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Nel momento in cui ci si chiede il significato ed il valore della vita, si è malati.

S. Freud

L’ho visto sullo scaffale, ieri pomeriggio, e non ho saputo resistere. Con tutto che è un volumazzo di quasi duemila pagine, e solo per sollevarlo ci vuole l’aiuto dell’Incredibile Hulk. Ma era lì, mi guardava come se stesse proprio aspettando me, Sigmund Freud 1886-1921, Opere. E l’ho dovuto prendere, per una sorta di riflesso condizionato cui non so oppormi, una patologia che il vecchio Sigmund avrebbe fatto bene ad indagare.

Siamo vecchi amici, io e lui: la prima volta che ho preso in mano l’Interpretazione dei sogni avevo forse quindici anni, ed è stato amore a prima lettura. Mi sono chiusa in camera per tre giorni, riemergendone, alla fine, solo per uscire ed andare a comprami il resto: la Psicopatologia della vita quotidiana e Totem e tabù. Me li scammellai al mare, sotto l’ombrellone, con le mie cugine che mi guardavano preoccupate, offrendomi in cambio qualche romanzo di spionaggio.

Ma non vuoi un Bond?” chiedevano.

No, no, Vuoi mettere questo, quanto tiene più col fiato sospeso?Poi non fa che parlare di sesso…”

L’ho riaperto ieri, tirandolo fuori dal cellofan della libreria, e l’effetto è stato lo stesso. Freud a me ha sempre preso più di qualsiasi romanzo, ma forse è perché come un romanzo l’ho sempre letto e come uno scrittore l’ho sempre valutato. Ciò che mi cattura, quando m’immergo nei suoi scritti, non sono, in fondo, le teorie psicanalitiche e probabilmente nemmeno le esegesi cliniche, di cui non capisco una cippa, ma l’immagine di quel suo mondo che se ne ricava.

M’ha sempre affascinato questo uomo asciutto, dalla prosa precisa e tagliente, che non ha mai cedimenti al patetico o al sensazionalistico, o come molti suoi epigoni, al misticheggiante. È un medico, uno scienziato, non ha un attimo di defaillance, un momento in cui se ne scordi, uno svarigolo verso il poetico, l’enfasi, l’emozione. Pura prosa positivista di un tizio convinto, come solo un bel positivista poteva essere, che il caos del mondo va domato. O per lo meno spiegato nelle sue linee generali. Ci vuole una bella fede nella razionalità per andarsi a mettere contro l’Inconscio, ed essere tenacemente certi di riuscire a squadernalo e renderlo intellegibile nei suoi meccanismi più nascosti. Per mettersi alla ricerca delle regole che stanno dietro all’apparente pazzia, all’isteria, ai comportamenti patologici, o a tic inoffensivi, per smontare i sogni intuendo che sono congegni precisi come orologi, per quanto sembrino parti senza senso della più sbrigliata e assurda fantasia. Più estremo di uno Sherlock Holmes, le sue deduzioni razionali si spingono là dove nessun investigatore prima aveva mai osato: dove persino Platone e gli antichi s’erano fermati, arrendendosi dinanzi al limite della sacra follia.

E interessante, sociologicamente interessante, il mondo che lui descrive attraverso i suoi casi clinici. Una società apparentemente così ordinata all’aspetto, un’epoca che non era mai stata così bella, con le signore elegantemente vestite, gli uomini incravattati, i borghesi che parevano sempre sul punto di entrare in un tabarin o ad una prima d’opera. Un mondo che immaginava se stesso come privo di preoccupazioni se non secondare le magnifiche sorti e progressive, ma che invece Freud racconta corroso da nevrosi segrete, inspiegabili isterie. Non sono i suoi malati, quelli che fanno paura, ma le famiglie sane da cui provengono, in cui i bambini vengono abitualmente molestati da bambinaie e precettori, picchiati e seviziati da padri e insegnanti, i fratelli esercitano sulle sorelle violenze sessuali, le giovani spose si rifugiano nelle fobie per sfuggire ad una vita sessuale e di coppia cui sono del tutto impreparate, e il rimosso non è un meccanismo di difesa ma quasi uno stile di vita.

Sono un grande affresco collettivo, i suoi saggi, in cui anche lui si rivela uomo del suo tempo: lui che i contemporanei accusavano di essere un immorale spregiudicato per la libertà con cui trattava gli argomenti riguardanti il sesso, si rivela nei suoi scritti bacchettone come i suoi contemporanei nei confronti degli omosessuali, della masturbazione, delle pratiche sessuali che giudica “non convenzionali”, tanto pudico che non sa trovare le parole per indicare un orgasmo clitorideo e ricorrere a perifrasi che oggi farebbero ridere qualsiasi spettatrice di Sex and the City.

Caro vecchio Sigmund, che apre le porte dell’inconscio credendo di esserne immune, così come si affida alla cocaina, pensando non dia assuefazione: esattamente come Holmes, che forse è un suo gemello letterario inconscio, o un magnifico caso di convergenza evolutiva.

Come sempre nei geni, ciò che affascina in Freud è la sua capacità di essere dentro e fuori dal suo tempo: di averne tutte le manie e i vezzi e saperlo anche guardare e analizzare in maniera distaccata. Le nevrosi degli altri sono anche le sue, e lui rimuove e sublima come e quanto i suoi pazienti. Al pari di loro è imprigionato in quella Belle Epoque che è una sfera di cristallo leziosa, decorativa e pronta ad andare in frantumi al minimo alito di vento, come i ninnoli di Nonna Speranza, o i fragili arabeschi dell’art deco. Un mondo che ha cercato la felicità vivendo di superfici, di vetrate, di ferri traforati che si arrampicano in griglie a vista, e chiude ostentatamente gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere; in cui tutto è troppo manifesto ed ordinato perché sotto e ai margini non covi qualcosa di tremendo ed indicibile; una società che si pensa e si autorappresenta come “normale”, anzi, come la più normale da che il tempo è tempo, e proprio da questa sua hybris nasce la sua rovina, quel costante terrore che la mina dall’interno, la rosica e la corrode. I tortuosi cunicoli dell’inconscio sono simili al reticolo nascosto che rimane alle spalle e sotto i grandi viali alberati e illuminati delle città, e come quelli sono pronti ad eruttare ogni genere di imprevisto, assediano il centro, gli premono attorno, ne fanno sfocare i contorni e le sicurezze, come le pennellate dei ritratti di Boldini, che sfumano nell’indefinito man mano che s’allontanano di lineamenti classici del volto.

E anche Freud è così: scrive razionalmente ma in trasparenza ci senti qualcosa, il suo malessere, oltre a quello dei suoi pazienti. Un malessere cui tenta di porre freno con la razionalità, e che nega disperatamente affidandosi alla luce della analisi, ma c’è, costante, sordo.

Amo Freud per il suo inconscio.

Dama di Klimt-r

Nel gran guazzabuglio delle leggende di Artù, trovare un filo logico o anche solo una sistematicità non è facile: è tutto un rincorrersi di personaggi che cambiano caratteristiche e biografia da un poema all’altro, senza che sia possibile trovare una versione definitiva. Il ciclo di Artù è simile al ciclo delle leggende troiane, ma non ha mai trovato un suo Omero. Così persino i protagonisti più noti sono cangianti, hanno biografie mutevoli, sorti alternative, vite che si intrecciano e si districano in modi imprevisti e differenti da fonte a fonte. In mezzo a questo gioco di specchi c’è anche lei, Viviana, che in talune tradizioni non compare proprio, in altre di striscio, in altre ancora non si capisce bene fino in fondo che ruolo giochi e chi sia. Ma quando c’è, è una donna che lascia il segno: perché se Ginevra è in fondo un fantasma privo di vero carisma (viene sposata da re Artù, fa innamorare di sé Lancillotto, ma non le si riconosce un gesto, un atto che sia solo suo: sta lì, e lascia che il mondo le giri o le rovini attorno) e Morgana un’ombra piena di risentimento e di rabbia, Viviana no, Viviana è viva, come dice il suo stesso nome, e scapricciata, e testarda, e padrona del suo destino: è una donna, mentre le altre sono icone.

