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Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.
Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.
La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.
Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.
Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.
Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.
Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?
Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.
Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.
Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.
Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.
È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.
Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?
È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

“Albino?”
“Macchè, il cardiologo conferma: non sopporterebbe lo stess.”
“Alfonso, allora…”
“Urca, quel cretino che ha mollato la moglie incinta sotto elezioni, e si è anche messo con un tricheco?”
“Allora Massimiliano Rossetto?”
“Ma sei scemo? Non sa neanche cos’è un Consiglio Comunale! No, può giusto stare in lista perché è decorativo…”
“Allora, la Susanna Davanzo…”
“Neanche ti rispondo, se siamo a proporre questa gente qui…”
I Tre del Trio, convocatisi quasi nottetempo nella villa dell’avvocato Martinuzzi, non ne vanno fuori: al terzo giro di salatini non ci sono più pizzette nei piatti e, soprattutto, non ci sono sul piatto nomi veramente papabili per la candidatura alle prossime elezioni a sindaco. Sono un po’ arrugginiti, del resto, i Tre, nelle scelte di tale importanza: da dieci anni a questa parte, di una riunione simile non c’era neppure stato mai bisogno: se c’era una elezione a sindaco, il candidato del Trio, e conseguentemente di tutti, non poteva che essere Carlo Taragnin, Carlo Taragnin, Carlo Taragnin. Ma ora il nome del sempre eletto (in tutti i sensi) è diventato una specie di tabù.
Cosa sia avvenuto di preciso fra i Tre e il protetto è uno dei misteri meglio custoditi di Spinola. Il paese s’è lanciato in una ridda infinita di ipotesi: chi dice che il Carletto abbia commesso l’ardire di rispondere no alla trasformazione in suolo edificabile di un fondo appartenente al dottor Dolbiati, perché la Carmen, che ha casa lì vicino, s’è incaponita di edificare nel giardino suo un condomiotto, e non vuole concorrenza per vendere i futuri appartamenti; chi sostiene che lo scazzo sia dovuto al tentativo, da parte del Taragnin, di candidarsi in Provincia senza chiedere prima il doveroso permesso a Erminio Franzon, che ha già individuato fra gli altri suoi protetti da tempo il sedere adatto a ricoprire quel seggio; chi assicura che all’origine ci siano un paio di battute infelici del sempre Sindaco al battesimo dell’erede Crespano, le quali hanno indispettito la Signora Crespano e, di conseguenza, una pletora di clienti e famigli. Sia come sia, fra il Trio ed il Sempresindaco i rapporti sono diventati prima freddi, poi tesi, quindi inesistenti: da qualche mese, se per caso si incrociano in piazza, Taragnin volta ostentatamente la faccia per fingere di non conoscere i suoi ex tre mentori, mentre i tre ex mentori lo guardano con l’espressione di chi quella faccia la conosce benissimo, e sta solo aspettando l’occasione per spaccarla a pugni.
“E se appoggiassimo Guidi?” butta là Martinuzzi trangugiando l’ultimo lacerto di pizzetta avanzata.
Il dottor Dolbiati e Franzon tacciono, ma è uno di quei silenzi che indicano meditazione profonda e circospetta, perché quel nome l’avevano stampato in mente fin dall’inizio della riunione tutti e tre, solo che nessuno voleva essere il primo a proferirlo.
Il fatto è che, nella visione politica del Trio, Erberto Guidi, storico vicesindaco di Spinola, è una cabala, perché uno di quegli uomini che non si sa.
Di famiglia è benestante, ma, venuto da fuori, nessuno è in grado di specificare quanto, e per che vie. Sposato, senza figli, il Guidi ha alle spalle un curriculum di studi che non si è mai riuscito a capire di che cosa consti, e fa un lavoro, il consulente, che potrebbe voler dire occuparsi di tutto o di nulla. Nonostante questa vaghezza congenita, a Spinola conta schiere di fans. In mezzo ad un Consiglio Comunale che pare composto dai membri scartati degli Addams, spicca come un diamante: alto, slanciato, elegante, occhioceruleo e biondocrinito, ha uno scilinguagnolo da gran signore in gita nel contado e calza le giacche blu come se gli spuntassero direttamente dalla pelle, senza intervento del sarto a mediare. Quando sta seduto accanto al Sempresindaco Taragnin, e si vede il Taragnin piccolo e tozzo, con il collo taurino e l’espressione perennemente ingrufata da maialino che tema gli freghino da sotto il truogolo, e Guidi lì accanto, il profilo aristocratico, lo sguardo celeste perso a meditare su qualcosa che è troppo alto per confidarlo a quei bifolchi là attorno, viene spontaneo chiedersi chi mai l’abbia combinata, una coppia più sbilenca, e meditare su quanto il Caso, o Dio, debbano avere un perverso senso dell’umorismo. In realtà la coppia non l’ha creata il Padreterno, ma è frutto delle alchimie del Trio. Guidi, che ha appoggi in Regione e in Provincia, e in qualsiasi assemblea politica si riunisca al di fuori del territorio di Spinola, avrebbe considerato come dovuto il diventare sindaco di questo pago che onora con la sua prestigiosa presenza; ma a Spinola chi comanda non sono i partiti ufficiali, bensì il Trio, e il Trio s’è tirato su Taragnin dai tempi delle braghe corte, convinti com’erano i tre che quel tappo mal combinato, brutto, ignorante, privo di qualsiasi altra caratteristica se non una smodata voglia di emergere, sarebbe stato la loro longa manus perfetta, perché ciò che ambiva era il fantasma del potere per ricompensare una infanzia da oggetto di scherno e la miseria cronica di una adolescenza da nano. Guidi, invece, che viene dalla città, o per lo meno da un paesotto vicino un po’ meno villaggio di Spinola, e ha fatto, anche se forse non finito, le scuole alte, frequenta gente di fuori e si muove a parla come uno che vabbe’, magari non andrà a cena con il principe Carlo, ma almeno con qualche Dirigente di seconda fascia in Regione si sente al telefono e si dà del tu. I tre del Trio lo hanno subito catalogato come un tipo pericoloso, perché sa di non essere una loro creatura e soprattutto è consapevole che oltre a Spinola esiste un mondo in cui il Trio non riesce a gestire proprio ogni cosa. Quindi, dal suo primo comparire sulla scena, han maneggiato per incastrarlo nel ruolo di Vicesindaco a vita, così come l’altro doveva rimanere incastrato in quello di Sempresindaco fino al momento del passaggio a più opportuno testimone. Ora però che l’opportuno testimone non si presenta, e il Sempresindaco s’è così assuefatto al potere da considerarlo come una sorta di diritto che può trasmettere agli eventuali eredi, arrivando a pensare Spinola come un feudo proprio, una sorta di usucapione, il Trio si ritrova nella poco piacevole situazione di dover decidere quale sia il male minore, ovvero se il male minore possa chiamarsi Erberto Guidi.
