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Ma ci è o ci fa?Me lo sono chiesta, sinceramente, quando ho letto sull’Espresso di questa settimana l’ultimo articolo di Umberto Eco, Il crocifisso simbolo quasi laico. Avessi avuto la mail di Umberto Eco, gliela avrei inviata immediatamente, la mia risposta. Siccome non ce l’ho, la mail, non mi è possibile reperirla, e postare sul sito dell’Espresso un commento così lungo è stato terribilmente difficoltoso (ci ho provato comunque) pubblico la mia lettera anche qui. Non la leggerà mai, d’accordo. Ma io gliela scrivo lo stesso, e tanti saluti: magari fra i labirinti del web, chissà, ci sarà qualcuno in grado di fargliela pervenire.

Gentile Prof. Eco,

Le scrivo qui perché spero che legga i commenti ai Suoi articoli, non avendo altro modo per farLe pervenire alcune considerazioni su quanto ha scritto.

Sinceramente mi pare molto strano che un semiologo e filosofo della Sua fama non colga alcuni aspetti di tutta questa vicenda che invece a me, che pure filosofa non sono, appaiono invece chiarissimi. Vedo di spiegarmi più nello specifico, e quindi perdoni la lunghezza.

  1. Lei scrive: anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalità dei sentimenti religiosi.Il problema della esposizione in luogo pubblico, tale è infatti la scuola o l’ufficio, di un simbolo religioso non ha nulla a che fare con la volontà da parte dello Stato di vietare o anche solo disincentivare l’adesione ad una religione. Non è compito dello Stato laico, infatti, né favorire né proibire in alcun modo ai propri cittadini di avere o non avere credenze religiose. Il problema riguarda, semmai, l’equidistanza dello Stato da ogni confessione religiosa. Esponendo in un luogo pubblico e per legge un solo simbolo religioso, lo Stato non può più essere considerato super partes. Ad un semiologo come Lei non può sfuggire l’importanza di un simbolo religioso esposto in luogo pubblico, per decreto o anche per semplice consuetudine: lo spazio pubblico diviene connotato dal simbolo religioso, e tutti coloro che sono cittadini dello Stato, ma non aderiscono a quella confessione religiosa si sentono automaticamente esclusi dallo spazio pubblico: come se esso, in un certo senso, fosse un po’ meno “loro”.
  2. Le croci si trovano sui gonfaloni di molte città italiane…in modo tale che è divenuto un segno spogliato di ogni richiamo religioso. Ecco, appunto, la differenza fra la croce che trovo sulla bandiera inglese ed il crocifisso che mi tocca invece vedere pendere sul mio capo nell’aula scolastica sta tutta là: nella bandiera inglese non vi è più, ormai, alcun senso “religioso”, ma solo quello patriottico. Un musulmano nato in Inghilterra, ma anche un inglese purosangue, non riescono più a riconoscere nell’Union Jack un simbolo del cristianesimo. Lo era in origine, ma non lo è più, come per i cristiani non è più simbolo di Cristo la figura del pesce, che pure ai tempi della prima diffusione del cristianesimo lo rappresentava. Viceversa il crocifisso nella forma in cui è esposto in classe è ancora oggi esclusivamente un simbolo religioso. Lei scrive: il crocefisso, salvo quando appare in chiesa, è diventato un simbolo laico e in ogni caso neutro. Mi scusi, ma da quando? A me pare che neutro non sia per nulla. Se io vedo un crocifisso, appeso in un posto qualsiasi, a me viene da pensare alla religione cristiana, non alla cultura europea in senso lato; posso pensare anche a cose che non la cultura europea non c’entrano un beneamato, ma che hanno sempre una connotazione religiosa e cristiana; se vedo la bandiera inglese penso solo all’Inghilterra, e al cristianesimo manco di striscio.
  3. Se un monsignore cattolico viene invitato a tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala decorata con versetti del Corano. Be’ anche io, se vengo invitata nell’aula di una scuola cattolica a tenere una conferenza non mi preoccupo se c’è un crocifisso alle pareti (anzi, mi stupirei del contrario). Ma se vado in una scuola pubblica, sì che mi dà fastidio, perché là i padroni sono i cittadini dello Stato Italiano, non gli appartenenti ad una determinata confessione religiosa.
  4. Esistono a questo mondo degli usi e costumi, più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati. Certo, ma sono appunto abitudini, e come tutte le abitudini uno le può tranquillamente conservare a casa propria e negli spazi privati, ma non in quelli pubblici, se nello stesso spazio esse danno fastidio ad altri. Lei, caro prof. Eco, può tranquillamente fumare, a casa sua, se è sua abitudine; ma non lo può fare in uno spazio pubblico, perché darebbe fastidio ad altri. E dal momento che negli spazi pubblici non sono gli usi e i costumi che vanno rispettati, ma solo quanto è previsto dalla Costituzione, e la nostra Costituzione non prevede che vi sia una religione di Stato, l’abitudine di attaccare ai muri il crocifisso la può tenere a casa sua, se Le fa piacere, ma non lo può imporre dove casa sua non è.
  5. Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei. Il problema è che in una scuola pubblica, ad esempio, io non sono una visitatrice: ci vado come alunna, o, nel mio caso, come docente; sono tenuta ad andarci per legge, quindi non posso astenermi dall’entrarci anche se il crocifisso mi dà fastidio. Da alunna non posso evitare di frequentarla, da docente nemmeno. Domanda: se a me dà fastidio il crocifisso, che facciamo? Rimango senza istruzione pubblica, e mi devo andare a cercare una scuola privata atea? E da docente? Devo evitare di accettare impieghi nella pubblica amministrazione, e cercare anche lì di essere assunta in una scuola privata non confessionale?
  6. La croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo è radicato nella sensibilità comune. Chi emigra da noi deve anche familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilità comune del paese ospite. Io so che nei paesi musulmani non si deve consumare alcol (tranne che in luoghi deputati come gli hotel per europei) e non vado a provocare i locali tracannando whisky davanti a una moschea. Mi scusi, ma io non sono emigrata, sono italiana almeno quanto Lei. Italiana e non credente. Non vivo il mio essere agnostica come una “provocazione” a chi è religioso, ma come una scelta personale e rispettabilissima. Non pretendo che siano chiuse le chiese, non chiedo che siano vietati i simboli religiosi tout court. Pretendo però che ogni volta che entro in un luogo pubblico come la scuola non ci sia un simbolo religioso a ricordarmi, come una specie di anatema, che io sono non credente, perché è come se mi dicesse che non sono poi così “normale” e che, dal momento che non mi riconosco in quel simbolo, non posso neppure essere davvero e compiutamente una cittadina del mio Stato, cioè una buona italiana, una buona europea, o una buona occidentale. Il che, me lo lasci dire, è davvero una enorme cretinata, e mi rifiuto di crederci anche se me lo confermassero intere schiere di filosofi o semiologi.