Giovane e bella, la descrivono quei pochi che parlano di lei. Anzi, giovanissima, una ragazzetta. Forse manco nobile, non è chiaro: di certo non principessa, e non aristocratica importante. Bella, sì, ma più che bella, dotata di spirito e carattere. Merlino la vede e se ne innamora. Sì, Merlino, il mago. Ma non pensate a lui come al simpatico vecchietto disneyano che brontola bonario con sulla spalla il gufo Anacleto. Il Merlino originale della saga, personaggio dai tratti sulfurei ed ambigui: che è figlio di una vergine e del Demonio, e solo il battesimo impartito da mamma ha salvato dal suo destino, ch’era quello di diventare l’Anticristo. Non è per niente bonario, quel Merlino là, ma un clamoroso figlio di buona donna: uno di quei consiglieri del Re che i Re li creano, sì, ma per gestirne il potere nell’ombra a loro esclusiva discrezione, e che i Re se li tengono buoni secondando tutti i loro più bassi istinti e tenendone nota, così assieme ne diventano complici e controllori, ed hanno sempre in mano armi sufficienti per tenerli a freno con il ricatto. Quando Uther Pendragon perde la testa per la bella Lady Igraine, già sposata con Gaulois di Cornovaglia, Merlino non si fa scrupolo di venire in soccorso al suo re per soddisfarne le voglie: lo trasforma in Gaulois per una notte, mentre il Gaulois vero è già cadavere, a patto di potersi tenere tutto ciò che quella notte nascerà nel regno. Uther Pendragon promette, gli uomini quando sono in fregola non vanno tanto per il sottile e poi crede di esser furbo, Uther, e pensa che se la caverà cedendo a Merlino il frutto di un raccolto. Ma quella notte viene concepito Artù, e nove mesi dopo Merlino si presenta a corte per reclamarlo: strappa il neonato alla culla e alle braccia di mamma, nel frattempo divenuta ufficialmente vedova di Gaulois e quindi altrettanto ufficialmente regina. Non ci sono pianti di donna, né contro offerte da parte del Re: il bimbo è frutto di quella notte, e quindi è suo, e Merlino se lo prende. Per avere quell’erede, che il Fato destina a salvare la Britannia, Merlino ha usato come pedine Uter e Igraine, così come userà anche Artù, una volta divenuto grande. Merlino è uno che usa gli esseri umani come pedine di un gioco che solo lui sa vedere, e a cui tutti sono sacrificabili: perché gli esseri umani non contano, contano solo i progetti che sono chiamati a compiere per avverare il destino. Già, sono sacrificabili tutti, tranne una: Viviana, appunto. Quando la vede, Merlino sa che rischia, anzi, è certo di perdere: vede il futuro, Merlino. Ma chiude gli occhi. Chiude gli occhi ostinato, perché quella ragazzetta gli piace, perché non ne può fare a meno, perché sente in lei l’unico essere umano in grado di stargli in pari, di giocare con lui una vera partita, perché ha furbizia, malizia, ma anche una intelligenza spregiudicata, veloce, amorale. La corteggia, trasformandosi in un bel giovane. Ma mica la freghi con una maschera, Viviana. Lei lo capisce chi ha di fronte, e sa anche di averlo completamente soggiogato. Non gli cede, nonostante lui faccia di tutto e tutto le prometta: ricchezze, castelli, l’eterna gioventù. Lei, quando si rende conto di chi le fila dietro, gli chiede invece una cosa sola: il segreto della magia. Non vuole essergli amante, o moglie, ma allieva. Impadronirsi di ogni suo segreto per giocare ancor più alla pari con lui, divenirgli davvero compagna, nel senso di uguale. E Merlino cede, anche se è conscio di firmare la sua condanna. Le insegna tutto, i trucchi e gli incantesimi, le sottili arti della divinazione, ma forse quelle ancor più sottili della politica. Si mette finalmente a nudo, con quella ragazzetta, perché da lei, da lei sola, vuole essere amato per ciò che è.

E lei lo frega. Apprende tutto e poi, al momento opportuno, gli getta addosso un incantesimo, che lo farà dormire prigioniero in una grotta, per anni ed anni. Gli toglie, più ancora che la magia, quel potere che era stato la sua ragione di vita. Lo lascia nudo perché lui nudo si era fatto di fronte a lei. Ma è una donna, Viviana, non una maschera. E lo dimostra nel prosieguo, che è squisitamente femminile nella sua logica. Divenuta potentissima come incantatrice, che fa Viviana la bella? Si presenta a re Artù per avere quelle prebende che erano del suo amante Merlino? Trama per il potere? Seduce cavalieri? No. Si crea un suo meraviglioso castello fatato. E qui raccoglie, con tenerezza materna, un giovane orfano regale, tal Lancillotto, che alleva come il figlio che non ha. Lo sa, Viviana, che, divenuto grande, se ne andrà per la sua strada. Lo sa che verrà travolto dalla passione funesta per Ginevra, dai mille intrighi della casa di Artù. Ma è il suo bambino, quel piccolo, e lei lo nutre e lo ama con affetto disinteressato, riversa su di lui tutto quell’amore che non ha mai dato a nessun uomo, neppure a colui che per averla è stato disposto a perdere ogni cosa: Viviana la stronza è un’ottima madre, per quella incredibile capacità che abbiamo noi donne di essere sempre tutto ed il suo contrario, sante e puttane, streghe e balie, pretendere troppo da chi ci vuole bene, dare tutto a chi ci lascerà sole.

Lancillotto se ne va. Parte per seguire le sue avventure, di cuore e di lancia. Viviana, la dama del Lago, resta sola, nel suo castello fatato, ad invecchiare protetta da quella magia che non ha dato la felicità a Merlino, non l’ha donata ad Artù, e non la regalerà neanche a lei, ma può darle la noia ovattata della ricchezza, ed una solitudine priva di sofferenze reali. Neppure ci dicono, le fonti, come muore e se muore, la Signora del Lago: scompare sospesa, avvolta dalla nebbia della leggenda e dalla fama di esser stata l’unico essere umano capace di gabbare il grande Merlino, pur essendo solo una ragazzetta di campagna.

Peraltro, pare che sulla vicenda non abbia mai neppure rilasciato una intervista a Sky.

Frine

Non le hanno dedicato nemmeno una voce su Wikipedia come Dio comanda, appena un vago accenno. Ingratitudine spicciola, lasciatemelo dire. Perché Frine, la seducente Frine, meriterebbe ben di più che quattro righe di biografia su internet: oggi come oggi, anzi, soprattutto oggi, le si dovrebbe fare un monumento, rendere la sua vita oggetto di studio per legioni di fanciulle, anzi tirarne un depliant da dare in gentile ma obbligatorio omaggio per tutte le torme di sciamannate che sono andate su e giù per i voli di stato, in Sardegna e a Villa Certosa: tiè, leggi qua e fatti un’idea del mestiere e dell’etica che il tuo status comporta, perché se la professione è la più antica del mondo, proprio per questo chi la esercita, Sant’Iddio, dev’essere almeno consapevole della tradizione.

