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“Albino?”
“Macchè, il cardiologo conferma: non sopporterebbe lo stess.”
“Alfonso, allora…”
“Urca, quel cretino che ha mollato la moglie incinta sotto elezioni, e si è anche messo con un tricheco?”
“Allora Massimiliano Rossetto?”
“Ma sei scemo? Non sa neanche cos’è un Consiglio Comunale! No, può giusto stare in lista perché è decorativo…”
“Allora, la Susanna Davanzo…”
“Neanche ti rispondo, se siamo a proporre questa gente qui…”
I Tre del Trio, convocatisi quasi nottetempo nella villa dell’avvocato Martinuzzi, non ne vanno fuori: al terzo giro di salatini non ci sono più pizzette nei piatti e, soprattutto, non ci sono sul piatto nomi veramente papabili per la candidatura alle prossime elezioni a sindaco. Sono un po’ arrugginiti, del resto, i Tre, nelle scelte di tale importanza: da dieci anni a questa parte, di una riunione simile non c’era neppure stato mai bisogno: se c’era una elezione a sindaco, il candidato del Trio, e conseguentemente di tutti, non poteva che essere Carlo Taragnin, Carlo Taragnin, Carlo Taragnin. Ma ora il nome del sempre eletto (in tutti i sensi) è diventato una specie di tabù.
Cosa sia avvenuto di preciso fra i Tre e il protetto è uno dei misteri meglio custoditi di Spinola. Il paese s’è lanciato in una ridda infinita di ipotesi: chi dice che il Carletto abbia commesso l’ardire di rispondere no alla trasformazione in suolo edificabile di un fondo appartenente al dottor Dolbiati, perché la Carmen, che ha casa lì vicino, s’è incaponita di edificare nel giardino suo un condomiotto, e non vuole concorrenza per vendere i futuri appartamenti; chi sostiene che lo scazzo sia dovuto al tentativo, da parte del Taragnin, di candidarsi in Provincia senza chiedere prima il doveroso permesso a Erminio Franzon, che ha già individuato fra gli altri suoi protetti da tempo il sedere adatto a ricoprire quel seggio; chi assicura che all’origine ci siano un paio di battute infelici del sempre Sindaco al battesimo dell’erede Crespano, le quali hanno indispettito la Signora Crespano e, di conseguenza, una pletora di clienti e famigli. Sia come sia, fra il Trio ed il Sempresindaco i rapporti sono diventati prima freddi, poi tesi, quindi inesistenti: da qualche mese, se per caso si incrociano in piazza, Taragnin volta ostentatamente la faccia per fingere di non conoscere i suoi ex tre mentori, mentre i tre ex mentori lo guardano con l’espressione di chi quella faccia la conosce benissimo, e sta solo aspettando l’occasione per spaccarla a pugni.
“E se appoggiassimo Guidi?” butta là Martinuzzi trangugiando l’ultimo lacerto di pizzetta avanzata.
Il dottor Dolbiati e Franzon tacciono, ma è uno di quei silenzi che indicano meditazione profonda e circospetta, perché quel nome l’avevano stampato in mente fin dall’inizio della riunione tutti e tre, solo che nessuno voleva essere il primo a proferirlo.
Il fatto è che, nella visione politica del Trio, Erberto Guidi, storico vicesindaco di Spinola, è una cabala, perché uno di quegli uomini che non si sa.
