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Per difendere l’etera Frine dalle accuse, il suo avvocato la fece spogliare in tribunale.

Per fortuna Feltri, per ora, si limita a descrivere delle cartelle cliniche.

Berlusconi: “In Italia l’informazione racconta tutto il contrario della realtà

La Canalis e Clooney, per esempio, non stanno davvero insieme.

Boffo è uno sciupafemmine.

Azz, ma allora anche Silvio guarda Voyager!

(Lo sapevo, io, che se le cose vanno male è perché Prodi è ancora Presidente del Consiglio!)

Il Premier giustamente furioso: non sopporta concorrenti nel ramo produzione fiction.

Spiazzati i cittadini: non sospettavano che in Italia ci fosse ancora una informazione.

Però chiariamolo una buona volta: quelle della stampa comunista sono perfide bugie. Quelle dei giornali di destra creative invenzioni.

Degasprostitute

Dedicato a Lector, perché la verità ha sempre diverse facce

A rispondere per le rime, secondo me, ci ha già pensato Lameduck. Ma siccome sono feminuccia anche io, e qui vien chiamato in causa l’intero genere, accusandoci non solo di intrinseca stronzaggine ma di pavidità, non mi so trattenere dall’entrare anch’io in argomento, e cercare di replicare alla polemica innescata da Paolo Barnard sul suo blog, sul “sesso ludico”.

Qualche giorno fa egli aveva cortesemente illuminato noi donzelle, notoriamente dure di comprendonio, che il motivo per cui gli uomini vanno a prostitute è semplice: perché le donne, tutte, sono, direbbe Moltalbano, grannissime strunze: cioè, in pratica, se la tirano da matti, e prima di accettare di andare a letto con un mister X appena conosciuto, in un bar o altrove, pretendono che costui faccia persino lo sforzo di corteggiarle, parlare loro, esercitare, insomma, qualche minimo atto di seduzione; se il tizio non supera questo esame alquanto superficiale, sono capacissime, queste streghe, di dirgli di no, pur dopo che il meschinello, magari, ha investito la bellezza di venti minuti del suo prezioso tempo, il costo di un drink o, nei casi peggiori, di una cena. Molto più facile quindi, per Paolo Barnard, andare a prostitute: con l’equivalente del costo della medesima cena, paghi e fai sesso a botta sicura, senza doverti nemmeno preoccupare, il giorno dopo, che la ragazza si offenda perché non l’hai richiamata.

Il dilagare della prostituzione, dunque, sentenzia senza ombra di dubbio Paolo Barnard, sta nella incapacità femminile di contemplare il “sesso ludico” fine a sé stesso. Il corollario del ragionamento è: donne, non siamo noi che siamo mostri, siete voi, brutte perfide, che non ci state, quindi non lamentatevi se noi poveri ometti lo cerchiamo per strada da signorine prezzolate: chi è causa del suo mal, pianga se stessa.

Confesso che, al di là del tono avvelenato della replica di Barnard, in questo ragionamento ci sono alcuni punti che non mi tornano. Faccio parte di una generazione di ragazze che con il sesso ha sempre avuto un rapporto diverso da quello delle madri e delle nonne (meglio: di alcune madri e alcune nonne, perché anche ai tempi delle nonne, vivaddio, mi risulta che se ne facesse parecchio di “ludico” e senza tanti problemi). Si può fare, spesso si fa, con gli stessi criteri con cui una volta lo facevano gli uomini. Conosco molte ragazze che non hanno alcun problema, ma proprio nessuno nessuno, ad andare a letto con qualcuno conosciuto venti minuti prima, e persino se non gli ha offerto nemmeno un cocktail; altre che fanno vita sociale per conoscere uomini sì, ma cercano una relazione più seria o persino il grande amore. Le donne, così come gli uomini, sono di tutte le specie: ci sono le mangiauomini, le santerelline che poi si rivelano tutt’altro, quelle che nascono con in testa l’idea di conquistarsi un anello, quelle che l’anello se lo ritrovano felicemente al dito senza averlo neppure troppo cercato, quelle che sono incapaci di star sole e quelle che da sole ci stanno benissimo; ci sono quelle che contemplano la possibilità del “sesso ludico” e quelle che vedono sempre ed esclusivamente il sesso come una appendice dell’amore, tanto che qualche volta, quando capita loro di farlo “ludicamente”, sentono poi il bisogno di fingersi innamorate, e quelle che usano il sesso come grimaldello per la scalata sociale, e come arma di ricatto.

Paolo Barnard ci accusa, tutte ed indiscriminatamente, di non saper fare sesso ludico. Io gli chiedo, di rimando: ma perché, è un obbligo sociale? Dove sta scritto? É la clausola di quale contratto? E se a me non andasse di farlo, per una sera o per tutta la vita, che dovrei fare, chiudermi in convento o mettermi un cartello al collo per avvertire i meschini eventualmente interessati?

Da come pone le cose Paolo Barnard sembra che per una donna rispondere alla avance, o meglio alla semplice richiesta di un uomo di fare sesso, sia una specie di obbligo: se gli si dice di no, infatti, il poverino ha un trauma da rifiuto. Eccheè, un sei politico? Non la vogliamo introdurre un po’ di legittima meritocrazia? Di selezione naturale? Darwin lo mandiamo al diavolo proprio nel suo bicentenario? Su cento approcci al bar (o in ufficio, le fotocopiatrici sono notoriamente galeotte), una decina, statisticamente, in condizioni normali, vanno a buon fine; gli altri li si deve archiviare come cose che fan parte del gioco: se a poker venissero sempre in mano a tutti le scale reali le partite sarebbero noiosette.

Paolo Barnard s’incazza, uh se s’incazza, però, perché noi donne ce l’abbiamo con chi va con le prostitute, li trattiamo come dei malati. Be’, caro Paolo, chiariamo: per me tu sei liberissimo di andarci, quando vuoi e quanto vuoi. Dal punto di vista morale, non è la prostituzione a infastidirmi, ma lo sfruttamento: mi fa fastidio la prostituzione come mi dan fastidio i minorenni costretti a cucir palloni: per cui, per evitare di dar soldi a chi sfrutta, evito di comprar certi palloni ed eviterei di andare a mignotte.

