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A me capita di rado di essere d’accordo con Tremonti. Diciamo mai. Mi è di solito impossibile per una incapacità mia: Tremonti è uno di quei tipi così spudoratamente antipatici a pelle, che se lo incontrassi per caso e mi confidasse di amare, chessò, Mozart, io, che di Mozart sono la fan numero uno, dichiarerei immediatamente che lo odio ed ascolto solo ed esclusivamente Britney Spears. Così, tanto per non avere niente in comune.
Però la statistica ha delle regole precise, per cui ogni tot dichiarazioni capita che chiunque, persino Tremonti, dica qualcosa con cui io pure debbo concordare in tutto o in parte. Ecco, io sulla cosa del posto fisso sono d’accordo. Anzi, sono proprio d’accordo su come lo ha detto, e cioè: “”Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore per una struttura come la nostra”. Magari io non avrei usato la parola “valore”: ci sono un po’ allergica per via di quel puzzo sottile di incenso e parrocchia che ha la parola “valore” in Italia, dove pare che gli unici “valori” possibili sian quelli benedetti dalle sacrestie o quelli protetti nei caveau delle banche. Ma nella sostanza, lo confesso: concordo con Tremonti, anche se so che a scriverlo sul blog così verrò lapidata nei commenti, persino, assai probabilmente, dai più cari ed affezionati commentatori.
Ormai sono alcuni anni, in Italia, che la flessibilità è diventata una specie di totem: ci ripetono in tutte le salse che è solo per difetto di flessibilità che siam presi come siamo, e solo grazie ad essa che usciremo dalla crisi. Che la flessibilità a la mobilità sono le pietre su cui si costruisce la vera concorrenza, e quindi il libero mercato; che sono, in buona sostanza, una bacchetta magica il cui tocco leggero fa emergere i migliori e affossa la zavorra, secondo i sacri dettami della selezione naturale di darwiniana e liberista impostazione.
Ora io sono darwiniana, e persino moderatamente liberista. Concordo sull’idea che in Italia ci vorrebbe più selezione, vera e pure spietata, in molti campi, e che a causa di una mentalità arcaica che tende a considerare il solo ed unico fine della vita quello di “sistemarsi”, non di “produrre qualcosa di bello ed utile” siamo nella palude in cui siamo. So pure che per molti esseri umani il posto fisso è come il matrimonio, e non appena raggiungono l’uno o l’altro, e magari tutti e due assieme, tendono ad impantofolirsi, metter su pancetta, perdere slancio e fantasia, adagiarsi nel tran tran. Però sono anche conscia che una società e un essere umano non possono vivere in uno stato di costante allerta. Neppure il darwinismo più spinto lo pretende. Neppure la natura lo impone agli animali. Il leone che va a caccia ogni mattina, sa che se non troverà una preda salterà il pasto, sì. Ma si è anche creato, conquistandoselo, un territorio dove è abbastanza sicuro che riuscirà a reperire una gazzella sbranabile entro mezzogiorno. La gazzella è conscia che pascolando in giro può incocciare un leone affamato; ma si è anche costruita una mappa di prati “sicuri”, di cui il leone ignora l’esistenza, e di rifugi dove cercar riparo da un eventuale inseguimento. Chi vive costantemente nel terrore o nell’incertezza non è produttivo: è solo spaventato. Il panico paralizza, non stimola.
In Italia abbiamo introdotto in questi anni la flessibilità e la mobilità, ma all’italiana. Vale a dire che le abbiamo immesse nel sistema, pretendendo però che valesse l’eterna legge del principe di Salina, ovvero che tutto cambi perché non cambi niente. Per i giovani e chi si trova in posizioni subordinate la flessibilità e la mobilità sono diventate un obbligo, e guai a chi si lamenta, perché dimostra di essere poco moderno, anzi, arcaico, anzi anche un po’ comunista. Ai piani alti, invece, quelli dei dirigenti e dei proprietari, la selezione darwiniana latita, direi che è del tutto dispersa: le cariche si ereditano dai padri, il figlio del dirigente fa il dirigente, il figlio dell’ingegnere l’ingegnere (e non è un caso, ma un preciso programma di governo, come enunciò Berlusconi in campagna elettorale, senza che nessuno obbiettasse davvero: in fondo anche i dirigenti di sinistra han figli cui vogliono far ereditare privilegi e prebende!).