    Cordiali Saluti, Galatea.

bottiglie

In un suo giallo, se non sbaglio il primo, il commissario Montalbano si interroga su quale sia la forma dell’acqua. E conclude: quella del contenitore dove la mettono.

Ecco, m’è venuto in mente questa osservazione, leggendo gli opposti (ma forse neanche tanto) articoli di Ernesto Galli della Loggia e Giorgio Israel, di schieramenti diversi, ma entrambi assai critici sull’introduzione a scuola di una nuova materia “gelminiana”, ovvero la nebulosa Cittadinanza e Costituzione, che noi insegnanti per primi non abbiamo ben chiaro che sia o cosa dovrebbe essere, ma intanto è stata istituita, per cui ci siamo arrangiati a farla lo stesso, e poi si vedrà.

Sparano a zero, i due esimi opinionisti, entrambi preoccupati che questo insegnamento, se seguisse davvero le linee guida finalmente emanate dal Ministero, si trasformi in una specie di ora di indottrinamento, in cui i piccini sono costretti a diventare adepti del mito dello Stato Totalitario (Israel) o in un minestrone buonista senza capo né coda, che in maniera vaga li invita ad essere “tolleranti”, “democratici” e “aperti”, anche se non si capisce bene a cosa (Galli della Loggia).

Randellano, i due esimi, volando molto alto: non discutono, lo dicono subito per sgombrare il campo, sul modo o sulla necessità di un simile insegnamento a scuola: si può mica sostenere, neppure velatamente, che insegnare ai pupi la Costituzione è male, soprattutto dato che i pupi in oggetto spesso manco sanno in che tipo Stato vivono. No, loro sono fini intellettuali, e poi persino nel loro mondo iperuranio è giunta notizia che i pupi la Costituzione non sanno cosa sia. Dunque se la prendono entrambi con l’impostazione generale della scuola, e, naturalmente, con il “pedagogismo progressista”, cattolico di impostazione ma un po’ comunista di fatto, e soprattutto con la vera bestemmia che trasforma l’Istruzione in Educazione, cioè trasforma la scuola in un luogo in cui non si va ad imparare a leggere o a scrivere, ma diventare Uomini con la U maiuscola e con tutte le lettere capitali. Questa dicono, è una pretesa da Stato Totalitario, da Stato che attraverso la scuola insegna ai suoi cittadini cosa è il Bene ed il Male: non li forma, insomma, ma li indottrina con un sottile – anzi magari neanche tanto sottile – lavaggio del cervello, e produce per giunta, alla fin fine, generazioni di ignorantelli che non sanno fare due più due, ma in compenso per anni si sono sorbiti lezioni su cosa sia corretto fare per essere considerati “buoni”, si presume dai vicini di casa.

Che volete che io, da insegnante, vi dica? Hanno ragione. No, per carità, sono d’accordo. Sapessero quanto mi rompo le palle, a scuola, a certe riunioni in cui si passano le ore a discettare su cosa quest’anno si debba mettere in programma per la mitica “Educazione alla affettività”, che non può essere solo – come invece secondo me dovrebbe – educazione sessuale, ma deve essere invece un “percorso formativo” che aiuti “l’alunno a prendere consapevolezza di sé e del suo corpo”, ad “affrontare positivamente una relazione”; insomma una specie di pateracchio in cui io, che sono stata assunta per insegnare ai pupetti grammatica e sintassi, devo invece improvvisarmi non si sa bene con che competenza a spiegar loro quale sia il modo giusto di volersi bene. E poi via, sempre dentro alle ore di Italiano, a ficcare anche tutto il resto: il progetto sulla prevenzione dell’abuso di alcol, tabacco e droga, l’educazione alimentare e quella “alla salute”: ore e ore in cui si prevede che il docente spieghi e si sgoli a ripetere che gli spinelli fanno male e il bicchiere di vino e alla sigaretta bisogna stare attenti, ma anche alle merendine piene di grassi saturi, e non ci si deve strafogare di cioccolata, no, ma nemmeno contare ad una ad una le calorie, che sennò c’è dietro l’angolo lo spettro dell’anoressia.

Fosse per me, tutti ’sti progetti e sottomaterie, li abolirei in toto: il mio sogno è entrare in classe, spiegare la poesia, la Costituzione, i predicati e i complementi e dare l’esercizio per controllare se la poesia, la Costituzione o i predicati e i complementi li hanno capiti o no. Tutto il resto, da cosa mangiano a come litigano a quanto si baciano e con chi, non è cosa che riguardi me, ma la loro vita privata, che con la scuola e lo Stato non ha niente a che fare, per fortuna.

Quindi in teoria io con Galli della Loggia e Israel posso anche concordare, quando mi dicono che la scuola dovrebbe dare saperi, e lasciare che poi ogni individuo, in piena libertà, di questi saperi faccia ciò che meglio crede: sono acqua, i ragazzini, e non è giusto imprigionarli in una forma decisa a priori.