Ma dal tono del tuo articolo, chi lo avverte come un problema e si sente “sporco” a farlo mi sembri tu. Tu non ti lagni di dover andare a prostitute, ti lagni perché non ci vorresti andare e sei “costretto”; ma la “costrizione” nasce dal fatto che una donna disposta a venire a letto con te senza esser pagata dici di non riuscire a trovarla, e tu questa cosa la vivi male, si sente: il primo ad essere conscio che la prostituta è solo un rimpiazzo di qualcosa d’altro che si vorrebbe ma non si riesce ad avere sei tu. Il problema tuo, e di tutti gli uomini nelle tue identiche condizioni (quindi non di tutti i clienti delle prostitute, solo di una fetta), direi, è questo: voi non state cercando “sesso ludico” con chiunque capiti e basta, sennò in ogni bar potreste raccattare conquiste a iosa: state cercando una donna che vi piaccia e che sia disposta a fare “sesso ludico” con voi; ma se quella che vi piace e avreste scelto vi rifila un legittimo due di picche (perché magari non piacete a lei, o non ha voglia di “sesso ludico” e basta, la signora) vi sentite frustrati e la considerate perfida, quindi ne scegliete per strada una che vi piace, e che, dal momento che la pagate, non vi può dire di no.

Se non trovi proprio mai una donna che ti dica di sì senza esborso di tariffa, chi deve lavorare su se stesso per capirne le cause sei tu. Da qualche parte forse commetti degli errori, anche se dove non saprei. Forse non sai gestire bene l’approccio, forse sei irrimediabilmente attratto dal tipo di donne sbagliato (per esempio, invece di provarci, in una sala, con le donne che evidentemente hanno una gran voglia di fare “sesso ludico” con chiunque, quelle le scarti perché le consideri automaticamente “poco serie” e ti incaponisci magari a fare il filo a quelle che al “sesso ludico” non ci pensano proprio, ma cercano amore o una sistemazione acconcia per la vita.). Forse, più semplicemente, non stai cercando “sesso ludico” e basta neppure tu, ma una donna che, fosse solo per il tempo di una scopata, ti confermi che sei un uomo meraviglioso.

Le streghe esistono, siamo d’accordo: ma neanche nelle fiabe i protagonisti incontrano sempre e solo quelle, dai.

caviale

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (al post ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:


Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

F.Guccini, L’Avvelenata.

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (cui ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:

Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

Il mio post di qualche giorno fa sulla scuola ha suscitato un sacco di commenti, ed anche delle vivaci polemiche. Fra quanti hanno scritto, credo però che una risposta un po’ più articolata di quella che gli ho potuto dare per limiti di spazio meriti Vaal, il quale, nonostante qualche gratuita offesa nei miei confronti sul suo blog,  pone una serie di interrogativi precisi, e fa anche una serie di affermazioni, per sostenere i suoi punti di vista, su cui non concordo un accidente, per cui gli ribatto con post apposito, punto per punto.

Vaal comincia con farmi notare una mia supposta mancanza: Perché la scuola ha smesso di insegnare? A quanto pare la colpa è della “società”. Domanda, dunque: perché la colpa è della società? Perché la scuola è influenzata dalla società, e perché lo è negativamente?-(quel che voglio dire è che mi sembra che tu non colga il punto, ovvero la motivazione sottesa).

In realtà a me il punto pare di averlo colto pienamente: la scuola è influenzata dalla società per forza di cose. Anzi, in realtà, Vaal, è ben più che influenzata dalla società: è completamente creata da essa: il fine dell’istruzione, infatti, è formare per la società le generazioni future. La scuola, quindi, passa quei saperi che la società ritiene necessari per la sua perpetuazione e per il suo sviluppo. Se la società ha bisogno esclusivo di carpentieri, la scuola insegnerà carpenteria, e la società farà capire ai ragazzi, lodando ad ogni piè sospinto i carpentieri, che diventare dei bravi carpentieri è ciò che ci si aspetta da loro se vogliono essere persone di successo. Ora, non si può costruire una società in cui viene premiata costantemente la velina decerebrata, la escort, l’arruffapopoli, il raccomandato, il maneggione, il ladro, il furbetto del quartierino ignorante come una zucca e poi pretendere che la scuola non risenta di questi modelli. Paradossalmente soffrono di più della crisi quelle scuole che non li fanno propri: se io imposto la mia scuola come un’isola felice in cui vige la più spietata meritocrazia, ma poi ho attorno una società in cui questa meritocrazia non vale una cippa (come la nostra attuale in Italia), saranno i miei alunni a soffrire di più: perché avranno investito moltissimo, in termini di tempo e di energie, e, una volta usciti, si troveranno messi in un canto da emerite nullità. Uno delle cause delle “fughe di cervelli” dall’Italia è proprio questa: scappano quei giovani che hanno avuto una buona formazione dalla scuola, ma che la società rifiuta perché così  preparati non rispondono agli standard sociali vincenti.

Inoltre c’è anche un po’ di confusione: ininspiegabilmente in un tuo commento sembri rimangiarti un bel po’ di roba e dire “beh no in america è peggio qui in fondo escono bravi diplomati” [qui ci sarebbe da notare che, giacché la quasi totalità degli studenti frequenti scuole pubbliche, è NORMALE che escano anche persone brave, ogni tanto, e che raramente ci siano persone bravissime. Il punto è: quante persone brave sarebbero uscite dalla scuola privata? Alcuni casi "ai margini" {e cioè non bravi ma non così cattivi} nelle scuole pubbliche si sarebbero comportati meglio nelle scuole private? Queste domande vengono completamente ignorate])

No, Vaal, non è confusione: rispetto ai livelli di qualche anno fa la scuola italiana è peggiorata: le giovani generazioni hanno meno capacità mnemonica e di concentrazione e, obiettivamente, sanno meno cose di quante ne sapevano i loro coetanei di qualche anno fa. Questo è un dato di fatto. Altro dato di fatto incontrovertibile è che, però, la situazione generale della scuola italiana non è peggiore di altre in Europa ed in America: se si comparano, ad esempio, i risultati di apprendimento fra gli alunni della stessa età frequentanti le scuole pubbliche americane e quelle pubbliche italiane ci si rende conto che gli alunni italiani sono molto più preparati; il liceo pubblico in Italia fornisce una preparazione media molto buona, tanto è vero che spesso i ragazzi che vanno poi a studiare negli Stati Uniti si rendono conto che alcune lezioni del loro liceo là sono ritenute di livello universitario. In America per avere una preparazione equivalente bisogna per forza entrare in una buona scuola privata, qui l’abbiamo gratis e a disposizione di tutti.

qui ci sarebbe da notare che, giacché la quasi totalità degli studenti frequenti scuole pubbliche, è NORMALE che escano anche persone brave, ogni tanto, e che raramente ci siano persone bravissime. Il punto è: quante persone brave sarebbero uscite dalla scuola privata? Alcuni casi “ai margini” {e cioè non bravi ma non così cattivi} nelle scuole pubbliche si sarebbero comportati meglio nelle scuole private? Queste domande vengono completamente ignorate])

In realtà il tuo ragionamento zoppica: se è normale che escano persone brave dalla scuola pubblica per puro accidente statistico, allora è normale che escano persone brave, per puro accidente statistico, anche dalle private: cioè, in pratica, i “bravi” sono bravi qualsiasi scuola frequentino (Mia madre, vecchia insegnante, dice sempre, scherzando: nonostante la scuola, i professori, i presidi, i genitori, alcuni ragazzini imparano comunque!)

