresciuta in mezzo ai crucchi; il padre, ecco, il padre si faceva chiamare Flavio Oreste, che ad orecchio sembra il nome di uno nato sul cucuzzolo dei sette colli, ma di nascita era un barbaro, tanto barbaro che quando prese per il gozzo l’imperatore Nepote e lo costrinse ad abdicare, persino a lui venne lo scrupolo di non potersi imporre come regnante, perché vabbe’ vincere il comando a dadi, ragazzi, ma farsi chiamare imperatore e sedersi sul trono di Augusto e Traiano quando manco una generazione prima si stava ancora a razzolare per le selve della Norvegia è troppo. Allora prende il pupo e lo mette sul trono, via, a fare da fantoccetto, perché è un bravo ragazzino, Romolo, che cresce bene ed è tanto affezionato a papà. Intorno la corte, dove un romano vero lo trovi forse forse a cercarlo col lumicino e impegnandoti molto: la guardia imperiale è fatta di barbari, i funzionari sono tutti mezzi sangue, come Ecdicio, per esempio, e tanto abituati a trattare con questa e quella tribù, che se Romolo, cioè Oreste, li esautora dal potere, fanno armi e bagagli e vanno a fare i consulenti per i Burgundi.

Perché anche questa è un’altra cosa che non capiscono, i ragazzini. Tu gli dici “i barbari!” e loro ad immaginarsi dei brutti orsi pelosi, con i capelli impestati di burro rancido e gli elmi con le corna, che si muovono con grazia di oranghi in una cristalleria e, come vedono un palazzo, una villa, una statua, una signora romana vestita di seta e oro, aprono la bocca in un ohhh di meraviglia, neanche fosse apparsa loro la Madonna, ammesso sappiano chi è la Madonna, perché sono tanto rozzi che non sono nemmanco cristiani. Ma quella era la truppa, e le truppe sono fatte così da sempre e da qualsiasi popolo provengano: prendi un esercito qualsiasi, anche di quelli nostri, mandalo allo sbaraglio ad assaltare il Louvre, e vedrai cosa sono in grado di fare un plotone di compiti ragionieri con tanto di diploma: spacca di qua, spacca di là, salta addosso alle custodi e sgozza chi si mette in mezzo: la guerra è quella brutta roba che fa diventare barbaro chiunque. Invece i barbari, per lo meno i capi, sì, magari giravano con i capelli lunghi e l’elmo un po’ strano, ma erano gente acculturata: parlavano latino e greco, per lo meno li capivano, anche perché spesso, come Teodorico, erano stati allevati a corte, fianco a fianco con i figli degli imperatori. Le loro armate avevano qualcosa dell’orda, ma la cavalleria e gli ufficiali erano stati addestrati nei ranghi dell’esercito romano: era gente che la guerra la faceva per mestiere, come mercenari: efficienti, spietati, organizzatissimi.

Sono strani barbari, i barbari: ché se fosse per loro, l’impero non lo vorrebbero mandare in pezzi. Ci si trovano bene, dentro: hanno fatto tanto per entrarci, tutto sommato sono convinti che funzioni, e poi sanno che fuori non c’è nulla, se non un caos ancor peggiore, la miseria sporca, le selve nere, il freddo e la fame nei villaggi di fango. Loro, l’impero, lo vorrebbero conservare all’infinito. Prenderselo, certo, ma per tenerlo in gestione, e solo perché non c’è nessuno, fra i Romani ufficiali, che sia più in grado di farlo funzionare come si deve. Non pensano a spallate, non progettano palingenesi e rivoluzioni: sgomitano per arrivare ai vertici, ma, una volta giunti, stanno lì, con l’intenzione di ritagliarsi un incarico di prestigio, una prebenda e un titolo che a corte non si nega a nessuno: al Barbaro la civiltà piace, e non c’è Barbaro che in fondo all’anima non aspiri ad uno stipendio da travet.