Di famiglia è benestante, ma, venuto da fuori, nessuno è in grado di specificare quanto, e per che vie. Sposato, senza figli, il Guidi ha alle spalle un curriculum di studi che non si è mai riuscito a capire di che cosa consti, e fa un lavoro, il consulente, che potrebbe voler dire occuparsi di tutto o di nulla. Nonostante questa vaghezza congenita, a Spinola conta schiere di fans. In mezzo ad un Consiglio Comunale che pare composto dai membri scartati degli Addams, spicca come un diamante: alto, slanciato, elegante, occhioceruleo e biondocrinito, ha uno scilinguagnolo da gran signore in gita nel contado e calza le giacche blu come se gli spuntassero direttamente dalla pelle, senza intervento del sarto a mediare. Quando sta seduto accanto al Sempresindaco Taragnin, e si vede il Taragnin piccolo e tozzo, con il collo taurino e l’espressione perennemente ingrufata da maialino che tema gli freghino da sotto il truogolo, e Guidi lì accanto, il profilo aristocratico, lo sguardo celeste perso a meditare su qualcosa che è troppo alto per confidarlo a quei bifolchi là attorno, viene spontaneo chiedersi chi mai l’abbia combinata, una coppia più sbilenca, e meditare su quanto il Caso, o Dio, debbano avere un perverso senso dell’umorismo. In realtà la coppia non l’ha creata il Padreterno, ma è frutto delle alchimie del Trio. Guidi, che ha appoggi in Regione e in Provincia, e in qualsiasi assemblea politica si riunisca al di fuori del territorio di Spinola, avrebbe considerato come dovuto il diventare sindaco di questo pago che onora con la sua prestigiosa presenza; ma a Spinola chi comanda non sono i partiti ufficiali, bensì il Trio, e il Trio s’è tirato su Taragnin dai tempi delle braghe corte, convinti com’erano i tre che quel tappo mal combinato, brutto, ignorante, privo di qualsiasi altra caratteristica se non una smodata voglia di emergere, sarebbe stato la loro longa manus perfetta, perché ciò che ambiva era il fantasma del potere per ricompensare una infanzia da oggetto di scherno e la miseria cronica di una adolescenza da nano. Guidi, invece, che viene dalla città, o per lo meno da un paesotto vicino un po’ meno villaggio di Spinola, e ha fatto, anche se forse non finito, le scuole alte, frequenta gente di fuori e si muove a parla come uno che vabbe’, magari non andrà a cena con il principe Carlo, ma almeno con qualche Dirigente di seconda fascia in Regione si sente al telefono e si dà del tu. I tre del Trio lo hanno subito catalogato come un tipo pericoloso, perché sa di non essere una loro creatura e soprattutto è consapevole che oltre a Spinola esiste un mondo in cui il Trio non riesce a gestire proprio ogni cosa. Quindi, dal suo primo comparire sulla scena, han maneggiato per incastrarlo nel ruolo di Vicesindaco a vita, così come l’altro doveva rimanere incastrato in quello di Sempresindaco fino al momento del passaggio a più opportuno testimone. Ora però che l’opportuno testimone non si presenta, e il Sempresindaco s’è così assuefatto al potere da considerarlo come una sorta di diritto che può trasmettere agli eventuali eredi, arrivando a pensare Spinola come un feudo proprio, una sorta di usucapione, il Trio si ritrova nella poco piacevole situazione di dover decidere quale sia il male minore, ovvero se il male minore possa chiamarsi Erberto Guidi.
“Bisognerebbe parlargli” dice Dolbiati.
“Già, e a quattrocchi.” assente Martinuzzi.
“E senza altri in giro.” conclude Franzon.
Ma come? E dove? Perché convocarlo a Villa Martinuzzi, casa Franzon o in farmacia Dolbiati nemmeno se ne parla: l’indomani tutto il paese saprebbe e indovinerebbe la manovra. In altro momento, un incontro nella saletta del Frutto Proibito, organizzata non dal Trio direttamente, ma per iniziativa della Carmen, sarebbe stata la soluzione migliore; ma ora la Carmen gioca in altra squadra, e il Frutto Proibito non è più terreno di gioco, quindi bisogna trovare altro intermediario e altro covo.
“E se usassimo il Sottosotto?”fa Martinuzzi, accendendosi come una luminaria di Natale.
Gli altri sodali lo guardano con ammirazione, ricordandosi di colpo perché, da sempre, fa parte del loro sodalizio.
Il Sottosotto è infatti il negozio di lingerie più in di Spinola centro e frazioni, la cui animatrice e proprietaria è l’inossidabile Mirella Strambotto, amica del Trio al gran completo, nonché di Guidi, di Taragnin e di chiunque, a Spinola, abbia contato o conti di contare qualcosa in politica.
“In effetti – dice Dolbiati – la Mirella ha un bel retrobottega, molto spazioso, e soprattutto discreto…e nessuno si stupirebbe se ci vedessero entrare, magari uno alla volta, nel negozio..si può sempre far finta di andar lì per comprare qualche regalo per le nostre mogli…”
“O per qualche amica – chiosa Franzon, ricordandosi che nessuno dei tre è sposato – Comunque poi la Mirella un paio di favori ce li deve: convinsi io l’assessore a darle la licenza…”
“E io – ribatte Dolbiati – le ammorbidii il geometra per l’abitabilità…”
“E io le consigliai come evitare quella multa per un ampliamento non proprio regolare…” aggiunge Martinuzzi.
