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Propongo un Forse Day.
E mettiamo d’accordo tutti.
Aggiornamento: Scusatemi, stavolta al PD mi hanno battuto sul tempo.
Ma loro non volevano fare una battuta.

Napolitano: l’Europa parli con una sola voce.
Quella di Topo Gigio, ad esempio
Per morire in carcere Stefano Cucchi ci ha messo quattro giorni, Giuseppe Saladino quindici ore.
Non credevo che intendessero questo, quando parlavano di ridurre le lungaggini per gli imputati.

Chiudete gli occhi, e fate un piccolo sforzo di immaginazione.
Siamo a Gerusalemme, attorno al 33 d.C.
Dal balcone del suo palazzo Caio Sempronio Ioannardus guarda le strade della città. E’ quasi sera, il sole tramonta, uno schiavo silenzioso gli versa nella coppa un po’ di vino, prima della cena e lui la prende in mano, tenendola fra le dita ben pasciute.
La città formicola di vita, perché ha da poco visto da vicino la morte: ci sono state tre crocifissioni, al pomeriggio, sul Golgota; due ladroni e un esaltato mitomane, che, gli ha spiegato Pilato, il suo amico Procuratore, si credeva ed era creduto dai suoi il Re dei Giudei.
Che palle, ’sti giudei, pensa Ioannardus: hanno una fissa per la loro religione, e per il loro Dio, e quando poi si convincono che stia arrivando il loro messia, non li si tiene più in nessuna maniera. Quella terra, poi, di aspiranti messia ne produce con una certa frequenza: tutti pezzenti con qualche velleità di far la rivoluzione, mandare via da lì i Romani, et similia. Chissà perché si scaldano tanto, poi, si domanda, attorno a ’sta faccenda del Messia: deve essere il caldo e il clima, deduce, pensando alle verdi e placide colline attorno alla sua Bononia, dove la vita è dolce e il cibo buono. Mangiassero meglio e non avessero quel caldo torrido ed il deserto attorno ad assediarli, non starebbero a perder tempo con queste cazzate, i beduini: i Messia, le promesse del loro Jahvè, vai a sapere che altro ancora. Avrebbero accettato, come gli altri popoli, volentieri il giogo di Roma, che Iovannardus conosce così bene perché ne fa parte e all’ombra del quale prospera. In quale altro impero lui, che non ha il fisico per la dura vita del militare, né la sottigliezza dialettica o l’intelligenza acuta per il potere vero, potrebbe infrattarsi in un comodo impiego da burocrate, seppure occupato in faccende di secondo piano, ai confini del mondo?
Roma è una fede accomodante per chi la abbraccia: ti consente di fare ciò che vuoi purché tu non crei impacci. Non è un Ordine assoluto, è un ordine che fila liscio e così vuol continuare a filare. Se c’è un intoppo, lo si rimuove. Velocemente. Con la dovuta brutalità, se è il caso. Un impero è un impero, non un gioco da signorine; ma è così ben organizzato, poi, quell’impero, che le signorine al suo interno possono anche starci, e fingere di non vedere e non sapere: perché il lavoro bruto lo fanno gli altri, e ai burocrati come Iovannardus resta solo da minimizzare qualche danno troppo evidente, se mai a qualcuno viene la voglia di chiedere spiegazioni.
“Il Procuratore Pilato..” annuncia lo schiavo, con voce ovattata.
“Oh mio caro! – Sorride Iovannardus, vedendo entrare l’amico – Prendi anche tu un po’ di Falerno! Ma cos’hai? Il caldo? Sei pallido, ti vedo un po’ provato..”
Pilato si scosta la toga, l’aria gli manca: “Può essere. O i pensieri. Sai, delle volte, anche se sei abituato alle esecuzioni…oggi per esempio, con quell’Yoshoua ben Joseph…”
“Ah, il mitomane..”
“Sì, non c’è dubbio..però poveretta, la madre mi ha fatto una pena..in fondo condannarlo a morte già era tanto, ma poi lasciarlo riempire di botte, di frustate, consegnarlo così in balia di fanatici che gli han fatto di tutto perché sapevano che noi non saremmo intervenuti… forse avrei dovuto pensarci meglio. In fondo Roma è la legge, per tutti, e tutti si devono sentire garantiti da noi…”
Iovannardus sorride e gli porge una coppia di vino fresco.
“Pilato, ma che discorsi, dai…era un matto, frequentava gente ai margini, puttane, pezzenti, rivoluzionari…tipi del genere finiscono male per la vita che fanno, se l’è andata a cercare. Vorrai mica farti un processo te, adesso! Sono cose che capitano e la colpa è sua.”
Pilato appoggia le labbra e sorbe il vino. “Già.”
Essendo un racconto, non si fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Anche perché certi personaggi sono eterni e allignano in ogni epoca, purtroppo.
Ratzinger: “La Chiesa è dei poveri.”
Il solito vecchio trucco di intestare tutto a dei prestanome.
Anche su Spinoza