Frine non era una puttana, no. Era una escort. Di gran lusso. Delle sue origini si sa poco, e questo, in antichità vuol dire che certo non erano da andarne fieri. Per Aspasia si può ipotizzare alle spalle una famiglia ricca, o per lo meno ben ammanicata, forse persino imparentata alla lontana con quella dell’uomo che alfine la sposerà, Pericle, e questo spiega come sia stato possibile, per una donna così chiacchierata, convolare a nozze con un rampollo della meglio gioventù e della meglio Atene.

Frine no. Lei era una ragazzina che di nome vero faceva forse Glicera, sempre che anche questo non fosse un nick, dato che vuol dire “la dolce”. Se era un soprannome, sarebbe l’indizio che già il mestiere era suo quando, giovinetta giovinetta, mise piede ad Atene. Era profuga. Scappava da Tespie, piccola cittadina di provincia delle Beozia, distrutta in una delle sempiterne faide fra città della Grecia: i Tebani, Beoti, avevano messo a ferro e fuoco le case dei Tespiesi, Beoti anch’essi.

Una pensa di poterlo facilmente immaginare cosa voglia dire per una ragazzina, e sola, arrivare ad Atene scappando dalla campagna e da una guerra: entrare in punta di piedi in una città che era l’equivalente di una New York di oggi, con quattro stracci raccattati su alla bell’e meglio mentre tutto bruciava, e trovarsi di fronte gli Ateniesi, poi, che erano dei begli esempi di gente con la puzza sotto il naso a prescindere, e i Beoti li consideravano, appunto, beoti, quindi via a trattarli a pesci in faccia, allè.

Eppure Frine non me la vedo così, spaurita e titubante. Me la figuro invece snella come uno scugnizzo sveglio, scattante come un piccolo gatto nero dagli occhi scintillanti, che, nasino all’insù ed espressione cazzuta, se la guarda, quella Atene così grande e così snob e sorridendo pensa: “Adesso a noi due, città: vediamo chi la spunta!”

Bella non era bella: Frine vuol dire “rospetto”. Ma doveva avere un caratterino, la ragazza, ecco, un caratterino di quelli che come li incroci non puoi fare a meno di dire “Ah, be’!”. Di quelle che un uomo lo rivoltano come un calzino e, se non basta, lo rivoltano ancora; e se lui protesta, o fa anche solo l’anda di protestare, zac zac zac, gli tagliano i panni di dosso grazie ad una lingua tagliente come una spada.

Per andare a letto con lei c’era la coda. Pittori, artisti, filosofi, politici. I turni, come al supermercato. Perché Frine si faceva pagare, e profumatamente: in denaro contante, mica in ciondoli di bigiotteria. Ma non voleva avere amanti fissi, e neanche protettori. Donna d’affari, si amministrava da sola, e applicava anche, a seconda del cliente, tariffe differenziate: se le andavi a genio, potevi anche riuscire a scroccare una notte quasi gratis: il bello di essere imprenditrici di se stesse è soprattutto questo, che cosa fare lo decidi tu. Se qualcuno si lagnava per queste tariffe applicate a capriccio, era sempre Frine a rispondere. Un giorno, Demostene si incazzò di brutto, perché lui pagava, ah se pagava quelle ore di letto, e un altro, un bel giovanetto pittore e spiantato, invece no. E Frine, con un sorriso sarcastico, gli disse, senza una esitazione: “Ma ti sei visto quanto sei brutto e vecchio? E allora, paga!”

Dicono che Prassitele la volle come modella per le sue Veneri. Dicono che, portata in tribunale per immoralità, il suo avvocato, Iperide, scrisse sì una bella orazione di difesa, ma lei si guadagnò da sola l’assoluzione: si presentò davanti ai giudici e fece cadere lo scialle, scoprendo un seno. Tanto bastò a farla mandare assolta, ché la giuria era tutta maschile, e scommetto che alla sera, a casa di Frine, tre quarti dei giudici si presentarono per rivedere l’oggetto troppo frettolosamente occhieggiato. Doveva essere una stronza, ma una stronza da brivido, di quelle che non ne lasciano passare una, e, per giunta, hanno anche buona memoria a ricordarsele. Con gli uomini, nessuna pietà, mai, e per nessun motivo. Ne doveva aver subite tante di umiliazioni, quando non poteva difendersi, che, diventata ricchissima, le volle far pagare tutte. Del resto, era una donna d’affari, anche se di mali affari, e quindi i concetti di dare ed avere erano per lei sacri più degli dei. Anche con i suoi concittadini si regalò il lusso di una bella presa per il culo. Piangevano, i Tebani vinti per le loro belle mura abbattute, fin nell’atrio di casa sua, chiedendole un contributo anonimo, da figlia devota alla patria: i notabili della città spargevano calde, aristocratiche lacrime piene di dignità ed onore, con il sussiego che è proprio degli sconfitti imbecilli. Frine, dal suo palazzo ateniese, sgranò gli occhioni e disse: “Be’ che problema c’è? Le mura le ricostruisco io, tutte, a mie spese!” Costruire i bastioni di quel villaggio sperduto che si credeva una città, in fondo, le costava meno che ritinteggiare i muri di casa. Però aggiunse: “Ma sulle mura nuove ci scrivete: le pagò Frine!”

Ai Tebani venne uno stranguglione: loro, pieni di decoro, sarebbero stati costretti a passare tutti i giorni sotto ad una porta urbica con quel bel cartiglio, a ricordare che dovevano la nuova cinta non solo ad una donna, ma che la loro figlia più famosa all’estero era una puttana? Restarono senza mura, e Frine si tinteggiò casa ridendo del loro stupido orgoglio e della loro dignità da zotici perbenisti. Tanto quei contadini, al massimo, stavano rintanati nei loro campi a conversare con i maiali, e Frine, invece, a casa sua ospitava ogni sera il bel mondo, Prassitele, Demostene, ma persino Filippo e un giovane Alessandro, che si dice con lei amasse conversare.

Non dovevi però cercare di fregarla, Frine. Non perdonava. Faceva la prostituta, ma non per questo si dovevano permettere di trattarla da stupida puttana. Se ne accorse Prassitele, che era il suo amante forse più amato, perché doveva essere uno di quei begli intellettuali dolci, indecisi ed inconcludenti che alle donne di ingegno e di carattere fanno poi perdere la testa. Lei gli disse: “Regalami la tua statua più bella!”. E, in fondo, dopo averlo tenuto nel suo letto tanti anni senza presentargli mai un conto, non era neppure una richiesta esosa. Lui nicchiò, forse perché non voleva separarsi dal suo lavoro, forse perché davvero, da bravo intellettuale cacadubbi, non sapeva identificare la sua opera preferita. Lei risolse alla sua maniera: gli piombò in casa, annunciando trafelata che nello studio di lui era scoppiato un incendio. Lui corse, corse corse e senza riflettere andò a salvare una sola statua, subito, d’istinto. Quando venne fuori, Frine non disse niente, ma allungò la manina per intendere: “Posala là, che è mia”.