“Vabbe’, al Sottosotto, è deciso! Facciamo convocare dalla Mirella lì Guidi e risolviamo questa faccenda fra noi.” stabiliscono quasi all’unisono, concordi e soddisfatti perché quella manovra consentirà loro di assicurarsi che a Spinola, mutatis mutandis, tutto cambi e il potere del Trio resti uguale. E se tutto deve cambiar rimanendo appunto uguale mutatis mutandis, non si vede che ambiente potrebbe essere più adatto di un retrobottega pieno di slip e culottes.

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.
A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.
Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.
Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.
L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.
Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.
A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.
Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.
“Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.
“Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.
Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.
Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.
“Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.
“Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”
“E ti, cossa ghe gastu dito?”
“Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…”
“Ma ti ga intension de votarli sul serio?”
“Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”
Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.
É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

Quando, per un periodo, siamo stati assieme, la considerazione che le amiche avevano di me era salita ai massimi storici: “Ma daiiiii! Esci con Massimiliano! Non ci posso credereeee!” squittivano in sincrono con le mani sotto al mento e l’occhio a palla per l’ammirazione, manco Aldo nelle réclame dei telefonini.
Perché girala come la vuoi girare, Massimiliano Rossetto è uno di quegli uomini che fanno voltare per strada. Mica succede solo a voi signori uomini, che quando incrociate una bella sventola, più o meno discretamente perdete le bave: i più naif proprio in senso letterale, aprono la bocca con tanto di rigagnolo che scende a lato, perdono la favella e sanno solo emettere suoni inarticolati, modello Homer Simpson davanti all’immagine di un hamburger; quelli più scaltri con un po’ di furbizia, voltandosi col finto pretesto di dover cercare le chiavi della macchina, il cellulare, insomma, qualcosa che s’è perso proprio esattamente nel momento in cui la leggiadra fanciulla passava, ma è un caso, eh. No, la stessa cosa capita anche a noi femminucce, anche se, ammaestrate da secoli di furbizie, lo facciam meno notare. Però ci sono uomini che quando li incroci non puoi fare a meno di voltarti, e Massimiliano è proprio l’apice della categoria, anzi manco l’apice, qualcosa di un pochino più su, diciamo che gli hanno dovuto costruire una nicchietta a parte, così se ne può star solo a vedersi scorrere ai piedi le legioni delle adepte.
Tanto per cominciare, è bello. Ma non quel bello volgare, tipo bicipite, tatuaggio, sgrugno da spogliarellista macho incrociato con uno Schwarzenegger o con un Rottweiler, che, quanto ad espressività, poi, è lo stesso. No, proprio bello bello bello. Un viso d’angelo sopra al corpo scattante e snello di un dio greco: capelli castani e soffici, né troppo lunghi, né troppo corti, né troppo chiari; carnagione brunita, perché è uno di quei biondi che al sole diventano neri, mica color gamberetto lessato troppo; occhi, e caspita, che dire degli occhi? Di un blu così profondo, e così blu, che s’è visto solo nei mari che si guadagnano la bandieretta ecologista. E li sa usare pure bene, quei begli occhioni, perché quando entri nel suo campo visivo, e ti ammolla una occhiata delle sue, dentro a quello sguardo ci mette già tutto: se gli piaci, ti fa capire che apprezza, e anche esattamente quanto: diciamo che ti spoglia, valuta il pacchetto, e poi ti riveste, tutto in uno, mentre tu, imbambolata come un’allocca, non riesci ad emettere un fiato e lasci fare.
Nel suo studio dentistico ci sta poco, anzi quasi mai: lo studio è attività di famiglia, ma lui, da quando l’ha preso in mano, si limita ad apparirvi saltuariamente, giusto per seguire un paio di clienti fissi dai tempi di papà, perché di mestiere cura il patrimonio immobiliare, immenso, che gli hanno lasciato i genitori ed una pletora di zii morti opportunamente senza eredi; ma basta che ci faccia una capatina, in studio, soprattutto se, per arrivarci, di ritorno da un’ora di scherma, o da una settimana in barca a vela o a fare immersioni, smonta dalla moto, toglie il casco, scuote i capelli e ammolla un paio di occhiate in giro, alla ‘ndo cojo cojo, perché tutta la popolazione femminile di età compresa fra i quindici ed i novantanove anni si ricordi improvvisamente di dover controllare una carie e s’assiepi a chiedere un appuntamento.
Di politica Massimiliano non s’è mai interessato, perché è roba noiosa e a lui la noia l’ammazza; si limita ad essere, per motivi di censo e di amicizie familiari, vagamente di destra, ed ospitare accanto alla poltrona del suo studio solo i santini dei candidati di quella parte lì, che vengono distribuiti alle pazienti corredati da un sorriso del dottore, il che contribuisce a far guadagnare all’effigiato, chiunque egli sia, un buon settanta per cento in più di voti femminili. Stavolta però, nell’imminenza delle elezioni, che ormai a Spinola si fanno vicine, il Trio ha deciso che bisogna proporre facce nuove, e già che sono nuove, debbono essere necessariamente carucce, quindi s’è presentato da Massimiliano per chiedergli disponibilità.
