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Videogiochi Leghisti: Dopo il successo di “Rimbalza il clandestino”, pronta la nuova versione: “Rimbalza il Cardinale

La signora Tognato la società multietnica non la vuole. Non la vuole no, ecchecaspita: tutti quei negri, quegli arabi, quegli zingari, quegli slavi che vogliono entrare in casa sua e portarle via tutto, perché si sa come è fatta quella gente, che entra in casa e ti porta via l’argenteria, la catenina di nonna, e sporca pure i pavimenti, perché mica si mettono neanche le pattine, come invece han sempre fatto i ladri nostrani, eh.

Non la vuole, perché poi, insomma, diciamolo, sono manco cristiani, quelli: sono arabi! Tutti, perché anche gli slavi, che paiono come noi e una si fida, poi glielo chiedi e scopri che sono arabi pure quelli, perché vanno in moschea, mica in chiesa, come Dio comanda.

Non la vuole, la società multietnica, perché poi, ’sta gente, porta via il lavoro ai nostri giovani: difatti, spiega, i nostri giovani, caspita, sono tutti a spasso anche se sono laureati e via andare che vorrebbero fare i manager, a livello internazionale, perché sono bravi, neh, i nostri giovani, e invece questi arabi qui e questi negri, sono tutti che trovano lavoro in fabbrica e nei cantieri, e i nostri giovani, i nostri giovani laureati dove vanno a cercar lavoro, eh?

Non la vuole, perché – roba da non credere!- questi vengono qui, trovano lavoro, si affittano casa, e poi – ma vi rendente conto?- vogliono portarsi su l’intera famiglia, con i figli, la moglie, e così ci tocca pure avere i bambini in classe, che urlano e strepitano, perché, se sono tutti bambini, si sa che quelli degli arabi fan casino di più.

È un fiume in piena, la signora Tognato, che siede al tavolino del bar con attorno il suo circolo di quattro amici, e per la foga di chiarire che a lei la società multietnica fa schifo, ma schifo proprio tanto, e morirà piuttosto che vederla, quasi quasi si dimentica di strafogarsi di patatine fritte e finire le spritz.

Per fortuna che, nel mezzo della tirata, si ricorda di guardare di sguincio l’orologio, e si accorge che è tardi, tardi tardi proprio. Deve correre a casa, perché la badante rumena di sua suocera non ce la fa da sola ad alzarla dal letto e darle da mangiare; e poi ha da controllare che il giardiniere cingalese le abbia potato bene le siepi; per fortuna che, nel pomeriggio, può andare in palestra, dove Josè, il suo insegnante di salsa e merengue, la fa divertire tanto; domani ha appuntamento con Wang, il suo agopuntore di fiducia e poi da Ludmilla, la massaggiatrice; deve mettersi in forma, perché sabato prossimo il figlio fa gli anni, e vanno tutti al ristorante indiano.

Trangugia di fretta l’ultimo sorso di aperitivo, mentre la cameriera bielorussa le toglie da davanti il bicchiere, e salutando di fretta gli amici sottolinea, per l’ultima volta, con decisione, che lei in una società multietnica non ci saprebbe proprio vivere, no.

Il buon selvaggio

Da diverso tempo mi interrogo sulla deriva presa da Ida Magli, donna che non si può dire stupida di certo, ma che nei suoi corsivi sul Giornale sembra ormai la voce fuori campo di un vecchio filmato Luce, di quelli in cui Mussolini trebbiava il grano a petto nudo e i vescovi del Littorio benedivano i gagliardetti. L’ultimo suo articolo, Le società multietniche? Non esistono fa venire i brividi, non tanto per i concetti espressi, ma perché ad esprimere i medesimi è un’antropologa: si prova lo stesso sconcerto, insomma, che sorge spontaneo a rileggere le pubblicazioni di regime in cui grandi nomi della storia antica, della medicina, della dottrina giuridica farneticavano sulla pretesa inferiorità delle razze o deliravano sul filo ereditario che univa l’antica Roma al Foro Mussolini. Quando quelle che dovrebbero essere le migliori menti di una nazione si abbandonano a scrivere cose che fino a pochi anni or sono sarebbero parse eccessive persino in un volantino della destra più bieca, ti prende un senso di assoluto sconforto.