Secoli dopo la storia venne ripresa, pari pari, da Conan Doyle, per uno dei racconti di Sherlock Holmes, Uno scandalo in Boemia: quello che ha per protagonista un’altra bella donna di carattere, Irene Adler, l’unica femmina che fa perdere la testa persino ad Holmes. Si chiama Irene, ma è Frine rediviva, e pure se nella finzione in quel caso è Sherlock ad aver la meglio, si capisce che tanto la vincitrice è lei. Perché a Frine non si resiste, non c’è verso, e non c’è maniera. Dalla storia alla letteratura, alla fine la palma la prende lei, che non si atteggiò mai a vittima, non accettò il ruolo di puttana triste, o di mignotta sfruttata: non implorò favori, non fece sconti sui prezzi, o ricatti, o pietì buste regalate come carità, collanine ricordo. I suoi clienti erano potenti, ma lei, lei era una regina, e come tale pretese ed ottenne di venir sempre trattata. Sì, bisognerebbe farla leggere, la sua biografia, a tante aspiranti accompagnatrici che si vendono, ma come carne da macello. Dovrebbero imparare la sua lezione, le sue moderne epigone, e soprattutto il suo credo:la dignità non te la regala il mestiere, ma il carattere.

 

Il manoscritto in questione venne ritrovato per caso nella bottega di un rigattiere di Lisbona, Joao Fernadez Carvalho, nel 1912, fra gli scritti di Alvaro Ruiz Almunez, di cui in realtà non si sa nulla, se non che si presentò nella bottega del rigattiere portoghese chiedendogli se poteva tenergli per due minuti il baule di manoscritti in questione perché doveva andare a comprare le sigarette, e non tornò mai più. Alcuni però sostennero per anni che Alvaro Ruiz Almunez fosse nient’altro che Borges stesso, basandosi sul fatto che anche Borges, di tanto in tanto, andava a comprare le sigarette e, per una atavica forma di distrazione, dimenticava poi di tornare a riprendere gli effetti personali che lasciava in giro. Tale abitudine pare sia stata citata anche da Pessoa, in un quaderno di appunti perduto, di cui però il rigattiere Joao Fernadez Carvalho giura e spergiura, stavolta, di non sapere un accidente.

A quanto ricordo, le mie prime prove cominciarono un giorno, nel giardino del tempio di Tebe, un lontano meriggio di primavera. Un uomo, emaciato e stanco, giunse, forse da un lontano oriente. La sabbia del deserto gli aveva scavato le orbite, rinsecchito le labbra arse di febbre: barcollò, si fece accanto e disse: “La ricetta!”. Mi accorsi allora che teneva stretto tra le mani un brandello di foglio, logorato dalla polvere di mille viaggi. Me lo porse, come chi sporge l’ultimo tesoro. Lo sorressi: avrei voluto chiedergli un nome, da quali terre lontane egli fosse arrivato fin lì, scavalcando infinite distanze, ma i suoi occhi erano già vuoti, la sua voce non poteva più dire nulla ad orecchio umano.

Lessi. Fu compito arduo decifrare la scrittura incerta, intuire in quale lingua antica e perduta le parole fossero state scritte, vergate chissà quanti secoli prima per preservare con un miracolo d’inchiostro la memoria, sempre tanto sfuggente all’uomo.

Presi la pentola d’acqua, la misi sul fuoco, rispettando quelle istruzioni tanto semplici che però narravano prodigi svelati per mezzo di lunghi e severi studi d’alchimia. Dopo poco, fui sorpreso dal borbottio sommesso che produceva il recipiente: come da mondi inferi fino allora ignoti, le bolle risalivano verso la superficie, in geometrie di ghirigori, e poi scoppiavano ad una ad una, raggiunta la sommità liquida e trasparente. Mi sorpresi a guardare me che guardavo l’acqua bollire, stupii per la faccia stupita del mio doppio, che quello specchio fumigato di vapore restituiva come immagine slabbrata, altra da me. Intanto il manoscritto pretendeva da me altre prove: presi l’olio d’oliva, lo lasciai riscaldarsi appena appena sul fuoco, facendo imbiondire l’aglio, poi aggiunsi le acciughe prive del loro sale, e alla fine vi sbriciolai il rosso, piccante frutto del Nuovo Mondo, rinsecchito da un sole che splendeva laddove gli antichi pensavano tramontasse. Infine gettai nell’acqua crepitante gli spaghetti. Assistetti incredulo al prodigio che si compì in mia presenza: quei bastoni rigidi, a contatto con il liquido, dapprima iniziarono a piegarsi, come piccole torri che si sgretolavano a partire dalle fondamenta, indi si trasformarono in qualcosa di nuovo, inquietante e bellissimo: cordicelle flessuose che si incrociavano in labirinti, e, sfidando ogni regola di Euclide, da rette divenivano curve, parabole, archi e intrecci simili nella forma al simbolo dell’infinito. La mia mente si trovò risucchiata nel gorgo del farsi e disfarsi di quella matassa senza confine, che ora si inabissava, ora emergeva, seguendo il ritmo capriccioso delle bolle. Meravigliosa immagine del caos primigenio! Quando li scolai, per un attimo trattenni sospesa la massa di spaghetti, informe ed aggrovigliata in sé, poi la versai nella pentola, per amalgamarla alle acciughe, all’aglio, al peperoncino. Si unirono, mischiandosi come gli elementi anassagorei si mischiarono a formare il mondo. E io ne arrotolai un boccone sulla forchetta, muto, immaginando di fronte a me il segreto all’origine del tutto.

apollo

La cosa affascinante dei Greci è che qualsiasi cosa salti in mente alla Storia, loro l’hanno fatta per prima, e, di solito, meglio. Nel bene e nel male. Prendi Robespierre. Uno dice: un fanatico così, con la sua fredda, razionale e tutta intellettuale determinazione a sterminare gli avversari e nessun rimorso nel farlo, è un prototipo con copyright tutto francese. Invece no: tu apri un bel libro di Storia Greca, e te lo trovi lì, l’archetipo di riferimento. È così che incappi in Crizia.

Crizia, che diamine! Mica facile descriverlo, e neppure parlarne. Non è mai facile tracciare un ritratto di queste anime nere della storia, che appaiono nei momenti più bui e confusi, si stagliano come ombre malefiche sulla scena, con il profilo inquietante del Nosferatu di Murnau e lo stesso suo fascino, che è impastato assieme di repulsione e richiamo.

Crizia. Me lo so immaginare solo bello, o meglio, più ancora che bello, affascinante, il corpo atletico forgiato da implacabili esercizi al ginnasio, lo sguardo assieme mobilissimo e gelido, a manifestare un carattere di un ardore freddo che non sa mai trovare pace e continuamente si arrovella, sprezzando un mondo che non giudica degno della sua attenzione e da cui però non sa staccarsi, rimanendone invischiato.

Erano tutti belli, del resto, nel suo casato, e ricchi, e nobili e per di più intelligenti come pochi: un cugino era Andocide, l’altro cuginetto il giovane Platone, e nello stemma di famiglia si contavano a bizzeffe i vecchi re e gli arconti di Atene; anzi, manco si contavano più, ché erano troppi. Vivere nella Atene democratica era per gente simile una sofferenza da accettare a capo torto. L’avevano costruita e governata loro, per secoli; ed ora? Ora erano costretti a starci dentro come cittadini fra cittadini, al pari del povero, sfigato teta che remava nella flotta e si spezzava la schiena fra gli scalmi, capace a stento di vergare su un coccio il nome di chi voleva stratega o esiliato. Ma, nelle assemblee, il suo voto, per un capriccio di Clistene, quel maledetto Alcmeonide dalla idee progressiste, il suo voto, dicevamo, quello del povero marinaio con le pezze al culo, e spesso col culo addirittura senza pezze, contava come il parere di un Callescro, di un Callia, di un Nicerato, che avevano nei geni l’istinto del comando e la cultura giusta per esercitarlo, e al potere potevano andare personaggi che si davano gran manate sui fianchi per richiamare l’attenzione del pubblico, sbraitavano, urlavano e, diomìo diomìo, nella vita di tutti i giorni facevano i salsicciai o i fabbricatori di corazze.