“Bisognerebbe parlargli” dice Dolbiati.
“Già, e a quattrocchi.” assente Martinuzzi.
“E senza altri in giro.” conclude Franzon.
Ma come? E dove? Perché convocarlo a Villa Martinuzzi, casa Franzon o in farmacia Dolbiati nemmeno se ne parla: l’indomani tutto il paese saprebbe e indovinerebbe la manovra. In altro momento, un incontro nella saletta del Frutto Proibito, organizzata non dal Trio direttamente, ma per iniziativa della Carmen, sarebbe stata la soluzione migliore; ma ora la Carmen gioca in altra squadra, e il Frutto Proibito non è più terreno di gioco, quindi bisogna trovare altro intermediario e altro covo.
“E se usassimo il Sottosotto?”fa Martinuzzi, accendendosi come una luminaria di Natale.
Gli altri sodali lo guardano con ammirazione, ricordandosi di colpo perché, da sempre, fa parte del loro sodalizio.
Il Sottosotto è infatti il negozio di lingerie più in di Spinola centro e frazioni, la cui animatrice e proprietaria è l’inossidabile Mirella Strambotto, amica del Trio al gran completo, nonché di Guidi, di Taragnin e di chiunque, a Spinola, abbia contato o conti di contare qualcosa in politica.
“In effetti – dice Dolbiati – la Mirella ha un bel retrobottega, molto spazioso, e soprattutto discreto…e nessuno si stupirebbe se ci vedessero entrare, magari uno alla volta, nel negozio..si può sempre far finta di andar lì per comprare qualche regalo per le nostre mogli…”
“O per qualche amica – chiosa Franzon, ricordandosi che nessuno dei tre è sposato – Comunque poi la Mirella un paio di favori ce li deve: convinsi io l’assessore a darle la licenza…”
“E io – ribatte Dolbiati – le ammorbidii il geometra per l’abitabilità…”
“E io le consigliai come evitare quella multa per un ampliamento non proprio regolare…” aggiunge Martinuzzi.
“Vabbe’, al Sottosotto, è deciso! Facciamo convocare dalla Mirella lì Guidi e risolviamo questa faccenda fra noi.” stabiliscono quasi all’unisono, concordi e soddisfatti perché quella manovra consentirà loro di assicurarsi che a Spinola, mutatis mutandis, tutto cambi e il potere del Trio resti uguale. E se tutto deve cambiar rimanendo appunto uguale mutatis mutandis, non si vede che ambiente potrebbe essere più adatto di un retrobottega pieno di slip e culottes.
Per non sembrare il più fesso del circondario, il sindaco Taragnin sta meditando di candidare anche Spinola come sede per le Olimpiadi del 202o.

La camera, adesso, è tutta sua. E non è nemmeno una camera sola, a ben vedere. Alfonso Crespano, persino se ha rotto i ponti con la famiglia, lasciato moglie e mammà – non necessariamente in quest’ordine – e incrinato quell’universo di relazioni che lo hanno protetto come una bolla fin dalla nascita, ha sempre fondi a sufficienza per potersi permettere non una camera ma un bel monolocale, nell’unico residence decente appena fuori Spinola. Ha dunque un intero appartamentino, arredato con mobili di lusso, per quanto dal design alberghiero: un divano in pelle con inserti in acciaio fighetto, un letto spazioso con testata in cuoio e trapuntina rosso pompeiano, e, appeso al muro, una tv a schermo piatto che gli consente di vendere tutte le reti possibili, in chiaro ed in oscuro, messe in onda per l’etere italico.
Non ha dovuto nemmeno cercarlo, per quel principio che, quando sei ricco, sono le cose che vengono a cercare te. Non appena per il paese s’è sparsa la voce che Alfonso era andato via di casa, destinazione non si sa dove, Anselmo Pedron gli ha fatto uno squillo al cellulare, offrendogli asilo. Non s’è trattato tanto di un favore, quanto di un investimento: ad offrire un tetto al figlio in fuga, Anselmo sapeva bene di rischiare l’ira di madama Crespano, che da sempre è la sua signora e padrona. Ma i servi svegli sono tali perché vivono sotto al padrone presente però sanno prevedere come ingraziarsi il padrone futuro: dunque ad Alfonso Anselmo ha immediatamente regalato un riparo, e a madama Crespano ha coscienziosamente spiegato, poi, il giorno dopo, che in fondo quello era pur sempre l’unico modo per mantenere comunque un qualche controllo sul fuggiasco: “Finché el xé da mi, el xé da nialtri.” ha infatti sentenziato con feroce pragmatismo.
Ora ha la sua camera, Alfonso. Ci sta da sei mesi. Non se ne vuole andare. All’inizio aveva creduto di rimanerci giusto qualche giorno, al massimo una settimana, prima di trasferirsi definitivamente dalla Betty Crovato, o meglio, di affittare assieme a lei un nuovo appartamento. Non poteva che essere una soluzione momentanea e provvisoria, quella del residence, con le pareti lattee prive di quadri, movimentate solo dalla televisione piatta come i programmi che trasmette, e quei mobili anonimi, senza un vero padrone e senza una storia, destinati fin dalla nascita ad accogliere qualche cliente per due settimane, al massimo un mese, e poi passare a quello successivo senza portare tracce. Lui, Alfonso, è sempre stato abituato ad altre case, piene di memorie, di tradizione. L’avita magione reca i segni di tutte le generazioni di Crespano prima di lui, e in nuce i presagi di quelle a venire. La sua camera da ragazzo, rimasta immutata nell’ala padronale, è qualcosa a mezzo fra il museo e l’altar maggiore, con da un lato la scrivania del nonno, e la poltrona in cuoio, e libri che prima di Alfonso sono stati di tutti i primogeniti Crespano, e dall’altra un muro che è un tripudio di alfonseria, con un’infilata di foto in cornice peggio di una bacheca di facebook: Alfonso al mare, in montagna, con gli sci, senza, con in mano ogni tipo di trofei e di coppe guadagnati nelle competizioni più disparate; con mamma, mamma e papà, mamma e i parenti, mamma e gli amici, le morose… ecco, no, con le morose no. Una ne ha avuta, e l’immagine è stata cassata subito dalla madre, non appena gliel’ha fatta lasciare: l’unica foto femminile rimasta è quella con la fidanzata ufficiale, scattata quando era già sicuro che questa sarebbe diventata moglie.