Ce l’ha con la società multietnica, la Magli, quella che Berlusconi – qualche giorno fa, giustificando le motovedette che riaccompagnano in Libia i migranti sorpresi in alto mare – assicurava che non si instaurerà in Italia. Lasciamo perdere l’osservazione ovvia e lapalissiana che se c’è una società per natura portata alle ibridazioni– in quanto frutto di secoli di invasioni– è proprio quella italiana; lasciamo perdere tutta la sovrastruttura, e i richiami all’attualità; analizziamo proprio solo quello che la Magli, antropologa, dice per sostenere le sue tesi. È una intellettuale, la Magli: facciamole dunque grazia di trattarla da tale e vedere se la sua impalcatura regge, o non è l’ennesimo caso di propaganda costruita come un trompe d’oeil, che a vederlo da lontano pare vero, ma se vai a controllare meglio ti accorgi che è fatto solo di due mani d’intonaco ben assestate.

L’incipit scelto ha velleità e quasi pretese scientifiche:

Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura».

Bella frase d’effetto, ma che resta tale se poi non si specifica cosa sia una “cultura”: perché la “cultura”, a quanto ne sapevo io dai miei scarsi studi antropologici, è pur sempre una costruzione sociale condivisa da un gruppo di individui. E dunque se quella di cui fan parte gli individui è una che riconosce loro il diritto ad esercitare la loro libertà individuale, nei limiti in cui questa non interferisce con la libertà degli altri soggetti, ecco che abbiamo una bella società multietnica fatta e finita, in cui, imparando reciprocamente a non pestarsi i piedi, possono convivere Indù e Mussulmani, Animisti delle Conga, Cattolici e altri privi di religione di riferimento. L’impero romano, per dire, era allegramente multietnico fin dalla sua fondazione; anzi, era multietnico prima di essere impero, e in virtù di ciò riuscì a svilupparsi: Roma non era ancora stata fondata, in pratica, che già si apriva ad accogliere Sabini, Volsci, Etruschi, forse perché il suo fondatore, Romolo, intuiva, con la saggezza tipica del bastardo, che per conquistare il mondo un po’ di bastardaggine aiuta.

Che cosa invece intenda la Magli in questo articolo per “cultura” è chiaro invece poco dopo:

Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini.

Dunque, par di capire, nella visione della antropologa Magli, la “cultura” è una “cosa” che ha delle caratteristiche immutabili e date a priori, che passano da una generazione all’altra, immutate ed impermeabili ad ogni contatto con il “fuori”. Per me, che non sono antropologa, ma storica, e quindi sono abituata a vedere lo sviluppo di abitudini e concetti nel tempo, la cultura invece è una cosa fluida, aperta agli influssi esterni, adattabile e capace di cambiare con il mutare delle circostanze e delle generazioni, e proprio per questo è vitale: una cultura ferma, per lo storico, è una roba morta che si avvia al declino, e rotola via verso di esso tanto più velocemente quanto più si irrigidisce.

Invece per la Magli, antropologa, la cultura è, in buona sostanza, una brocca, che ha una sua forma precisa, e non cambia mai, al massimo cade a terra e si spacca.

Inoltre, si evince dallo scritto, la cultura non è una costruzione sociale, stratificatasi in convenzioni ed abitudini che non hanno però altro valore intrinseco se non l’approvazione del gruppo che le ha inventate: la cultura, pare, ha invece un fondamento “genetico” nella etnia che l’ha creata. Infatti, scrive la Magli, a priori si è in grado di stabilire che una sinfonia di Rossini è “italiana”, mentre Wagner si sente ad orecchio che è tedesco: non è proprio come dire con molta semplicità che gli ebrei sono bravi a far soldi e i neri hanno la musica nel sangue, ma poco di manca.