Lo schifo che gli prendeva, a Crizia, quando vedeva tutto ciò si può solo ipotizzare, o immaginarlo leggendo in parallelo alcune pagine crudeli di Céline o di Hollebecq: era lo schifo di chi si sente superiore perché sa di esserlo. Purtroppo, in Crizia, questo ti frega: che liquidarlo come uno stupido o un semplice stronzo non puoi. Nei pochi frammenti giunti a noi nel naufragio della damnatio memoriae brilla la luce di una intelligenza spietata, di una razionalità che si spinge tanto al limite da lasciare ogni connotazione umana, fino a perdere qualsiasi venatura di comprensione: un viaggio al termine della notte, in cui la notte non ha altro termine, però, che una lucida e fanatica forma di follia. Il popolo? Un malnato gregge di pecoroni, schiavi del ventre, incapace di pensiero. La religione? Solo un mezzuccio per spaventare e reprimere, che va usata con oculata mancanza di scrupoli. La democrazia? Un infingimento creato dai più deboli per impedire ai migliori di emergere e comandare. La società? Un marciume che non si può emendare, ma solo abbattere, con la violenza e nel sangue, perché non c’è altra via e altra palingenesi che la morte e la guerra, a sanarne i mali incancreniti.

Un pazzo. Sì, ma pericoloso ed affascinante per quella reale ansia di assoluto che c’è sempre in ogni verace pazzia. Un pazzo, ma intelligente e subdolo, quindi capace di mosse inaspettate, e per noi oscure. Nella cerchia degli allievi di Socrate Crizia era una delle perle che Socrate stesso mostrava con un certo qual orgoglio, perché a quell’uomo povero, brutto e grasso, seppur grande filosofo, dava lustro poter vantare fra i suoi più sfegatati ammiratori ed amanti i giovinetti più belli e svegli dell’aristocrazia cittadina. Alcibiade, dunque, questo leoncino bizzoso e vanesio, e lui, Crizia. Amici? Complici, più che altro. Legati da comuni passioni, non ultima quella per la filosofia, forse perché tutto quel pensiero li confermava nell’ipotesi di essere i migliori. Ma anche da interessi più terreni: amicizie pericolose in Tessaglia, dove si allevavano cavalli veloci e gli aristocratici avevano tentazioni di rivolta. Crizia ne fu in qualche modo invischiato. Le fonti lo dicono all’origine di un complotto che coinvolgeva i Penesti, una sorta di servi locali della gleba, per liberarli, si dice, e fare una rivoluzione. Notizia poco chiara, e infida: lascia immaginare un Crizia democratico radicale, che si batte per liberare una classe soggetta dal dominio ingiusto di nobili infingardi. Forse non fu così, forse la sua idea di rivolta era sfruttare il popolo per appoggiare un regime ancor peggiore, una sorta di stato etico sul modello spartano, una società degli uguali simile ad una caserma. Certo è che, nei suoi maneggi, i compagni di strada erano gente per cui la violenza era un habitus mentale necessario, e il sacrificio degli oppositori il mezzo lecito per imporre il rinnovamento forzato al mondo.

Chissà se fu quel fallimento a dargli il via per estremizzare ancor più le sue visioni. Magari l’ultima spallata fu il disastro del colpo di stato “soft” del 411, quello organizzato con ipocrita doppiezza da Teramene, convinto come lui che si dovesse esautorare il popolo, ma dando a tutto una forma paternalistica e “legale”. Il padre di Crizia, Callescro, era uno dei congiurati, lui non poté esserne estraneo. La trama fu sventata, Atene rimase democratica, i tradimenti, le ambiguità, la semplice inadeguatezza di alcuni determinarono una ignominiosa caduta.

Crizia non viene toccato e resta sullo sfondo, apparentemente immobile, fino alla fine della guerra. Trama, certo continua a tenere i legami con Sparta mentre la guerra continua ad oltranza.

Quando la città è costretta, da Teramene, ad accettare la resa senza condizioni, ecco il momento della sua vittoria: gli Spartani scelgono lui come capo dei Trenta Tiranni, il governo che dovrà reggere la nuova Atene. Ma su cosa debba essere questa “nuova Atene” si apre lo scontro. Perché si fa presto a dire reazionari, ma, come per tutti i termini politici, ognuno poi interpreta l’etichetta a sua maniera. Nel consesso dei Trenta, che sono tutti uniti e festanti quando fanno abbattere le Lunghe mura al suono dei flauti, si aprono presto profonde crepe. I moderati, come Teramene, vogliono reggere la città trasformando la democrazia in una oligarchia vecchio stampo: per loro rimettere le cose a posto vuol dire far in modo che le persone giuste, senza traumi, gestiscano l’andazzo come una volta, prima che tutta quella feccia rivendicasse diritti, si mettesse a credere di contare qualcosa: riportare tutto al buon tempo passato.

Crizia, invece, non vuole un ritorno al passato, vuole un nuovo inizio: una società completamente riformata, una città simile ad una Sparta che però sappia di filosofia. Teramene desidera chiudere i conti in fretta, con poche vendette, eliminando solo chi proprio deve essere eliminato, per poi rituffarsi in un quieto tran tran in cui tutto è sopito anche se nulla risolto. Crizia invece pretende il sangue, vuole la palingenesi che nasce da una strage, in cui gli avversari sono nemici da trascinare nel fango e giustiziare: la massa deve rassegnarsi al fatto che può solo obbedire o farsi ammazzare.

Teramene, persino Teramene inorridisce: e non è il numero dei morti, forse, ma la logica con cui sono condannati: fredda, brutale, in una parola: fanatica. Il moderato può digerire un omicidio, ma non ammette l’omicidio stupidamente ideologico, il sangue sparso che non lo fa dormire la notte non è quello innocente, ma quello inutile. Così tenta di opporsi, non per un sussulto di coscienza, solo per un anelito di quieto vivere.

Crizia non gliela perdona. Lo trascina davanti all’assemblea, lo fa condannare e, quando cerca rifugio presso un altare, lo strappa anche da lì, con violenza, perché lui è peggiore dei suoi nemici democratici, lui è un traditore della oligarchia. Beve la cicuta, Teramene, brindando alla salute del suo bel Crizia, perché assai probabilmente capisce che quella salute è destinata a durare ancora poco.

Difatti il sangue arma i democratici fuggiti, che si organizzano, tornano in forze contro la città, la cingono di assedio. Crizia non si arrende, non accetta di arrendersi perché per lui, come per tutti i fanatici, la mediazione è impraticabile: il fanatico, quando perde, vuole un crepuscolo degli Dei. Ma non si suicida nel chiuso di un bunker, dopo aver costretto al macello altri, da soli. Si batte con i suoi seguaci più stretti, come un leone, a Munichia, sapendo che è la sua ora, sapendo che la morte lo attende, ma la morte è meno paurosa che l’essere costretto a vivere in un mondo che non è fatto a modo suo.

Muore, infine. Era uno schifoso tiranno. Era un assassino. Ma per la grandezza che comunque traspare nell’ombra nera del suo animo, un moto di rispetto, davanti a quel cadavere, ti viene.

imperatore-adriano

Un caso. A volte capita così, nella vita. Svolti un angolo e, alzando gli occhi, incroci un cartellone che non ti sei mai soffermato a leggere prima; sfogli il giornale e ti colpisce un trafiletto nascosto a piè di pagina. Oppure, come capitò a me: durante la lezione di greco, l’insegnante citò, di fretta, un titolo: “Ah, sì, se vi interessa, su questo potete leggere Le memorie di Adriano.” Così, en passant. Non mi ricordo manco di che parlasse. Non ci disse nemmeno l’autore. Le memorie di Adriano e basta, tiè.