Perché tu avessi ragione bisognerebbe dimostrare che tutti coloro (bravi e non bravi) che escono dalla scuola privata hanno sempre una preparazione migliore di quelli che escono dalla scuola pubblica, cosa che non accade, e per dimostrarlo basta guardare i risultati, ad esempio, delle prove di ammissione alle facoltà universitarie: quando si testa la cultura e la preparazione generale, si vede che non c’è nessun sensibile scarto fra chi ha frequentato la scuola pubblica e la privata.

Tu mi dirai: gli alunni delle scuola private sono meno e prendono voti più alti. Può essere (ma anche qui, mancando un criterio di valutazione generale, i voti sono poco indicativi); però dimentichi un dato fondamentale: chi accede alla scuola privata di solito ha alle spalle una famiglia con reddito e cultura più alta, il che automaticamente favorisce il ragazzo negli studi; inoltre è inserito in classi dove non ci sono casi particolarmente problematici (non solo stranieri, ma anche ragazzini con handicap o disturbi comportamentali).Ciò rende automaticamente più facile svolgere i programmi nei tempi stabiliti, fare approfondimenti etc. C’è da aggiungere che la scuola privata ha mezzi che la pubblica spesso non ha: un conto è poter avere a disposizione una struttura con personale docente praticamente fisso di anno in anno, aule informatiche efficienti, palestre, piscina, possibilità di offrire il doposcuola e i corsi di recupero (a pagamento) con assistenza spesso personalizzata agli alunni, e un altro aver a che fare con edifici fatiscenti, computer che si rompono una volta su due, impossibilità di organizzare corsi di recupero per mancanza di fondi, personale che cambia non solo di anno in anno ma di mese in mese. Per la mia esperienza personale posso assicurarti che quando nelle scuola pubbliche la struttura è in buone condizioni, il rendimento è ottimo.

Qual è la soluzione? Il privato, il privato, il privato: l’unico modo per creare delle scuole altamente competitive che abbiano la massima intenzione a portare i suoi alunni verso il lavoro in modo da aumentare la sua reputazione (clientela), facendo studiare materie UTILI e non arbitrariamente segnalate come tali da ministri dell’istruzione varii.

Il privato, il privato, il privato è una soluzione parziale ed adatta solo ad una fascia di popolazione borghese, quella di cui, assai probabilmente, sia tu che io, Vaal, facciamo parte. Quella che abita in centro città o nella prima periferia, automunita, che ha un reddito discreto e figli di intelligenza media e salute fisica e mentale nella norma. Trovamelo tu un imprenditore privato che vada a fondare una scuola in un quartiere operaio o disagiato della periferia, dove le famiglie non possono pagare una retta. Certo, tu mi dirai, quelli bravi potranno andare nelle scuole del centro. Dopo essersi alzati alle quattro della mattina per prendere un bus scalcagnato, e arrivare a scuola già pieni di sonno, come accadeva ai ragazzi di Barbiana, che venivano presi per stupidi perché crollavano sul banco? E li prenderanno, nelle scuole del centro, quando li vedranno provenire dalle elementari o dagli asili della suburra? E l’imprenditore privato che gestisce la scuola accetterà il ragazzino disabile, autistico, dislessico, che richiede un surplus di spesa per venire seguito? E gli stranieri? Questi chi li segue?

Quanto alle materie “utili”..e chi decide quali siano “utili”? Il mercato? Peccato che la scuola la scelgo oggi, e magari fra cinque anni, quando esco, il mercato richieda magari già altre competenze, e le materie che ho studiato potrebbero essere obsolete. Peccato che magari le materie “inutili” possono rivelarsi inaspettatamente utilissime: il greco e il latino affinano la logica, la storia aiuta a capire i rapporti di causa ed effetto…Carlo Azeglio Ciampi, governatore per anni della Banca d’Italia, è laureato in lettere classiche, non in economia; io stessa, laureata in Storia Greca, ho studiato una materia inutilissima, secondo i più. Il fatto è che il compito dell’istruzione non dovrebbe essere quello di insegnare una materia, ma un metodo di studio: formare un individuo ragionante, insomma, non un prodotto da porre sul mercato: gli esseri umani, per fortuna, non sono bulloni. E questo non è un discorso da filantropo o politico dell’ultima ora: tu stesso, caro Vaal, sei probabilmente il frutto di un sacco di cose “inutili” che hai imparato, a scuola o per conto tuo. Neghi agli altri quello che ha formato te?

Sull’abolizione del valore legale del pezzo di carta, potremmo anche essere d’accordo (almeno per le Università), purché, però, contestualmente venga costruito allora un serio metodo di valutazione degli istituti su scala nazionale e si garantisca la possibilità reale da parte di chiunque di accedere alle scuole migliori: il che non vuol dire solo borse di studio per pagare le eventuali rette, ma anche per gli affitti e le sistemazioni fuori sede (se la scuola migliore è a Roma e io sto a Trento, anche se posso iscrivermi gratuitamente alla scuola devo pur sempre trovare i soldi per prender casa lì). Altrimenti ricadiamo sempre nel solito problema che solo chi ha una famiglia agiata si potrà permettere studi qualificati. Il che, detto tra noi, non è solo ingiusto dal punto di vista morale (personalmente il problema morale, in questo caso, è secondario), ma è in primis uno spreco di intelligenza che non ci possiamo permettere: se uno ha la testa per fare lo scienziato biochimico ma viene istruito al massimo per diventare operaio alla pressa non è solo un guaio per lui, è tutto il Paese che ha perso una irripetibile occasione!

Ovviamente è sottointeso che l’obbligo di frequentare la scuola fino al tot di anni è una delle merdate più grandi mai pensate dall’essere umano (anche se quest’idea è così poco diffusa, ma non capisco perché)

Te lo spiego io, perché: perché mia nonna, che pure aveva una gran voglia di imparare e una gran testa, ma era di famiglia modesta, non appena ha fatto la quinta elementare (allora quella era la soglia dell’obbligo) l’hanno mandata a lavorare, e non ha potuto studiare più. Tu ed io veniamo fuori da famiglie che comunque ci avrebbero tenuti a scuola almeno fino al diploma, ma se non vi fosse l’obbligo di restare comunque a scuola fino ai 14/16 anni molti ragazzini, anche bravi, finirebbero in fabbrica a 11, 12, 14. Succede già adesso, che l’obbligo di legge c’è, figuriamoci se fosse abolito. Già qui nel nordest, alle volte, a me tocca smadonnare con genitori che vorrebbero mandare in fabbrica dopo le medie ragazzini che invece meritano una istruzione superiore, solo perché cussì el ciapa lo stipendio. E siamo in una delle parti più ricche del paese!

