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Guard rail1

Un attimo prima guidi, tranquilla, da posapiano, come guidi sempre.
Torni da scuola come tutti i giorni, il percorso lo sai a memoria, ormai.
La pioggia non è nemmeno pioggia, la stradina tutta una curva a gomito in mezzo ai fossi, la campagna campagna, umida ma sonnacchiosa.
Poi senti che la ruota piglia un avvallamento nel selciato e fa un botto.
La gomma scoppia, la macchina svisa, si arrotola in un testa coda, invade la corsia opposta, si schianta sul paracarro e resta penzoloni, in bilico sul fossato.
Non fa nemmeno in tempo a mancarti, il respiro.
Ti tirano fuori dall’abitacolo due misericordiosi passanti.
“Sta bene?” “ È tutto a posto?” “Vuole che chiamiamo un’ambulanza?”
Riesci a biascicare un “no, grazie”, fra i singulti di panico. Senti che sei tutta intera, ma non ti capaciti del tutto di essere ancora viva. Guardi la tua macchinetta, che ha il muso rincagnato, e il guardrail di lamiera contorta, che per fortuna ha tenuto.
E nelle orecchie ti rimbomba il clacson di un tizio, dietro di te, che strombazza perché vuole che gli sgomberi la strada, l’idiota.

Purtroppo non è un racconto di fantasia. Ma sto bene.

sironi mario

Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.

Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.

La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.

Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.

Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.

Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.

Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?

Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.

Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.

Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.

Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.

È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

bacio

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.

Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?

È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

 

comizio1

Albino?”

Macchè, il cardiologo conferma: non sopporterebbe lo stess.”

Alfonso, allora…”

Urca, quel cretino che ha mollato la moglie incinta sotto elezioni, e si è anche messo con un tricheco?”

Allora Massimiliano Rossetto?”

Ma sei scemo? Non sa neanche cos’è un Consiglio Comunale! No, può giusto stare in lista perché è decorativo…”

Allora, la Susanna Davanzo…”

Neanche ti rispondo, se siamo a proporre questa gente qui…”

I Tre del Trio, convocatisi quasi nottetempo nella villa dell’avvocato Martinuzzi, non ne vanno fuori: al terzo giro di salatini non ci sono più pizzette nei piatti e, soprattutto, non ci sono sul piatto nomi veramente papabili per la candidatura alle prossime elezioni a sindaco. Sono un po’ arrugginiti, del resto, i Tre, nelle scelte di tale importanza: da dieci anni a questa parte, di una riunione simile non c’era neppure stato mai bisogno: se c’era una elezione a sindaco, il candidato del Trio, e conseguentemente di tutti, non poteva che essere Carlo Taragnin, Carlo Taragnin, Carlo Taragnin. Ma ora il nome del sempre eletto (in tutti i sensi) è diventato una specie di tabù.

Cosa sia avvenuto di preciso fra i Tre e il protetto è uno dei misteri meglio custoditi di Spinola. Il paese s’è lanciato in una ridda infinita di ipotesi: chi dice che il Carletto abbia commesso l’ardire di rispondere no alla trasformazione in suolo edificabile di un fondo appartenente al dottor Dolbiati, perché la Carmen, che ha casa lì vicino, s’è incaponita di edificare nel giardino suo un condomiotto, e non vuole concorrenza per vendere i futuri appartamenti; chi sostiene che lo scazzo sia dovuto al tentativo, da parte del Taragnin, di candidarsi in Provincia senza chiedere prima il doveroso permesso a Erminio Franzon, che ha già individuato fra gli altri suoi protetti da tempo il sedere adatto a ricoprire quel seggio; chi assicura che all’origine ci siano un paio di battute infelici del sempre Sindaco al battesimo dell’erede Crespano, le quali hanno indispettito la Signora Crespano e, di conseguenza, una pletora di clienti e famigli. Sia come sia, fra il Trio ed il Sempresindaco i rapporti sono diventati prima freddi, poi tesi, quindi inesistenti: da qualche mese, se per caso si incrociano in piazza, Taragnin volta ostentatamente la faccia per fingere di non conoscere i suoi ex tre mentori, mentre i tre ex mentori lo guardano con l’espressione di chi quella faccia la conosce benissimo, e sta solo aspettando l’occasione per spaccarla a pugni.

E se appoggiassimo Guidi?” butta là Martinuzzi trangugiando l’ultimo lacerto di pizzetta avanzata.

Il dottor Dolbiati e Franzon tacciono, ma è uno di quei silenzi che indicano meditazione profonda e circospetta, perché quel nome l’avevano stampato in mente fin dall’inizio della riunione tutti e tre, solo che nessuno voleva essere il primo a proferirlo.