Ma non è solo questo. La flessibilità ad oltranza, secondo me, non è poi una panacea per il sistema, perché, paradossalmente, quando è troppo accentuata finisce col produrre l’esito opposto. In una società meritocratica debbono emergere i migliori. Ma i “migliori” hanno bisogno anche di tempo e di tranquillità per poter partorire idee utili. Se è logico che alla base la selezione sia spietata, perché in una azienda io voglio poter assumere solo coloro che davvero possono essere degli elementi validi, però anche vero che se protraggo la loro incertezza alle calende greche prima o dopo otterrò il solo risultato di farli scoppiare dallo stress o farli deprimere: se nemmeno aver dimostrato un certo merito vale a farmi avere un po’ di santa pace, tanto vale non spaccarsi la schiena per l’azienda. Una forza lavoro perennemente licenziabile al minimo segno di cedimento è una forza lavoro debolissima. Di più: chi non può mai contare sulla certezza del suo posto, finisce spesso e volentieri con il disperdersi in mille rivoli, anziché incanalare la sua genialità in un solo progetto; oppure segue solo quelle idee che sa immediatamente spendibili per ottenere visibilità, al fine di garantirsi la riconferma del posto. Prendiamo Leonardo da Vinci. Genio sommo, e su questo non si discute. Per tutta la vita senza “posto fisso”. Il fatto lo stimolò sì a produrre notevoli capolavori, però anche lo costrinse a disperdere il suo talento in una mare di stupidaggini, come le macchine di scena per le feste di Ludovico il Moro et similia. Doveva campare, ed aveva bisogno di secondare i capricci del suo protettore, altrimenti, dato che non aveva altri mecenati, si sarebbe ritrovato a spasso. Non appena Francesco di Francia gli offrì uno stipendio slegato dalla produzione di cose che non gli interessavano, fu così grato al sovrano da regalargli la Gioconda.
Prendiamo invece, per trovare un paragone più terra terra, il Dottor House. Che è un genio pure lui; di più, è un tizio che non si fa remore ad andare contro al pensiero dominante e sfidare il sistema, aprendo nuove strade, seguendo intuizioni innovative. Già, ma perché lo può fare? Perché, come si apprende negli scontri con Caddy, la direttrice dell’ospedale, il dottor House non è licenziabile. Può tranquillamente fregarsene, House, di avere scontri duri con i colleghi, con i dirigenti dell’ospedale, trattare male i pazienti ed i loro congiunti, fregarsene, entro certi limiti, delle regole, perché non gli possono comunque togliere il posto di lavoro. E questa sicurezza gli dà la possibilità di sperimentare, di innovare, di non piegarsi alle richieste di gente più stupida di lui. Fosse “flessibile” e licenziabile, il dottor House si dovrebbe piegare agli ordini di scuderia, che nel 90%degli episodi causerebbero la morte dei suoi pazienti.
Ora questo per dire che la mobilità e la flessibilità sono certo belle cose. Ma attenti. Sono belle cose se si usano con un minimo di moderazione e buon senso. Se si crea un mondo in cui tutti sono costantemente in preda all’ansia perché a rischio di perdere il posto di lavoro, l’unica produttività che rischiamo di incrementare è quella delle aziende di antidepressivi.