Avevo quindici anni. A quell’età, quando un professore ti consiglia un libro non lo leggi. Per principio. Magari fai finta: lo compri diligentemente, dai una scorsa alla quinta di copertina, impari giusto quelle quattro acche che se proprio te lo chiede all’interrogazione puoi far bella figura e ciao. È una questione di principio e di orgoglio: fino ai vent’anni i professori non possono insegnarti nulla della vita e della letteratura, perché sono robe che devi scoprire da te.

Poi a me gli antichi non piacevano. I Greci e i Romani, voglio dire. Soprattutto i Greci, per dirla ancora meglio. Quelli che parlavano Greco, a voler essere ancora ancora più precisi. Erano due anni che ci smadonnavo al Ginnasio, con quella maledetta linguaccia. Fetente come poche. Scritta pure in un alfabeto tutto suo. Con dei verbi che Dio me ne liberi non ce n’era uno che si coniugasse come t’aspettavi si dovesse coniugare. Con quelle parole che si declinavano alla come gli pare e piace, le attiche a genitivi per conto loro, le doriche pure, le altre boh.

Insomma, non mi ricordo nemmeno perché lo comprai, quel benedetto libro: non era in programma, non mi interessava particolarmente. Lo vidi per caso sullo scaffale della libreria, un paio di giorni dopo che me l’aveva nominato la professoressa a lezione. E siccome si era sotto Natale, lo misi nel mucchio di quelli che avevo preso, con la ferma intenzione di non aprirlo mai. Tanto la mia strada era già decisa: finire il classico senza troppa infamia il più presto possibile, e andare in una facoltà in cui di Greco e di Latino non ci fosse nemmeno l’ombra.

Invece lo aprii. Curiosità. Forse semplice noia: uno di quei pomeriggi d’inverno lunghi che nascono già bui come sere. Lessi: “Mio caro Marco, sono stato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in villa da un lungo viaggio in Asia”.

Ma ci può essere un incipit più stupido o più banale? Un vecchio antico che si lagna dei suoi acciacchi senili: la quintessenza della noia. Eppure. Eppure capitò uno di quei sortilegi che solo i libri sanno fare. Non avevo nemmeno finito di pensare: “Che palle!” – di pensarlo convintamente, come direbbe Cetto la Qualunque – che c’ero già dentro e non sapevo uscirne fuori. Le frasi erano una specie di cantilena ipnotica, scivolavano via una in fila all’altra come i grani di un rosario nella mano di una esperta beghina, gli anelli di una catena che non si può spezzare. E ad ogni anello si apriva un mondo. Le stanze della villa imperiale. La Roma dei marmi policromi e delle regge sontuose. La curia, i palazzi, i conviti. Ma anche le pianure sconfinate degli ultimi confini al limite del nulla: gli avamposti dell’esercito, le selve, le truppe, i cavalli, le marce forzate, i cunicoli, le catacombe, le iniziazioni tribali di religioni violente e salvifiche. Il calore denso del deserto che ti toglie il respiro col suo vento di sabbia. L’immensità del niente al Nord, in cui l’orizzonte grigio della steppa si disperde nel vuoto. E Adriano.

Dio mio, come ci si fa a non innamorarsi di Adriano? Non è possibile, non è dato. Ti prende, ti seduce, come tutti i veri seduttori, perché non fa nulla per farlo. Adriano che è tutto, militare, imperatore, decisionista; e poi architetto, amante, esteta. Che racconta e si racconta, essendo contraddittorio e complesso, ma non complicato. Adriano che riesce a reggersi come personaggio su quel delicato, fragile equilibrio che riusciva a reggere l’impero: praticità e spinta verso l’eterno, sogno e vita reale, animula vagula blandula e comandante in capo, inquietudine sottile e spietato pragmatismo nell’applicare ciò che serve e nel fare ciò che si deve.

Tu le leggi, le Memorie, e li capisci, gli antichi. I Romani e i Greci. Finalmente. È come se ti regalassero la chiave. Ti si squadernano davanti, come l’empireo di fronte a Dante non appena S. Bernardo s’offre come guida. Li capisci con la loro filosofia e la loro corruzione, la sottigliezza, le vanità, la razionalità estrema e i difetti. Non puoi fare a meno di seguire Adriano, perché è lui che ti prende per mano e ti porta nei labirinti dei loro alti pensieri, nelle miserie delle loro piccole meschinità, nelle passioni e nei capricci: è il cronista e l’interprete di una civiltà che si sente al suo apice ma è troppo intelligente per non sapere che, un passo ancora, comincerà il declino; sa però che quel declino, persino quello, è la strada obbligata che ogni civiltà deve percorrere, fino alla fine, perché il destino è un gorgo che ti risucchia sempre, ma non è già giocoforza che, pur secondando il gorgo, non ci si possa profondare con una certa qual forma di dignità pensosa e dolente, una consapevolezza che riscatta.

Dio, come ho amato Adriano. Così tanto da non voler neppure indagare se quello reale fosse in tutto e per tutto simile a quello della Yourcenar: ci sono illusioni che preferisci conservare intatte a dispetto di tutto ciò che normalmente credi.

Dio, come ho amato quel mondo sospeso in cui gli dei non c’erano già più e il Dio non ancora, e in cui tutto ciò che di meglio era stato pensato e scritto dagli uomini era stato pensato e scritto in Greco.

L’ho letto, riletto, e poi riletto ancora, le Memorie di Adriano: non sapevo staccarmene, non volevo mai trovarne la fine.

All’università ho scelto lettere classiche: non volevo fare altro. Forse non potevo.

Un caso, un incontro fortuito, un libro citato di sguincio, poi visto su uno scaffale e la tua strada è segnata, non può prendere altri percorsi: nella vita, a volte, funziona così.

lesbia

Una stronza. Ammettiamolo, è questo che tutti pensiamo di lei. Gli uomini, magari, con quel pelino di bavetta alla bocca che ha la volpe quando non arriva all’uva, perché le stronze rovinano la vita, ma è un gran piacere, per i maschi che scelgono, farsela rovinare; le donne con quella legnosa implacabilità che usiamo sempre, quando c’è da giudicare un’altra donna, soprattutto se bella. E tutti, maschi e femmine, col gusto sopraffino, poi, di aver ragione: perché – Santiddio!- se c’è una, anche una sola donna nel corso della storia che si può a cuor leggero condannare senza remore e senza ripensamento alcuno è proprio Lesbia, la nostra Lesbia, la Lesbia che Catullo amò sopra ogni cosa.

Al secolo, si chiamava Clodia. Della gens Clodia, o meglio Claudia, famiglia che a Roma, meno di trent’anni più tardi, fornirà una pletora di imperatori. Erano nobili, i Claudi, con un’infilata di antenati che risaliva ai primi tempi della Repubblica: a scorrere le liste dei consoli dei primi secoli, era tutto un Appio Clodio di qua, un Clodio qualcosa di là: sempre in mezzo, dove c’era un briciolo di potere da esercitare. E ricchi. Mica come i Giuli, nobili sì, ma con le pezze al culo: no, i Claudi erano ricchi, potenti e sempre ammanicati nei posti giusti. Tanto che se uno avesse dovuto mai scommettere su chi, in futuro, avrebbe avuto il massimo potere a Roma, nessuno avrebbe giocato un asse su Giulio Cesare, mentre su Publio Clodio, erede di tanta schiatta, tutti avrebbero puntato fortune.