Il fatto è che, nella visione politica del Trio, Erberto Guidi, storico vicesindaco di Spinola, è una cabala, perché uno di quegli uomini che non si sa.

Di famiglia è benestante, ma, venuto da fuori, nessuno è in grado di specificare quanto, e per che vie. Sposato, senza figli, il Guidi ha alle spalle un curriculum di studi che non si è mai riuscito a capire di che cosa consti, e fa un lavoro, il consulente, che potrebbe voler dire occuparsi di tutto o di nulla. Nonostante questa vaghezza congenita, a Spinola conta schiere di fans. In mezzo ad un Consiglio Comunale che pare composto dai membri scartati degli Addams, spicca come un diamante: alto, slanciato, elegante, occhioceruleo e biondocrinito, ha uno scilinguagnolo da gran signore in gita nel contado e calza le giacche blu come se gli spuntassero direttamente dalla pelle, senza intervento del sarto a mediare. Quando sta seduto accanto al Sempresindaco Taragnin, e si vede il Taragnin piccolo e tozzo, con il collo taurino e l’espressione perennemente ingrufata da maialino che tema gli freghino da sotto il truogolo, e Guidi lì accanto, il profilo aristocratico, lo sguardo celeste perso a meditare su qualcosa che è troppo alto per confidarlo a quei bifolchi là attorno, viene spontaneo chiedersi chi mai l’abbia combinata, una coppia più sbilenca, e meditare su quanto il Caso, o Dio, debbano avere un perverso senso dell’umorismo. In realtà la coppia non l’ha creata il Padreterno, ma è frutto delle alchimie del Trio. Guidi, che ha appoggi in Regione e in Provincia, e in qualsiasi assemblea politica si riunisca al di fuori del territorio di Spinola, avrebbe considerato come dovuto il diventare sindaco di questo pago che onora con la sua prestigiosa presenza; ma a Spinola chi comanda non sono i partiti ufficiali, bensì il Trio, e il Trio s’è tirato su Taragnin dai tempi delle braghe corte, convinti com’erano i tre che quel tappo mal combinato, brutto, ignorante, privo di qualsiasi altra caratteristica se non una smodata voglia di emergere, sarebbe stato la loro longa manus perfetta, perché ciò che ambiva era il fantasma del potere per ricompensare una infanzia da oggetto di scherno e la miseria cronica di una adolescenza da nano. Guidi, invece, che viene dalla città, o per lo meno da un paesotto vicino un po’ meno villaggio di Spinola, e ha fatto, anche se forse non finito, le scuole alte, frequenta gente di fuori e si muove a parla come uno che vabbe’, magari non andrà a cena con il principe Carlo, ma almeno con qualche Dirigente di seconda fascia in Regione si sente al telefono e si dà del tu. I tre del Trio lo hanno subito catalogato come un tipo pericoloso, perché sa di non essere una loro creatura e soprattutto è consapevole che oltre a Spinola esiste un mondo in cui il Trio non riesce a gestire proprio ogni cosa. Quindi, dal suo primo comparire sulla scena, han maneggiato per incastrarlo nel ruolo di Vicesindaco a vita, così come l’altro doveva rimanere incastrato in quello di Sempresindaco fino al momento del passaggio a più opportuno testimone. Ora però che l’opportuno testimone non si presenta, e il Sempresindaco s’è così assuefatto al potere da considerarlo come una sorta di diritto che può trasmettere agli eventuali eredi, arrivando a pensare Spinola come un feudo proprio, una sorta di usucapione, il Trio si ritrova nella poco piacevole situazione di dover decidere quale sia il male minore, ovvero se il male minore possa chiamarsi Erberto Guidi.

Bisognerebbe parlargli” dice Dolbiati.

Già, e a quattrocchi.” assente Martinuzzi.

E senza altri in giro.” conclude Franzon.

Ma come? E dove? Perché convocarlo a Villa Martinuzzi, casa Franzon o in farmacia Dolbiati nemmeno se ne parla: l’indomani tutto il paese saprebbe e indovinerebbe la manovra. In altro momento, un incontro nella saletta del Frutto Proibito, organizzata non dal Trio direttamente, ma per iniziativa della Carmen, sarebbe stata la soluzione migliore; ma ora la Carmen gioca in altra squadra, e il Frutto Proibito non è più terreno di gioco, quindi bisogna trovare altro intermediario e altro covo.

E se usassimo il Sottosotto?”fa Martinuzzi, accendendosi come una luminaria di Natale.

Gli altri sodali lo guardano con ammirazione, ricordandosi di colpo perché, da sempre, fa parte del loro sodalizio.