Vaal, non pensare che il mondo sia per tutti uguale a quella porzione che conosci e frequenti tu. Applica quello che proponi in Italia e, per come siamo combinati, non avrai una scuola migliore, avrai soltanto una società più chiusa, divisa in rigide caste, in cui chi è ricco ha ancora più opportunità e chi non lo è non ha più nemmeno una labile speranza. Non è il buonismo a farmi parlare così, ma il buon senso: di intelligenza ne abbiamo già sprecata tanta, cerchiamo di coltivare almeno quella poca che ci resta.

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disputa dei dottori pinturicchio

Dato che è Ferragosto e quindi non mi legge nessuno, posso prendermi la briga di intervenire, con un post mattonazzo, nella polemica filosofica fra Vito Mancuso, Adriano Sofri ed il nostro sempre amato papa Ratzinger, il quale, in un discorso di alcuni giorni fa, ha equiparato nichilismo a nazismo, lasciando intendere, come fa di solito, che chi non si prosterna davanti ad un altare non è solo un bieco illuminista, ma un tizio che, sotto sotto, è pronto a costruire campi di sterminio o gulag, perché questa è la china su cui necessariamente sono portati a scivolare i senza Dio. Vito Mancuso, nel rispondere ad un Sofri che giustamente si scandalizzava, rincara, se possibile, la dose e chiarisce: non solo il nichilismo spinge necessariamente chi vi aderisce a far le peggio cose, ma gli atei si rassegnino: il vero umanesimo è solo quello che si sposa con la Fede; l’altro, quello degli atei, è una patacca.

Ora, io non son filosofa e tengo anche un caratterino che lévati, per cui, a sangue, quando sento codesti signori che in pratica mi danno della aspirante nazista solo perché non vado a baciar banchi nelle loro cattedrali, la mia prima reazione, confesso, sarebbe di mandarli affanculo senza tante sottigliezze, sbottando in un: “Nazista vallo a dire a tua nonna!” (Peraltro, nel caso di Papa Ratzinger c’è pure il rischio che c’indovinerei..). Ma da razionalista educata – sono una bieca illuminista molto bon ton – tento invece di rispondere usando ciò in cui credo, cioè la ragione, appunto.

Vito Mancuso comincia col dare una definizione di nichilismo:Definisco nichilismo la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia, dalla quale consegue la negazione di un punto fermo a cui il singolo debba sottomettere il suo agire e prima ancora il suo pensare.

Ok, ci siamo, la definizione mi sta bene, e, stando a questo, io sono una nichilista fatta e finita. C’è però un però, e non è un però da poco. Quella di Mancuso e di tutti coloro che lo seguono – o nel caso di Ratzinger, lo precedono – è una definizione formalmente corretta, ma, come si può ben vedere, unicamente descrittiva: spiega cioè cos’è un nichilista, ma dimentica un dato fondamentale, e cioè perché lo è diventato. Non affronta infatti quello che è il nucleo fondante dell’ateismo (e anche dell’agnosticismo), cioè il processo che porta l’ateo, ad un certo punto, a rinnegare la fede in Dio e scegliere un’altra strada. Se la fede può germogliare in modo spontaneo ed acritico – è un sentire pre-razionale, e questo lo ammettono gli stessi credenti, anzi, se ne vantano – l’ateismo o l’agnosticismo no: sono scelte che maturano con il tempo sulla base di un processo razionale, più o meno profondo e doloroso. Hanno ragione i credenti quando dicono che nessuno, probabilmente, nasce ateo: atei o agnostici, infatti, si diventa solo dopo che si è imparato ad usare il raziocinio. Il credente può essere giustamente definito come qualcuno che crede in un fondamento razionale nella storia e ritiene ci sia un punto fermo (Dio) a cui deve sottomettere il suo agire ed il suo pensare. Non è necessario, per descriverlo, aggiungere altro, perché questa sua fede germoglia da una convinzione che non è razionale, ma intuitiva: uno è credente perché crede.

L’ateo no. L’ateo e l’agnostico non credono ad un fondamento razionale nella storia perché l’hanno cercato razionalmente, magari anche con una tenace determinazione, ma non l’hanno trovato, per cui, proprio perché razionali, devono altrettanto razionalmente concludere che o questo benedetto principio non c’è proprio o, per ora, non vi sono prove sufficienti per ipotizzare che vi sia, quindi, a lume di razionalità, bisogna sospendere il giudizio. Il nichilismo non è una fede, è la conseguenza di un ragionamento scaturito dall’osservazione dei fenomeni naturali: una teoria sull’essere che viene formulata a partire dalle regole del metodo scientifico galileiano e tenendo conto del rasoio di Occam.

In realtà il problema del nichilismo, semmai, è che, molto spesso, non è per nulla nichilista: crede fermamente infatti nel metodo razionale come unico approccio possibile per rapportarsi con il mondo, e dato che in base a questo approccio razionale non trova prove certe dell’esistenza di Dio o di Valori Eterni a Lui correlati, li mette in dubbio o li rifiuta. Rifiuta anche, proprio perché non trova certezze nemmeno di questo, di considerare la Ragione come qualcosa di assoluto: la sa debole e limitata, per cui si fida di lei, ma sempre con cautela, e verificando i nessi logici passo a passo. Diciamo che il nichilista ha con la Ragione lo stesso rapporto che il democratico intelligente ha con la Democrazia: sa che ha delle falle come sistema, ma si affida ad essa perché, per ora, non riesce a trovare niente di meglio.

Ora, se accettiamo di definire questa roba che ho descritto come “nichilismo”(“razionalismo”, anche molto bieco, in realtà mi piacerebbe di più), mi pare che gran parte delle cannonate di Mancuso cadano immediatamente nel vuoto. Un umanesimo ateo o agnostico è possibilissimo, anzi, direi che l’umanesimo in sé coincide perfettamente con una visione “nichilista”, in questo senso dell’accezione: se l’umanesimo consiste nel porre l’uomo e la sua ragione al centro, il “nichilismo” è il suo frutto più naturale, mentre, semmai, è più difficile farci rientrare la Fede, che, per sua natura, mette l’Uomo in un canto, subordinandolo ad un Dio ed alle sue parole rivelate.

Altrettanto difficile e soprattutto scorretto è fare, come s’è fatto e si continua da parte dei credenti, di tutta l’erba un fascio, mischiando insieme razionalismo, individualismo, comunismo, nazismo e qualsiasi altro ismo si sia macchiato di crimini contro l’umanità, ed addebitando tutto al “nichilismo”, con il bel risultato che il nichilismo diventa responsabile di ogni disastro presente e futuro, dai campi di sterminio alle code sulla Salerno-Reggio Calabria.