La sua casa da maritato, dépendance di quella dei suoi, anche quella era piena come un uovo. Patrizia, la moglie, l’aveva arredata con l’ansia da horror vacui: mobili, mobili, mobili. Sopra i mobili scansie, sopra alle scansie cornici, dentro alle cornici foto. Nei due anni di matrimonio non si spiega come sia riuscita a farne tante: lei ed Alfonso ovunque, immagini moltiplicate come nel gioco di specchi finale nella Signora di Shangai. Per sentirsi sicura d’averlo sposato, pareva dovesse vederselo davanti in ogni cantone di casa, e assicurarsi che lui vedesse lei, per non dimenticare.
La prima volta che è entrato nel residence e ne ha visto i muri vuoti e i mobili senza cornici, senza ritratti, senza foto, Alfonso ha provato una sorta di spaesamento: non pensava che delle stanze da abitare potessero essere così. Almeno non quelle in cui avrebbe potuto abitare lui. Si è sentito sospeso in un posto che non esiste, dove lui non era più lui, dove lui non era più nessuno, perché non aveva le cose che erano sue a ricordargli chi fosse. Persino Spinola, vista dalla nuova angolatura della finestra, non sembrava più il suo paese.
Ha provato un senso di fastidiosa vertigine. Come se gli mancasse l’aria. O come se di aria, improvvisamente, ne avesse respirata troppa. Si è dovuto sedere sul letto e guardare con calma la stanza e le pareti. Le pareti bianche.
É rimasto tutta la sera così. Zitto. A guardare un muro. Bianco. Per la prima volta da quando è nato gli è parso di poterci lasciare sopra una traccia che fosse solo sua.

Povero Anselmo Pedron.
Da tre giorni non esce di casa, non visita i suoi cantieri, non parla con la moglie e non vede la famiglia. È chiuso nel suo studio, la testa fra le mani, sulla scrivania aperta una carta del Comune di Spinola e, accanto, la mappa del Piano Regolatore.
Le guarda, le rivolta, le rivolta ancora; cava gli occhiali, stringe gli occhiuzzi per controllare i particolari più minimi, segue con le dita paffute i contorni delle proprietà e delle strade. Di tanto in tanto, all’improvviso, si illumina, prende il cellulare, chiama il suo amico Carlo Taragnin, sempre Sindaco. Pochi minuti di conversazione, qualche scambio nervoso di parole, un chiarimento, e poi torna alla sua rabbiosa malinconia da rottweiler, chiudendo il telefono con un secco clic disperato.
Moglie e figli assistono impotenti a questa agonia.
È triste, davvero triste quando un Governo amico ti approva un piano casa che consente di costruire l’incostruibile, e tu, che costruttore sei, ti accorgi che a Spinola, ormai, hai già cementato ogni centimetro libero, sfruttato ogni anfratto, aumentato ogni cubatura: non ce n’è più da nessuna parte.
Alle volte aver precorso i tempi è una bella fregata.
È un racconto di fantasia. Non si fa riferimento a sindaci, costruttori o case reali: Spinola non esiste. Ma tutte le sue case inesistenti sono state comunque costruite da Anselmo Pedron.

A Spinola non esiste una stagione teatrale, e, se è per questo, nemmeno un teatro, o un’arena all’aperto, o, insomma, qualsivoglia struttura possa ospitare una rappresentazione e/o cerimonia decente, eccezion fatta per il vecchio cinema parrocchiale, che però Don Elisio, convinto che ormai si producano solo film immorali, tiene chiuso a doppia mandata, e l’altrettanto decrepito cinema Odeon, chiuso, ma a mandata tripla, a causa di internet, che ha rovinato le sale dove si proiettavano i porno. La vita culturale del paese si limita dunque al locale “Sagron del Biso”, che in idioma italico si nomerebbe “Festival del Pisello”, ma il fiorire di possibili doppisensi, nonché l’attaccamento della Giunta alla lingua e tradizione veneta, ha sempre impedito la traduzione.
Il Sagron viene tradizionalmente celebrato all’inizio dell’estate, in un fine settimana ad elevata concentrazione di eventi, ed è il fulcro di tutta l’attività di Ernesto Serato, il vulcanico assessore alla cultura della Giunta Taragnin. Serato nella sua vita passata era geometra, ma, andato in pensione, si è dedicato alle sue passioni segrete, ovvero l’Arte e la Politica, e le ha coniugate nel tentativo di creare un’arte che fosse assieme sinceramente spinolense e altrettanto sinceramente destrorsa. Fondato dunque il gruppo di pittura Il pennello di Parsifal - anche qui vi lascio immaginare le valanghe di doppisensi inventati dai più pepati rappresentanti della opposizione bolscevica – delirando su croci celtiche e mistica druidica si è accaparrato la carega di assessore; oltre ad aver promesso il rilancio dei festeggiamenti per il Sagron, ne ha anche ridisegnato il logo, che ora consta di Parsifal medesimo, con tanto di spadone sguainato e croce rossa sullo scudo, che dona ad una principessa, tratteggiata in vaga lontananza, al posto di una rosa una piantina di pisello.
Negli anni, il Sagron è stata l’unica ragione di vita di Ernesto, che partiva ad organizzarlo a Settembre per arrivare giusto giusto pronto per la fine del Giugno dopo. Come riuscisse a perdere tanti mesi è un mistero, visto che il programma comprendeva sempre, con immutabile precisione: giorno uno, venerdì, inizio pesca beneficenza ed esposizione di tutte le varietà locali di piselli; giorno due, sabato, apertura stand gastronomico Risi&Bisi, la cui gestione era in appalto al cugino di Serato medesimo, nella vita normale imbianchino, che ci metteva pignatte e il lavoro della figlia Samantha, pagata in nero; giorno tre, domenica, premio alla miglior pianta di piselli, magnada final de polenta e oseti e, infine, prima dei fuochi d’artificio, concerto del duo revival “Mirko e Wanda”, anche loro imparentati con il Serato medesimo, ma più alla lontana.