Il Sottosotto è infatti il negozio di lingerie più in di Spinola centro e frazioni, la cui animatrice e proprietaria è l’inossidabile Mirella Strambotto, amica del Trio al gran completo, nonché di Guidi, di Taragnin e di chiunque, a Spinola, abbia contato o conti di contare qualcosa in politica.

In effetti – dice Dolbiati – la Mirella ha un bel retrobottega, molto spazioso, e soprattutto discreto…e nessuno si stupirebbe se ci vedessero entrare, magari uno alla volta, nel negozio..si può sempre far finta di andar lì per comprare qualche regalo per le nostre mogli…”

O per qualche amica – chiosa Franzon, ricordandosi che nessuno dei tre è sposato – Comunque poi la Mirella un paio di favori ce li deve: convinsi io l’assessore a darle la licenza…”

E io – ribatte Dolbiati – le ammorbidii il geometra per l’abitabilità…”

E io le consigliai come evitare quella multa per un ampliamento non proprio regolare…” aggiunge Martinuzzi.

Vabbe’, al Sottosotto, è deciso! Facciamo convocare dalla Mirella lì Guidi e risolviamo questa faccenda fra noi.” stabiliscono quasi all’unisono, concordi e soddisfatti perché quella manovra consentirà loro di assicurarsi che a Spinola, mutatis mutandis, tutto cambi e il potere del Trio resti uguale. E se tutto deve cambiar rimanendo appunto uguale mutatis mutandis, non si vede che ambiente potrebbe essere più adatto di un retrobottega pieno di slip e culottes.

confuso

Cioè, loro, le primarie, anche le farebbero.

I piddini di Spinola, intendo.

Sono lì, da due settimane, in autoconvocazione perpetua, attorno al tavolo.

Sono una cinquantina.

Perché il Comitato Elettorale Ristretto, formato da venti delegati, ha poi chiamato il Comitato Elettorale Allargato. Che si è consultato con gli altri Organi di Partito, e con gli altri aventi diritto, ai sensi dello Statuto del Partito e dopo il ricorso ai Probiviri. I quali hanno ricontattato il Comitato Ristretto, quello Allargato, il Segretario, il Comitato di Garanzia degli iscritti, i Referenti per il territorio, i Referenti per i rapporti con la Provincia, gli iscritti e probabilmente anche qualche passante.

Tutti convocati in assemblea.

Per parlare di come fare le primarie per i candidati da candidare ad essere candidati a Sindaco di Spinola. Perché c’è molto di cui parlare, e di cui discutere, e molto da decidere. Bisogna trovare le regole, e che siano valide per tutti. E poi dividersi gli spazi. E poi stabilire i modi ed i tempi della campagna elettorale. E controllare che tutti abbiano gli stessi tempi e gli stessi spazi, poi. E vigilare che gli stessi tempi e gli stessi spazi abbiano anche i sostenitori, e i mentori, ed i supporter. E che ci siano occasioni di confronto, di dibattito, cui tutti possano accedere, soprattutto i sostenitori e i mentori e i supporter. I quali sostenitori, e mentori, e supporter, sono già tutti nel Comitato, Ristretto ed Allargato, a far casino e baruffare ed appellarsi allo Statuto, gridando allo scandalo ed al tradimento della democrazia ogni volta che qualcuno propone, infine, di decidere qualcosa.

E quindi son lì, tutti quanti, convocati da giorni, a ragionare, valutare, mediare, minacciare ed azzuffarsi.

Chè a vederli da fuori, fan persino tenerezza.

Sono così presi nel loro lavorio democratico, che non si sono accorti che fra loro, per il posto di sindaco, a Spinola nessuno si è ancora candidato.

Al solito, è una storia di pura invenzione che non rispecchia fatti, personaggi o primarie reali. Si può mai credere, infatti, che un partito si incasini davvero a tal punto?

Achille Luigi Castagnetti è da sempre professore di Latino e Greco al liceo di Spinola. Di più, è figlio di professori di Latino e Greco, nonché nipote di professori di Latino e Greco. Risalendo a ritroso nella sua genealogia, ci si imbatte in una infilata di docenti di lettere classiche che si inerpica per lo meno fino all’era di Cicerone e Giulio Cesare e forse più su ancora, ai tempi della Grecia antica: si vocifera che Senofonte sia scappato da Atene non per motivi politici, ma perché il suo insegnante di grammatica, avo di Castagnetti, gli aveva ammollato un quattro all’interrogazione sull’aoristo passivo.