Massimiliano prima ha nicchiato, mettendo a far barriere una cortina di “Ma no, ma dai, ma io non sono il tipo…” però con un tono, stavolta, così poco convinto, che il Trio ha capito subito c’era agio di accordarsi. La politica, han detto all’unisono i tre, non è più quella di una volta, è molto più divertente e più scapricciata: han fatto balenare davanti ai suoi occhi scenari in cui i Consigli Comunali sono pochi, e molti di più le occasioni mondane, e i party stile Villa Certosa; e anche nelle occasioni ufficiali, han lasciato intendere, il contorno non è più di grigi burocrati di partito come un tempo, ma di gran belle figliole. Forse è stata questa promessa, o forse la considerazione che anche lui i quarantacinque li ha passati, oramai, e per non molto tempo ancora, nonostante la bellezza ed il fascino, potrà ottenere appuntamenti da ventenni solo in virtù dei suoi begli occhioni. Quindi ha accettato la candidatura, fissando il suo sguardo blu su un indefinito avvenire di potere politico e soddisfazioni comunali.
Di tutto questo non sapevo nulla, naturalmente, perché non ci sentiamo più di frequente, pur essendo restati si può dire amici; l’ho scoperto per caso in anteprima, ieri mattina. Camminavo per strada sovrappensiero, come mi capita spesso, e d’improvviso sento sul collo un alito caldo e nelle orecchie un soffio: “Ehi, ciao, Bomba Sexy, dove vai?”
“Max! Ma che fai in giro a quest’ora? Niente studio?”
“No, no – fa lui, schernendosi – è che sono andato a ritirare i manifesti in tipografia… sai mi candido, questa volta. Dimmi, dimmi, lo sai che ci tengo al tuo parere: che te ne pare?”
E mi mostra un manifestone con un suo bel primo piano a tutto campo, in cui gli occhi blu risaltano e sembrano persino più blu di quanto la Natura possa mai riuscire a fare, il viso è di un bello sfolgorante, l’aria clamorosamente figa che più figa non si può. C’è uno stemma piccino picciò sotto, dove non lo vede nessuno, e lo slogan si legge appena e si dimentica subito; sul santino che mi fa anche vedere non ci sono nemmeno due parole su cosa voglia fare, o cosa lo spinga in politica, solo il suo gran sorriso e il suo sguardo malandrino, che non dice “Votami!” quanto piuttosto un più esplicito: “Andiamo a letto?”
Sorrido: “Sarà sicuramente un successo.” pronostico senza difficoltà.
In maggioranza o all’opposizione, con lui in Consiglio alle sedute si potranno vendere i biglietti, e il pubblico femminile starà lì a seguire il dibattito senza fare un fiato, dovessero pure scassarsi i microfoni e non si sentisse un cippa di quello che vien detto. In pratica, come al cinema, quando c’è un film di Brad Pitt.
Francesco Guccini, Il Bello.
È una storia di fantasia, e non si fa riferimento a personaggi o fatti reali. Però Max è un figo da paura, ve lo assicuro.
Alle prossime elezioni, assicura mons. Mariano Crociata, la CEI non sposerà alcuna parte politica.
Si vede che stavolta una unione di fatto va più che bene.

Ha vinto Obama. L’onda d’urto dell’entusiasmo è già arrivata in Italia. Si sente, si sente davvero che anche qui da noi, ora, le cose possono cambiare.
Sarà sufficiente organizzarsi perché le nostre prossime elezioni si tengano negli USA.

Ieri sera sono stata a cena fuori, e pertanto ho potuto vedere solo di striscio la puntata di Gad Lerner sulle elezioni americane. Ho sentito dunque unicamente qualche brandello di conversazione, ma confesso che quelli che più m’hanno colpito sono state le veloci analisi fatte da due donne, Fiamma Nirestein e Kay Rush (apro una parente, come direbbe Totò: quando ho saputo che c’era Kay Rush ho subito provveduto ad avvertire i commensali con un sobrio gridolino: “Legge il mio blog! Legge il mio blog! Legge il mio blog!!!”. Ahò, so’ soddisfazioni!).