Per cinque anni della prima legislatura Taragnin e quattro della seconda, il dominio culturale di Serato è stato completo e senza ombre, perché la Destra sosteneva compatta le sue iniziative – soprattutto la magnada de oseti, a cui non mancava un solo esponente politico locale, presenza favorita dal fatto che gli oseti, per i rappresentanti politici anche di paesi confinanti, venivano distribuiti gratis – ma al quinto anno il Serato ha dovuto prendere atto che la sua supremazia traballava pericolosamente, per via delle manovre congiunte di una specie che, è noto, è la peggior nemica degli uomini, senza distinzione fra destra e sinistra: le donne.
La prima ad aprire le ostilità è stata la Carmen Taragnin, sorella del sempre Sindaco e nuova proprietaria del Frutto Proibito, unico ristorante destrorso di Spinola. La First Sorella ha deciso che l’unico avvenimento mondano della cittadina non poteva dare la ristorazione in appalto ad tizio che rimesta pignatte nel tempo libero in cui non rimesta intonaci, e, soprattutto, che il cugino di un assessore, va da sé, conta meno della sorella di un Sindaco. Si è aperta quindi una estenuante serie di trattative, che per due mesi ha impallato ogni lavoro di Giunta: da una parte la Carmen che strepitava come un’ossessa, minacciando di non fornire più al fratello il catering per la sua futura prossima campagna elettorale; dall’altra il Serato, che sbandierava tutto il peso della tradizione, per cui lo stand gastronomico non poteva essere affidato ad altri se non a quelli che l’avevano sempre tenuto.
Dopo un lungo confronto che ha fatto impallidire gli sforzi diplomatici per sanare il problema palestinese, si è firmato l’armistizio: la Carmen ha ottenuto la gestione dello stand Risi&Bisi, ma si è dovuta assumere come cassiera, con regolari contributi, la Samantha, mentre la magnada de oseti restava in mano a Serato, con la motivazione che quello non è servizio ristorazione, è una iniziativa culturale. Chiusa la partita cibarie, il povero Serato pensava di essere in salvo, ma, ahimè, non aveva fatto i conti con l’irrompere sulla scena di Brenda Dolfato, di mestiere poetessa.
La Brenda è una moracciona dichiarantisi trentenne da almeno un decennio buono, famosa a Spinola non tanto per le sue opere letterarie, sconosciute a chiunque, ma per due caratteristiche: il turbante turchese che tiene perennemente in testa, come una Doris Duranti fuori tempo massimo, e il ticchettio ritmico che i suoi tacchi da dieci centimetri producono sui marmi del Municipio, quando si reca a trovare il suo beneamato Carletto in ufficio. Il beneamato, come tutti i beneamati da che mondo è mondo, per la sua Brenda farebbe di tutto, compreso quello di trovarle una fonte di reddito quasi stabile grazie alle casse comunali, perché, come è noto, carmina non dant panem. Ma la fonte di reddito, oltre che continuativa, la Brenda ha preteso che fosse anche in qualche modo legata alla vita culturale della cittadina, e qui sono cominciati i dolori, dato che la vita culturale di Spinola, oltre che inesistente, nel suo coma profondo ha come unico tutore il buon Serato.
Taragnin, all’inizio, ha provato a impostare una collaborazione, affiancando al Sagron del Biso il Premio Letterario Manoscritto Inedito Città di Spinola, con cerimonia in pompa magna da tenersi al sabato pomeriggio, nella Sala Consigliare del Municipio, pubblicazione dell’opera vincente a spese del Comune e conservazione della medesima, in perpetuo, nella locale Biblioteca. La sezione “Prosa e Tradizione Locale” è stata affidata alla solerte cura del Serato, e la sezione “Poesia” a quella della Brenda: le due giurie, rigorosamente monocratiche, potevano operare in assoluta autonomia.
Per un anno la cosa ha funzionato, finché Rico Mantovan, poeta amico del Serato, socio fondatore del Pennello di Parsifal e, aggiungono i maligni, modello ispirante del pensoso Parsifal efebico ritratto nel logo seratiano, non ha presentato al concorso, ma nella sezione di competenza di Brenda, il suo poemetto La torre del Druido, millequattrocento versi illustranti le tribolazioni di un sacerdote celtico persosi nella selva per sfuggire ad armate di Romani cattivi cattivi cattivi. La Brenda, per tutta risposta, ha fatto pervenire al Serato il ponderoso romanzo introspettivo Il giardino delle margherite malinconiche, settecentonovanta pagine in prosa partorite da Ilenya Boscolo, che di Brenda non solo è cugina, ma anche compagna di acquagym.
A questo punto, il sempre Sindaco Taragnin ha intuito che si andava nuovamente ad uno scontro istituzionale, in cui però, stavolta, rischiava di uscire con le ossa rotte. I due presidenti di giuria si erano arroccati infatti nelle rispettive posizioni, pretendendo entrambi di non premiare l’opera sponsorizzata dal collega, ma, al tempo stesso, strepitando che il proprio protetto cogliesse gli allori del vincitore. A ciò si aggiungeva un altro problema non da poco: Sia Brenda che Serato avevano fatto una smodata campagna pubblicitaria al loro premio (ognuno dei due, è ovvio, presentando la creatura come esclusivamente sua) e, a forza di invitare parenti, amici, amici degli amici, lontani zii e cugini fino al decimo grado, avevano mobilitato un plateau così nutrito di ospiti da rendere la Sala Consigliare assolutamente insufficiente alla bisogna. Come uscirne? Il dilemma stava per mandare in crisi persino una vecchia volpe della politica come Taragnin.