A me capita di rado di essere d’accordo con Tremonti. Per quanto posso ricordare, diciamo mai. Mi è di solito impossibile per un incapacità mia: Tremonti è uno di quei tipi così spudoratamente antipatici a pelle, che se lo incontrassi per caso e mi confidasse di amare, chessò, Mozart, io che di Mozart sono la fan numero uno, dichiarerei immediatamente che lo odio ed ascolto solo ed esclusivamente Britney Spears. Così, tanto per non avere niente in comune. Però la statistica ha delle regole precise, per cui ogni tot dichiarazioni capita che chiunque, persino Tremonti, dica qualcosa con cui io pure debbo concordare in tutto o in parte. Ecco, io sulla cosa del posto fisso sono d’accordo. Anzi, sono proprio d’accordo su come lo ha detto, e cioè: “”Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore per una struttura come la nostra”. Magari io non avrei usato la parola “valore”: ci sono un po’ allergica per via di quel puzzo sottile di incenso e parrocchia che ha la parola valore in Italia, dove pare che gli unici valori possibili sian quelli benedetti dalle sacrestie. Ma nella sostanza, lo confesso: concordo con Tremonti, anche se so che a scriverlo sul blog così verrò lapidata nei commenti, persino, assai probabilmente, dai più cari ed affezionati commentatori.
Ormai sono alcuni anni, in Italia, che la flessibilità è diventata una specie di totem: ci ripetono in tutte le salse che è solo per difetto di flessibilità che siam presi come siamo, e solo grazie ad essa che usciremo dalla crisi. Che la flessibilità a la mobilità sono le pietre su cui si costruisce la vera concorrenza, e quindi il libero mercato; che sono, in buona sostanza, una bacchetta magica il cui tocco leggero fa emergere i migliori e affossa la zavorra, secondo i sacri dettami della selezione naturale di darwiniana e liberista impostazione.
Ora io sono darwiniana, e persino moderatamente liberista. Concordo sull’idea che in Italia ci vorrebbe più selezione, vera e pure spietata, in molti campi, e che a causa di una mentalità arcaica che tende a considerare il solo ed unico fine della vita quello di “sistemarsi”, non di “produrre qualcosa di bello ed utile” siamo nella palude in cui siamo. So pure che per molti esseri umani il posto fisso è come il matrimonio, e non appena raggiungono l’uno o l’altro, e magari tutti e due assieme, tendono ad impantofolirsi, metter su pancetta, perdere slancio e fantasia, adagiarsi nel tran tran. Però sono anche conscia che una società e un essere umano non possono vivere in uno stato di costante allerta. Neppure il darwinismo più spinto lo pretende. Neppure la natura lo impone agli animali. Il leone che va a caccia ogni mattina, sa che se non troverà una preda salterà il pasto, sì. Ma si è anche creato, conquistandoselo, un territorio dove è abbastanza sicuro che riuscirà a reperire una gazzella sbranabile entro mezzogiorno. La gazzella è conscia che pascolando in giro può incocciare un leone affamato; ma si è anche costruita una mappa di prati “sicuri”, di cui il leone ignora l’esistenza, e di rifugi dove cercar riparo da un eventuale inseguimento. Chi vive costantemente nel terrore o nell’incertezza non è produttivo: è solo spaventato. Il panico paralizza, non stimola.
In Italia abbiamo introdotto in questi anni la flessibilità e la mobilità, ma all’italiana. Vale a dire che le abbiamo immesse nel sistema, pretendendo però che valesse l’eterna legge del principe di Salina, ovvero che tutto cambi perché non cambi niente. Per i giovani e chi si trova in posizioni subordinate la flessibilità e la mobilità sono diventate un obbligo, e guai a chi si lamenta, perché dimostra di essere poco moderno, anzi, arcaico, anzi anche un po’ comunista. Ai piani alti, invece, quelli dei dirigenti e dei proprietari, la selezione darwiniana latita, direi che è del tutto dispersa: le cariche si ereditano dai padri, il figlio del dirigente fa il dirigente, il figlio dell’ingegnere l’ingegnere (e non è un caso, ma un preciso programma di governo, come enunciò Berlusconi in campagna elettorale, senza che nessuno obbiettasse davvero: in fondo anche i dirigenti di sinistra han figli cui vogliono far ereditare privilegi e prebende!).
