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Bossi: “Fini? Ognuno è libero di suicidarsi come vuole.”
Fa piacere sapere che anche la Lega apre all’eutanasia.

Videogiochi Leghisti: Dopo il successo di “Rimbalza il clandestino”, pronta la nuova versione: “Rimbalza il Cardinale”
I riconteggi, per competenza specifica, spettano alla Gelmini, of course.
“Catare’! Catareeee! Fazio! Mimiii! Ma che minchia succede? Deserto è il commissariato???”
“Comandi, siòr comisario, cossa ghe comoda? El vol un cafè? Una squeleta de tè?”
“Catare’ ma ti bevesti il cervello? Parli strammo…”
“Ma no, sior Comisario, no xé niente…cossa poso far par elo?”
“Mandami Mimì.”
“El sior dotor Augelo el xé de là, ghe lo ciamo subito…”
….
“Salvo, mi cercasti?”
“Mimì, sì, certo che ti cercai…ma ora c’è una emergenza chiù seria… sentisti Catarella? È tutta la mattina che parla in un dialetto incomprensibile, macari peggio del solito, voglio dire…”
“Eh, certo Salvo. Non leggesti la nota del Questore dell’altro giorno?”
“Macari le note del Questore vengo in ufficio a leggere! Che scrisse?”
“In data odierna si comunica al commissariato di Vigata che, in ottemperanza ai desiderata del ministro Luca Zaia sulle fiction Rai in dialetto, ciascun telefilm della serie del Commissario Montalbano, da oggi in poi, in rispetto alle esigenze federaliste del territorio nazionale, dovrà essere girato nella lingua locale…”
“E noi non parlammo siciliano da sempre??”
“Aspe’, Salvo, non è finita. Rilevando però che detta serie, ambientata in Sicilia, non tiene conto dovuto della quota federalista e dell’esigenza di rappresentanza sulle reti pubbliche di poliziotti del nord, si ordina che da ora in avanti gli uomini del Commissariato di Vigata usino dialetti del nord Italia oltre al siciliano, secondo schema allegato etc.etc. Etc….”
“E che mi viene a significare?”
“Che per esigenze politiche, Salvo, da oggi in avanti Catarella parla in Veneto e Fazio è di là che studia il Piemontese.”
“Oh Matri Santa! E come li capiamo, noi?”
“Ci metteranno i sottotitoli. Ma non è finita, Salvo…”
“E che ci può essere di peggio?”
“Siccome sarebbe offensivo che a parlare dialetti del nord fossero solo gli agenti semplici, e non i dirigenti, da oggi in poi, Salvuzzo, ti devi adeguare tu pure.”
“E quindi?”
“E quindi da ora in avanti, vista la tua relazione pluriennale con Livia, parli in genovese stretto.”
“Ma mi pigli p’o'culo?”
“No, Salvo, ordini superiori sono.”
“O belin!”

La febbre, sale, monta, impazza, e non ci sono vaccini. Il Superenalotto fa vittime in tutto il paese. Giocano tutti, persino quelli che fino ad una settimana fa pensavano che Super Enalotto fosse il cugino biscazziere di Superman.
Ai botteghini delle tabaccherie si registrano malori di pensionati in coda da ore per giocare l’ambo di nonna e la data di nascita del nipotino. La protezione civile ha abbandonato i caselli delle autostrede e distribuisce bottiglie di acqua davanti le ricevitorie. A Embrate Lombardo è avvenuto il primo omicidio: un uomo di cinquantaquattro anni ha ammazzato la suocera: “Così poi mi potrà suggerire i numeri vincenti” si è giustificato. Il Mago Obelmo ha annunciato di aver avuto una esatta premonizione sulla combinazione vincente. Contattato telefonicamente da centinaia dei suoi adepti, a cui da anni rifila cinquine che non escono mai, ha risposto: “Sì, col cazzo che ve li do, i numeri: stavolta li gioco io!”
La Chiesa interviene pesantemente: l’arcivescovo emerito di Legge, Cosmo Francesco Ruppi chiede che il governo intervenga, con una legge o almeno un decreto legge. Il Parlamento, in questo caso, sarebbe facilitato, perché le estrazioni, al contrario della morte di Eluana Englaro, avvengono una volta alla settimana. Difficile però che in aula ci sia il numero legale per l’approvazione: i deputati sono tutti in coda nelle ricevitorie.
Anche la Lega però non tace: per l’Enalotto propone una gabbia salariale. Visto che il costo della vita è molto diverso al Nord e nel Sud, il vincitore, che dovrà dimostrare di essere cittadino italiano da almeno tre generazioni, se residente sopra il Po beccherà 116 miliardi i euro; se sta a Sud del Po, cinque euri soltanto.
La Lega propone bandiere regionali.
Voglio prendermi avanti. Preparo già una bozza per il vessillo del mio condominio.