Sfolgorante promessa della cultura fin dalla culla, Achille Luigi ha partecipato ai tempi del ginnasio al certamen ciceroniano, a quello oraziano, a quello catulliano e a qualsivoglia competizione avesse per oggetto una qualche lingua morta, moribonda, agonizzante, persino colpita da una leggera forma di raffreddore. Quindicenne, non pago del Greco, sognava di studiarsi da solo l’Ittita, poi l’Accadico, indi il Sumero: questo però lo lasciò al fine perdere, per via di un angosciante problema di pronuncia: indeciso se fosse corretto accentare Sùmero o Sumèro, stabilì di dedicarsi al Bàltico, in cui l’accento risultava meno ambiguo e ballerino.

Laureatosi a pieni voti poco più che ventenne, Achille Luigi Castagnetti, per la gioia e l’orgoglio di mamma e papà, ottenne subito la cattedra in quel di Spinola, liceo appena creato per le pressioni di Castagnetti padre sulla famiglia Crespano, con il sodale appoggio delle famiglie degli avvocati Martinuzzi e dei farmacisti Dolbiati, stanchi di mandare i loro pargoli a farsi istruire in città, dove la contestazione del ‘68 montava e c’era il rischio che la prole, trovandosi a contatto con qualche idea nuova, anzi, proprio con qualche idea, ne riportasse choc perenni. Achille Luigi Castagnetti, giovane di belle speranze e di piacente aspetto, la cattedra la accolse come un doveroso tributo alla sua scienza, ma anche come un compito che il Fato gli assegnava, in quanto egli era l’unico in grado di portarlo a termine: quello cioè di plasmare e forgiare la classe dirigente della Spinola del futuro.

Per tutti gli anni ‘70 egli fu un biondocrinito docente glaucopide dal fascino assassino, stronzo quel tanto che basta per sedurre con una sola occhiata le supplenti di prima nomina; per le colleghe di ruolo piacenti aveva sempre pronta qualche citazione in latino, che faceva collassare le suddette in men che non si dica; per le Presidi, che potevano essere meno piacenti, ma erano pur sempre necessarie per ottenere orari consoni a facilitare i suoi studi, spolverava distici greci; per le alunne bastava ed avanzava, a sedurle, la inutile crudeltà con cui torchiava le classi: le alunne, con animo svenevole da adolescente, inferivano che il bel professorino dovesse essere così perfido per via di un amore non corrisposto, e cadevano ai suoi piedi. Va da sé che allora come ogni intellettuale, Egli non potesse essere altro che un astro della contestazione; ciò ancor di più aumentava il suo fascino, perché se già all’epoca chi indossava l’eskimo e parlava di proletariato cuccava a botta sicura, figuriamoci chi da sotto l’eskimo sapeva sfoderare, al momento opportuno, un tomo di Platone in originale.

Gli anni ‘80 lo portarono ad una svolta craxiana, motivata nel profondo dalla presa di coscienza che con l’eskimo e il proletariato si rischiava di non cuccare più; dunque, rimanendo sempre glaucopide anche se più spelacchiato, indossò cravatta e giacca, però di velluto e con toppe da docente universitario del Vermont: rimasero costanti le citazioni greche e la ferma determinazione ad essere l’ispiratore e l’eminenza grigia della classe dirigente. Del resto, mica per niente era docente di Greco e Latino al liceo classico, ohè.

Al principio degli anni ‘90 il socialismo cominciò ad andargli stretto, non solo perché l’età gli aveva portato in dono una spiacevole tendenza alla pinguetudine; divenne prima liberale, poi liberista, infine federalista con simpatie per la Lega. A chi gli chiedeva come potesse conciliare la sua raffinata cultura classica con i rigurgiti di ignoranza bruta della compagnia in cui si andava a mettere, rispondeva che tanto la classe dirigente del futuro, leghista o meno, sempre dal classico sarebbe passata, e quindi i leghisti padri i leghisti figli li avrebbero mandati ad istruire da lui.

L’altro giorno l’ho incrociato, al bar da Clara. Grasso, spelacchiato, e con una faccia spaurita che non gli avevo visto mai prima: tutto il suo fascino pareva essersi liquefatto di botto, ed invano cercava di darsi coraggio sorbendo un grappino. Il Liceo Classico di Spinola è stato massacrato dai tagli: resterà una sola sezione, che andrà ad accorparsi con un liceo scientifico-tecnologico, quello senza latino, aperto nel paese accanto. Il buon Achille Luigi, saputa la ferale notizia, è andato dal segretario della Lega, credendo di trovare in lui sponda per aver salva la cattedra, e non essere costretto, in età prossima alla pensione, a farsi venti minuti di strada, stipato in un autobus, ogni mattina, come non gli era accaduto nemmeno quand’era di prima nomina. Ma il segretario leghista, perito tecnico, e padre di figlio leghista che stenta persino a prendere un diploma di geometra alle serali, nonostante lo sfoggio di citazioni greche e latine sciorinate a suo uso e consumo dall’Achille Luigi, si è dimostrato insensibile ai problemi della cultura classica, e della cultura più un generale, ritenendo che per forgiare la futura classe dirigente sia più che sufficiente una gita a Pontida, una volta l’anno.