Ora, dal punto di vista storico e antropologico una costruzione di questo tipo non sta in piedi: è una idea vecchia e superata. Nell’Ottocento storici ed archeologi identificavano cultura e etnia, con il bel risultato di moltiplicare enti senza necessità: ogni volta che da uno scavo saltava fuori una nuova forma di brocca o di freccia, era necessario postulare l’invasione di un gruppo di individui arrivati da fuori, ed ogni oggetto originario di una certa area era considerato sicuro indizio di stanziamento da parte di popolazione da lì proveniente. Se le culture fossero delle robe così, impermeabili ed immutabili agli influssi esterni, un archeologo del futuro, trovando nelle nostre città traccia dei McDonald, dovrebbe dedurre che c’è stata una invasione di Statunitensi in Italia, perché solo gli Statunitensi possono mangiare hamburger e patatine sfrigolanti di strutto, e desumerebbe senza dubbio una presenza di genti del Sol Levante in ogni cucina dove si trovi un wok. Un’assurdità, come sa ogni genitore di figlio italianissimo che ahimè si strafoga di junk food e ogni quarantenne vittima di amici/amiche che usano il wok anche per scaldare la camomilla.

Le culture (quelle vitali, almeno) sono per loro definizione permeabili agli influssi esterni, che assorbono e metabolizzano nel tempo. Forse è questo concetto quello che ci frega: le culture hanno bisogno di tempo, e questo è l’unica cosa che scarseggia nella nostra epoca odierna, abituata al tutto e subito. Si pretende – da Sinistra e da Destra, con uguale dabbenaggine – che noi siamo pronti a confrontarci con l’altro, il diverso da noi, dalla sera alla mattina, e soprattutto si pretende che l’altro arrivi in casa nostra uguale a noi, preciso preciso, mentre questo, anche per i più volenterosi, è un processo che dura e necessariamente deve durare, ed è sempre e comunque lento e doloroso anche per coloro che sono più motivati ad affrontarlo. È però destinato alla lunga ad avere successo, perché il mutuo scambio funziona nei due sensi di marcia, a dispetto di qualsiasi barriera gli stessi individui dei due gruppi in contatto cerchino di frapporre: il tempo, a seconda dei punti di vista, è un galantuomo o una gran carogna, ma, sta di fatto, alla fine ha sempre la meglio.

La cultura per sua natura non sta mai ferma e si evolve, assorbe input esterni e li fa propri, in un processo lungo e faticoso, che può durare anni, generazioni, secoli, ma che non ha pregiudiziali “genetiche” o “etniche”, né può averle, perché, nel momento in cui le abitudini di vita “italiane” venissero cambiate, anche profondamente, da quelle copiate o assunte dagli “stranieri”, anche gli “stranieri”, per quanto refrattari ai modi di vita “italici”, non sarebbero a loro volta più “puri”, ma ibridati, e tutti quanti finirebbero col dare vita ad una nuova cultura, che avrebbe caratteristiche neppure “miste”, ma semplicemente diverse e terze rispetto a quelle di partenza.

Del resto, anche gli stessi Italiani mutano al mutare del tempo, e la pretesa “italianità” che la Magli pretende sia difesa è concetto scivoloso e scientificamente indifendibile. Se l’italianità è la sinfonia di Rossini, o la capacità di scrivere opere di Monteverdi e versi di Petrarca, come dice poco dopo nel prosieguo della tirata la nostra antropologa, allora gli Italiani di oggi di Italianità ne han pochissima: non perché siano incapaci di comporre sinfonie o poetare, ma perché i loro prodotti sono per forza diversi da quelli di Monteverdi e Petrarca, essendo l’Italia di oggi diversa da quella di allora. L’Italianità, se mai esiste, è qualcosa in continuo mutamento persino fra gli Italiani: cinquant’anni fa la mentalità comune italianissima tollerava a stento una donna in pantaloni o in bikini, e la marcava come ragazza facile succube di modelli culturali alieni al Bel Paese: oggi cose del genere non vengono credute, quando le si racconta. Siamo meno italiani oggi?

Che, dunque, dovremmo difendere dallo straniero che c’invade, signora Magli? Le nostre abitudini, che, a quanto mi consta, nessuno straniero ci ha finora mai chiesto di mutare? In nome di cosa dovremmo chiudere le frontiere, impedire l’iscrizione degli extracomunitari nei nostri uffici anagrafe e nelle nostre scuole? In nome di quale cultura dovremmo arroccarci in casa come assediati, vedere un nemico  invasore ad ogni angolo di strada? In nome della nostra pretesa “cultura” da difendere o per via di una semplice, ancestrale, irrazionale e fottutissima paura del nuovo che, a quanto pare, né le lauree né le cattedre di antropologia servono a tenere sotto controllo?