Per fortuna che, quando l’impasse era giunto al culmine, ha implorato pietosa udienza sindachesca Evelino Sammarchi, il quale, oltre che lagnatore professionista, per legami familiari è cugino alla lontana di don Elisio, parroco di Spinola, e per hobby è geniale poeta e prosatore, purtroppo incompreso. Evelino si è presentato dal sempre Sindaco per donargli copia delle sue ultime fatiche letterarie, che ha fatto rilegare a sue spese in tiratura limitatissima, onde omaggiarne solo qualche amico in grado di apprezzarne il valore e, ovviamente, le Autorità, vale a dire il Sindaco Taragnin medesimo e il cugino parroco. Tali opere imprescindibili sono Versi tremuli, raccolta di delicate poesie di ispirazione veneta (fra cui spicca Gondoleta abandonada, tenera ode ad una barca lagunare dismessa), e il romanzo autobiografico Ricordi dell’acqua che passa. Nel vedere i due volumetti, al sempre Sindaco si è aperto il cuore, ed ha gratificato Evelino di un sorriso che il poveretto non aveva mai neppure sognato sperare come premio per la sua annosa dedizione alla Letteratura.
Ma non era che l’inizio: Taragnin, intuita che quella possibilità caduta dal cielo doveva essere sfruttata per risolvere i suo problemi politici e sentimentali una volta per tutte, ha convocato a spron battuto nel suo ufficio sia la Brenda che il Serato. I due, entrati guardandosi in cagnesco, sono stati messi brutalmente di fronte alle loro responsabilità: avendo invitato mezzo mondo di conoscenti alla premiazione, ora lui, il povero Taragnin, doveva trovar un luogo adatto ad ospitarla, e quel luogo, ahimè, non poteva essere che l’ex cinema parrocchiale. Ma, per convincere don Elisio a smollare le chiavi, c’era una sola via: ovvero che il primo premio fosse assegnato ad un autore ben gradito alla parrocchia. In tal senso, la Ilenya, divorziata e presentante romanzo con alcune pagine di non preclara moralità, dato che la protagonista finisce a letto con un facchino e il di lui fratello senza aver precedentemente impalmato nemmeno uno dei due, era esclusa, ma parimenti escluso era il Rico Mantovan, il cui eroe, un po’ troppo efebico e platealmente sprovvisto di interesse per il bel sesso, sbarellava inoltre per centinaia di versi sugli dei celtici e la mistica druidica, cose paganissime e inaccettabili ai più. Dunque il vincitore congiunto delle sezioni prosa e poesia non poteva che essere Evelino, autore di opere toccanti e neutre, il qual peraltro, avendo già provveduto a stamparle in proprio, risparmiava anche al Comune il contributo per la pubblicazione; gli altri concorrenti, dunque, che se ne facessero una ragione, e si contentassero di un secondo posto ex aequo.
Alla premiazione, tenutasi il sabato sera, nell’ex cinema parrocchiale tirato a lucido, Don Elisio era in prima fila accanto ad un esultante Taragnin, mentre il Serato e la Brenda, per quanto rivestiti con una luminosa cravatta verde celtico lui e con un turbante diamantato lei, s’erano imboscati con grandi musi lunghi dietro le quinte, a confortare i loro protetti delusi. Sul palco, invece, c’era uno sfolgorante Evelino, con stampato in faccia un sorriso non tanto da autore, ma da miracolato.
L’unico incidente degno di nota della serata è avvenuto alla fine, quando la poetessa Dolfato, sciolta l’assemblea, ha platealmente girato le spalle al Sempre Sindaco, e ha tacchettato via offesissima, assieme alla sua amica e compagna di acquagym, annunciando le sue dimissioni dalla Giuria del Premio e il suo prossimo trasferimento in un paese limitrofo, meno provinciale, più in grado di capire la vera Arte e la vera Letteratura.
Il sempre Sindaco per un attimo c’è rimasto male. Poi ha alzato gli occhi e guardato verso il parco, dove, sorridente dietro al bancone dello stand gastronomico diventato il suo regno, la First Sorella, che non ha mai potuto sopportare la Brenda nemmanco di striscio, lo attendeva materna per offrirgli un piatto di consolante risotto. E ha deciso seduta stante che le poetesse e la cultura son cose anche divertenti, ma il vero Valore a cui fare riferimento al mondo è la Famiglia, soprattutto quando le Sorelle sanno cucinare.
È un racconto di fantasia, i personaggi non esistono. Almeno, spero.

Anche andare al ristorante, a Spinola, ha una precisa connotazione ideologica. Sedersi ad un tavolo ed ordinare del cibo è infatti in paese una precisa scelta di campo, affidata alla mente, non solo al palato: esistono i locali di Sinistra, di Centro e di Destra, ben noti e definiti. I confini sono precisi ed inequivocabili, più solidi della cortina di ferro, e si perpetuano di generazione in generazione, impermeabili ad ogni nuovo scenario.
Quello di Clara, ad esempio, è da sempre il bar istituzionale per eccellenza, in cui ogni partito ed ogni corrente, nonché ogni leader più o meno in ascesa deve avere il suo posto fisso: è infatti una sorta di porto franco e terra di nessuno. Ideale per abboccamenti, contatti ufficiali e scambi in campo neutro, al suo bancone si sono firmate, da tempi immemorabili, tutte le possibili varianti di compromessi storici e ogni tipologia di patti col Diavolo, perché a Spinola Sinistra, Destra e Centro possono essere discordi in qualsiasi cosa, ma sul fatto che i dolci di Clara siano insuperabili concordano con rigore bipartisan.
Quando però dalle pastarelle si passa al cibo vero e proprio, la Sinistra stravince. I locali frequentabili dai Destrorsi si limitano al Vecio Canton, osteria in disarmo bazzicata da qualche vecchio rustico centenario che ancora ricorda la politica agraria del Duce, ma, complice la smemoratezza senile, non rammenta nemmeno più se il Duce medesimo sia ancora vivo o morto. Più che per i manicaretti offerti agli avventori, il Vecio Canton è famigerato per i suoi contrastati rapporti con l’ufficio igiene. La costante fuga degli ufficiali sanitari dal locale non ha impensierito per molti anni i clienti, i quali però hanno cominciato a sospettare che il livello di guardia si fosse superato quando anche gli scarafaggi si sono costituiti in comitato di protesta e le pantegane hanno fatto sapere che avrebbero accettato di rimanere lì dentro solo a patto che venisse fornita loro la copertura sanitaria.
I “Comunisti”, invece, possono godere di un’ampia scelta di locali, differenziati non solo per offerta di cibo, ma, soprattutto, per impostazione ideologica.