Dopo la sentenza Pollari, a Sigonella han sentito una risata d’un forte, ma d’un forte che mai.
Poi han capito che la risata arrivava da di là del mare, Tunisia, zona cimitero di Hammamet.
O forse era una pernacchia, sostengono alcuni.
State bene.
Inchino a baciamano alla padrona di casa.
Ghino la Ganga
In genere mi spaventano, o mi fanno incazzare. Stavolta invece, non so, mi hanno decisamente divertito. Alla notizia che a Strasburgo era stato accolto il ricorso di una famiglia italiana che chiedeva fosse tolto dall’aula della scuola pubblica il crocifisso, in quanto la sua presenza violava la laicità dello Stato, han perso il freno, sono caduti nel delirio incontrollato, uscendosene fuori con ragionamenti degni di Ionesco, o meglio, degne di un vecchi sketch di Totò e Peppino.
Alle arrampicate sugli specchi sono abituati da secolare consuetudine, perché ci vuole un talento notevole a difendere con le armi razionali ciò che razionale non è, e cioè una fede. Ma questo giro tutto l’esercizio non è servito a nulla: e se di solito nell’ammannirci le loro ragioni prendono cura di dar loro almeno una parvenza di logica ed evitare il ridicolo, stavolta no, han proprio sbroccato. A chi gli ha fatto notare che il re è nudo, non hanno trovato di meglio che gridare: “Sì, ma nudo è bello!”
Ha cominciato Vittorio Messori, il quale, quando gli dicono che dalle aule della scuola pubblica deve sparire il crocifisso, lui rilancia, dicendo che allora va tolta l’immagine di Napolitano. A parte il fatto che nelle aule scolastiche l’immagine di Napolitano non c’è, verrebbe da chiedersi se mai il Messori ci ha passato, da fanciullo, nelle suddette aule, un tempo acconcio, visto che alla sua veneranda età non pare aver ancora ben capito che lo Stato Italiano è diverso dal quello Vaticano, anche se negli ultimi tempi, gli va riconosciuto, per notare la differenza bisognava avere un occhio molto allenato.
Ha continuato Ignazio La Russa, che in tv, chiamato a parlare del 4 Novembre, sbotta invece in un eccesso d’ira ed esclama: “Non lo leveremo, il crocifisso! Possono morire!”. Non è chiaro bene chi: i giudici di Strasburgo? La famiglia che ha fatto ricorso? I laici tutti? E non è un tantinello violento, come augurio, soprattutto in bocca ad un ministro della Repubblica? O dobbiamo considerarlo solo un caso di intercalare folkloristico, perché le minacce serie sono esclusivamente quelle che si trovano su Facebook?
Non poteva mancare il buon Renato Farina, il quale, infervorato dall’ansia di difendere le radici cristiane, afferma: “Da quando è apparso sulla Terra l’uomo, non si può prescindere dalla domanda: ‘tu chi credi che io sia?’” * Peccato che la domanda sia posta da Cristo ai discepoli, e non quindi all’inizio dei tempi, ma in un preciso momento della sua vita: dal che si evince che il Renato sa un’ostrega di storia umana, ma marinava pure dottrina.
Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle dichiarazioni di Bersani, quelle per cui il crocifisso è una tradizione innocua. Anche il tresette, Pierlui’. Quindi che faccio? Appendo al muro un asso di coppe?
Non so se ci sia un giudice a Berlino.
Per ora ne abbiamo trovati sette a Strasburgo.
Solo gli irreprensibili possono rappresentare un popolo. (Mario Adinolfi).
Il blog di Mario Adinolfi si può leggere per tanti motivi, non ultimo quello di farsi una risata. Ma, lo confesso, io lo leggo principalmente perché, di tanto in tanto, il buon Marione ci regala di queste massime: delle vere perle, che purtroppo talora sfuggono, nel fluire della sua prosa, e rischiano di passare inosservate senza nemmeno finire ai porci, dimenticate tout court. Ne converrete, uno spreco.
C’è qualcosa di affascinante in questo ragazzone che da anni si presenta come il “nuovo che avanza” e ripropone ogni giorno, poi, con tignosa determinazione, idee, concetti e persino lessico stantio: è proprio un ggiovane dei nostri tempi, questo, il cui orizzonte di modernità si riduce all’educazione civica masticata con gli scout, e il suo essere blogger multimediale ed aggiornatissimo coincide con il postare frasi così vaghe ed indefinite che suonerebbero naif persino alle orecchie del più sprovveduto carbonaro ottocentesco.
Solo gli irreprensibili possono rappresentare un popolo. Concetto affascinante, lo ammetterete, che richiama però alla mente, più che la smagata democrazia laica, il Terrore di Robespierre e i comitati di Salute Pubblica. Chi saranno mai, questi irreprensibili? E come si certificherà la loro irreprensibilità? E poi irreprensibili rispetto a cosa? Ad una morale “pubblica” che nel nostro paese non è mai esistita? A una morale privata che in Italia è esistita ancor meno? O, come spiega lui stesso, al personalismo nella sua lezione cristiana, che ahimè non è ben chiaro cosa mai voglia dire di preciso neppure ai cristiani, di questi tempi, e quindi figuriamoci a chi cristiano non si sente per nulla? E poi non è cristiano, anzi ancor più cristiano, sapere che nessuno è mai in grado di scagliare la prima pietra, proprio perché di irreprensibilità ce n’è sempre stata pochissima, in giro?
Trovarli sarebbe davvero un bel problema, questi irreprensibili, insomma, anche ad andarli a cercare con lumicino nei banchi delle sacrestie. Ma poi, anche trovatili, sarebbe sempre aperto il problema della reale rappresentatività.
Anche ammesso che solo gli irreprensibili possano rappresentare un popolo in astratto, signor Adinolfi, suvvìa: a rappresentare un popolo come il nostro ce li vedrei adatti poco poco.

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.
Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?
È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.


Hanno lasciato detto qualcosa