Per venire incontro ai desiderata della Lega, la Piccola Vedetta Lombarda verrà messa di guardia nel metrò.

anticomunismo

Brunilde Forner e il Destino hanno un conto aperto. Bisogna proprio che il Fato decida di farti uno sgarbo per combinarti come ha combinato lei: Brunilde Forner, a dispetto del nome da valchiria, è bassa, ma così bassa, per dire, che persino io la guardo da sopra in giù senza tacchi, e ciò implica che la Brunilde riesca a fissare dritto negli occhi giusto giusto il Grande Puffo. Oltre che bassa, la Brunilde è tozza, massiccia come un comodino squadrato: ha gambette corte corte, braccini corti corti che paiono manichette attaccate al corpo come quelle degli idranti, senza giunture per i polsi o le caviglie; manine paffute con dita a salsicciotto, collo che pare un cuscino tubolare per la cervicale e un volto tondo, gonfio e rosso come se l’avessero presa sempre da poco a schiaffi. Non appena apre bocca, ti sorge il sospetto che l’ultima ipotesi non sia poi così peregrina: Brunilde Forner è così acida ed insopportabile che se il Destino le fa qualche brutto tiro, solidarizzi con Lui.

Nel bar di Clara Brunilde staziona tutto il santo dì, occupando, con un caffè, uno dei tavolini fuori: nessuno le vieterebbe di entrare e sedersi ad uno di quelli interni, ma lamentarsi a voce alta del troppo caldo quando è caldo e del troppo freddo quando è freddo è uno dei suoi passatempi preferiti. Così si punta lì, sulla sedia, come una guardia nella sua garitta, e coinvolge, volenti e nolenti, quelli che passano nelle sue tirate. Pensionata, abita in una delle case del Comune, con un affitto ridicolo, contando che da sola ha un appartamento di non so quanti metri quadri e in una palazzina mediamente decorosa, in cui gli inquilini non comunali, ma in affitto da privati, pagano sui cinquecento euro al mese. Ma i suoi cento le paiono un insulto, se ne lagna in continuazione, tanto che non li paga mai e quando li paga se li autoriduce: “Io che sono povera pensionata devo pagare? Per un appartamento dove in cucina ho persino due mattonelle scheggiate? E poi lo sapete che ho la scala piena di Albanesi e Marocchini, che quando mio figlio mi viene a trovare mi vergogno per la puzza di cipolla che c’è? Tutta colpa di questi comunisti che vogliono metterci in casa pezzenti da ogni parte del mondo!”

Ma non sono solo gli extracomunitari, a preoccuparla: è l’intero universo che va a rotoli, e con il preciso intento di farle dispetto. Così il figlio, un gioiellino di figliolo come non ce n’è di eguale, se finisce in galera per spaccio è perché i giudici sono comunisti, e ce l’hanno con lui perché è giovane, bello, ha la spider e codino ed abbronzatura modello Fabrizio Corona. Se la nipote alle superiori non si becca sempre ottimi voti, ma solo note e richiami perché passa il tempo a fumare nei bagni della scuola e fare manche, la colpa è dei comunisti, perché si sa che gli insegnanti delle scuole pubbliche lo sono tutti, a prescindere. Se la mutua – lei la chiama così – non le passa gratis le medicine, compreso il balsamo per il pediluvio al callo, e anche la settimana alle terme, la colpa è dei comunisti, perché i medici sono tutti comunisti, questo è ovvio, così come gli infermieri, i barellieri e financo i cuochi delle mense ospedaliere e i Direttori Sanitari, e tutti costoro passano la vita, in un perenne Comintern, a mettersi d’accordo per tramare contro di lei.