Achille Luigi ha chiesto allora udienza ai Crespano, ai Martinuzzi, ai Dolbiati, ricordando loro con caldi accenti di essere stato il loro mentore, colui che li ha eruditi e plasmati, insegnando loro le basi della cultura classica, grazie alla quale essi hanno potuto divenire ciò che oggi sono nella vita, e cioè classe dirigente. I Crespano, i Dolbiati e i Martinuzzi lo hanno accolto con un sorriso di sufficienza, facendogli cortesemente ma senza mezzi termini capire che loro classe dirigente non lo sono certo diventati per i suoi insegnamenti di Greco e Latino, ma in virtù dei conti in banca e del prestigio che hanno ereditato dagli antenati.

Al povero Achille Luigi Castagnetti, erede di una schiatta di professori di Greco e Latino che per generazioni ha insegnato alla classe dirigente, non è rimasto altro dunque che comprarsi l’abbonamento per il bus, e sedersi al bar, davanti al suo grappino, a meditare che si può stare una vita al liceo classico a spiegare Greco e Latino ai pargoli della classe dirigente, ma quei pargoli non ti considerano poi  mai il loro mentore: solo un professore sfigato che gli ha corretto qualche ablativo.

Per non sembrare il più fesso del circondario, il sindaco Taragnin sta meditando di candidare anche Spinola come sede per le Olimpiadi del 202o.

gelosia

Non capisco.

E quando non capisco, diffido.

Per cui sto lì e lo guardo.

Lui guarda me, con l’espressione più innocente che gli riesce di dipingersi in viso.

Alle sue spalle, la sua libreria. Che poi è una sintesi del suo mondo. Volumi impilati, ordinati. Tomi e tomi in copertine rigide, di gran classe. Così perfetti e lucidi, senza un’orecchia, senza una piegolina sul dorso, da domandarti se poi li abbia mai veramente letti.

Dalla finestra Venezia irrompe, con i suoi rumori di fondo che non hanno uguale: lo scatarrare lontano delle barche a motore, lo sciàf sciàf della batalissa d’acqua, e i pittoreschi improperi dialettali, assieme feroci e smagati come solo gli insulti veneziani sanno essere.

Be’ non dici niente? In fondo è pur sempre una offerta di lavoro, no? La ricerca è finanziata con fondi europei. Non ci si fa ricchi, ma sono sicuri.”

Cerca di nasconderlo, ma lo conosco troppo bene per non avvertire il tono piccato che latita fra i meandri delle frasi. Il sorriso indifferente non basta a mascherarlo.

È che mi sembra strana, tutta ad un tratto, questa proposta di collaborazione. E poi da te.” dico, infine.

Colpito ed affondato. Me ne accorgo quando vedo le sue mani che si muovono sul tavolo, con uno scatto nervoso. Cercano le sigarette, come sempre quando sta tentando di sfuggire ad una domanda scomoda. Il riflesso condizionato gli è rimasto, persino se ha smesso da tempo di fumare.

In realtà è un’idea del Vecchio.”

Alla fine lo ha sputato, il rospo.

Perché?”

Vuole te per questo lavoro.”

Perché?” ripeto.

Vallo a chiedere a lui.”

Ora è il suo turno di essere sospettoso. Irritato e guardingo. Mi studia, con malcelato livore. Il Vecchio. Maledetto Vecchio. Tornato dall’ospedale. Ad occhio, più in forma che pria. Pazzo lo è sempre stato. Beffardo, poi, lo è per genetica. Cosa gli passi nella capa, un mistero. Sono insieme da una vita, ma non è mai riuscito a capirlo, il Vecchio. E la sua testa balzana. Mai.

Gli dicessi che non ne ho idea nemmeno io, di cosa ci sia sotto, non mi crederebbe. Lui è così, lo conosco. Quando si tratta della sua carriera, non si fiderebbe neanche di sua madre. Conoscendo la signora, forse avrebbe ragione, ma non è questo il punto. È che fra Lui ed il Vecchio il rapporto è sempre stato questo: tregua armata. Intervallata a momenti di odio rarefatto. Convivenza forzata gomito a gomito con distillato quotidiano di crudeltà. Parrebbe quasi un matrimonio, a vederlo dal di fuori, non un rapporto maestro-allievo.