Odoacre, che sbatte giù dal trono Romolo Augusto dopo avergli fatto giustiziare papà e zio, del travet frustrato ha tutta la mentalità, e la codarda pochezza. Ammazza ammazza, si prende il potere, e poi non sa cosa farsene, da solo. É un barbaro, ma barbaro barbaro, senza nemmeno un figlio da una gentildonna pressappoco romana da usare come burattino. Si ritrova per le mani scettro e corona e l’unica cosa che gli viene da pensare è di mandarli a Bisanzio, a Zenone, chiedendo in cambio, e anche con una certa umiltà, un titolo da patrizio, un bel nome altisonante da poter mettere sul biglietto da visita: solo perché i tempi non erano maturi non chiede anche il ficus aziendale.

La fine dell’impero romano è un’incidente, più che una caduta, una scivolata: Zenone apre il pacco con le insegne, probabilmente trattiene una smorfia di perplessità, chiedendosi che me ne faccio, eroga un titolo ad un tizio che non ha mai visto né mai vedrà in seguito. Romolo Augusto sopravvive, povero caro, perché manco vale la pena farlo fuori. Non c’è battaglia epocale, non c’è tramonto livido fra il fumo degli accampamenti bruciati, né un The End a sigillare una giornata e un’epoca. La mattina dopo, le mattine seguenti il sole sorge e l’alba è come sempre, e non c’è nessuno, ma proprio nessuno che, accortosi di una minima differenza, saluti chi gli si fa incontro dicendo: “Benvenuti del Medioevo.”

Quando gli imperi collassano, la vita va avanti.

Delle cose che ami troppo ti è difficile parlare. E allora lui, Catullo, l’ho lasciato per un po’ dopo, nella mia galleria di ritratti. Del resto, si sa, in teatro non accade mai che la primadonna entri in scena subito, appena il sipario s’è alzato.

E Catullo è più che una primadonna: è uno di quelli che, da soli, riempiono un palco, un teatro, una vita. Ci sono poeti che leggi, e poeti che fai tuoi. Catullo è così: ti travolge, ti afferra, ti piglia per i capelli e ti scuote. Puoi amarlo alla follia, o, a tratti, odiarlo e ritrartene schifata, ma quando lo leggi, ti sembra sempre che sia lì accanto a te, che ti sussurri o ti urli i suoi versi standoti di fronte. In un’epoca di esangui mezze calzette come la nostra, in cui i contemporanei paiono fantasmi, lui, che fantasma è da secoli, te lo vedi di fronte, puoi toccarlo, sentirlo respirare. Non è solo un poeta, è un uomo: forse è per questo che è poeta davvero.

Quando te lo spiegano, a scuola, la chiosa obbligata è “poeta maledetto”. Sono quei riflessi condizionati della letteratura, per cui Virgilio è pietoso, Orazio pieno di bonomia, Ovidio uno scapricciatello un po’ sventato. E Catullo, vivaddio, Catullo, giovane e sanguigno, amante sventurato d’una donna di facili costumi, non può che essere “maledetto”, come i laghi son blu e gli uccelli cinguettano: Catullo è maledetto come Leopardi è gobbo.

Ma ridurlo ad una definizione così stretta è come dire che Dante era uno che immagina un viaggio di tre giorni. Catullo è maledetto quanto è dolcissimo, passionale, beffardo, melanconico, atroce. É la vertigine del tutto, l’onda che ti annega, ma è capace anche di sospingerti lieve sulla spiaggia, carezzandoti mentre ti porta in salvo.

Trent’anni. A pensare che ne aveva tanti, quando probabilmente morì consumato dalla tisi, la tentazione di liquidare la sua passione come frutto dell’età è forte. Era giovane, ed era innamorato d’una donna che tanto amore non lo meritava neppure, qualunque cosa voglia poi dire meritarsi l’amore di qualcuno, che anche su questo si potrebbero scrivere poemi e trattati. Ma ad ascoltarlo, se uno si prende davvero a briga di leggerlo senza il filtro degli schemi preconcetti, ci si rende subito conto che Catullo è un prisma dai mille volti, e tutti cangianti, un cristallo dalle infinite sfaccettature.