Ma non è solo questo. La flessibilità ad oltranza, secondo me, non è poi una panacea per il sistema, perché, paradossalmente, quando è troppo accentuata finisce col produrre l’esito opposto. In una società meritocratica debbono emergere i migliori. Ma i “migliori” hanno bisogno anche di tempo e di tranquillità per poter partorire idee utili. Se è logico che alla base la selezione sia spietata, perché in una azienda io voglio poter assumere solo coloro che davvero possono essere degli elementi validi, però anche vero che se protraggo la loro incertezza alle calende greche prima o dopo otterrò il solo risultato di farli scoppiare dallo stress o farli deprimere: se nemmeno aver dimostrato un certo merito vale a farmi avere un po’ di santa pace, tanto vale non spaccarsi la schiena per l’azienda. Una forza lavoro perennemente licenziabile al minimo segno di cedimento è una forza lavoro debolissima. Di più: chi non può mai contare sulla certezza del suo posto, finisce spesso e volentieri con il disperdersi in mille rivoli, anziché incanalare la sua genialità in un solo progetto, o segue solo quelle idee che sa immediatamente spendibili per ottenere visibilità, al fine di garantirsi la riconferma del posto. Prendiamo Leonardo da Vinci. Genio sommo, e su questo non si discute. Per tutta la vita senza “posto fisso”. Il fatto lo stimolò sì a produrre notevoli capolavori, però anche lo costrinse a disperdere il suo talento in una mare di stupidaggini, come le macchine di scena per le feste di Ludovico il Moro et similia. Doveva campare, ed aveva bisogno di secondare i capricci del suo protettore, altrimenti, dato che non aveva altri mecenati, si sarebbe ritrovato a spasso. Non appena Francesco di Francia gli offrì uno stipendio slegato dalla produzione di cose che non gli interessavano, fu così grato al sovrano da regalargli la Gioconda.
Prendiamo invece, per trovare un paragone più terra terra, il Dottor House. Che è un genio pure lui; di più, è un tizio che non si fa remore ad andare contro al pensiero dominante e sfidare il sistema, aprendo nuove strade, seguendo intuizioni innovative. Già, ma perché lo può fare? Perché, come si apprende negli scontri con Caddy, la direttrice dell’ospedale, il dottor House non è licenziabile. Può tranquillamente fregarsene, House, di avere scontri duri con i colleghi, con i dirigenti dell’ospedale, trattare male i pazienti ed i loro congiunti, fregarsene, entro certi limiti, delle regole, perché non gli possono comunque togliere il posto di lavoro. E questa sicurezza gli dà la possibilità di sperimentare, di innovare, di non piegarsi alle richieste di gente più stupida di lui. Fosse “flessibile” e licenziabile, il dottor House si dovrebbe piegare agli ordini di scuderia, che nel 90%degli episodi causerebbero la morte dei suoi pazienti.
Ora questo per dire che la mobilità e la flessibilità sono certo belle cose. Ma attenti. Sono belle cose se si usano con un minimo di moderazione e buon senso. Se si crea un mondo in cui tutti sono costantemente in preda all’ansia perché a rischio di perdere il posto di lavoro, l’unica produttività che rischiamo di incrementare è quella delle aziende di antidepressivi.
Per star parcheggiate una settimana in Sardegna a Villa Certosa, bordo piscina, volo incluso, uso di yachy, senza far null’altro – assicurano – che partecipare a qualche innocente party stile villaggio turistico, si veniva pagate dai 1000 ai 2000 euri esentasse, con ciondolo diamantato in regalo.