Lui al Vecchio deve tutto. In primis è questo che non riesce a perdonargli: senza il Vecchio Lui non sarebbe nessuno, e quando è qualcuno, per tutti è solo l’allievo del Vecchio. Però non è neanche questo, a dirla tutta. Lui pensa sia questo, ma non è così. Quello che a Lui rode è altro, anche se non se lo confessa. Quello che gli rode e lo tormenta è che Lui è l’allievo del Vecchio, per tutti, sì, ma per il Vecchio no. Dal Vecchio non si è mai sentito amato. Forse nemmeno stimato più di tanto. Gli ha fatto far carriera. Lo ha imposto a forza. Lo ha innalzato. Ma sempre facendogli pesare che non vale un’ostrega. Che lo considera un ameno pallone gonfiato, vuoto e perciò adattissimo a questi tempi vuoti in cui viviamo. Un bluff che il Vecchio ha costruito a tavolino per infinocchiare i colleghi, l’Accademia tutta, secondando il suo gusto tutto toscano per la beffa atroce: lo ha usato come la sua scimmietta ammaestrata, per dimostrare che era in grado di mandare in cattedra anche una scimmietta ammaestrata e farla passare agli occhi dell’universo mondo scientifico come un prodigio di sapere.

E Lui se ne rende conto. E non è neppure questo a farlo infuriare. Perché Lui di essere un bluff, in fondo, lo capisce. Ci gode quasi nell’aver fatto fessi tutti gli altri più in virtù delle sue doti di ammaliatore che per la sua reale intelligenza. Ciò che lo dilania davvero è di non essere riuscito ad ammaliare, come tutti gli altri, il Vecchio. Lui, il grande seduttore, e il Vecchio, l’unico che non è mai riuscito a sedurre.

Si volta verso la finestra, fingendo di guardare una Venezia che non vede.

Gli sei sempre piaciuta. – dice. Con un tono che è un rimprovero, ma soprattutto un rimpianto. – Ha detto che vi siete incontrati per caso la settimana scorsa, e gli è venuto in mente che saresti la persona più adatta ad occuparti di questa ricerca.”

Sì, è vero, ci siamo visti per caso.” confermo, senza dirgli dove. Lui sa che il Vecchio gli sta nascondendo qualcosa, in questo periodo, ma non sa cosa, e ci si arrovella.

Si volta, mi punta gli occhi addosso, infuriato.

Certo. Per caso. Toglimi una curiosità, ci sei andata a letto?”

Me la sputa addosso, la frase. Come si sputano fuori di colpo gli eccessi di gelosia.

Ma lo conosco troppo bene per sentirmi in qualche modo lusingata.

Non è di me che è geloso.

È del Vecchio.

single

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.

Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.

E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.

O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”

E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.

Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.

Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

hermes caduceo

L’ospedale è una fuga di corridoi che si inseguono, si intorcolano, girano a gomito e poi sbucano in scale, scalette, scaloni che paiono ogni volta nuovi, tanto da chiederti se non siano come quelle della Hogwart di Harry Potter: come ti volti, cambiano disposizione.

Il mio medico mi ci ha spedito per fare un esame, non ho capito quanto urgente. Lo odio, il mio medico, perché quando mi ordina qualche controllo è sempre così, imperscrutabile.

Ma c’è qualcosa di grave?”

Mmm, no.”

Be’, allora aspetto…”

Mmmm, no, è meglio che lo fai subito…”

Ma non me lo danno l’appuntamento, subito, se non è urgente..”

Mmm, allora facciamo così, ti metto il timbro urgente, così lo fai…”

E ci aggiunge un sorriso punico che può voler dire tutto e nulla, e non sai se è per minimizzare qualcosa che sospetta grave ma non ti vuol dire, o perché convinto che sia una stupidaggine davvero, e non vuole farti angosciare per uno scrupolo suo.

Sia come sia, eccomi lì, a vagolare senza meta fra i vari reparti, che è come vagolare per la main steeet di un paesino del West in un film di Sergio Leone, caldo e non un’anima in giro, solo che invece dell’odore della polvere da sparo c’è quello del disinfettante da ospedale, una zaffata continua di menta andata a male o limoncello scaduto nel frigo: i disinfettanti sanitari i microbi non li ammazzano, li fanno scappare per la puzza.