Solo che poi, al contrario di Galli della Loggia e di Israel, io in classe ci vado, ogni mattina, e mi trovo davanti ad una platea di undici-tredicenni che purtroppo, alle volte, del solo sapere non hanno bisogno. Perché alle spalle non hanno niente che possa permettere loro di svilupparlo in tutta libertà: perché i genitori sono distratti, o più immaturi di loro, perché davvero, anche se pare assurdo, hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi – cioè proprio gli spieghi, eh – che se un compagno ti prende in giro l’unico modo per reagire non è dargli un pugno, se una ragazzina ti piace non è necessario saltarle addosso, e se non ce la fai ad avere otto in una determinata materia la soluzione non è sniffare cocaina prima o fumarsi una canna dopo, quando ti ammollano un quattro, e che non è vero che, se non sei un “vincente”, nella vita sei una merda e basta. Cerco di evitare il tono da predica, per quanto è possibile: ma hanno undici anni, e io sono un’adulta, quindi il rapporto non può essere paritario mai. La stragrande maggioranza non mi ascolterà nemmeno di striscio, però qualcuno, magari quello più sensibile, lo indottrinerò un pochino, e mio malgrado: perché ogni volta che apro bocca, anche solo per spiegare un participio passato, e figurarsi quando spiego loro la Costituzione, passo anche la mia visione del mondo: non istruisco solo, educo. Educo anche solo con il mio modo di entrare in classe, parlare, muovermi, indossare certi vestiti ed altri no, rispondere in una certa maniera.

L’acqua non ha forma, ma noi tutti siamo acqua in bottiglia.

muro bianco

La camera, adesso, è tutta sua. E non è nemmeno una camera sola, a ben vedere. Alfonso Crespano, persino se ha rotto i ponti con la famiglia, lasciato moglie e mammà – non necessariamente in quest’ordine – e incrinato quell’universo di relazioni che lo hanno protetto come una bolla fin dalla nascita, ha sempre fondi a sufficienza per potersi permettere non una camera ma un bel monolocale, nell’unico residence decente appena fuori Spinola. Ha dunque un intero appartamentino, arredato con mobili di lusso, per quanto dal design alberghiero: un divano in pelle con inserti in acciaio fighetto, un letto spazioso con testata in cuoio e trapuntina rosso pompeiano, e, appeso al muro, una tv a schermo piatto che gli consente di vendere tutte le reti possibili, in chiaro ed in oscuro, messe in onda per l’etere italico.

Non ha dovuto nemmeno cercarlo, per quel principio che, quando sei ricco, sono le cose che vengono a cercare te. Non appena per il paese s’è sparsa la voce che Alfonso era andato via di casa, destinazione non si sa dove, Anselmo Pedron gli ha fatto uno squillo al cellulare, offrendogli asilo. Non s’è trattato tanto di un favore, quanto di un investimento: ad offrire un tetto al figlio in fuga, Anselmo sapeva bene di rischiare l’ira di madama Crespano, che da sempre è la sua signora e padrona. Ma i servi svegli sono tali perché vivono sotto al padrone presente però sanno prevedere come ingraziarsi il padrone futuro: dunque ad Alfonso Anselmo ha immediatamente regalato un riparo, e a madama Crespano ha coscienziosamente spiegato, poi, il giorno dopo, che in fondo quello era pur sempre l’unico modo per mantenere comunque un qualche controllo sul fuggiasco: “Finché el xé da mi, el xé da nialtri.” ha infatti sentenziato con feroce pragmatismo.

Ora ha la sua camera, Alfonso. Ci sta da sei mesi. Non se ne vuole andare. All’inizio aveva creduto di rimanerci giusto qualche giorno, al massimo una settimana, prima di trasferirsi definitivamente dalla Betty Crovato, o meglio, di affittare assieme a lei un nuovo appartamento. Non poteva che essere una soluzione momentanea e provvisoria, quella del residence, con le pareti lattee prive di quadri, movimentate solo dalla televisione piatta come i programmi che trasmette, e quei mobili anonimi, senza un vero padrone e senza una storia, destinati fin dalla nascita ad accogliere qualche cliente per due settimane, al massimo un mese, e poi passare a quello successivo senza portare tracce. Lui, Alfonso, è sempre stato abituato ad altre case, piene di memorie, di tradizione. L’avita magione reca i segni di tutte le generazioni di Crespano prima di lui, e in nuce i presagi di quelle a venire. La sua camera da ragazzo, rimasta immutata nell’ala padronale, è qualcosa a mezzo fra il museo e l’altar maggiore, con da un lato la scrivania del nonno, e la poltrona in cuoio, e libri che prima di Alfonso sono stati di tutti i primogeniti Crespano, e dall’altra un muro che è un tripudio di alfonseria, con un’infilata di foto in cornice peggio di una bacheca di facebook: Alfonso al mare, in montagna, con gli sci, senza, con in mano ogni tipo di trofei e di coppe guadagnati nelle competizioni più disparate; con mamma, mamma e papà, mamma e i parenti, mamma e gli amici, le morose… ecco, no, con le morose no. Una ne ha avuta, e l’immagine è stata cassata subito dalla madre, non appena gliel’ha fatta lasciare: l’unica foto femminile rimasta è quella con la fidanzata ufficiale, scattata quando era già sicuro che questa sarebbe diventata moglie.

La sua casa da maritato, dépendance di quella dei suoi, anche quella era piena come un uovo. Patrizia, la moglie, l’aveva arredata con l’ansia da horror vacui: mobili, mobili, mobili. Sopra i mobili scansie, sopra alle scansie cornici, dentro alle cornici foto. Nei due anni di matrimonio non si spiega come sia riuscita a farne tante: lei ed Alfonso ovunque, immagini moltiplicate come nel gioco di specchi finale nella Signora di Shangai. Per sentirsi sicura d’averlo sposato, pareva dovesse vederselo davanti in ogni cantone di casa, e assicurarsi che lui vedesse lei, per non dimenticare.

La prima volta che è entrato nel residence e ne ha visto i muri vuoti e i mobili senza cornici, senza ritratti, senza foto, Alfonso ha provato una sorta di spaesamento: non pensava che delle stanze da abitare potessero essere così. Almeno non quelle in cui avrebbe potuto abitare lui. Si è sentito sospeso in un posto che non esiste, dove lui non era più lui, dove lui non era più nessuno, perché non aveva le cose che erano sue a ricordargli chi fosse. Persino Spinola, vista dalla nuova angolatura della finestra, non sembrava più il suo paese.

