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Floris ha l’influenza A, gli sospendono il programma.
Per l’influenza B, invece, glielo avrebbero proprio abolito.

Su Telepadania, Pinocchio parlerà in Lombardo.
Il Gatto e la Volpe invece in napoletano.
Le monete d’oro sepolte saranno coperte dallo scudo fiscale

Propongo un Forse Day.

E mettiamo d’accordo tutti.

Aggiornamento: Scusatemi, stavolta al PD mi hanno battuto sul tempo.

Ma loro non volevano fare una battuta.

toga avvocato

I due avvocati sono in piedi, nel corridoio stretto davanti ad un ufficio del Tribunale. Hanno addosso abiti sobri e grigi, ma di quella sobrietà e grigità che si possono comprare solo con molti soldi e un buon sarto di quelli di una volta. Quelli che lavorano da generazioni per gli avvocati che nascono avvocati già di famiglia, insomma. Ai piedi hanno scarpe nette, ma non sfacciatamente lucide, e borse di cuoio capienti, incicciottite da troppe pratiche.

Uno è un vecchio marpione da Tribunale: lo capiresti subito, anche se non fosse universalmente noto, per l’aria un po’ sbruffona con cui sosta, come se il corridoio e il Tribunale stesso fossero suoi. Ognuno che passa, lo saluta, e lui ci scambia una battuta, un cenno.

Sei qua?”

Eh, ci si deve guadagnare il pane!”

Eh, ti te lo guadagni ben, va’, Vecio!

Risata scanzonata, condita da occhiata en passant al culo della magistrata che ha parlato.

L’altro ha meno anni, e il primo lo tratta da giovane collega, anche se poi deve comunque aver superato abbondantemente i quaranta: uno dei vantaggi dell’Italia è che si può essere attor giovane e giovane collega fino alle soglie dell’ospizio.

Attendono, per due cause diverse, ma il corridoio è piccolo, il ritardo enorme, e far comunella una necessità di sopravvivenza. Così chiacchierano, mentre le toghe restano abbandonate sulle sedie come stracci e le nappine pendono sconsolate.

Passano due carabinieri che le sfiorano, toghe appallottolate e nappine penzolanti, mentre accompagnano ammanettato un ragazzo ghanese senza permesso di soggiorno, sorpreso a vendere false borse di Luivuitton e portato in aula, al processo per direttissima.

Con chi hai l’udienza?” Chiede il primo.

Con ******”

Uh, non t’invidio…poi da quando la moglie lo ha piantato, è diventato una pittima…”

Eh.”

Eh.”

Ma sei tu che difendi *****? Quello che l’altro giorno ha sparato alla moglie?”

È il caso del giorno, nel parlano tutti, in città. *****, rampollo di schiatta industriale piena de schei, ha ammazzato la moglie perché, dicono, lo volesse lasciare.

Eh. Sì, sono l’avvocato della famiglia…m’han chiamato l’altra notte, di corsa, alle tre.”

Ho letto sul giornale…che roba! Lo conosco da una vita… ma pensa te, andarsi a rovinare la vita così, per un eccesso di gelosia, che coglione! S’è costituito?”

Sì. Ieri sera.”

E adesso?”

Sì, sono qui per chiedere i domiciliari..”

Ah, è in carcere?”

No, in ospedale. Lo psichiatra ha già certificato depressione e rischio suicidio.”

Il vecchio Marpione si lascia sfuggire un sorriso: “Eh, certo, quello si rischia sempre. Dài, che se lo trovi in giornata giusta, non si fa neanche un’ora di cella…”

Eh, lo spero. Per le persone normali il carcere è distruttivo.”

L’altro annuisce, comprensivo e convinto.

Ripassa il ghanese, ammanettato, e i due carabinieri trascinano una borsa dentro cui s’indovina un carico di pochette Luivuittòn.

Lo portano in carcere.

I due avvocati si tirano un po’ indietro per lasciarli passare, e poi lo guardano come si guarda una cosa che non può che andare a finire così: in carcere.

Si vede che non è abbastanza normale.

mario sironi cavallo e cavaliere

Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.

Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.

Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.

Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.

Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.

È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.

A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.

Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.

Uh sono andata a sentirlo presentare ’sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”

Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.

Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”

Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”

Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.

Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.

Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

Per morire in carcere Stefano Cucchi ci ha messo quattro giorni, Giuseppe Saladino quindici ore.

Non credevo che intendessero questo, quando parlavano di ridurre le lungaggini per gli imputati.

Processo breve e assoluzione fulminea.

Giustizia veloce ma immunità eterna.

petrolini nerone

Chiudete gli occhi, e fate un piccolo sforzo di immaginazione.

Siamo a Gerusalemme, attorno al 33 d.C.