Svoltando l’ennesimo cantone, capisco subito che ho sbagliato: il corridoio scalcinato che ho percorso fino ad ora si trasforma in un reparto nuovo di pacca, con un brivido d’aria condizionata che ti accoglie come alito di paradiso. I muri sono imbiancati di fresco, il pavimento lucido, alle pareti, improvvisamente, si materializzano cartelli con su scritte delle indicazioni utili (tipo: dottor Qualchetale, chirurgia toracica, di qua; dottor Santotizio, ecocardiologia, dall’altra parte) e attorno al gabbiotto della accettazione c’è un tacchettare di infermiere indaffarate, ma sorridenti e persino fighe.

Scusi – chiedo intimorita – cercavo il reparto di ginecologia”

No, è al piano superiore, segue la scala, giri a destra, poi rigiri a sinistra, poi va diritta per dieci metri…” chiarisce una delle claudieschiffer in camice.

Alla terza giravolta della spiegazione virtuale mi sono già persa, capisco che se vorrò uscirne viva dovrò fabbricarmi lungo il corridoio un paio d’ali di cera modello Icaro. Sto già meditando su come procurami delle penne d’uccello per la bisogna, quando alle mie spalle sento un soffio:

Dottoressa *****!”

Mi volto. Dinanzi a me c’è una donna minuta. Ha il volto stanco, ma per il resto è perfetta: capelli raccolti in uno chignon, trucco leggero, camicia e pantaloni che, nonostante siano di lino, cadono senza una piega, sorriso velato da un’ombra di tristezza, ma educatissimo. Aggiungendo panico al panico, tento di recuperare nell’archivio della memoria un nome da associare a quel volto. Dopo qualche attimo di stand by il cervello ci riesce: è la signora ****, la moglie del Vecchio Barone.

Signora Ludovica! – faccio stupitissima, perché la Signora ha abitudini precise, che comprendono solitamente viaggi in giro per il mondo e lunghe soste a Cortina, nelle villa avita in Toscana o a Rapallo, ma non stazionare in un reparto ospedaliero – Ma… cosa ci fa qui? Sta poco bene?”

Lei tira un sorriso sul volto: “No, io fortunatamente sto benissimo… è Guido che sta facendo accertamenti… sa, il cuore…”

Trasecolo.

Caspita, mi dispiace! Non ne sapevo niente! Giulia non me l’ha detto…pensavo che il professore fosse in vacanza..”

Lei si morde impercettibilmente il labbro, come se d’improvviso si fosse resa conto di aver detto troppo; si ferma per un attimo perplessa, forse valuta la situazione sua e la mia, sospesa tra il bisogno evidente di sfogarsi con qualcuno e l’opportunità di farlo con una persona che fa pur sempre parte, anche se in maniera molto lata, dell’entourage del marito, contravvenendo quindi ad un suo specifico ordine. Ma la voglia di parlare ha la meglio e poi sa bene che io, in università, non sono ormai altro che una presenza occasionale e avventizia, praticamente una lontana cugina che di tanto in tanto passa a salutare o s’invita al banchetto di un qualche matrimonio.

No, ha voluto lui che non lo si dicesse a nessuno…non gli garbava. Ha paura che lo considerino già con un piede nella tomba…quando invecchiano gli uomini sono tutti così: insicuri.” E sorride, con quell’affettuoso distacco che si riserva ai vecchi cani di casa e ai mariti sposati da molti anni.

Nel corridoio, una porta si apre: il Vecchio Barone esce, mentre il medico all’interno lo accompagna sull’uscio, deferente: è un giovane dottorino, addetto alle ecografie ed agli esami di secondaria importanza, ma si vede da come suda che il Primario deve avergli ben inculcato in testa che quel paziente va trattato come si tratta un’autorità, e lui lo coccola e lo incensa con tutta la buona volontà d’uno scolaretto diligente.

Ludovica..” chiama, con voce vagamente lamentosa.

Poi s’accorge della mia presenza, chiama le vertebre sull’attenti e aggiunge, con un tono immediatamente più virile: “Ah, Dottoressa *****!”

Si picca di mantenersi sempre identico, il Vecchio. La pelle è una cartapecora color bronzo, perché si sa che il Barone quando non è in Università o ad acchiappare aerei per convegni, veleggia per i sette mari, o nuota o scia; la faccia, sciabolata di rughe, è come al solito impenetrabile nel suo sorriso etrusco latamente carognesco, e gli occhietti sono due capocchiette di spillo che si appuntano sulle cose, le delineano come un piccolo veloce scanner e poi, dopo averle archiviate, passano ad altro. Però ora, nella luce al neon del corridoio ovattato, la curva delle spalle sembra un po’ più pesante del consueto, e l’abbronzatura nasconde, sotto, una sfumatura di pallore secco, appena accennato, invero, come appena un’ombra è la paura che leggi in fondo allo sguardo.