La Sinistra più estrema e chic, cioè l’avanguardia intellettuale, ha il suo luogo d’elezione al Majakowskij, taverna ethnochic dalle venature esistenzialiste, cioè con muri pittati di nero e decorati da foto color seppia ritraenti grandi intellettuali in pose meditabonde. Ai tavoli, imbanditi con tovagliette nere anch’esse e in carta riciclata, vengono servite pizze rigorosamente biologiche, dai nomi evocativi: c’è la Sartre, un intruglio di sapori capaci in effetti di scatenare la nausea, la De Chirico - scaglie di parmigiano perse in mezzo a sugo di pomodoro di consistenza metafisica – e la omonima Majakowskij, un tafferuglio di ingredienti molto futurista. Le cameriere, occhi bistrati e lupetto nero come emaciate Giuliette Gréco, si muovono tra i tavoli silenziose e altere, perché ciò si conviene a vestali della cultura momentaneamente in prestito alla ristorazione, mentre il sottofondo è garantito da musica jazz di autore anonimo, e, appena la si sente, si capisce perché il benedetto autore pretenda tanto rigoroso riserbo sulle sue generalità. Il cuore del Majakowskij, tuttavia, è la saletta riservata, cui si accede solo attraverso scala nascosta e porticina: uno stanzino nello scantinato, con tre divanetti lisi e alcune copie di riviste letterarie abbandonate qui e là, con meditata distrazione: là si svolgono i conciliaboli più segreti della Sinistra spinolese, gestiti come riunioni carbonare da Pierfrancesco Damas e Giangi Basti. Con le riunioni carbonare, oltre alla segretezza, spartiscono anche l’affluenza: quando si arriva a quattro partecipanti, si è fatto il sold out.
Il Centro Sinistra meno chic, neopiddino per tessera, area o vocazione si ritrova invece al Mafalda, ristopizzeria che deve il suo nome non alla principessa Savoia, ma alla monella di Quino. Qui le pareti sono color pastello, verdine, rosettine, azzurrine incerte come l’orientamento dei discorsi che si sentono fra i tavoli; nel menù le pizze tradizionali sono affiancate da quelle più scapricciatelle, ma con misura: c’è qualche apertura agli ingredienti nuovi, però non troppo, e sempre con la mentalità di chi, a furia di voler stare sul sicuro, finisce col mangiare alla fine cose trite e ritrite, magari un po’ scipite che è meglio. La povera Mafalda, protagonista indiscussa di tutti i poster affissi sui muri, guarda questo suo popolo con un’espressione perplessa, come se stesse per sbottare da un momento all’altro in una battuta delle sue, ma si trattenesse perché tanto, ormai, non ne vale neanche più la pena.
L’egemonia culinaria della Sinistra da anni impensierisce il sempre sindaco Carlo Taragnin, il quale su ciò che possono fare o non fare i “Comunisti” ha idee ben precise: passi che si occupino di cultura, e tengano aperta, quindi, l’unica libreria del paese, ché tanto nelle librerie, è noto, non ci va nessuno. Ma i ristoranti sono cosa seria, e, soprattutto, possono essere formidabili casse di risonanza elettorale. Quindi ha deciso di scatenare una vera e propria campagna offensiva. Il primo punto è stato lo stravolgimento della circolazione: non potendo impedire al Mafalda e al Majakowskij di rimanere aperti, ha ben pensato di renderli inaccessibili, facendo fiorire attorno una giungla di sensi unici e di strade con parcheggio vietato. Per i pochi anfratti in cui la sosta è ancora legale, ha mobilitato in forze i Vigili, fornendoli di righello preciso al millimetro: se una macchina sfora di un solo centimetro la riga bianca, multa, multa multa, senza pietà; se qualcuno attende fuori per mezzo secondo, col motore acceso, la pizza per asporto, multa anche a lui, ché inquina senza motivo; se spenge il motore, multa, per intralcio al traffico.
La fase due dell’operazione è stata delegata a persona di fiducia, cioè alla sorella del Taragnin medesimo, la Carmen. Al secolo Maria Carmela Addolorata, la Carmen Taragnin è stata anagraficamente per poco Carmela, e Addolorata mai per nulla. Al contrario del fratello nanerottolo, è un donnone quadrato come una madia, dagli occhi verdi perennemente bistrati di kajak, lunghi capelli corvini, un décolleté che pare una piazza d’armi, e come quella sempre generosamente allo scoperto. Mai sposatasi, la Carmen ha avuto cento mestieri ma una sola vocazione, quella di favorire in ogni maniera l’ascesa del fratello, e in questo non s’è risparmiata, soprattutto dato che l’ausilio a lei richiesto coincideva con l’inclinazione che le era propria: gli amici del fratello se li portava a letto per consolidare l’amicizia, i nemici per placarne l’odio, gli incerti perché non si sa mai. Giunta però a varcare la soglia delle cinquanta primavere, la Carmen ha fatto presente al fratello che pretende requie e sicurezza economica, e un ristorante è quello che ci vuole. Taragnin ha deciso di muoversi con determinazione: convocati in Municipio i gestori del Vecio Canton, ha spietato che neppure la sua influenza era più in grado di garantire l’apertura del locale, a meno di non dichiararlo esplicitamente una fabbrica di armi biologiche, ma che, per salvaguardare la tradizione e il credo ideologico degli avventori, la Carmen era disposta a rilevare il tutto, purché il prezzo fosse stracciato. I fratelli Nonzolo, proprietari dell’attività, han capito subito l’antifona, e replicato come si conviene in un Salmo responsoriale: “Sì, sì, va ben, dove ghe xè da firmar?”
Così la Carmen è sbarcata nel locale, con al seguito l’esangue geometra Righetto, dipendente comunale e, a tempo perso, ristrutturatore fiduciario del Sindaco, nonché compagno-paravento della Carmen stessa. Il prudente geometra avrebbe voluto limitarsi a pulire un po’ il locale – sarebbe stata già una fatica d’Ercole! – eventualmente buttar giù un tramezzo e ritinteggiare, ma la Carmen non ha voluto sentir ragioni, e, data la stura al suo estro di design, ha iniziato a sventrare, abbattere, ricostruire. Dopo tre mesi di lavori incessanti, durante i quali i Vigili della vicina caserma avevano ordine di tapparsi le orecchie per lo sfondamento di ogni limite di rumore, ed invitare caldamente i vicini a fare altrettanto onde non avere rogne, il locale s’è rivelato in tutta la sua magnificenza. Che comincia fin dal nome: perché se i sinistri si incaponiscono a battezzare le pizzerie come covi letterari, la Carmen ha invece chiarito subito gli intenti, chiamando il suo restaurant Il Frutto Proibito.