Farle notare l’assurdità delle sue sparate è inutile, perché lei ti guarda iratissima e sibila un “Comunista!” che chiude la conversazione come una lapide, ed è sottinteso che la lapide in questione è destinata a te. Perché la Brunilde, va da sé, è di destra, convintamente e irrevocabilmente, come e più di un qualsivoglia Cetto Laqualunque. Non è una scelta politica, è un moto dell’animo, il suo, perché è convinta che essere povera ma di destra ti renda un tantinello meno pezzente dell’altra massa informe di sfigati che non ha niente come te, ma ne è conscia. L’anticomunismo è l’unico lusso che si può permettere, l’equivalente della spider di seconda mano del figlio, comprata a suon di dosi spacciate ad altri poveracci come lui. Per questo il suo anticomunismo lo sbatte su tutto, e lo mette a giustificazione di ogni minimo intoppo della vita, anche il più banale, anche il più lontano dalla politica: per dire, se le pestano un dito, chi glielo ha pestato è comunista di certo, e invoca contro di lui severe punizioni, lavori forzati, campi di concentramento e di sterminio ad hoc. Il nome da valchiria, in fondo, al di là della stazza, le si addice quant’altri mai: in effetti Brunilde è l’esempio perfetto di quel lumpenproletariato eterno, pronto ad appoggiare ogni dittatore ed ogni Olocausto, e che ogni aspirante duce si coltiva con materna sollecitudine. Perché sa bene che, nella pratica, è molto più facile rendere il popolo felice sbarazzandosi dei “comunisti” che non della povertà.

Ho cercato di farmi venire in mente una battuta sulla notizia che nel decreto sicurezza pare sarà allargato anche agli insegnanti l’obbligo di denunciare eventuali allievi clandestini.

Credetemi, ci ho provato. Non mi è riuscita. Mi è venuto solo un conato di vomito.

Si dice che il razzismo è questione di pancia. Anche l’antirazzismo.

Maroni: Nelle ronde niente Rambo.

Rocky può inoltrare regolare domanda, però.

Picchiano in piazza un disabile gay. Il sindaco: “Episodio isolato

In effetti, di solito la vittima o è solo gay o solo disabile.

Tre anni di carcere al giornalista che lanciò le scarpe addosso a Bush.

Giusto. I giornalisti, di solito, le scarpe si devono limitare a leccarle.

Berlusconi: “Con il piano casa, un milione di nuovi proprietari

Quelli assunti col suo milione di posti di lavoro.

Certo, avrebbe dovuto andare dal medico. Glielo avevano detto tutti, i colleghi, in cantiere. Quella tossettina stizzosa, che alle volte gli trinciava il respiro di netto; e poi, quella febbriciattola che saliva su, ogni sera, regalandogli un mal stare che era più della solita stanchezza. Sì, glielo avevano detto tutti, che doveva andare dal dottore. Veramente ci aveva pensato anche lui, da solo. Non è che se uno viene dall’Africa queste cose non le sa. Anche lì, a casa sua, nella città da cui proveniva, che quando si sta male per un po’ di giorni e non guarisci devi andare dal medico lo sai. Mica tutti gli africani vivono in capanne di fango e si fanno curare dagli stregoni, eh. Lui, per esempio, era sempre vissuto in un quartiere di una grande città. Le capanne e gli stregoni, a dire il vero, non li aveva visti mai. O meglio, solo nei documentari. Anche questo, mica riuscivi a farlo capire agli Italiani suoi colleghi. Che in Africa, lui vedeva la televisione, come loro. Nelle case c’erano gli apparecchi, con i canali, e gli show, e le ballerine e i quiz, e persino il Grande Fratello. Sua sorella Ellen, per esempio, lo guardava, il Grande Fratello, su in Africa. Quando tornava a trovarla gli raccontava delle tresche fra gli abitanti della casa, ed era tutto un ragionare sul perché Kira si era messa con Ahmed e non con l’altro, e se Ibni era davvero innamorato o faceva solo finta, per non farsi nominare. Ecco, quando raccontava cose del genere, ai suoi colleghi italiani, lo guardavano come se volesse prenderli in giro. Loro, l’Africa, se la immaginavano come una specie di niente in cui ogni tanto spunta un villaggio turistico. Lì dentro c’è la civiltà, con le piscine e l’american bar e la discoteca alla sera, e fuori, be’ fuori il panorama, i leoni, la savana, i negri vestiti con le maschere che si dipingono il corpo per i turisti, e, quando i turisti non ci sono, muoiono di fame sotto gli occhi pietosi dei missionari. Sembra che non sappiano fare altro, gli Africani: divertire i turisti o morire di fame e di malattie in qualche tucul sperduto fra leoni e coccodrilli.