Per farsi una settimana di comunissima spiaggia, in un hotel nemmeno granché, con piscina assiepata di bimbi gracchianti, vista sul terrazzotto del vicino ingombrato di materassini sgonfi e costumi da asciugare, i 2000 euri li devi pagare tu, che ne guadagni 1200 al mese, e il ciondolo finale lo compri, se vuoi, a spese tue, nella botteguccia di bigiotteria cinese a 99cent .
Non mi stupisce che i voli di Stato fossero pieni, neh.
Il 5 per mille all’Abruzzo. Il volontariato insorge: Tremonti scatena una guerra fra poveri.
Già, sono quelle che danno più soddisfazione.
L’Italia, assicurano, non è uno Stato Etico.
In effetti, ormai sembra più che altro uno Stato confusionale.
Quel che è buono per la Fiat è buono per l’America.
Franceschini: “Deciderò e lo farò da solo.”
Gli altri se ne sono già andati.
Il Time: “Renzi il nuovo Obama italiano.”
Ok, boys, emigriamo in America.
Draghi: “Allarme disoccupazione”. Tremonti: “Fatto tutto il possibile”
Ma no, dai, si potrebbero ancora organizzare delle ronde.
È brutto svegliarsi una mattina e scoprire che in Inghilterra gli operai pretendono che siano rimandati a casa a calci dei tuoi connazionali che hanno il difetto di aver trovato un posto di lavoro in Inghilterra senza essere però Inglesi.
È brutto sentirsi vittime di discriminazione, vedere di nuovo i cartelli con scritto Italians go home, e i picchetti, e corpulenti e muscolosi proletari britannici che strillano e fan capire che, potessero, gli Italiani li menerebbero, perché prima bisogna dar lavoro alla gente del posto e poi, semmai, se avanza, anche agli altri, ma sostanzialmente pure allora sarebbe meglio di no.
È brutto sapere che i poveri connazionali sono costretti a vivere sequestrati in una nave che è una specie di ghetto galleggiante, e sparire e nascondersi finito il turno di lavoro perché nessuno li vuole lì.
È brutto sentirsi trattati come dei pezzenti, come degli esseri inferiori.
È brutto. Soprattutto se ti rendi conto che questo è quello che, sotto sotto, vorresti fare agli altri, a casa tua.

Padre Gabriele Amorth chiarisce: “Dietro alla crisi Alitalia c’è il Demonio.”
Il Diavolo non fa più le pentole, ma gli aerei.
Sempre secondo padre Amorth, il diavolo è responsabile anche della crisi economica mondiale, poiché suggerisce agli operatori del settore scelte sbagliate. Sollievo nei principali atenei americani: “Noi pensavamo di aver semplicemente fatto laureare una massa di coglioni.”
Il Diavolo conferma: “In effetti, mi ero rotto di passare il tempo a scrivere i romanzi di Harry Potter.”
Pronte le contromisure di Tremonti: niente aiuti alle imprese, ma un piano per l’assunzione di esorcisti di Stato.
Anche il Tg1 si adegua immediatamente: invece di leggere l’indice Mib, d’ora in poi a fine telegiornale si recita il rosario.
Preoccupati, gli operatori della Borsa milanese chiedono al Vaticano di suggerire un santo protettore. Fra i favoriti, mons. Marcinkus.
Sulla vicenda interviene anche Giulio Andreotti: inutile l’allarmismo. Per fermare un diavolo che intruglia con le banche non servono esorcisti. Basta offrirgli un caffè.
Del resto, è comprensibile che il Diavolo cerchi di arricchirsi in borsa. Con quello che costano gli abiti di Prada, via!

Linda Sbezzolon e Nadia Bellotto dacché si conoscono, cioè dai tempi della scuola elementare, si odiano. È una di quelle antipatie istintive che nascono a prima vista e non si rimediano mai, perché sono tanto viscerali che si farebbe prima a strapparsi il fegato che rinunciare ad un odio così naturale, così spontaneo, che fa parte di te; ma poi negli anni si trasforma anche in politico e in sociale, e trova altre motivazioni, più razionali e ideali. Perché Linda viene da una stirpe di commercianti, ed è cresciuta negli agi, e Nadia invece da una schiatta di contadini che sono riusciti ad uscire dalla miseria spaccandosi la schiena nelle fabbriche, e ancora nelle fabbriche stanno.