L’apertura ha mobilitato tutta Spinola: mentre gli avventori del Vecio Canton vagolavano basiti fra tavoli in acciaio lucente e un red carpet da Billionaire in sedicesimo, chiedendosi dove cazzo fossero finiti i loro cicheti bisunti, sui divanetti dell’area lounge molto feng shui, c’era assittata la Giunta al gran completo, comprensiva persino del Vicesindaco Erberto Guidi e gentile consorte, entrambi impegnati nel difficile compito di ingozzarsi di frittura a sbafo e contemporaneamente mantenere una faccia sufficientemente schifata, a dimostrare di esser coppia di mondo usa a ben altre inaugurazioni che non queste, da buzzurri. Il Trio, giunto alla spicciolata, portava in palmo di mano il nuovo protetto, ovvero Massimiliano Rossetto; la famiglia Crespano, non potendo mandare Albino, ancora convalescente, né Alfonso, in vacanza con la nuova compagna, aveva delegato la rappresentanza a Patrizia, la quale dedicava qualche distratta occhiata all’avvocato Martinuzzi, ma soprattutto rispondeva agli occhieggi del bel dottor Rossetto, come al solito in vena di conquiste veloci, mentre, nelle retrovie ma con la smania di protagonismo di chi ha appena cambiato campo e vuole sottolinearlo a tutti, Rutilio e la Susanna sorbivano tutti acchittati il loro primo Mojito destrorso. Fra una chaise longue e l’altra, zompettava il sempre sindaco Taragnin, mai così felice e soddisfatto, perché la sorella aveva finalmente sbaragliato la ristorazione sinistrorsa, e confermato che, quando si tratta di magnar, la Destra non è seconda a nessuno.
È stato solo al momento della torta, una meringa a più piani che Carmen ha tagliato con mano tremebonda di sposa e offerto con gran sorrisi ai presenti, che il Sempre Sindaco ha capito di aver commesso un fatale errore: da dietro l’impalcatura di panna s’è materializzata la Clara, con negli occhi uno sguardo equivalente ad una dichiarazione di guerra. Per chi voti la Clara, infatti, è un mistero, ma, se è noto che è amica di tutti, è altresì risaputo che nessuno la vuole come nemica. Per tal ragione a Spinola i ristoranti, tutti, possono sfamare allegramente avventori di ogni credo politico e servire loro primo, secondo, contorno e pizza assortita; ma i dolci, ovunque, sono quelli di Clara, o non sono proprio.
“No la xé una dele mie.” ha osservato, con tono più gelido del semifreddo nel piatto che le veniva porto.
“No, nialtri le fazemo far fòra, ché le xé mejo!” è stata la piccata risposta della Carmen, servita con scuotimento di chioma corvina.
“Vedaremo chi che se le magna.”
E, data questa oscura profezia, la Clara ha girato i tacchi, avviandosi verso l’uscita, con il piglio di chi lancia un “O con me o contro di me”.
Mezza Giunta e tre quarti degli avventori si sono guardati perplessi, con le forchette a mezz’aria nell’atto di affondarle nel dolce contestato. Perché la Carmen può essere Carmen quanto vuole, ma la Clara non è solo una pasticceria, è un pozzo di voti, il pozzo di voti per antonomasia, e lasciarlo andare alla deriva politica per una diatriba fra donne è un suicidio. Il sempre Sindaco Taragnin, a questo punto, ha capito che lì si giocava la sua leadership, e, ostentatamente, ha preso una forchettata di meringa, portandola alla bocca con piccata sicumera, mentre folgorava i suoi con un’occhiata che sottintendeva: “A vojo proprio védare!”
Ma le forchette sono rimaste immote, mentre Erberto Guidi, con gesto elegante da viveur di razza, flautava un: “Eh, s’è fatto tardi, che dite?”, e appoggiava il piattino senza parar giù un solo boccone di torta, eclissandosi veloce. La moglie, Susanna, Rutilio, tre quarti degli Assessori seguivano a ruota, in un fuggi fuggi appena memore delle regole della buona educazione. Ma è stato quando il Sempre Sindaco ha visto prendere la porta anche il Trio al gran completo, senza degnare Carmen neppure di un frettoloso saluto, che Taragnin ha valutato appieno la portata della disfatta: e mentre la Carmen guardava sconsolata nel locale rimanere solo i soliti quattro vecchi ex clienti del Vecio Canton che reclamavano i consueti cichetti grondanti olio e sprezzavano gli apetizer light rimasti sul bancone, parché chi sa cossa che xé quei robi, il povero Taragnin vedeva crollare in un botto l’idea di sconfiggere l’egemonia culinaria della Sinistra, e sentiva pericolosi scricchiolii per quanto riguardava la sua, di egemonia.
E il boccone di torta che continuava ostinatamente a masticare gli è parso impossibile, stavolta, da mandar giù.
È una storia di pura fantasia e non si fa cenno ad avvenimenti, personaggi o torte reali.

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.
A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.
Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.
Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.
L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.
Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.
A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.
Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.
“Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.
“Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.
Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.
Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.
“Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.
“Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”
“E ti, cossa ghe gastu dito?”
“Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…”
“Ma ti ga intension de votarli sul serio?”
“Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”
Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.
É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

Quando, per un periodo, siamo stati assieme, la considerazione che le amiche avevano di me era salita ai massimi storici: “Ma daiiiii! Esci con Massimiliano! Non ci posso credereeee!” squittivano in sincrono con le mani sotto al mento e l’occhio a palla per l’ammirazione, manco Aldo nelle réclame dei telefonini.
Perché girala come la vuoi girare, Massimiliano Rossetto è uno di quegli uomini che fanno voltare per strada. Mica succede solo a voi signori uomini, che quando incrociate una bella sventola, più o meno discretamente perdete le bave: i più naif proprio in senso letterale, aprono la bocca con tanto di rigagnolo che scende a lato, perdono la favella e sanno solo emettere suoni inarticolati, modello Homer Simpson davanti all’immagine di un hamburger; quelli più scaltri con un po’ di furbizia, voltandosi col finto pretesto di dover cercare le chiavi della macchina, il cellulare, insomma, qualcosa che s’è perso proprio esattamente nel momento in cui la leggiadra fanciulla passava, ma è un caso, eh. No, la stessa cosa capita anche a noi femminucce, anche se, ammaestrate da secoli di furbizie, lo facciam meno notare. Però ci sono uomini che quando li incroci non puoi fare a meno di voltarti, e Massimiliano è proprio l’apice della categoria, anzi manco l’apice, qualcosa di un pochino più su, diciamo che gli hanno dovuto costruire una nicchietta a parte, così se ne può star solo a vedersi scorrere ai piedi le legioni delle adepte.