Ha provato un senso di fastidiosa vertigine. Come se gli mancasse l’aria. O come se di aria, improvvisamente, ne avesse respirata troppa. Si è dovuto sedere sul letto e guardare con calma la stanza e le pareti. Le pareti bianche.

É rimasto tutta la sera così. Zitto. A guardare un muro. Bianco. Per la prima volta da quando è nato gli è parso di poterci lasciare sopra una traccia che fosse solo sua.

betty boop santa

L’altra sera mi è capitato di andare a prendere un aperitivo con un gruppo di persone che definire amici forse è un po’ troppo: diciamo conoscenti, di quelli che vedi di tanto in tanto, un po’ per caso un po’ per dovere, a cui ti legano un misto di interessi di lavoro e di vaghe comuni frequentazioni, ma nulla più. Una decina di uomini e donne, tutti quasi quarantenni, di Destra e Sinistra, estrazione varia, cultura medio alta, lavori che vanno dall’imprenditore al professionista. Il clima era informale, il caldo torrido, gli uomini quasi eleganti e noi ragazze pressappoco in tiro, l’aperitivo ghiacciato come si conviene in simili circostanze, e la conversazione, quindi, rimaneva superficiale, senza particolari affondi, come quelle bollicine che nella Coca Cola non sanno se andare su o giù.

Poi qualcuno, non ricordo nemmeno chi, ha cominciato con le battute su Berlusconi e le sue escort. S’è andati avanti per un dieci minuti, sfoderando tutto il repertorio di doppi sensi e l’intero campionario del gossip. Mi sono estraniata dalla conversazione, per studiare i tipi e le facce dei conversanti, i loro atteggiamenti: c’era il pettegolo che riferiva i particolari più sconci, l’informatissimo che millantava conoscenze di retroscena ancor più segreti, il saputello che poteva citare a memoria non solo tutti gli scandali della presente legislatura, ma anche quelli delle precedenti, per risalire fino al caso Montesi, il caciarone che sfornava a raffica battutacce da caserma, la donna di mondo che comparava i look delle fanciulle disponibili e degli utilizzatori finali. Mancavano, in questo campionario di società civile, gli scandalizzati. Di Destra o di Sinistra, laici o cattolici, non ce n’era uno, in piedi attorno al tavolo, con l’aperitivo in mano e il ghiaccio a tintinnare nel bicchiere, che mostrasse un minimo di sincero imbarazzo o di comprensibile sconforto per questa serie di scandali che sì, possono essere ridicoli, ma coinvolgono comunque un’altissima carica dello Stato e danno in ogni caso l’immagine dell’Italia come un paese che va a puttane, a cominciare dal Premier.

Intendiamoci, a me i Savonarola non piacciono, anzi m’hanno sempre dato l’allergia. Non vagheggio teorie di Piagnoni che entrano a Villa Certosa per bonificarla bruciando le foto delle veline discinte: se Berlusconi va a letto con vallette, Letterine, Letteronze e interi alfabeti di compiacenti fanciulle pagandole per i loro servizi, credo che siano, in buona sostanza, fatti suoi, anche se un po’ miserelli. Ma in quel gruppo di adulti ben informati e passabilmente colti c’era qualcosa di più della bonaria indifferenza o della compassione sorniona: era vero e proprio menefreghismo, che ha toccato il culmine quando uno dei presenti ha sentenziato, candido candido: “Be’, sì, ma in fondo ammettiamolo: avremmo fatto tutti lo stesso, no?” riscuotendo l’approvazione di tutti i presenti, maschi e femmine che fossero.

È questo che mi ha fatto venire i brividi. Perché li ho già sentiti una volta, questi discorsi, me li ricordo bene: sono gli stessi che si sono cominciati a fare dopo la sbornia dei primi mesi di Tangentopoli. Una settimana prima erano tutti al Rafael a tirare le monetine in testa a Craxi, e pareva fossimo sull’orlo di una presa della Bastiglia; e poi paffete, passato tutto: si è cominciato a dire sì, ma in fondo rubavano tutti, in circostanze uguali avremmo rubato anche noi, era il sistema, era il periodo storico, sono i costi della democrazia, poi l’uomo è ladro per natura, eppoi ’sti giudici, via, che vogliono? Son dei moralisti, han rotto il cazzo. La stessa aria che si respirava l’altra sera: eh certo, il Premier sorpreso con i pantaloni abbassati in compagnia di una professionista fa ridere, ma perché farne un caso politico? Pagava? Prometteva posti in lista, prebende europee, facilitazioni per progetti edilizi? Eh vabbe’, è il potere, lo faremmo tutti. E le donne, poi, facevano le puttane, anzi, peggio, si abbassavano ad andare a letto una tantum con il potente di turno per avere in regalo un ciondolo, una mancetta cash, un aiutino per la pratica, una candidatura al seggio in Consiglio Comunale di Vattelappesca, un condono per un balcone abusivo? Si sa, il mondo va così e le femmine sono tutte zoccole.

Ecco, scusate, no. Anche a costo di apparire una insopportabile moralista, molto rompicoglioni e fuori dal mondo, no. Non è vero. Non è vero che si è tutti ladri o zoccole, e che, in circostanze simili, si sarebbe tutti pronti a vendersi per un centone o una tartarughina. Come non è vero che tutti gli statali sono fannulloni, tutti i destrorsi cerebrolesi, tutti i sinistri spocchiosi radical chic, tutti i clandestini criminali. Non è vero che, in circostanze simili, tutti, invariabilmente, avrebbero scelto di comportarsi nel medesimo modo, rubando o facendo sesso in contropartita. Ci sono uomini che non rubano, non perché non hanno l’occasione giusta, ma perché eticamente lo ritengono scorretto; ci sono donne che non scambiano favori sessuali con favori di altro genere; ci sono persone, per dirla in breve, che non si prostituiscono, né letteralmente né in senso traslato, e decidono di vivere una vita onesta, con fatica, non svendendosi e accettando solo, se costretti, quei compromessi che si possono accettare senza perdere la propria dignità.