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.
A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.
Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.
Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.
L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.
Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.
A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.
Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.
“Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.
“Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.
Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.
Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.
“Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.
“Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”
“E ti, cossa ghe gastu dito?”
“Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…”
“Ma ti ga intension de votarli sul serio?”
“Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”
Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.
É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

Ohi, ma lo conosco dalla medie.
Le mie medie, intendo, mica le sue, che lui era già professore. Carniati, intendo. Cioè, il professor Carniati, ma così non lo ha mai chiamato nessuno. Perché professore, per esserlo, lo era, ma a noi diceva: “Chiamatemi Ugo, e diamoci del tu, che è più democratico!” Io, che ero timida, continuavo a dargli del lei; poi, figurarsi, andavo dalle suore, e lì ai docenti si dava poco meno che del voi. Gli davo del lei e lui s’incazzava, anzi sfotteva di brutto: “Oh, la nostra signorina borghese che va alla scuola privata, lei!”. Diventavo rossa, perché pareva, ostrega, che fossi la figlia di Onassis e l’avessi chiesto magari io di finire là dentro, con le suorine che ti spiavano alla ricreazione, di Quaresima, che non mangiassi la merendina per rispettare il digiuno. Invece, fosse stato per me, non ci sarei finita, e sarei scappata via di corsa. Però ero una bambina, e mi ci avevano iscritta, quindi, nisba, toccava restare. Ma per lui no, ero la “signorina borghese” bon ton, e sfotteva. Avesse letto i miei pensieri, si sarebbe accorto che ero poco bon ton, con lui, e un paio di volte il vaffanculo lo aveva rischiato di brutto.
Comunque, lui era Carniati. Ed era il prof di sinistra. Quello più a sinistra di tutti. Comunista che se gli fosse capitato per le mani Giuseppe Stalin, a momenti sarebbe stato lui, Carniati, a fargli il processo per deriva borghese. Viveva in stato di Rivoluzione permanente. Contro cosa, non è che mi fosse ben chiaro. Lui diceva: “Contro il Sistema.” e basta. Aveva la S maiuscola, il suo Sistema, e doveva essere quella che permetteva di identificarlo a botta sicura. Io me lo ripetevo: “Contro il Sistema…” ma non capivo bene cosa comprendesse il Sistema: noi signorine ben ton in erba, si sa, scarseggiamo di fantasia e abbisogniamo di direttive precise.
Per gli altri, però, era un mito. Portava giubbotti sdruciti. Veniva a scuola in moto. Era quello che in classe leggeva il giornale. No, non ad alta voce, come un Don Milani, per commentare gli articoli: lui lo leggeva e basta: entrava, salutava gli alunni, si sedeva sulla cattedra, apriva il quotidiano suo e si metteva a leggere, mentre il resto della classe faceva un casino dell’anima. Ma mica si comportava così perché non gli andava di fare nulla, eh. No, il suo era un atto d’insurrezione contro il Preside, e le direttive ministeriali, e il Ministero tutto, e il Governo e, appunto, il Sistema. Un atto politico e rivoluzionario, di tutt’altra pasta di quello, uguale uguale, che faceva Rufini, quello di tecnica dell’altra sezione. Che anche lui leggeva il giornale in classe, preciso preciso, e non faceva una cippa: però Rufini era di Destra e, dagli alunni, si faceva portare anche il caffè. Niente valenza rivoluzionaria, dunque, ma bieco atto classista di perpetuazione della gerarchia corrente. Fascismo, insomma.
Ogni tanto, mi riferivano gli amici, in classe raccontava le sue prodezze. Come quella volta che aveva portato un sacchetto pieno di merda davanti alla porta di casa del Sindaco del paese suo, un democristiano piissimo che viveva ancora con mamma e con cui Carniati ce l’aveva a morte perché non gli faceva asfaltare la strada sotto casa. Gli aveva suonato il campanello, quello era uscito fuori a vedere chi fosse, e lui splaffete! Un sacchetto di cacca fumante spatasciato sul tappetino di casa, così quel Servo del Sistema aveva dovuto passare la domenica a ripulire la veranda, in maniche di camicia tirate su, come un proletario qualsiasi.