Lesbia, la Lesbia che amò sopra ogni cosa, è solo una faccia: ma ciò che ci affascina, nel sentirlo parlare di lei, non è lei, in fondo, ma la capacità di ritrarre con tanti piccoli tratti diversi di penna il tumulto infinito e contraddittorio dell’amore. L’odio, la dolcezza, il risentimento e l’invidia bruta, la tenerezza estenuante che fa sentire ogni piccolo gesto come un regalo del cielo e la furia astiosa che gode nel distruggere ogni ricordo felice, una volta che diventa, appunto, un ricordo passato destinato a non tornare più.

Era un passionale, Catullo? Certo, in grado sommo. Proprio per questo riusciva talvolta a non esserlo affatto secondo la banalità del canone comune, perché noi, che siamo anime piccine, identifichiamo la passione nel grande gesto, nel freno che si rompe, nel fuoco d’artificio; e invece la passione è anche quella cosa che sa covare sotto la cenere, notare le piccole cose, trasformarle in immense; soffrire biecamente, senza speranza, quando non ci sono più.

La Roma di Catullo è così, a ben guardare: fatta di piccole cose. Una capitale del mondo che però è una somma di minuzie, alle volte delicatissime, alle volte sordide, altre ridicole e insulse. Un mosaico iridescente, composto di vecchi tromboni, poetastri pieni di sé, inutili ricchi e amici che si ritrovano la sera ad osservare, desolati, un borsellino ripieno di ragnatele; di compagni amatissimi e nemici che si dileggiano nei modi più turpi ed offensivi, senza provare il minimo imbarazzo o vergogna, ché la ipocrita carità cristiana è di là da venire, e, in ogni caso, simili figuri non la meriterebbero.

Catullo, in questo magma di sentimenti, di persone, di odori, vive e sguazza. Ci è dentro, ma anche fuori, perché quello che ti affascina di lui, quello che gli impedisce – e non è facile – di cadere nel pericolo sempre incombente del maledettismo di maniera è la sua bravura nello spiazzarti, stupirti, nel mantenere sempre, anche nei momenti peggiori, una disarmante sincerità e, allo stesso tempo, la sua capacità di estraniarsi e guardarsi dall’esterno, di mantenere una distanza: di scriversi e nel medesimo istante osservarsi, come se anche lui fosse un personaggio del mondo che ritrae e assieme crea.

Non ha indulgenze per gli altri, Catullo, nel dissezionarne i vizi e le manie, i tradimenti, le contraddizioni, ma non ne ha neppure per se stesso: scrive con furia di una società in cui tutti sono capaci di tutto, e lui lo è per primo. Un mondo in cui amore può voler dire amare una donna fino a morirne, ma anche scoparsene tante di cui non si ricorda il volto, o il nome; un mondo in cui cerca l’immortalità anche chi sa, anzi è strenuamente convinto, che nulla di simile esista; in cui la vita si riduce al momento che non tornerà mai più, eppure si combatte per rendere quel momento eterno attraverso la poesia; un mondo in cui tutto, i giuramenti degli amanti, gli attimi di passione, i sentimenti sono scritti sull’acqua e passano, passano, passano, venendo presto scordati, ma si vuol credere, si deve credere, invece, che saranno, e per sempre, fissati nei versi.

Catullo è tutto, qualche volta è persino troppo, perché il suo tutto non può che comprendere, anche, l’essere eccessivo. Va agli estremi, scientemente decide di diventare, quando serve, urticante, disgustoso, orribile. Se il poeta canta la vita, la canta in ogni suo aspetto. Per questo, fra i tanti poeti, sia romani che successivi, Catullo è e continua ad essere scomodo. Perché non ti lascia tregua, non ti lascia speranza: ti sbatte in faccia ciò che sei e ciò che è, senza uno sconto, senza un abbellimento: amore, sesso, sangue, sentimento, politica, merda. Non è un moralista da operetta, di quelli che godono a brontolare perché devono far sapere che sono migliori del tempo in cui si trovano ad essere imprigionati: lui non si sente migliore, anzi, mostra che migliore non è nessuno, mai. Che la realtà è un impasto di tutto, un fango in cui ogni cosa e il suo contrario si mischia, e non esiste niente di puro. Perché ogni purezza pretesa nasconde sotto una superficie levigata l’immancabile contraddizione, e ciascuno di noi è sospeso, solo, nel suo attimo, in mezzo al buio, che lo attende e lo inghiottirà, come un immutabile destino.

Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative, e non ci sono neppure possibili scuse: tutto passa, passa, passa, ed è destinato a passare nell’infinito tornare del cosmo. Quel cosmo eterno in cui noi siamo piccoli granelli dispersi destinati a sperderci sempre più, perché soles occidere ac redire possunt; nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda. E questo è quanto.

Piaceva. Bel ragazzo, militare di successo, e per di più con quel tanto di sfrontata simpatia che conquista. Antonio era così: non sciocco, vivaddio, ma impetuoso. Cesare si ammirava, essendo consapevoli che non gli si sarebbe stati pari mai; per Antonio si provava affetto, come per il compagno di scuola che sai essere bravo, ma ti sta simpatico perché, di tanto in tanto, combina qualche cazzata. Lui, con questo suo carattere, non s’è mai capito quanto ci giocasse e quanto invece ne fosse schiavo: non s’è mai capito, forse non si capirà mai, quanto fosse divorato dalla fame di vita e quanto la usasse razionalmente per secondare l’altra fame, quella del potere; ma a Roma, in fondo, e in quel periodo, vita e potere sfumavano l’una nell’altro, e avere il primo era poi l’unico modo certo per conservare la seconda a lungo.

Era un protagonista, uno che sta sempre al centro della scena, e con l’occhio di bue puntato addosso: pareva nato per essere al centro dell’attenzione, per crogiolarsene con gigioneria: quella che a Cesare non serviva, perché a Cesare bastava esistere, e si prendeva l’applauso anche stando fermo, di lato, muto e senza fare nulla; quella che Ottaviano non cercava, perché lavorava meglio nell’ombra, dietro lo schermo del riserbo e degli amici. Antonio no, Antonio dell’attenzione altrui aveva bisogno: doveva avere un pubblico, una claque ed un copione da primadonna: voleva tutto, sempre, con l’ansia di chi ha bisogno di confermarsi d’esistere ogni momento, per vincere la paura di non esistere affatto, per non sentirsi nulla anche sotto la più chiara delle luci. Se Shakespeare lo scelse come personaggio un motivo fondante c’era: Antonio è tragico per definizione: vive il dramma di un uomo che sa di essere comune in un tempo di giganti, ma nonostante questo non si arrende, sgomita, s’agita, si incaponisce, spinge fino all’estremo, cade.

Cresce all’ombra di Cesare, come tutti. Famiglia nobile, che paga il suo tributo di morti alle guerre intestine. Mario, Silla, Catilina, non c’è rivolgimento di Stato o congiura in cui non siano coinvolti. Per la politica si vede ammazzare il patrigno, sostituto d’un padre che ricordava a stento. Cesare è una specie di zio, ma di quelli poco più vecchi, che si considerano più che altro cugini, o amici. Da lui prende esempio e ispirazione per dedicarsi ad una giovinezza dissoluta, fra vino, donne e debiti, dilapidando fortune; da lui forse copia anche la svolta, divenendo militare, in Siria, agli ordini di Aulo Gabinio.

È portato per la vita militare, il ragazzo, in fondo. È sveglio, pronto, ambizioso quel tanto che serve per saper navigare dentro uno stato maggiore, ma incosciente il giusto per farsi amare, nella polvere della battaglia. Non è un intellettuale, Antonio, ma sa parlare, e soprattutto sa vivere: è capace di persuadere, blandire, ma anche ordinare con piglio sicuro e qual pizzico di guasconeria che è sempre ammirata nelle trincee di ogni tempo. Eppure gli manca qualcosa, lo sente: Roma non è in grado di accettarla fino in fondo, questa testa calda che non sa darsi freni: lo ama, magari, ma lo relega sempre nelle seconde file, perché davanti ci vanno quelli che si sanno presentare meglio, quelli che si sanno contenere, quelli che, da Romani, sanno che il punto di forza del Romano è conoscere i propri limiti. E Antonio i limiti li odia, smanioso di avere sempre di più e sempre qualcos’altro, anche a costo di buttarsi via o di perdere tutto. Cesare gioca con la testa, Antonio con la pancia: la differenza fra i due sta tutta qui, ma non è particolare da poco.