Dal balcone del suo palazzo Caio Sempronio Ioannardus guarda le strade della città. E’ quasi sera, il sole tramonta, uno schiavo silenzioso gli versa nella coppa un po’ di vino, prima della cena e lui la prende in mano, tenendola fra le dita ben pasciute.

La città formicola di vita, perché ha da poco visto da vicino la morte: ci sono state tre crocifissioni, al pomeriggio, sul Golgota; due ladroni e un esaltato mitomane, che, gli ha spiegato Pilato, il suo amico Procuratore, si credeva ed era creduto dai suoi il Re dei Giudei.

Che palle, ’sti giudei, pensa Ioannardus: hanno una fissa per la loro religione, e per il loro Dio, e quando poi si convincono che stia arrivando il loro messia, non li si tiene più in nessuna maniera. Quella terra, poi, di aspiranti messia ne produce con una certa frequenza: tutti pezzenti con qualche velleità di far la rivoluzione, mandare via da lì i Romani, et similia. Chissà perché si scaldano tanto, poi, si domanda, attorno a ’sta faccenda del Messia: deve essere il caldo e il clima, deduce, pensando alle verdi e placide colline attorno alla sua Bononia, dove la vita è dolce e il cibo buono. Mangiassero meglio e non avessero quel caldo torrido ed il deserto attorno ad assediarli, non starebbero a perder tempo con queste cazzate, i beduini: i Messia, le promesse del loro Jahvè, vai a sapere che altro ancora. Avrebbero accettato, come gli altri popoli, volentieri il giogo di Roma, che Iovannardus conosce così bene perché ne fa parte e all’ombra del quale prospera. In quale altro impero lui, che non ha il fisico per la dura vita del militare, né la sottigliezza dialettica o l’intelligenza acuta per il potere vero, potrebbe infrattarsi in un comodo impiego da burocrate, seppure occupato in faccende di secondo piano, ai confini del mondo?

Roma è una fede accomodante per chi la abbraccia: ti consente di fare ciò che vuoi purché tu non crei impacci. Non è un Ordine assoluto, è un ordine che fila liscio e così vuol continuare a filare. Se c’è un intoppo, lo si rimuove. Velocemente. Con la dovuta brutalità, se è il caso. Un impero è un impero, non un gioco da signorine; ma è così ben organizzato, poi, quell’impero, che le signorine al suo interno possono anche starci, e fingere di non vedere e non sapere: perché il lavoro bruto lo fanno gli altri, e ai burocrati come Iovannardus resta solo da minimizzare qualche danno troppo evidente, se mai a qualcuno viene la voglia di chiedere spiegazioni.

Il Procuratore Pilato..” annuncia lo schiavo, con voce ovattata.

Oh mio caro! – Sorride Iovannardus, vedendo entrare l’amico – Prendi anche tu un po’ di Falerno! Ma cos’hai? Il caldo? Sei pallido, ti vedo un po’ provato..”

Pilato si scosta la toga, l’aria gli manca: “Può essere. O i pensieri. Sai, delle volte, anche se sei abituato alle esecuzioni…oggi per esempio, con quell’Yoshoua ben Joseph…”

Ah, il mitomane..”

Sì, non c’è dubbio..però poveretta, la madre mi ha fatto una pena..in fondo condannarlo a morte già era tanto, ma poi lasciarlo riempire di botte, di frustate, consegnarlo così in balia di fanatici che gli han fatto di tutto perché sapevano che noi non saremmo intervenuti… forse avrei dovuto pensarci meglio. In fondo Roma è la legge, per tutti, e tutti si devono sentire garantiti da noi…”

Iovannardus sorride e gli porge una coppia di vino fresco.

Pilato, ma che discorsi, dai…era un matto, frequentava gente ai margini, puttane, pezzenti, rivoluzionari…tipi del genere finiscono male per la vita che fanno, se l’è andata a cercare. Vorrai mica farti un processo te, adesso! Sono cose che capitano e la colpa è sua.”

Pilato appoggia le labbra e sorbe il vino. “Già.”

Essendo un racconto, non si fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Anche perché certi personaggi sono eterni e allignano in ogni epoca, purtroppo.

Non so se ci sia un giudice a Berlino.

Per ora ne abbiamo trovati sette a Strasburgo.

toga rossa

“Le nostre toghe sono rosse per il sangue di Falcone e Borsellino.”

Oltre che comunisti, non fanno mai il bucato.

“I Tribunali non sono sezioni di partito.”

Già, sennò gli imputati riuscirebbero ad interrogarli subito.

 

Berlusconi a letto con la scarlattina.

Illazioni sull’identità del prossimo vicepremier.

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