Sarebbe da indagare davvero, si potesse farlo, sull’infanzia di questi due bambini, belli fin dal nome: li avevano soprannominati Pulcro l’uno, Pulcra l’altra, segno che la famiglia non brillava di fantasia nei vezzeggiativi, ma che certo strepitosi a vedersi lo dovevano essere davvero. Belli e dannati, poi, a completare l’opera, perché il gran fascino che esercitarono sugli altri per tutta la vita non era solo dato dalla loro avvenenza esteriore, ma da quella speciale forma di bellezza che è un po’ sfatta, e sulfurea: quella che guardi perché ti attrae ti fa paura, quella che vuoi perché capisci che ti farà male: la bellezza della rosa che punge, del serpente dai colori meravigliosi, la bellezza inquieta che non salva, ma travia. L’unica forma di bellezza, insomma, che non è algida, ma scatena la passione.

Clodia nacque così, bella e ricca, in una famiglia e in una città dove però il potere non toccava le donne, non era roba loro. Non lo potevano esercitare, solo trasmettere: passava di padre in genero, con la figlia a far da cinghia di trasmissione. Intelligente lo doveva essere fin da piccina. Troppo per non capire subito quanto sarebbe stato limitato il suo ruolo, quanto piccolo sarebbe stato il suo spazio: sposare qualcuno che giovasse alla carriera del padre e del fratello, fidanzarsi o sfidanzarsi, magari divorziare, in base alle esigenze della famiglia e della politica e restare in ombra a vegliare sugli interessi altrui, che però, in ossequio alla sua appartenenza alla gens, dovevano essere anche suoi, per forza. Erano moneta di scambio, le aristocratiche romane, non diverse, in fondo, da quei sesterzi che cambiavano borsa e potevano favorire l’approvazione di una legge in Senato o il suo definitivo affossamento. Belle monete, magari, finemente cesellate, e richieste e ricercate dai collezionisti: ma pur sempre oggetti destinati ad essere chiuse in una cassaforte, anche se la cassaforte aveva i muri ricoperti di marmo policromo d’una bella domus. I tempi, quelli sì, le concedevano qualche sfizio: si era moderni, a Roma, o lo si era diventati. E dunque le matrone non erano più tenute a far le Lucrezie, né a filare la lana. Gli amanti, le tresche, le corna si perdonavano, non scandalizzavano più nessuno: se non si poteva essere libere, nulla in fondo vietava di essere almeno libertine.

Fosse stata solo una sgualdrina, la bella Clodia forse non sarebbe stata così odiata: si sarebbe confusa con la folla di tante altre che si scambiavano i mariti nel letto tanto velocemente da non ricordare più nemmeno il nome del legittimo consorte in carica, o l’ultima volta che s’era dormito assieme. Ma Clodia era qualcosa di più, gli storici – che però sono tutti maschi – diranno: qualcosa di peggio. Era una di quelle donne che dal potere erano attratte perché lo capivano, come un uomo, e volevano esercitarlo. In proprio, non sotto usando un consorte come sipario o velo. E allora fece l’unica cosa che le era possibile: strinse alleanza con il solo uomo che sapeva le sarebbe rimasto vicino per la vita, e mai avrebbe insediato la sua libertà. Non un marito, ché quelli si cambiano con le stagioni, ma il fratello. Sul loro rapporto molto si disse, più ancora si insinuò. Era troppo stretto e troppo viscerale per non parere più che fraterno, e poi la fama di entrambi certo non smorzava le voci, anzi. Fossero o meno amanti incestuosi, certo i due erano politicamente una cosa sola, ma su chi fosse il braccio e chi la mente in questo sodalizio ho sempre avuto i miei dubbi. Ciò che li univa era di sicuro un comune sentire, una voglia di andare sempre all’eccesso, la spinta a scandalizzare, il non saper tenere il freno. Dove toccavano, bruciavano, e dove passavano loro, dopo si contavano le macerie. Clodio per strada, con la sua accolita di facinorosi pronti a seguirlo come un manipolo mussoliniano nelle scorribande notturne a pestare gli avversari; Clodia nei salotti, dove seduceva chi poteva essere utile o chi non doveva, in quello specifico momento, essere dannoso.

Non le resistette nessuno: non Cesare, non Cicerone, due perle di nomi in una lista che oggi definiremmo rigorosamente bipartisan, perché Clodia era una di quelle donne che quando vogliono, vogliono, e non c’è nessuno che si possa opporre. Doveva essere inarrestabile, questa femmina così spregiudicatamente avversa alle convenzioni che non esitò un attimo a rinunciare al patriziato, per consentire al fratello di candidarsi, lui nobile, come tribuno delle plebe, che non si preoccupò delle chiacchiere fatte sul suo divorzio da Metello, sui figli abbandonati, sulle accuse di incesto. Parte del suo fascino doveva essere anche questo: essere una donna che nessuno riusciva mai ad avere, in un mondo in cui gli uomini riuscivano ad avere sempre tutto.

Non poteva che innamorarsi di lei Catullo, quel giovane che dall’eccesso era tentato, che aveva anche lui l’infrangere il limite come parte della sua natura. Non poteva che amarla perdutamente, quella donna capace di andare sempre al di là, nel bene e nel male: Lesbia era la fiamma, Catullo la falena.

Lo amò davvero? Forse la domanda non ha senso, come non hanno mai senso domande simili: ognuno non può che amare come gli viene. Lo tradì, questo è sicuro. Facile darle addosso, per noi che leggiamo Catullo a secoli di distanza, sapendolo Catullo e poeta immortale. Ma per lei era solo un amante, e come tutti gli amanti, alla lunga viene a noia. Non si può scegliere chi non tollera catene, e poi rammaricarsi perché le infrange. Gli preferì un idiota, come capita spesso, in amore. Uno che la tradì a sua volta, e, per soprammercato tentò di derubarla, trascinandola poi in un processo acrimonioso, in cui Cicerone, con sadismo tipico da avvocato squalo, si divertì a trasformarla da vittima in accusata. Del resto era gioco facile sbatterle in faccia la sua vita e ritorcegliela contro: chi infrange le convenzioni sa che prima o poi gli verrà presentato il conto per lo scorno che ha inflitto alla società con il suo solo esistere.

Fu la sua fine, quel processo. La lenta discesa verso un buio che la attendeva, implacabile. Prima morì Catullo, colui che l’aveva resa immortale nei versi. Soffrì? Lo pianse? Chissà. Difficile sapere ed immaginare cosa possa aver provato Clodia davvero, questa donna che brucia come una fiamma, ma proprio per questo è difficile da descrivere, perché, come la fiamma, non si riesce a lungo a guardare. Difficile capire questa donna che per tutta la vita seguì, in fondo, solo se stessa, non si sa se per una voglia di trasgressione o per puro e semplice egoismo.

Poi a venire ucciso fu Clodio. E lei, la bella Clodia, la Clodia che Roma, non solo Catullo, aveva amato sopra ogni cosa, si ritrovò sola, senza protezione. Le donne a Roma potevano essere libertine e spregiudicate, ma libere no, mai. Lei che non era più moglie e non era più ora nemmeno sorella, in quella società di maschi si trovò senza appoggi: per quanto spudorata, non s’era mai sentita così nuda. Incombeva l’età, poi, questa tremenda scure che taglia la vita alle donne belle, e le riduce a larve prive di forza. Si ritirò: dalla vita pubblica, dalla politica. Si diede ad amministrare i beni di famiglia, e quelli ereditati dal marito: anche i cornuti sono utili quando lasciano patrimoni. Per una questione di soldi viene ricordata l’ultima volta : Cicerone le chiede per lettera di vendergli dei giardini. Una trattativa, ecco l’ultima notizia su di lei, la sua comparsata finale nella storia della letteratura latina: lei che era stata la musa di Catullo, citata per una transizione di vili quattrini, come proprietaria di un orto. Chissà Catullo cosa ne avrebbe pensato.

librone1

Ninni, quando passa sul pianerottolo, ormai lo sa come si fa. In braccio a mamma, stende il ditino verso il campanello della mia porta e ordina, con vocina decisa:

Gìa…”

La mamma si rassegna: se Ninni vuole Gìa, Gìa bisogna darle. Quindi molla le borse e i pacchi della spesa sul pianerottolo, e lascia che il ditino della sua bella bambolotta schiacci e schiacci il pulsante, finché la porta non si apre e lei può sgambettare allegra dentro casa.