Quanti anni ha, il Barone? È la prima volta che me lo domando davvero. Lo abbiamo sempre chiamato il Vecchio, ma non è stata l’anagrafe ad imporre il titolo: il Barone è un Venerabile Anziano per nascita, non si riesce ad immaginarlo giovane come non si riesce ad immaginarlo che Barone: come il suo conterraneo Tagete è nato vecchio e già edotto in tutte le arti. Risalire alla sua data di compleanno è un’impresa, perché, con una punta di vanità, non la mette neppure nei risvolti dei suoi libri, e non la festeggia mai, ma, a conti fatti, deve essere coetaneo di mio padre, forse anche con qualche anno di meno: salito in cattedra quand’era infante, non è ancora stato pensionato d’ufficio, il che vuol dire che non arriva ai settantacinque. Qualsiasi sia la sua età, ora la dimostra tutta, anzi, il sorriso tirato che si impone di sfoggiare adesso che mi ha riconosciuto gli regala qualche annetto in più.

Anche lei qui per qualche controllo?”chiede.

Si sforza di essere cortese, ma lo si sente imbarazzato, come un bimbo sorpreso a fare qualcosa che nessuno si aspetta da lui; infastidito, ma non dal fatto che io sia lì, e l’abbia visto, no: è proprio che lui ci si sia fatto trovare a dargli noia: come se la sua vita di Gran Barone e una corsia d’ospedale fossero due universi paralleli che non erano destinati a tangersi mai, e aver consentito loro di entrare in contatto fosse stata una svista imperdonabile, una debolezza di cui ci si deve vergognare.

Oh, sì, ma ho sbagliato reparto, devo andare in ginecologia. Del resto, si sa, ogni tanto bisogna fare il checkup annuale, no?” dico con l’intenzione di lanciargli una ciambella di salvataggio.

Lui ci si aggrappa come ad un naufrago: “Eh, certo, certo, il checkup annuale! Anche io, come vede… che vuole, questi mediconzoli son così pignoli! Se non venivo a farlo, non mi lasciavano più campare in pace! Per fortuna che ‘un gli si dà soddisfazione!”

Ride. Non l’ho mai sentito ridere prima: il Vecchio Barone, di solito, è come l’oracolo di Delfi, va per accenni: quando proprio si sbilancia, manda fuori un ghignetto cattivo che dura pochi secondi e scompare, tanto che subito dopo ti domandi se c’è stato davvero o non l’hai sognato tu. Invece stavolta ride forte, per convincersi di essere molto, molto, molto divertente e divertito. Ma gli occhietti, puntati su di me come due calamite, non ridono: sono scuri, bui ed impauriti, e paiono solo dire: “Ti prego, fammi capire che starai zitta, che non dirai a nessuno di avermi visto qua, in queste condizioni.”

Io gli sorrido di rimando, per fargli intendere che non ho nessuna intenzione di violare un segreto, di cui, del resto, non mi importa granché.

Figuriamoci se lei darà mai soddisfazione a qualcosa, professore.” celio.

Lui china il capo, con un cenno di assenso che invero è puro e semplice sollievo.

Segue un saluto frettoloso. Vedo di sfuggita, mentre imbocco una nuova giravolta di scale, la signora Ludovica che gli prende la mano, come farebbe per un nipotino testardo, e lui, cui crollano improvvisamente le spalle e il profilo diventa ancor più affilato, che si afferra a a braccio della moglie, come fosse una boa cui aggrapparsi, in mezzo ad un gran mare in tempesta. Lo immagino percorrere il corridoio lento, passo dopo passo, lui abituato ai suoi corteggi infiniti di assistenti, dottorandi, studenti e studentesse che scodinzolano e sgomitano per meritarsi un blando cenno di riconoscimento. So quanto le ama, quelle teorie di famigli che lo seguono per ogni dove e che lui pretende di avere sempre attorno perché devono fargli compagnia e al tempo stesso servire da monito ai colleghi e da perenne promemoria che lui può tutto ciò che vuole. Ma lì dentro, adesso che si sente solo ed è fragile, non si può far seguire da quel nugolo di gente che normalmente usa come barriera, come schermo fra sé e il mondo e come continua conferma di ciò che è e possiede. Non possono essere lì perché lo vedrebbero senza forza, impaurito, basito di fronte al male, titubante: insomma, umano. Non si può mostrare loro debole, o li perderebbe per sempre, perché è la sua forza che li tiene attorno a lui.

Il potere dà tante cose, sì, ma non ti concede neppure un raffreddore.

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