La Nirestein sosteneva che in questo momento per gli Stati Uniti la vittoria di Obama non sarebbe un buon affare, perché Obama si presenterebbe al mondo come un presidente più moderato di Bush in politica estera, e come uomo aperto al dialogo con l’area musulmana. Questo, a detta della Nirestein, sarebbe una bella grana non tanto per gli Stati Uniti, quanto per l’Europa, che non potrebbe più presentarsi, in sede internazionale, come la potenza con il ruolo di mediatrice. Insomma, detta in soldoni, se alla Casa Bianca va un tizio che ha una vaga idea di cosa sia fare politica estera (cioè mediare, o almeno provarci, prima di scaricare addosso una granuola di bombe) l’Europa non potrebbe fare più la sua bella – anche se spesso inutile – figura di zia saggia, che quando il presidente americano strepita e sbarella, tossicchia compita per far capire che non è cosa, via.
É consolante sapere che la politica estera mondiale, nello schema della Nirestein, si debba impostare come un telefilm (ammerigano) in cui tutto è puntato sul gioco fra il poliziotto buono e quello cattivo: certo Obama, nella parte del poliziotto duro che minaccia l’interrogato di ammollargli un pugno sarebbe poco credibile; ma se la visione della politica estera della Nirestein è questa, mi chiedo quanto contenti sarebbero i Francesi a sapere che Sarkozy è invece perfetto per il suo ruolo perché, ammettiamolo, non vi è nessuno di più adatto a stare nell’angolo, mentre il Mc Cain di turno impreca, con una sigaretta che pende dal labbro, a guardare perplesso l’indiziato, biascicando con voce blesa un raffinato: “Parbleu!”
M’ha colpito di più, invece, una osservazione di Kay Rush (un appunto a Lerner: perché diavolo il sottopancia recitava “Dj”? Insomma, direi che è una giornalista, anche perché dubito che l’avessero chiamata là solo per avere una consulenza sulla musica di sottofondo…). Da Americana, ha spiegato che i problemi più sentiti in America sono due: la crisi economica e la poca simpatia che riscuotono nel mondo gli Stati Uniti. È questo un particolare che secondo me a noi Europei sfugge: gli Americani, dice, sono in crisi in questi ultimi anni non solo perché l’economia va a schifìo, ma anche perché si sono resi conto che il mondo non li ama più come una volta; e agli Americani, ha sottolineato Kay, piace piacere. Noi Europei, più smagati, questo particolare ce lo dimentichiamo sempre: adusi da secoli ad essere odiati, spesso giustamente, per le porcate che abbiamo combinato in giro per il mondo, partiamo con la consapevolezza che le nostre azioni potranno essere ampiamente criticate da quelli su cui ricadono: lo mettiamo in conto. Gli Americani no. Convinti di agire sempre per il bene del mondo intero – che coincide con quello dell’America, obviously, come quello dell’America coincideva con quello della General Motors – sono rimasti traumatizzati nel vedere negli ultimi anni che gli amici li guardavano in cagnesco, la gente in strada non salutava più il loro arrivo festante e persino i diplomatici più diplomatici manifestavano una certa insofferenza a sopportare le loro scalmane. “Quando vediamo bruciare le nostre bandiere, forse perché siamo più ingenui, noi ci stiamo male.” ha chiarito la Rush, con un accento sincero che sottolineava una reale angoscia. Jo l’idraulico, quando sente che in Iraq la gente del posto avverte i suoi come un esercito invasore, ci resta di sasso, anzi, prova un vero e proprio choc. La sua prima reazione, probabilmente, è quella di scaricare addosso a chi non lo acclama una nuova razione di bombe. Ma magari, visto che lo fa da anni e senza ottenere particolari riscontri affettivi, può darsi che stavolta persino lui venga attraversato dal dubbio che, per farsi nuovamente voler bene, è il caso di fermare il cannone e ricominciare a trattare. Anche perché, come diceva la Rush, l’America in questo momento è strangolata da una crisi economica mica da niente. E persino a Jo l’idraulico potrebbe venire in mente che le bombe, oltre che farlo odiare, costano pure un patrimonio.

La criticano. E invece non capiscono che la vicenda di Sarah Palin, che si era rifatta il guardaroba a spese del partito, era invece un importante segnale di modernizzazione del partito repubblicano stesso. Un segno che le donne repubblicane hanno ormai interiorizzato anche il femminismo. Un tempo una donna repubblicana si sarebbe fatta rifare il guardaroba dal marito. Oggi ha capito che bisogna essere indipendenti. Se lo fa rifare dagli elettori.


Hanno lasciato detto qualcosa