Ninni adora andare da Gìa, ma mica perché di Gìa le freghi qualcosa. È che Gìa ha una casa grande e soprattutto una camera che è piena di peluche, perché nonostante la sottoscritta, e cioè Gìa, sia abbondantemente sopra i trenta, i peluche le fanno tenerezza sempre, e quindi non c’è compleanno o Natale o altra festa più o meno comandata in cui gli amici non gliene rifilino una caterva.

Ninni arriva, si guarda attorno, per un attimo porta il ditino alla bocca e poi indica di nuovo quale, nel cumulo che riempie ogni scaffale della libreria, vuole.

Almeno, di solito fa così. Ma non ieri. Come al solito, è entrata, ha trotterellato un po’ in giro, poi è zompettata sopra il letto, e qui, sì, con il ditino ha indicato una cosa che era sopra alla libreria.

Ibo!” ha detto, decisa.

Vuoi l’ippopotamo?” ho chiesto.

Lei ha scosso il capo, facendo segno di no.

Vuoi il pinguino?”

Altro diniego, ancora più convinto.

Ibo!”

Ibo? Eccheè, “ibo”, mi sono arrovellata io, perché confesso che di tutte le lingue, il bambinese mi rimane sempre troppo ostico.

Vuoi il coccodrillo? Il coniglio? Il porcospino?” ho cercato di interpretare, con una esegesi che diveniva via via più disperata.

Ibo!” continuava a dire Ninni, con negli occhi uno sguardo scocciato ma anche triste, come di chi non si capacita che una adulta reputata tanto intelligente dai suoi simili non capisca una cosa così ovvia come “ibo”.

Finalmente, seguendo la rotta tracciata dal ditino che pervicacemente era puntato verso la mensola ho capito: “ibo”, ma certo! Ninni voleva il libro dietro ai peluche.

L’ho guardato, un po’ perplessa, quel volumone color caccarella dall’aria vissuta: era grosso, sì, ma in cartone semplice, inoffensivo, senza spigoli duri dove potersi far male. Così l’ho preso e gliel’ho consegnato.

Ninni, felice come una pasqua, si è seduta sul letto come in trono, ha aperto la copertina, girato le pagine, poi ha alzato la faccetta tutta rossa e tutta eccitata, come per ringraziarmi di averle finalmente dato l’”Ibo” che tanto sognava, ed è scoppiata in una gran risata di pura felicità.

Ho guardato il libro, quel mattonazzo della Storia Greca di Domenico Musti.

Dev’essere la prima volta che qualcuno, a prenderlo in mano, si diverte così.

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Catare’!”

Dichi, Dutturi!”

Ma è mai possibbile, dico, che sto via una settimana con Livia a Pariggi, torno è il comissariato vacante di tre quarti del pessonale è? E che successe?”

Dutturi, Dutturi, non si arraggi, la prego! Se il pessonale manchevolmente mancante è, è perché furono pessonalmente chiamati dal Questore Bonetti e Alberighi in pessona e inviati di prescia su a Padova, al Norde!”

E che capitò, un’emergenza?”

Dutturi, al Norde chiamarono aiuto pecché ci hanno il probblema delle trombe…”

Le trombe? Eccheminchia di probblema sono le trombe? Ci vennero gli angeli del Giudizio Universale?”

Ma no, Dutturi, le trombe! Quelli che li cittadini ci vanno in giro di nottetempo per sovvegliare gli altri cittadini che stanno a casa e non vogliono uscire di nottetempo perché paurosi sono di incontrare quelli che non sono cittadini e che ci fanno del male…”

Le Ronde, Catare’, le ronde! Ma perché minchia se i cittadini fanno le ronde su al Nord, vengono poi a prendere gli uomini a mia?”

Dutturi, pecché su al Norde ci fecero le ronde, con i cittadini, ma ce ne fecero troppe e allora i cittadini cominciarono a scontrarsi non con i i sdiliquenti, ma fra di loro, pecché ciascuno che aveva fatto la ronda decise che la sua ronda era più ronda di quella degli altri, e cominciarono così a menarsi fra essi loro e anche fra quelli che non volevano le ronde, e quindi ci fecero le ronde contro le ronde, e si menarono pure con quelli che facevano facevano le ronde, ma erano favorevoli alle ronde…”

Catare’ mi facesti venire il mal di capa…”

Mi scusasse, Dutturi.”

E in tutto questo immane casotto, allora, che fece il Questore?”

Il Signor Questori Bonetti e Alberighi ci fece telefonare allora al dutturi Augello, ordinandogli di trasferirsi a Padova, dove ci furono gli scontri fra ronde, perché il Questore di Padova ci chiese per favore che gli prestasse di prescia degli uomini per fare da scorta alle ronde che fanno le ronde e a quelle che fanno le ronde contro le ronde, altrimenti finisce che le ronde si menano fra di loro se in mezzo non si mette la Polizia. Il dutturi Augello prese Galluzzo, Galluso, Fazio e tutti gli altri del commissariato e lasciò me qui a risponnere al tilifono.”

Oh Matri Santa! E lasciò detto niente, prima di partire, Mimì?”

Sì Dutturi. Mi disse di dirle che in primisi sperava che lei si fosse addivertito assa’ a Pariggi, ma che forse era il caso che ci restasse..”

Eh. E poi?”

E poi disse che sperava di tornare presto assai, perché, cussì disse, preferiva fare il poliziotto contro i sdilinquenti, che almeno professionisti sono, piuttosto che andarci a fare la balia ai cittadini che fanno le ronde, che, siccome non sono professionisti, ben che vada combinano, con rispetto parlando, solo grannissimi casini.”

Vabbe’, Catare’, ho capito. Quindi siamo rimasti io e te, qui, e bisogna che ci arrangiamo.., metti la segreteria telefonica, prendi la macchina e andiamo fuori..”

A fare cosa, Dutturi?”

Catare’, a pattugliare il territorio e controllare che qualche coglione non abbia fatto la pinzata di fondare una ronda anche qui. Tanto, non ti preoccupare, scommetto che una serata calmissima sarà. I sdilinquenti seri, in questo paese, sono già morti tutti dalle risate.”

bartleby2

Quando Bartleby lo scrivano viene allontanato dal suo studio perché, piano piano, ha rifiutato ogni compito ed ogni azione con un semplice “Preferirei di no”, finisce in carcere per vagabondaggio. Qui, nonostante l’avvocato suo ex datore di lavoro preghi il secondino di fargli avere del cibo migliore di quello fornito dalla prigione, Bartleby risponde di nuovo: “Preferirei di no.” E muore di inedia.

Perché erano a New York.

Qui, l’avvocato gli avrebbe potuto far ficcare in gola un sondino.

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iltwitdiGalatea

  • Napolitano: l'Europa parli con una sola voce. Quella di Topo Gigio, ad esempio. 18 hours ago

 

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