Il Comunismo, per esempio, può essere ateo, ma nichilista no: costruisce infatti un sistema di valori forti cui bisogna uniformarsi, ha la graniticità di una fede, come tutti i sistemi hegeliani: il dubbio nichilista non trova posto nella sua costruzione ideologica, e infatti i nichilisti, ai tempi dell’Urss, finivano in Siberia. Il Nazismo, a ben vedere, non è neppure ateo, semmai paganeggiante e spiritistico: Hitler si considerava una sorta di messia inviato da Dio e tutta l’etica nazista è intrisa di richiami allo Spirito e infarcita di pratiche esoteriche e deliri irrazionali alla Madame Blawatsky. Quanto al resto degli esempi portati da Mancuso a dimostrazione che l’etica “nichilista” non porta a nulla, mi vien da ridere: non c’è nulla di nichilista nelle escort di Villa Certosa (e infatti Berlusconi si proclama un credente), né è una deriva nichilista se quest’anno un fracco di gente muore andando per boschi (più che di nichilismo mi pare si possa parlare di avventatezza, al massimo di sfiga…), e le bimbe che giocano su internet ad un videogioco che insegna a diventar veline non sono nichiliste, ma semplicemente stupidine (del resto, quando poi si vanno a leggere le interviste rilasciate dalle aspiranti vallettine si scopre che han tutte valori saldissimi e tradizionali: bramano matrimonio, figli, famiglia e credono fermamente in Dio).

Quando si dice, come dice Mancuso, che la Ragione da sola non basta a risolvere i mali del mondo, si dice un’ovvietà; peraltro si accusa la Ragione di non aver assolto ad un compito che mai si era presa e mai aveva promesso di portare a termine. La Ragione è per sua natura ragionevole: sa di non essere una bacchetta magica in grado di raddrizzare tutte le storture. E il nichilista razionale, chiamiamolo così, è conscio di ciò, oppure è solo un fanatico o un cretino (spesso le due cose vanno a braccetto) e non è più nemmeno tanto nichilista: trasforma infatti la Ragione in un assoluto, pertanto in qualcosa di assai affine ad una divinità; dunque, in pratica, ammanta la Ragione di caratteri irrazionali. Il compito che la Ragione e i razionalisti si pongono non è quello di trasformare la terra in un posto perfetto, ma di renderla un luogo un po’ meno schifoso con gli strumenti che, da esseri umani, si ritrovano a poter usare, cioè il cervello ed il buon senso. I quali escludono, a priori, i campi di sterminio nazisti, i gulag, le costrizioni violente esercitate sugli individui che non la pensano come noi, e gran parte di quei comportamenti idioti che Mancuso stigmatizza come frutto obbligato del “nichilismo”.

Quindi, professor Mancuso, mi perdoni, ma l’accusa di esser sulla china per diventar nazista perché non credo in Dio, se la può riprender tutta, assieme a quella di non poter essere una vera “umanista” in quanto agnostica. Lei è convinto che si possano amare gli essere umani veramente solo se li si crede un riflesso di Dio e pedine di un Suo Progetto; io penso che li si possa amare e difendere per quello che sono, per quanto imperfetti e a volte addirittura irritanti, e anche se un domani si dovesse scoprire che Dio nemmeno esiste ed il Progetto non c’è. Se non è vero “umanesimo” questo, abbia la cortesia di spiegarmi cos’è.

velina santa

Certi labirinti mentali mi affascinano: c’è qualcosa di attraente, infatti, nel seguire i ghirigori di un pensiero che, convinto di essere tagliente e diretto, si incarta in meandri sempre più arzigogolati. In questi ultimi due giorni sul mio blog ha postato diversi commenti un lettore, Frz40, con cui prima non avevo mai avuto occasione di dialogare. La polemica è partita dal post L’educazione televisiva, in cui Frz40 (in cui il 40 deve essere la data di nascita, e non l’età, da quanto capisco) aveva scritto un primo commento molto lungo e circostanziato: secondo lui il mio attribuire parte della “colpa” dell’attuale stato dell’Italia ai modelli che per anni la televisione berlusconiana ha proposto con i suoi programmi era, in buona sostanza, un modo comodo per chi è di sinistra di evitare di far autocritica sulla proprie responsabilità, perché se noi trenta/quarantenni abbiamo aderito a quei modelli è solo ed esclusivamente un nostro demerito. Per giustificare ciò Frz40 spiegava che le sue figlie sono venute su benissimo, e sono del tutto immuni da ogni deriva velinesca, nonostante egli abbia sempre fatto vedere loro le tv di Silvio.

In una mia lunga ed altrettanto circostanziata risposta avevo cercato di spiegargli che, in realtà, egli aveva in parte frainteso il senso del mio post (per carità, non mi sarò spiegata io bene, eh!): la mia non era tanto una accusa nei confronti di Berlusconi, ma una presa di coscienza che ormai, dopo anni di esposizione ai modelli che le tv di Berlusconi hanno proposto come vincenti –non inventato, per carità, ma amplificato con la loro capacità di impatto sì-, la mia generazione è profondamente “berlusconizzata” nel profondo, e questo rende impossibile, alle volte, togliersi di dosso alcuni automatismi del pensiero che noi sentiamo come “naturali”, mentre in realtà li abbiamo assorbiti in modo inconscio, attraverso il bombardamento televisivo cui siamo stati sottoposti fin dalla più tenera età.

La posizione di Frz40, invece, pare negare del tutto questa possibilità: dal suo commento si evince che egli non crede che ai ragazzi e men che meno agli adulti si possano imporre modelli dall’esterno, grazie solo al peso della pressione sociale: se ragazzi ed adulti accettano quel modello è perché decidono di farlo, o perché ne sono convinti o perché, se minorenni, le famiglie non hanno dato loro una “educazione di base” così forte dal renderli impermeabili alle influenze negative esterne; insomma, per semplificare: il berlusconismo non esiste, ma se esistesse la colpa sarebbe di quelle pappemolli, consenzienti, che si fanno infinocchiare da Berlusconi.

Questa idea ha ispirato il mio secondo post Le tette di Tinì Cansino e i paradossi della democrazia, in cui appunto mi ponevo il problema se l’idea espressa da Frz40 fosse condivisibile: è vero, infatti, che molto spesso i modelli proposti sono apparentemente accettati in maniera consenziente dal pubblico, ma, mi chiedevo io, è davvero libera la scelta di aderire ad un modello se, fin dall’infanzia, tutti i mezzi di comunicazione e la società nel suo complesso gli hanno inculcato in maniera conscia ed inconscia che quello e solo quello è il modello da seguire?