Crediamo nella libertà dell’individuo? Ecco, la libertà là si misura, nel saper dire no anche quando l’ambiente fa pressione nel senso opposto. La libertà consiste nel fatto che puoi decidere scientemente di compiere un reato (il latrocinio) o venderti per denaro o per ottenere appoggi, ma poi devi essere disposta/o a pagarne, come individuo, le conseguenze penali o morali. Non è che i meriti del successo possono essere tuoi, e la colpa dell’insuccesso invece della società, delle cattive compagnie o del momento storico.

Dire “Ma fanno tutti così” non è valido, e neppure invocare una pretesa “natura umana” che là porta, come una strada obbligata. Se si crede nella libertà dell’individuo, non lo si può giustificare poi con queste menate.

Ci sono uomini che non rubano, dirigenti che non smanacciano le segretarie, maschi che non sono mai stati, in vita loro, utilizzatori finali. Ci sono donne che per sbarcare il lunario puliscono i gabinetti, rispondono ai call center, si arrabattano come precarie nei lavori più strani, e, per far carriera, non battono alle feste vip. Hanno il santo diritto di non essere equiparati agli altri, che hanno scelto di fare diversamente. E se pensate che questo sia moralismo, pazienza: cambiate blog.

Cesare Cremonini, Gli uomini e le donne sono uguali

gattino triste

Al Tg3 han fatto fuori il Vaticanista, perché aveva detto che il Papa lo ascoltano solo quattro gatti.

Però rabbiosi.

E comunque, specificano dal Vaticano, non erano quattro.

Erano quarantaquattro, in fila per tre, col resto di due.

Del resto, è risaputo: la gatta frettolosa fa i vaticanisti ciechi.

Per evitare futuri imbarazzi, le cronache vaticane dei Tiggì, da oggi in poi, si concluderanno con le fusa.

Tanto con Rarzinger i Direttori dei telegiornali sono già tutti un baubau miciomicio.

Chiariamo, non si tratta di un giro di vite della censura. Al massimo, di una zampata.

Per evitare possibili grane legali, questo blog saluta tutti i suoi lettori con un affettuoso miaaao!

velina santa

Certi labirinti mentali mi affascinano: c’è qualcosa di attraente, infatti, nel seguire i ghirigori di un pensiero che, convinto di essere tagliente e diretto, si incarta in meandri sempre più arzigogolati. In questi ultimi due giorni sul mio blog ha postato diversi commenti un lettore, Frz40, con cui prima non avevo mai avuto occasione di dialogare. La polemica è partita dal post L’educazione televisiva, in cui Frz40 (in cui il 40 deve essere la data di nascita, e non l’età, da quanto capisco) aveva scritto un primo commento molto lungo e circostanziato: secondo lui il mio attribuire parte della “colpa” dell’attuale stato dell’Italia ai modelli che per anni la televisione berlusconiana ha proposto con i suoi programmi era, in buona sostanza, un modo comodo per chi è di sinistra di evitare di far autocritica sulla proprie responsabilità, perché se noi trenta/quarantenni abbiamo aderito a quei modelli è solo ed esclusivamente un nostro demerito. Per giustificare ciò Frz40 spiegava che le sue figlie sono venute su benissimo, e sono del tutto immuni da ogni deriva velinesca, nonostante egli abbia sempre fatto vedere loro le tv di Silvio.

In una mia lunga ed altrettanto circostanziata risposta avevo cercato di spiegargli che, in realtà, egli aveva in parte frainteso il senso del mio post (per carità, non mi sarò spiegata io bene, eh!): la mia non era tanto una accusa nei confronti di Berlusconi, ma una presa di coscienza che ormai, dopo anni di esposizione ai modelli che le tv di Berlusconi hanno proposto come vincenti –non inventato, per carità, ma amplificato con la loro capacità di impatto sì-, la mia generazione è profondamente “berlusconizzata” nel profondo, e questo rende impossibile, alle volte, togliersi di dosso alcuni automatismi del pensiero che noi sentiamo come “naturali”, mentre in realtà li abbiamo assorbiti in modo inconscio, attraverso il bombardamento televisivo cui siamo stati sottoposti fin dalla più tenera età.

La posizione di Frz40, invece, pare negare del tutto questa possibilità: dal suo commento si evince che egli non crede che ai ragazzi e men che meno agli adulti si possano imporre modelli dall’esterno, grazie solo al peso della pressione sociale: se ragazzi ed adulti accettano quel modello è perché decidono di farlo, o perché ne sono convinti o perché, se minorenni, le famiglie non hanno dato loro una “educazione di base” così forte dal renderli impermeabili alle influenze negative esterne; insomma, per semplificare: il berlusconismo non esiste, ma se esistesse la colpa sarebbe di quelle pappemolli, consenzienti, che si fanno infinocchiare da Berlusconi.

Questa idea ha ispirato il mio secondo post Le tette di Tinì Cansino e i paradossi della democrazia, in cui appunto mi ponevo il problema se l’idea espressa da Frz40 fosse condivisibile: è vero, infatti, che molto spesso i modelli proposti sono apparentemente accettati in maniera consenziente dal pubblico, ma, mi chiedevo io, è davvero libera la scelta di aderire ad un modello se, fin dall’infanzia, tutti i mezzi di comunicazione e la società nel suo complesso gli hanno inculcato in maniera conscia ed inconscia che quello e solo quello è il modello da seguire?

Ora è chiaro che, arrivati a questo punto, non stiamo più discutendo di Berlusconi o del berlusconismo, ma il discorso si è spostato su qualcosa di un pochino più generale, ovvero quali siano, in pratica, i limiti della libertà di scelta nell’essere umano.