Tanto per cominciare, è bello. Ma non quel bello volgare, tipo bicipite, tatuaggio, sgrugno da spogliarellista macho incrociato con uno Schwarzenegger o con un Rottweiler, che, quanto ad espressività, poi, è lo stesso. No, proprio bello bello bello. Un viso d’angelo sopra al corpo scattante e snello di un dio greco: capelli castani e soffici, né troppo lunghi, né troppo corti, né troppo chiari; carnagione brunita, perché è uno di quei biondi che al sole diventano neri, mica color gamberetto lessato troppo; occhi, e caspita, che dire degli occhi? Di un blu così profondo, e così blu, che s’è visto solo nei mari che si guadagnano la bandieretta ecologista. E li sa usare pure bene, quei begli occhioni, perché quando entri nel suo campo visivo, e ti ammolla una occhiata delle sue, dentro a quello sguardo ci mette già tutto: se gli piaci, ti fa capire che apprezza, e anche esattamente quanto: diciamo che ti spoglia, valuta il pacchetto, e poi ti riveste, tutto in uno, mentre tu, imbambolata come un’allocca, non riesci ad emettere un fiato e lasci fare.
Nel suo studio dentistico ci sta poco, anzi quasi mai: lo studio è attività di famiglia, ma lui, da quando l’ha preso in mano, si limita ad apparirvi saltuariamente, giusto per seguire un paio di clienti fissi dai tempi di papà, perché di mestiere cura il patrimonio immobiliare, immenso, che gli hanno lasciato i genitori ed una pletora di zii morti opportunamente senza eredi; ma basta che ci faccia una capatina, in studio, soprattutto se, per arrivarci, di ritorno da un’ora di scherma, o da una settimana in barca a vela o a fare immersioni, smonta dalla moto, toglie il casco, scuote i capelli e ammolla un paio di occhiate in giro, alla ‘ndo cojo cojo, perché tutta la popolazione femminile di età compresa fra i quindici ed i novantanove anni si ricordi improvvisamente di dover controllare una carie e s’assiepi a chiedere un appuntamento.
Di politica Massimiliano non s’è mai interessato, perché è roba noiosa e a lui la noia l’ammazza; si limita ad essere, per motivi di censo e di amicizie familiari, vagamente di destra, ed ospitare accanto alla poltrona del suo studio solo i santini dei candidati di quella parte lì, che vengono distribuiti alle pazienti corredati da un sorriso del dottore, il che contribuisce a far guadagnare all’effigiato, chiunque egli sia, un buon settanta per cento in più di voti femminili. Stavolta però, nell’imminenza delle elezioni, che ormai a Spinola si fanno vicine, il Trio ha deciso che bisogna proporre facce nuove, e già che sono nuove, debbono essere necessariamente carucce, quindi s’è presentato da Massimiliano per chiedergli disponibilità.
Massimiliano prima ha nicchiato, mettendo a far barriere una cortina di “Ma no, ma dai, ma io non sono il tipo…” però con un tono, stavolta, così poco convinto, che il Trio ha capito subito c’era agio di accordarsi. La politica, han detto all’unisono i tre, non è più quella di una volta, è molto più divertente e più scapricciata: han fatto balenare davanti ai suoi occhi scenari in cui i Consigli Comunali sono pochi, e molti di più le occasioni mondane, e i party stile Villa Certosa; e anche nelle occasioni ufficiali, han lasciato intendere, il contorno non è più di grigi burocrati di partito come un tempo, ma di gran belle figliole. Forse è stata questa promessa, o forse la considerazione che anche lui i quarantacinque li ha passati, oramai, e per non molto tempo ancora, nonostante la bellezza ed il fascino, potrà ottenere appuntamenti da ventenni solo in virtù dei suoi begli occhioni. Quindi ha accettato la candidatura, fissando il suo sguardo blu su un indefinito avvenire di potere politico e soddisfazioni comunali.
Di tutto questo non sapevo nulla, naturalmente, perché non ci sentiamo più di frequente, pur essendo restati si può dire amici; l’ho scoperto per caso in anteprima, ieri mattina. Camminavo per strada sovrappensiero, come mi capita spesso, e d’improvviso sento sul collo un alito caldo e nelle orecchie un soffio: “Ehi, ciao, Bomba Sexy, dove vai?”
“Max! Ma che fai in giro a quest’ora? Niente studio?”
“No, no – fa lui, schernendosi – è che sono andato a ritirare i manifesti in tipografia… sai mi candido, questa volta. Dimmi, dimmi, lo sai che ci tengo al tuo parere: che te ne pare?”
E mi mostra un manifestone con un suo bel primo piano a tutto campo, in cui gli occhi blu risaltano e sembrano persino più blu di quanto la Natura possa mai riuscire a fare, il viso è di un bello sfolgorante, l’aria clamorosamente figa che più figa non si può. C’è uno stemma piccino picciò sotto, dove non lo vede nessuno, e lo slogan si legge appena e si dimentica subito; sul santino che mi fa anche vedere non ci sono nemmeno due parole su cosa voglia fare, o cosa lo spinga in politica, solo il suo gran sorriso e il suo sguardo malandrino, che non dice “Votami!” quanto piuttosto un più esplicito: “Andiamo a letto?”
Sorrido: “Sarà sicuramente un successo.” pronostico senza difficoltà.
In maggioranza o all’opposizione, con lui in Consiglio alle sedute si potranno vendere i biglietti, e il pubblico femminile starà lì a seguire il dibattito senza fare un fiato, dovessero pure scassarsi i microfoni e non si sentisse un cippa di quello che vien detto. In pratica, come al cinema, quando c’è un film di Brad Pitt.
Francesco Guccini, Il Bello.
È una storia di fantasia, e non si fa riferimento a personaggi o fatti reali. Però Max è un figo da paura, ve lo assicuro.


Hanno lasciato detto qualcosa