Ora è chiaro che, arrivati a questo punto, non stiamo più discutendo di Berlusconi o del berlusconismo, ma il discorso si è spostato su qualcosa di un pochino più generale, ovvero quali siano, in pratica, i limiti della libertà di scelta nell’essere umano.

Quando si affronta un tema del genere, persino se non si è un filosofo ma una semplice blogger, è ovvio che si deve usare un linguaggio un pochino più preciso – non solo più colto, proprio più tecnico- per evitare di dire sfondoni; e ci si augura e si dà anche in parte per scontato che l’interlocutore che ha suscitato il dibattito farà altrettanto: il che non vuol dire che non si possa ancora scherzare e far battute, ma che, quando si risponde, l’argomentazione si basi su contestazioni nel merito, e non si rifugi in una semplice infilata di luoghi comuni.

Che cosa invece mi scrive Frz40? Per prima cosa si lamenta, con tono querulo, del fatto che il mio secondo post sia incomprensibile. Per farlo, però, non lo dice così: con tono mesto, anzi, finge di scusarsi per non aver capito, a tutta prima, cosa volessi sostenere: 1357 parole sono state necessarie per scrivere questo bel post, o meglio, questo bel saggio. Per la verità, nonostante il raffinato e forbito uso del linguaggio, ad una prima lettura non ci avevo capito molto. Notate le finezza: mi conta le parole, come a sottolineare che ho splafonato fuor del lecito, poi fa diventare la parola “saggio” quasi una raffinata forma di insulto: come blogger non vali un beneamato, sottintende, perché non scrivi dei post, ma dei pallosissimi manualetti di filosofia, in cui, nonostante tu sappia usare bene l’italiano, non ci si capisce una cippa. Chi si lascia scappare di penna una frase così sottilmente insultante è un vecchio volpone, e non c’entra se il 40 del nick sia o no la data di nascita. Ma la commedia della finta insipienza continua (sempre contando le parole): mi ringrazia dunque con fare commosso di avergli insegnato una nuova parola, aporia, che, fa capire, è una roba tanto strana che possono usare solo degli intellettuali avulsi dalla realtà, lontani dal popolo ed incapaci di parlare, come invece sa far lui, alla gente. Peccato che, per rinfacciarmi l’uso del termine, lui lo traslitteri in greco, cosa che io manco mi sogno dal fare: il che mi fa sospettare, e con ragione, che la suddetta parola tanto intellettuale non l’abbia sentita affatto per la prima volta da me e ciò gli abbia procurato lo spaesamento che affetta, ma l’abbia imparata fra i banchi di un buon liceo classico e sappia benissimo cosa vuol dire. Ma accusare me di essere una intellettuale con la puzza sotto il naso e dedita a questioni di lana caprina che nessuno capisce è molto più facile che argomentare nello specifico.

Anche perché, quando prova a farlo, va detto che i risultati non sono esaltanti: Frz40 si intorcola in un discorso che, in realtà, non si capisce bene dove voglia andare a parare: l’individuo non può scegliere se gli piace la cioccolata se non ha mai avuto la possibilità di assaggiarla, o neppure sa che la cioccolata esiste. La società dovrebbe dargli la possibilità di conoscere la cioccolata ma la società è formata da individui che non conoscono la cioccolata. Un vero dilemma! E pensare che esistono altre società dove la cioccolata la conoscono bene. E forse anche in questa società c’è chi la conosce ma vuol tenerla tutta per sé e ci fa vedere solo le tette della Cansini.

Già, appunto, verrebbe da dire, e quindi? Il dilemma, al di fuori dell’ironia, è proprio questo: se io non so che la cioccolata esiste, non posso nemmeno decidere se mi piace (lo stesso discorso vale per le tette della Cansino, peraltro: se Frz40 non le avesse mai viste, non avrebbe neppure potuto apprezzarle mai).

Non venendo fuori dall’angolo dove si è incantonato da solo, Frz40 risolve la cosa buttandola sulla generica lamentazione che il tema di cui mi occupo è una fisima senza costrutto:Eh sì, sono questi i temi fondamentali del nostro tempo! Come si fa a non scriverne in modo così puntuale? Mica come quelli che scrivono post con titoli piú lunghi del contenuto, tanto per vedersi in vetrina, e credono che il blog sia un posto dove conti soltanto il il look, come in discoteca. O, come quelle che sentono la necessità di vestirsi sexy come una soubrette del Bagaglino per sedurre un uomo.

Ammirate la virata retorica: prima il dileggio verso l’argomento scelto da me, poi una generica accusa nei miei confronti di essere una moralista (di certo odio le discoteche, e sogno un mondo in cui i blogger e tutti non parlano che di argomenti culturalmente impegnati: insomma, sono una tediosa rompicoglioni), inoltre sono anche un po’ frustrata perché per cercarmi un uomo ho bisogno di vestirmi sexy (’sta cosa del vestito da soubrette deve essergli rimasta nel cuore, è la terza volta che la ricorda: A Frz40, ma nun è che te piacerebbe vedemme vestita così, eh?). Quindi, il crescendo rossiniano finale:

Per la carità, sul proprio blog ognuno può scrivere come vuole e cosa vuole, però da povero vecchietto mi vien da pensare:TAKE IT EASY, GALATEA! Altrimenti tu “ ragazza fantastica…i carina, simpatica, quando vuoi persino sexy, e poi alla mano, intelligente, spiritosa, piena di senso dell’umorismo, affidabile, dolce, per giunta neanche particolarmente rompipalle sulle cose su cui voi donne rompete sempre” (dal tuo post ”Psicologia Maschile”) passerai molto tempo ancora per capire perché gli uomini non ti filano. Viva le ZIZZE !!

Ecco, meno male che ci siamo arrivati: dunque, dal momento che io, non solo blogger ma soprattutto donna, mi azzardo a scrivere post che non trattano qualche cazzatina adatta al blog di una femmina (chessò, le collezioni moda autunno inverno, come farlo impazzire a letto e le ricette di cucina, ad esempio), è ovvio che sono una esagitata che dovrebbe darsi una calmatina. Altrimenti un uomo che mi sopporti, se mi ostino a voler pensare e scrivere su argomenti che sarebbe meglio lasciare ai maschietti, non lo troverò mai. Per fortuna che, dall’alto della sua pluriennale esperienza, il buon Frz40 mi dà una dritta: scollega il cervello, e scopri le tette, ragazza mia, che non saranno come quelle della Cansino, per carità, ma al mondo ci sono tanti uomini che si accontentano, purché tu non mi ostini a far capire loro che sai anche pensare.