Quando si affronta un tema del genere, persino se non si è un filosofo ma una semplice blogger, è ovvio che si deve usare un linguaggio un pochino più preciso – non solo più colto, proprio più tecnico- per evitare di dire sfondoni; e ci si augura e si dà anche in parte per scontato che l’interlocutore che ha suscitato il dibattito farà altrettanto: il che non vuol dire che non si possa ancora scherzare e far battute, ma che, quando si risponde, l’argomentazione si basi su contestazioni nel merito, e non si rifugi in una semplice infilata di luoghi comuni.

Che cosa invece mi scrive Frz40? Per prima cosa si lamenta, con tono querulo, del fatto che il mio secondo post sia incomprensibile. Per farlo, però, non lo dice così: con tono mesto, anzi, finge di scusarsi per non aver capito, a tutta prima, cosa volessi sostenere: 1357 parole sono state necessarie per scrivere questo bel post, o meglio, questo bel saggio. Per la verità, nonostante il raffinato e forbito uso del linguaggio, ad una prima lettura non ci avevo capito molto. Notate le finezza: mi conta le parole, come a sottolineare che ho splafonato fuor del lecito, poi fa diventare la parola “saggio” quasi una raffinata forma di insulto: come blogger non vali un beneamato, sottintende, perché non scrivi dei post, ma dei pallosissimi manualetti di filosofia, in cui, nonostante tu sappia usare bene l’italiano, non ci si capisce una cippa. Chi si lascia scappare di penna una frase così sottilmente insultante è un vecchio volpone, e non c’entra se il 40 del nick sia o no la data di nascita. Ma la commedia della finta insipienza continua (sempre contando le parole): mi ringrazia dunque con fare commosso di avergli insegnato una nuova parola, aporia, che, fa capire, è una roba tanto strana che possono usare solo degli intellettuali avulsi dalla realtà, lontani dal popolo ed incapaci di parlare, come invece sa far lui, alla gente. Peccato che, per rinfacciarmi l’uso del termine, lui lo traslitteri in greco, cosa che io manco mi sogno dal fare: il che mi fa sospettare, e con ragione, che la suddetta parola tanto intellettuale non l’abbia sentita affatto per la prima volta da me e ciò gli abbia procurato lo spaesamento che affetta, ma l’abbia imparata fra i banchi di un buon liceo classico e sappia benissimo cosa vuol dire. Ma accusare me di essere una intellettuale con la puzza sotto il naso e dedita a questioni di lana caprina che nessuno capisce è molto più facile che argomentare nello specifico.

Anche perché, quando prova a farlo, va detto che i risultati non sono esaltanti: Frz40 si intorcola in un discorso che, in realtà, non si capisce bene dove voglia andare a parare: l’individuo non può scegliere se gli piace la cioccolata se non ha mai avuto la possibilità di assaggiarla, o neppure sa che la cioccolata esiste. La società dovrebbe dargli la possibilità di conoscere la cioccolata ma la società è formata da individui che non conoscono la cioccolata. Un vero dilemma! E pensare che esistono altre società dove la cioccolata la conoscono bene. E forse anche in questa società c’è chi la conosce ma vuol tenerla tutta per sé e ci fa vedere solo le tette della Cansini.

Già, appunto, verrebbe da dire, e quindi? Il dilemma, al di fuori dell’ironia, è proprio questo: se io non so che la cioccolata esiste, non posso nemmeno decidere se mi piace (lo stesso discorso vale per le tette della Cansino, peraltro: se Frz40 non le avesse mai viste, non avrebbe neppure potuto apprezzarle mai).

Non venendo fuori dall’angolo dove si è incantonato da solo, Frz40 risolve la cosa buttandola sulla generica lamentazione che il tema di cui mi occupo è una fisima senza costrutto:Eh sì, sono questi i temi fondamentali del nostro tempo! Come si fa a non scriverne in modo così puntuale? Mica come quelli che scrivono post con titoli piú lunghi del contenuto, tanto per vedersi in vetrina, e credono che il blog sia un posto dove conti soltanto il il look, come in discoteca. O, come quelle che sentono la necessità di vestirsi sexy come una soubrette del Bagaglino per sedurre un uomo.

Ammirate la virata retorica: prima il dileggio verso l’argomento scelto da me, poi una generica accusa nei miei confronti di essere una moralista (di certo odio le discoteche, e sogno un mondo in cui i blogger e tutti non parlano che di argomenti culturalmente impegnati: insomma, sono una tediosa rompicoglioni), inoltre sono anche un po’ frustrata perché per cercarmi un uomo ho bisogno di vestirmi sexy (’sta cosa del vestito da soubrette deve essergli rimasta nel cuore, è la terza volta che la ricorda: A Frz40, ma nun è che te piacerebbe vedemme vestita così, eh?). Quindi, il crescendo rossiniano finale:

Per la carità, sul proprio blog ognuno può scrivere come vuole e cosa vuole, però da povero vecchietto mi vien da pensare:TAKE IT EASY, GALATEA! Altrimenti tu “ ragazza fantastica…i carina, simpatica, quando vuoi persino sexy, e poi alla mano, intelligente, spiritosa, piena di senso dell’umorismo, affidabile, dolce, per giunta neanche particolarmente rompipalle sulle cose su cui voi donne rompete sempre” (dal tuo post ”Psicologia Maschile”) passerai molto tempo ancora per capire perché gli uomini non ti filano. Viva le ZIZZE !!

Ecco, meno male che ci siamo arrivati: dunque, dal momento che io, non solo blogger ma soprattutto donna, mi azzardo a scrivere post che non trattano qualche cazzatina adatta al blog di una femmina (chessò, le collezioni moda autunno inverno, come farlo impazzire a letto e le ricette di cucina, ad esempio), è ovvio che sono una esagitata che dovrebbe darsi una calmatina. Altrimenti un uomo che mi sopporti, se mi ostino a voler pensare e scrivere su argomenti che sarebbe meglio lasciare ai maschietti, non lo troverò mai. Per fortuna che, dall’alto della sua pluriennale esperienza, il buon Frz40 mi dà una dritta: scollega il cervello, e scopri le tette, ragazza mia, che non saranno come quelle della Cansino, per carità, ma al mondo ci sono tanti uomini che si accontentano, purché tu non mi ostini a far capire loro che sai anche pensare.