L’esercito lo imbriglia in una ferrea disciplina, ma gli fa conoscere anche l’Oriente. Chissà se lo capisce subito che quella è la sua dimensione, il porto cui anela. Una terra senza limiti in cui ogni cosa è estrema ed ogni olezzo stordisce, una terra in cui tutto o niente, vincitore o vinto, re o schiavo, bianco o nero; una terra in cui il grigio non è contemplato mai fra le infinite sfumature della tavolozza. Lo guarda, lo annusa, l’Oriente, immenso e senza limite: lo vede nelle strade di Damasco, ma soprattutto lì, ad Alessandria. É una cosa grande, Alessandria: una città enorme, ricca, confusa, piena di marmi, templi, palazzi, come Roma non ha, o, per lo meno, non ha ancora: è l’Egitto, è la Grecia, è il Mediterraneo. É una rosa sbocciata, il cui profumo intenso già in qualche modo preannuncia d’esser lì lì per marcire, ma intanto inebria. Me lo vedo, Antonio, rigirarsi per i corridoi del palazzo dei Tolomei, con la tracotanza del vincitore e, al tempo stesso, la timidezza del vinto: Cesare passeggia lì dentro da padrone, lui invece si sente un po’ fuori posto, schiacciato da tutta quella storia, da tutta quella cultura, da tutto quel tutto che lo opprime e lo fa sentire piccino. Chissà quante volte avrà incrociato Cleopatra, o l’avrà vista, seduta di lato, mentre conferiva con Cesare. Era come Alessandria, quella ragazza sensuale, intelligente, sfrontata, altera: una puttana, sì, ma una regina. La donna per cui un uomo come Antonio avrebbe potuto fare follie, perché era potere, arguzia, sesso, vita. Me lo immagino guardarla di sottecchi, durante i banchetti, alle udienze; studiarne le mosse, le espressioni, e poi abbassare veloce lo sguardo per non farsi sorprendere da lei in una muta occhiata di ammirazione. Lo immagino osservarla di nascosto, mantenendo sul volto la sprezzante maschera da Romano e da conquistatore, mentre dentro lo stomaco si attorciglia in un crampo di desiderio cui non si sa neppure dare un nome. Non è solo la regina, Cleopatra, è la donna di Cesare, e con Cesare, Antonio lo sa, non c’è partita. Per Antonio c’è il vino, ci sono i conviti, ci sono le ancelle e le dame di corte su cui sfogare la brama rabbiosa che lo tormenta, ci sono donne tutte uguali e ogni notte diverse, i cui nomi si confondono e i cui lineamenti sfumano in quelli di una sola, che non può avere.

Tornare a Roma è respirare: è ributtarsi nella mischia di una politica che capisce, che sente sua, anche se, dopo l’Oriente, Roma gli appare un po’ piccola, un po’ provinciale, come se essere tutto lì fosse comunque essere tutto solo di un pezzo, e altrove ci fosse tanto altro, tanto di ingovernabile, sempre in ebollizione. Ma Roma è Roma, e lo riassorbe, non appena pensa di potere finalmente farla sua.

Muore Cesare, e Antonio vede la cosa come un segno: chi altri, se non lui, potrà governare l’Urbe ed il mondo, chi altri, dato che i concorrenti sono un anonimo e un ragazzetto che ha appena indossato la toga virile, è cresciuto fra le pecore, e del mondo ha visto qualche contorno di campi, tossendo attaccato alle gonnelle di mamma? Vuole essere il padrone di Roma, adesso, forse perché sotto sotto sa che questo gli riaprirà le porte dell’Egitto, lo riporterà ad Alessandria, ma stavolta da dominus incontrastato. Ci torna appena può, infatti. Sfila con i suoi soldati, lo accolgono come un conquistatore: persino Cleopatra gli si fa incontro. Non vede l’ora di reincrociarla, ora che lui ha il comando: se la aspetta deferente e remissiva. Invece lei gli si presenta, ancora una volta, come una regina che fa un favore ad un sottoposto, e Antonio finisce col comportarsi come se lo fosse, un semplice sottoposto, perché lei gli fa perdere la testa, perché lei non lo fa ragionare, perché lei è più di una donna, è la chiave di un mondo.