L’altro giorno Giulia mi fa: “Ma hai visto chi s’è candidato per la Lega?”
“Chi?”
“Ugo Carniati!”
“Carniati??? Ma scherzi???”
“No, no, l’ho incontrato per caso l’altra sera, che andava ad un comizio di Bossi, con la cravatta verde e il fazzoletto con il Sole delle Alpi stampato su… è addirittura nel Direttivo, a livello nazionale. È uno degli uomini di punta del mandamento, qui da noi. M’ha spiegato che sta organizzando le ronde nel circondario. Lo dovresti sentire: cinque minuti di conversazione e m’ha fatto paura: stava a sbarellare sui Celti, e sulle origini etniche della Padania, un delirio! Pare che sia diventato un personaggio famoso perché ha organizzato, qualche tempo fa, al paese suo, una manifestazione in cui lanciava palate di letame contro il Municipio, non so per cosa, credo perché non gli andasse bene come avevano impostato i sensi unici. Ha imbrattato mezza piazza e s’è beccato una denuncia..”
Può cambiar partito e idee, Carniati, me sempre a maneggiar merda rimane.
I personaggi e gli eventi citati nel racconto non corrispondono a fatti reali, ma sono frutto di fantasia. Anche la merda, beninteso.
La signora Tognato la società multietnica non la vuole. Non la vuole no, ecchecaspita: tutti quei negri, quegli arabi, quegli zingari, quegli slavi che vogliono entrare in casa sua e portarle via tutto, perché si sa come è fatta quella gente, che entra in casa e ti porta via l’argenteria, la catenina di nonna, e sporca pure i pavimenti, perché mica si mettono neanche le pattine, come invece han sempre fatto i ladri nostrani, eh.
Non la vuole, perché poi, insomma, diciamolo, sono manco cristiani, quelli: sono arabi! Tutti, perché anche gli slavi, che paiono come noi e una si fida, poi glielo chiedi e scopri che sono arabi pure quelli, perché vanno in moschea, mica in chiesa, come Dio comanda.
Non la vuole, la società multietnica, perché poi, ’sta gente, porta via il lavoro ai nostri giovani: difatti, spiega, i nostri giovani, caspita, sono tutti a spasso anche se sono laureati e via andare che vorrebbero fare i manager, a livello internazionale, perché sono bravi, neh, i nostri giovani, e invece questi arabi qui e questi negri, sono tutti che trovano lavoro in fabbrica e nei cantieri, e i nostri giovani, i nostri giovani laureati dove vanno a cercar lavoro, eh?
Non la vuole, perché – roba da non credere!- questi vengono qui, trovano lavoro, si affittano casa, e poi – ma vi rendente conto?- vogliono portarsi su l’intera famiglia, con i figli, la moglie, e così ci tocca pure avere i bambini in classe, che urlano e strepitano, perché, se sono tutti bambini, si sa che quelli degli arabi fan casino di più.
È un fiume in piena, la signora Tognato, che siede al tavolino del bar con attorno il suo circolo di quattro amici, e per la foga di chiarire che a lei la società multietnica fa schifo, ma schifo proprio tanto, e morirà piuttosto che vederla, quasi quasi si dimentica di strafogarsi di patatine fritte e finire le spritz.
Per fortuna che, nel mezzo della tirata, si ricorda di guardare di sguincio l’orologio, e si accorge che è tardi, tardi tardi proprio. Deve correre a casa, perché la badante rumena di sua suocera non ce la fa da sola ad alzarla dal letto e darle da mangiare; e poi ha da controllare che il giardiniere cingalese le abbia potato bene le siepi; per fortuna che, nel pomeriggio, può andare in palestra, dove Josè, il suo insegnante di salsa e merengue, la fa divertire tanto; domani ha appuntamento con Wang, il suo agopuntore di fiducia e poi da Ludmilla, la massaggiatrice; deve mettersi in forma, perché sabato prossimo il figlio fa gli anni, e vanno tutti al ristorante indiano.
Trangugia di fretta l’ultimo sorso di aperitivo, mentre la cameriera bielorussa le toglie da davanti il bicchiere, e salutando di fretta gli amici sottolinea, per l’ultima volta, con decisione, che lei in una società multietnica non ci saprebbe proprio vivere, no.



Hanno lasciato detto qualcosa