Be’, caro Frz40, ti devo ringraziare per questa bella lezioncina. In effetti, considerato ciò che scrivi, la tua mentalità e la tua data di nascita, hai ragione: non si può attribuire all’educazione televisiva berlusconiana in toto lo stato pietoso di arretratezza in cui versa questo paese, il paternalismo un tanto al chilo sparso a piene mani, la mentalità maschilista diffusa, lo scarso rispetto verso la dignità femminile e l’inesistente stima verso l’intelligenza delle donne che si ritrovano in Italia. In effetti, leggendoti, è evidente che tutte queste cose erano ben diffuse ed allignavano anche prima di Silvio e delle sue tv.

Ah, dimenticavo: per completare l’opera, poi se l’è presa con Kay Rush. Sì, le donne intelligenti devono proprio mandarlo in crisi, neh.

liberazione

Vengo fuori da due famiglie di antifascisti, che, nonni e nonne, zii e prozie, gli uni a Genova, gli altri a Venezia, il Ventennio, la guerra, la Resistenza li hanno subiti tutti, senza farsi mancare nulla, rischiando l’olio di ricino, le botte, il plotone d’esecuzione, il confino. Erano gente testarda, e neanche tanto ideologizzata, che non veniva fuori da alte scuole, o da facoltà universitarie. Ma per capire che la dittatura è un male, e un dittatore è sempre uno stronzo, non serve poi una laurea in filosofia o saper chiosare Hegel in tedesco: chi ci arriva ci arriva senza studi, e chi non ci arriva, neanche lo tenessero sui banchi una vita ci arriverà mai.

Dell’Antifascismo, della guerra e della Resistenza mi han sempre parlato, fin da quando ero piccola, come ne parlano quelli che le hanno viste e fatte davvero. Non un fumettone, in cui da una parte c’erano i buoni, dall’altra gli altri, e le cose stanno o di qua o di là in modo netto, tanto che quando un qualsiasi personaggio entra in campo sai già da come si comporterà, e se ti sarà amico e nemico.

C’erano le parti, e poi c’erano gli esseri umani: non tutti quelli che erano dalla parte tua erano automaticamente brave persone, e li stimavi tutti; non tutti quelli che stavano con i Fascisti erano solo vermi da sterminare.

Ricordo mia nonna commossa quando ricordava due soldatini tedeschi messi di guardia davanti alla fondamenta di casa sua: erano biondi, educati, diceva, vennero a chiederle se poteva stirare loro una camicia, e lei disse sì. Saltarono in aria su una mina col loro barchino, e tutta la Giudecca andò al funerale: avevano sedici anni, due in più di mia mamma, quella stessa che rischiò di morire perché la spararono addosso i Fascisti, durante una perquisizione in casa, in cui il vecchio prozio fu malmenato e la nonna si prese un pugno in faccia non si sa neanche perché. Si salvò, mamma, perché la gamba del tavolo deviò la pallottola: il destino ci mise letteralmente una zampa, neh. Una lontana cugina torinese non fu altrettanto fortunata: durante una irruzione di partigiani nel suo bar partì un colpo e l’ammazzarono: non faceva politica, al massimo serviva il caffè, quello di cicoria. L’obiettivo del commando era un Fascista che leggeva ogni mattina il giornale da lei, la sua morte fu un danno collaterale: la guerra è guerra, si giustificarono allora come si giustificano in simili casi oggi: la guerra è guerra e la sfiga è la sfiga.

C’erano i Fascisti, c’erano i Comunisti, c’erano poi quelli che non erano né l’uno né l’altro ma combattevano lo stesso: Socialisti, Monarchici, Cattolici, i Giustizia e Libertà, che erano di solito i più colti, studenti universitari e professori; i vecchi Liberali che facevano poco perché in genere erano Liberali da prima del Fascismo, e si portavano dietro la vergogna di averlo lasciato andare su, quel canchero di Mussolini.

C’erano quelli che non si schierarono mai, come se la cosa non fosse loro, e vivacchiarono alla bell’e meglio, spesso facendo la borsa nera con tutti. C’erano, come sempre, gli opportunisti, quelli che fino al 24 aprile erano stati in fez, e il 26, se li ricorda mia madre, furono i primi a presentarsi con al collo un fazzoletto rosso.

C’erano le mogli dei gerarchi che andarono in giro fino alla sera prima del crollo con i tacchi e i bei riccioli in piega, e poi vennero prese, picchiate, rapate a zero e colorate in testa di rosso, quasi sempre da gente che fino al giorno prima, al passaggio dei mariti, si prostrava in inchini fino a terra.

C’erano quelli che erano stati Fascisti, e avevano partecipato a rastrellamenti e azioni punitive, andando casa per casa a trascinare via quelli da condannare a morte, e poi s’erano presentati a casa di mio padre, di nascosto, piagnucolanti, chiedendo che il nonno li proteggesse e mettesse una buona parola, per non venire impiccati in strada, come avevano fatto loro con i partigiani, terrorizzati di far la fine del loro capo a Piazzale Loreto.

C’erano gli ebrei, e i loro bambini, tanti, cui mia zia fece per un periodo scuola a casa, perché a quella pubblica non potevano andare più, e che il 25 aprile non scesero in piazza, perché non c’erano più: erano stati già deportati, uccisi e sepolti chissà dove, in Germania.

C’erano gli Angloamericani, che arrivano alla Giudecca il 26, un giorno dopo, perché l’isola era ancora minata e nazista mentre Venezia era già libera, e il primo a sbarcare fu, racconta sempre mamma, un neozelandese mezzo maori e brutto come il peccato, alto quando un puffo ma con sorriso che apriva il cuore, perché era il sorriso della Libertà.

A me quel periodo, e il 25 aprile, così lo hanno sempre raccontato, semplicemente, sicché fin da piccola me ne sono fatta una immagine precisa, che non ha nulla del santino agiografico, ma neanche della leggenda nera.