Lui, invece, era nato in una città. Più grande, ma molto più grande di quel paesotto sperduto di campagna dove viveva adesso. Dio, la prima volta che l’aveva visto, gli si era chiuso il cuore: non c’era nulla, a parte una piazzetta, un campanile, un bar e una fila di villette alternate ai capannoni. D’inverno un freddo becco che ti tagliava la pelle, d’estate un caldo, ma così maledetto che rimpiangevi il caldo d’Africa, e in mezzo giorni e giorni di nebbia che non avevano un principio né una fine.

Fosse stato a casa sua, dal medico ci sarebbe andato. Quando si deve, ci si va. Ma qui. Già a dire al capocantiere “sto male”, quello ti guarda storto, e lascia intendere che di gente che non sta male e può prendere il posto tuo, c’è la fila. E poi, c’era quella cosa del permesso di soggiorno. Lui, quando era arrivato, ne aveva uno regolare, eh. Per anni era andato a rinnovarlo all’ufficio stranieri, facendosi le code, di notte, all’addiaccio, per non perdere il posto. Ma l’anno scorso, mannaggia! Avevano messo quella benedetta tassa di 200 euro. Cazzo, lui lavorava, ma con quello che era aumentata la vita, il cibo e l’affitto da pagare –che per una brandina in una stanza con altri cinque, voleva 300 euro al mese, quel cornuto del signor Carli, il padrone di casa– quei maledetti 200 euro a fine mese non li aveva trovati. Cioè, li aveva trovati, ma avrebbe dovuto saltare un mese di mandarli a casa, a Ellen. Non poteva proprio non spedirglieli: compiva gli anni, Ellen, quel mese. Dunque il permesso di soggiorno non lo aveva rinnovato, no. Tanto in cantiere non controllava nessuno, bastava allegare una fotocopia di quello vecchio e pace. Ma per andare dal medico, no. Avrebbe dovuto mostrare il documento. Avrebbe dovuto passare l’esame dell’infermiera e la trafila allo sportello. Se ne sarebbero accorti che era scaduto. Se ne sarebbero accorti che era un clandestino. Lo avrebbero dovuto denunciare.

Quindi, non ci era andato, dal dottore. Aveva comprato in farmacia uno sciroppo e un flacone d’aspirine. Ma la tosse, no, quella non se ne era andata. Era rimasta lì, come un macigno che pesava sul torace, e alle volte anche sullo stomaco, e quando faceva per sputarla fuori era peggio, pareva gli strappassero i polmoni un pezzo alla volta. Glieli strappava un pezzo alla volta. Se ne era reso conto quando, una sera, togliendo il fazzoletto da davanti la bocca lo aveva visto rosso di sangue. L’aveva capito allora che era tubercolosi, non una infreddatura. Troppi ne aveva visti prenderla, a casa sua, quella maledetta roba lì. Ma, anche sapendolo, dal dottore non ci era potuto andare lo stesso. E poi, perché? Forse era già troppo tardi. Aveva continuato a lavorare, in cantiere. Avrebbe lavorato fino a quando ce l’avesse fatta a reggersi in piedi. Per mandare a casa ad Ellen i soldi, ogni mese, dato che probabilmente sarebbero stati gli ultimi. Lo sapeva di essere segnato, e anche contagioso, ma che poteva fare? Per prudenza, cercava di stare in disparte dai colleghi, almeno da quelli simpatici: giusto un cenno di saluto, da distante, con la mano, ma da vicino mai. Invece al signor Carli, il padrone di casa, quello che pretendeva 300 euro per la brandina, ed era anche sfondata, ecco, a lui la mano la dava, e guardando bene di essercisi pulito prima la bocca. Quando sei un morto che cammina, in fondo, qualche soddisfazione te la puoi anche prendere, no?

In Italia non c’è razzismo.

Gli immigrati possono trovare molte professioni a loro disposizione.

Per esempio, il falò.

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iltwitdiGalatea

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