Be’, caro Frz40, ti devo ringraziare per questa bella lezioncina. In effetti, considerato ciò che scrivi, la tua mentalità e la tua data di nascita, hai ragione: non si può attribuire all’educazione televisiva berlusconiana in toto lo stato pietoso di arretratezza in cui versa questo paese, il paternalismo un tanto al chilo sparso a piene mani, la mentalità maschilista diffusa, lo scarso rispetto verso la dignità femminile e l’inesistente stima verso l’intelligenza delle donne che si ritrovano in Italia. In effetti, leggendoti, è evidente che tutte queste cose erano ben diffuse ed allignavano anche prima di Silvio e delle sue tv.

Ah, dimenticavo: per completare l’opera, poi se l’è presa con Kay Rush. Sì, le donne intelligenti devono proprio mandarlo in crisi, neh.

 

fabiovolo

 

A Lameduck,

che ha analizzato la cosa meglio di me e per questo s’è beccata insulti nei commenti.

 

Non ho mai pensato che Fabio Volo fosse una delle cime del pensiero occidentale: mi riuscirebbe difficile credere che sia persino una collinetta. Seguendolo di tanto in tanto, penso che non si ritenga tale nemmeno lui. Ma l’altro giorno, nella sua trasmissione, quando un ascoltatore gli ha regalato gratis la definizione di “comunista”, il Volo ha assunto statura socratica.

Perché invece di cadere nella trappola del “Ti spiego”, ha usato la tecnica dello “Spiegami tu”. È la buona vecchia maieutica carognesca, tanto irritante, quando è fatta bene, che il suo inventore, Socrate, dagli Ateniesi riuscì a farsi condannare a morte.

A Fabio Volo è andata meglio, almeno per ora: all’ascoltatore che gli aveva appioppato l’epiteto ha semplicemente chiesto: “Ma per te comunista che vuol dire?” e gli ha lasciato aperto il microfono, attendendo risposta. Che non è venuta, se non sotto forma di pietosi balbettii. Al che il Volo, con magnanimità ancora più carognescamente socratica, ha replicato: “Tommy – si chiamava Tommy, l’ascoltatore – c’hai trentun anni, non puoi continuare a ripetere parole di cui non sai il significato, sennò vuol dire che te le hanno messe in testa, non che le pensi tu. Vieni in radio una mattina, che ci prendiamo un caffè, chiamo due amiche e se vuoi te ne faccio anche trombare una, così magari scopri che crediamo negli stessi sogni…” e con questa vagonata di melassa variegata al pecoreccio, atta ad affogare anche il nuotatore più esperto e riscuotere la simpatia trasversale che in Italia corona sempre chi dimostra di sapersi procurare visibilità mediatica e donne, ha chiuso la conversazione e la diatriba. Cioè si è comportato proprio come il buon Socrate, che prima ti faceva allegramente impiccare alle tue sicurezze, poi, quando t’eri ben arrotolato nel cappio e boccheggiavi, ti sorrideva benevolo, come uno che ti porge un salvagente per la sua innata superiorità d’animo. E l’ultima stoccata te la tirava quando, dopo averti fatto fare una figura barbina in mezzo a tutto il simposio di bella gente riunito attorno, se ne andava sotto braccio con il più figo della compagnia, Alcibiade, che era l’equivalente di una estasiata velina diciottenne, per la morale e le abitudini dell’epoca.

A guardare il pezzo su You Tube, confesso che mi sono fatta una maligna risata di soddisfazione. Anche se poi, m’è rimasta un’ombra di inquietudine addosso. Perché dopo aver visto questo bell’esercizio di maieutica esercitata in diretta, non riesco a smettere di chiedermi se Fabio Volo sia il Socrate che si meritano i nostri tempi, o se Socrate, ai tempi suoi, non fosse in realtà l’equivalente di un Fabio Volo.

Ieri sera, saltabeccando da un canale all’altro, ho beccato un onorevole leghista, di cui ho scordato fortunatamente il nome e ancor più fortunatamente la faccia, che spiegava al volgo il perché del bailamme su Vauro.

Stavolta – ha detto con voce chioccia – Vauro doveva essere allontanato perché ha preso una stecca!”

Preso una stecca. Imperdonabile, effettivamente, per chi riesce ad immaginare l’informazione solo come una messa cantata.

Gli interventi di Ida Magli sul Giornale sono imprescindibili, quasi quanto quelli della Susanna Tamaro. Queste due signore, infatti, sono la più clamorosa dimostrazione che il femminismo aveva torto: le donne, quando ci si mettono, possono diventare irritanti conservatrici quanto il più retrivo fra i maschi.

Oggi, per esempio, la Magli scrive un articolo in cui ragiona sulle profonde motivazioni degli stupri. L’inizio è ampiamente condivisibile, ma solo perché la Magli dice cose risaputissime, ovvero che lo stupro in quanto tale non è affatto, come pensa il nostro beneamato premier, una sorta di reazione esasperata del desiderio maschile nei confronti di una “bella donna”, ma un atto di violenza perpetrato da un maschio per punire la donna, qualsiasi sia il suo aspetto fisico. Lo stupro per lo stupratore è un modo per rimettere a posto il mondo: tu, donna, ti sei allargata troppo, pretendi di avere una vita indipendente, di andare in giro, lavorare, avere dei diritti; e allora io ti ricordo che invece ad una cosa servi, e solo a quella: ad essere a disposizione del maschio, quando lui lo vuole e come lo vuole lui, perché la tua volontà non ha alcuna importanza e i tuoi diritti, semplicemente, non esistono.

È la seconda parte dell’articolo, quello in cui la Magli ci mette del suo, che è tutta da leggere. Dopo aver ricordato che l’uomo, lo stupro, lo ha sempre usato, nel corso dei secoli, per punire le donne e, soprattutto, gli altri uomini – difatti non c’è stato assedio o guerra che non si concluda con uomini sgozzati dopo essere stati costretti ad assistere alle violenze perpetrate su compagne, sorelle, madri e figlie – la Magli se ne vien fuori con una teoria tutta da ascoltare sul perché oggi le donne vengano stuprate per strada. L’idea, in realtà, è un suo vecchio cavallo di battaglia, che la signora ripete a giorni alterni (ovvero un dì ribadisce questo e il dì dopo la storia secondo cui bisogna difendersi dall’invasione islamica: mica è opinionista del Giornale per niente, ve’); e consta di un semplice enunciato: i ragazzini di oggi stuprano perché a scuola ci sono troppe insegnanti femmine.