Per questo le polemiche che tornano fuori ogni anno non le capisco, non le capisco proprio, perché il 25 lo festeggio da sempre senza dogmi, senza illusioni ma, invariabilmente, con una grande allegria. Perché il 25 aprile degli Italiani allora fu tante cose, fu tutto, e fu contraddittorio, come è sempre ogni vicenda della nostra terra e del nostro popolo, perché contraddittori e complessi siamo noi. Ma la di là di ogni particolare, fu un bel giorno: quello in cui finì una dittatura e tornammo tutti liberi, liberi persino di arrovellarci sulle nostre contraddizioni.

E io lo festeggio in allegria anche per questo, tiè.

bartleby2

Quando Bartleby lo scrivano viene allontanato dal suo studio perché, piano piano, ha rifiutato ogni compito ed ogni azione con un semplice “Preferirei di no”, finisce in carcere per vagabondaggio. Qui, nonostante l’avvocato suo ex datore di lavoro preghi il secondino di fargli avere del cibo migliore di quello fornito dalla prigione, Bartleby risponde di nuovo: “Preferirei di no.” E muore di inedia.

Perché erano a New York.

Qui, l’avvocato gli avrebbe potuto far ficcare in gola un sondino.

Una delle cose che ho più apprezzato, nel comportamento di Peppino Englaro, è il fatto che di Eluana non esista una foto recente. Le uniche che si trovano in rete, e si vedono in tv e sui giornali sono quelle scattate prima dell’incidente, in cui Eluana è una bella ragazza mora e sorridente, dagli occhi pieni di vita e di speranza per un futuro che ahimè, come sappiamo, non ha potuto avere.

Dopo diciassette anni di stato vegetativo, chiunque abbia un briciolo di buon senso sa che quella immagine è appunto solo la foto di un passato lontano: se bastano pochi giorni di malattia anche non grave per ridurre un essere umano al pallido fantasma di se stesso, diciassette anni di incoscienza totale riducono qualunque corpo, pur se idratato e alimentato artificialmente, ad una larva.

In questi anni sul signor Englaro si sono riversate accuse di ogni sorta. Insinuazioni così basse, volgari, schifose che già da sole bastano a qualificare e far riconoscere che razza di persone orrende possano essere quelle in grado di partorire simili oscenità. Ma quel povero padre, oltre a non rispondere a parole alle offese più triviali, ha avuto il grande merito di non far trapelare una sola immagine della figlia come è oggi. Sarebbe stato molto facile, e mediaticamente vincente, rispondere agli attacchi più belluini con la sola evidenza di una foto, mostrare a quanti si ostinano a pensare che Eluana stia nel suo letto come una bella addormentata in attesa di un principe pronto a risvegliarla con un bacio e farle concepire un figlio, che invece le cose non stanno così, non stanno proprio così, che Eluana, ahimè non è più una principessa, ma un povero corpo svuotato di vita ed attaccato a dei tubi capaci di protrarre solo all’infinito alcune funzioni basilari, senza un senso e senza una ragione.

Se non ha scelto questa strada, è stato per amore e per pudore: amore verso la figlia, che aveva chiesto solo di poter mantenere la sua dignità di essere umano, e pudore di genitore e di cittadino che combatte una battaglia civile per tutti i suoi simili, non chiede favori e non aspira a trasformare il tutto in un macabro reality show. Da tutto il circo Barnum che gli si è scatenato attorno, Beppino Englaro ha cercato di proteggere sua figlia fino all’ultimo, combattendo con i mezzi della legge, non giocando in maniera furbetta sul pietismo facile o sul sensazionalismo d’accatto. Non chiede di essere compatito, non chiede che venga compatita Eluana: chiede che ad Eluana venga riconosciuto un suo diritto, come cittadina di uno stato laico e democratico, che consente a ciascuno di poter scegliere, controllare d interrompere i trattamenti sanitari cui viene sottoposto.

Non cerca pietà, pretende dignità e rispetto.

Forse è per questo motivo che ’sto paese non riesce a capire la sua battaglia.

spinaAi cortesi signori che da mesi ed anni si affannano attorno al caso di Eluana Englaro ricordando al suo povero padre, che già ne ha dovuto sopportare tante dalla vita, che il loro è vero amore per Eluana e il suo invece no; a tutti i preti, i vescovi, le pie suorine che hanno spiegato a Beppino Englaro che deve credere nel miracolo, che il miracolo è lì lì, e insomma, un attimo di tempo, Dio lavora sull’eternità, diciassette anni sono un soffio; a tutti i tromboni che si sono sentiti in dovere di scrivere articoli ed articolesse spiegando che loro una cosa del genere non la farebbero mai, per niente al mondo, perché sono genitori santi, loro, e quindi a vedere una figlia ridotta ad un vegetale per anni e anni e anni godrebbero, per Giove, perché saprebbero che comunque è viva; a tutti quelli che hanno ripetuto alla nausea che la vita è un dono di Dio, ma non hanno spiegato perché, se ce l’ha regalata, non possiamo allora farne quello che vogliamo, ché, altrimenti, non è un dono, ma al massimo un comodato d’uso, e scriverlo così su un testo sacro non farebbe una gran figura, via; a tutti quelli che si sono precipitati a portare pane e acqua sui sagrati delle Chiese e poi, quando vedono un disgraziato sul sagrato della Chiesa medesima che chiede la carità chiamano i vigili per farlo sloggiare; a tutti quelli che davanti all’ambulanza, per Eluana, si sono addirittura sdraiati, perché pronti a morire per evitare un delitto, ma quando sentono che dalla villa dei vicini han rubato quattro carabattole bofonchiano: “La pena di morte, ci vorrebbe, altro che!”; a tutti i politici che, reduci da un ictus, hanno confessato che avrebbero desiderato la moglie trovasse un modo per non farli rimanere dei vegetali, magari operando di nascosto, ma poi oggi dicono che la legge sul testamento biologico no; a tutti questi signori, insomma, vorrei dire: “Per piacere, adesso è ora di staccare la spina.”

Ma non quella di Eluana. La vostra.

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