Accanto a Cleopatra, sogna. Sogna cose mai viste da un Romano, cose che un Romano non può e non deve sognare. Vede l’Oriente per ciò che è, l’infinito, nel tempo e nello spazio, e Roma come una appendice di un tutto che c’è da prima, c’è ora, ci sarà anche dopo. Vede le razze e le culture fuse e frullate nei vicoli di Canopo: nubiani d’ebano che parlano greco, sacerdoti egizi che venerano la discendente di montanari macedoni, mercanti fenici e mercenari galati, l’arte, il vizio, la vita buttati per strada e incrociati fra loro senza che vi sia più un confine o un limite. Roma con il suo moralismo un po’ gretto, che vagheggia spose caste e noiose, patrizi stoici, una vita ordinata fatta a misura di quel giovane vecchio che è Ottaviano, gli appare asfittica, un carcere più che un premio. I Romani dicono che è impazzito, che la regina-puttana lo ha stregato con i suoi filtri; lui invece ha semplicemente trovato la sua dimensione, il suo luogo: ha cambiato prospettiva, e, nella nuova, Roma è un particolare ininfluente, una pratica da chiudere per poter finalmente dedicarsi a ciò che conta davvero.

Si va alla guerra. Ci va contento. È lui il grande generale, lui l’allievo diretto di Cesare, il suo vero erede: sul campo, non solo nel letto di Cleopatra. Lo scontro dovrà finalmente certificare questa verità. E invece è proprio lì che Antonio cade. Il ragazzetto noioso, che manco sta sulla plancia perché è impegnato a dar di stomaco in sentina, lo sbaraglia. La guerra lo tradisce: la guerra, che è più puttana di Cleopatra.

Quando torna, fuggitivo, ad Alessandria, e si rintana nel suo palazzo, solo, sa che è andato in pezzi un mondo, davvero: quello che lui stava costruendo e sognava di costruire. Alessandria era stata la sua patria, l’Oriente la sua casa: per loro aveva lasciato Roma, si era buttato tutto alle spalle. Del suo essere romano non gli resta che la spada, quella che userà per uccidersi. Ma saranno le braccia di Cleopatra ad raccogliere i suoi ultimi sospiri, a tergergli le gocce di sudore dal capo, ad accoglierlo e dargli pace, un’ultima volta e per sempre, in una mondo che non lo aveva generato, ma che era il solo, infine, che Antonio davvero avesse mai sentito come suo.

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

  • 522,834 lettori

iltwitdiGalatea

  • Propongo un Forse Day. E mettiamo d'accordo tutti. 6 hours ago

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Disclaimer

Questo è un blog, non una testata giornalistica, lo aggiorno quando mi va, sennò ciccia. I commenti sono liberi, e possono non rispecchiare assolutamente le opinioni dell'autrice del sito. I commenti offensivi o anonimi saranno comunque eliminati a mio insindacabile giudizio: è casa mia, dopo tutto. Le immagini sono tratte da internet, se per caso fossero coperte da copyright, segnalatemelo e saranno rimosse. Tutti i racconti sono opere di fantasia, i nomi e gli avvenimenti narrati non corrispondono a fatti reali e qualsiasi somiglianza è puramente casuale: è letteratura, bellezze! Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Se volete pertanto citare articoli o passi dei miei post, fate pure, ma riportate o il nome dell'autrice o l'indirizzo e il link del blog: sono liberale ma vanitosa.

Scrivi a Galatea

Se mi volete contattare: galatea.vaglio@gmail.com Risparmiatevi le mail di insulti, tanto me ne frego.

Share this blog