Fanno disastri sulla psiche degli alunni, queste maestre e queste professoresse, ma anche queste semplici compagne di scuola, che affollano le aule scolastiche: La mancanza di un modello virile, e dell’autorità di un modello virile, è per gli adolescenti maschi tanto disastrosa quanto la mancanza del calcio e delle vitamine indispensabili alla loro crescita …Costringerli alla convivenza paritaria con le femmine per la maggior parte della giornata dall’asilo fino a giungere ai diciotto anni è ingiusto, ma soprattutto gravemente dannoso per la loro vita fisica, sessuo-psichica e intellettuale.

Pofferbacco! È veramente una inaudita violenza mettere dei ragazzini e delle ragazzine della stessa età nella medesima classe, tutti assieme, con il rischio che scoprano che le ragazze non amano solo coccolare le Barbie, ma, se ci si mettono, possono anche batterli alla Play Station, magari adorano giocare a calcio e ascoltano, come la prof del resto, rock duro invece delle lagne alla Pausini. Un trauma siffatto non lo supereranno mai, altro che poi, da grandi, non appena gli danno la possibilità di uscire da soli, stuprano la prima femmina che capita loro sotto le mani!

Ma la Magli è inarrestabile, e già disegna scenari funesti per questi poveri fanciulli in balia dello strapotere femminile: Le ragazze riescono meglio dei maschi oggi a scuola perché con tutta evidenza l’ambiente è organizzato in modo adatto a loro. C’è poi il problema dei maschi più avanti nell’età i quali non riescono a mettersi in competizione con le donne sul terreno del lavoro. Le donne, infatti, rappresentano la maggioranza quasi in tutti i campi, e le «minoranze» – si sa – non stanno mai bene. Tanto più quando si tratta di minoranze che se ne sentono umiliate in quanto ricordano i tempi della propria supremazia. La maggior parte soffre, o s’impazientisce, in silenzio. Altri si sono stabilizzati in una forma di pseudo-femminilità, facendo il più possibile a meno delle donne, con il pacifismo e con l’omosessualità.

Ora, conveniamone: questo è un periodo che va analizzato pezzo a pezzo, perché sfiora davvero il capolavoro. Le ragazze riuscirebbero meglio a scuola perché l’ambiente è organizzato in modo adatto a loro. Già, da quando non ci sono più, alle elementari, sussidiari parafascisti in cui, quando si elencavano le professioni che gli alunni potevano scegliere da grandi, ai maschi toccava l’astronauta o il medico, e alle bambine la casalinga, la maestra o, se proprio aveva tendenze artistiche, la ballerina classica, e i professori di materie scientifiche, se una alunna chiede spiegazioni sulle equazioni, rispondono, invece di limitarsi a schernirle “perché tanto le donne, si sa, per la matematica non sono portate”, le ragazzine vengono su piene di grilli per la testa, e, magari, sognano di far le scienziate. Sarebbe ora e tempo di riportarle a studiare con i bei testi e gli insegnanti di una volta, anzi, magari istituire anche programmi differenziati, in cui i ragazzini fanno informatica e atletica leggera, e le bimbe economia domestica e ricamo.

Ma non è solo la scuola ad essere pensata a misura di femmine: infatti, ci informa premurosamente la Magli, appena escono dal banco ed affrontano il mondo reale, i poveri maschietti prendono altre granuole di mazzate: non riescono infatti a mettersi in competizione con le donne sui luoghi di lavoro!

Non mi ci raccapezzo più, a questo punto. Se gli uomini sono in difficoltà sul lavoro, è perché, evidentemente, le loro colleghe femmine sono più brave e vengono premiate: questo, a casa mia, si chiama sana competizione, ed è uno dei pilastri del liberismo e della meritocrazia. Che cosa proporrebbe, la Magli? Di buttar fuori le donne dal mondo produttivo, perché così i maschietti non si spaurano? O di stabilire a priori che le donne possono lavorare, sì, ma solo in ruoli subalterni, così l’autostima maschile non viene intaccata, e il mondo va come sempre è andato, cioè con l’uomo che fa il megadirigente galattico e la donna che, al massimo, in ufficio può portargli il caffè e fare le fotocopie? Chissà in che paese vive, poi, la Magli: perché io questo posto in cui le donne sono la maggioranza e gli uomini una minoranza oppressa non lo conosco: a scuola, per dire, le insegnanti femmine saranno un plotone, ma i Presidi sono quasi sempre uomini, e, nei ruoli di potere, le donne sono una percentuale così esigua da diventare particolare trascurabile.

Evidentemente, però, secondo la Magli questo basta e avanza per far venire ai maschietti la colite spastica: la maggior parte soffre, si spazientisce in silenzio. Poveri cocchi, me li vedo, infatti, chiusi al bagno a rimuginare e vomitare bile nell’accorgersi che la collega, con tutto che ha due figli ed una casa da mandare avanti da sola, riesce a rispettare le scadenze per la consegna delle relazioni e ha un parco clienti che lévati, mentre loro non chiudono un contratto da mesi e vegetano depressi vicino alla macchinetta del caffè. Qualcuno farebbe un buon servizio, a simili maschietti, se gli facesse capire che non sono affatto incompresi, sono semplicemente incapaci. Invece no, la Magli è lì, pronta a confortarli, offrir loro una nuova ciambella di salvataggio: questi caspita di omuncoli bisogna salvaguardarli, sennò ti diventano omosessuali, o, sorte ancor peggiore, per i parametri della signora, pacifisti! E cazzo, pacifisti no!

Dunque, riassumendo: metti tuo figlio nelle mani di una maestra femmina alle elementari e, da grande, il pupo ha un futuro già segnato: o ti diventa stupratore, o un sinistrorso imbelle o una checca. Per salvarlo da questo atroce destino, bisogna riportare tutto al bell’ordine del tempo che fu. Classi divise, ma anche vite divise, perché, metti il maschietto nella stessa stanza con una donna tosta, anche da adulto, e rischia il trauma. Quanto all’educazione, anche quella sia basata sugli antichi stereotipi: femminucce cui viene insegnato a essere femmine, vestire di trine, pizzi, merletti, essere materne e sottomesse, accudire in silenzio, ricamare corredi nel gineceo, non fare ombra; che se, per caso, ad una piacciono le arrampicate o risolve equazioni, al compagno di banco o al coetaneo vicino di casa viene un coccolone.

Be’, che dire? In questi casi, forse l’unica cosa da controbattere alla Magli è: bene, cominci lei. Se il problema di questa società si risolve combattendo le donne, e in special modo le insegnanti femmine, prego, dia l’esempio lei per prima: lasci la sua cattedra ad un uomo, la smetta di scrivere sui giornali, torni a casa a fare il punto croce o la crostata di mele con la ricetta di nonna. Cara signora, non sia complice del misfatto che denuncia e ha così ben identificato. C’è il rischio che ad incrociare una donna come lei, qualche ominicchio diventi un pacifista omosessuale. Via, non se lo perdonerebbe mai.

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iltwitdiGalatea

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