Linda Sbezzolon è alta, con i capelli di quel biondo veneto di innaturale splendore, che deve tutto all’incaponimento del parrucchiere; gli occhi verdi, verdissimi, sarebbero ancora belli, nonostante i cinquant’anni ormai irrimediabilmente raggiunti, se non si intestardisse a tenerli bistrati di matita nera, modello Cleopatra ancora in cerca di un Giulio Cesare che se la raccatti. A Spinola ha una boutique, cioè un negozietto con la vetrina zeppa di cianfrusaglie e manichini agghindati nelle fogge più inconsulte. Vende, in buona sostanza, vestiti brutti a prezzi assurdi, e accessori assurdi a prezzi che lasciamo stare. La mattina arriva davanti alla sua vetrina, parcheggia la macchinetta ridicola che guida – una di quelle utilitariette molto chic che fanno signora bene e paiono costruite con gli scarti dei mattoncini lego – tira fuori le chiavi dalla borsa arricciata luivuittòn, si tira giù dal collo la pashmina di gucci o di versace, e apre il suo regno fatto di gonne spendagliate, jeans strappati, giubbini che strizzano la vita e mantelline ricoperte da peli di povere bestie sacrificate all’estetica contemporanea.
Nadia Bellotto è operaia specializzata in una azienda della zona. È quadrata come una pressa e anche lei bionda, ma con una capa di spinaci in testa che sanno di lavaggi fatti in casa e tinte a poco prezzo, un culo così ampio che sarebbe in grado di fare da solo non tanto provincia, quanto regione autonoma, e dà il meglio di sé quando la proprietaria lo fascia in jeans stretti, e con l’aggravante di strass, comprati al banchetto dei cinesi.
Descritte così, si dovrebbe far presto a scegliere da che parte stare: ricca contro povera, signora contro proletaria. Non fosse che nella vita le cose non sono mai così semplici, né così nette come nell’ideologia.
I cinquant’anni di Linda sono segnati da tante cose, non tutte piacevoli. Un marito che l’ha piantata dall’oggi al domani, lasciandole come ricordo una marea di debiti fatti e non pagati; un figlio che studia, da sempre e ovunque, senza portare poi a casa uno straccio di laurea, mai; una figlia che ha avuto un bimbo, sì, ma s’è dimenticata di sposarsi con il compagno, anche perché il compagno è ancora sposato con un’altra, e questo per la madre è sempre causa di gran preoccupazione, non per un malinteso senso di moralismo, ma perché son pensieri. Linda non è propriamente un’aquila, no. È superficiale, vanesia, alle volte irritante per quel suo fare da bambola invecchiata e le pose da eterna ragazzina. Eppure, quando la vedi arrivare la mattina e scendere dalla sua macchinetta, curata e a posto, sempre con un tocco di allegra incoscienza nel fondo degli occhi, ti chiedi se, in fondo, non sia proprio quel po’ di sventatezza a permetterle di sopravvivere ai marosi della vita: non rendersi conto fino in fondo di un disastro è un modo come un altro per passarci sopra, senza farsene risucchiare.
Neanche la vita di Nadia, per carità, è stata un ballo di carnevale. Lavora in una azienda alimentare, ed è responsabile di reparto. Ma ha uno stipendio decoroso, il marito lavora anche lui in una fabbrica al riparo da crisi, i figli pure, perché grazie alle conoscenze del padre sono stati assunti subito; vive nelle ex case popolari, ma il quartiere, tutto sommato, è carino, la casa grande, e alla fine l’ha potuta riscattare per un prezzo ragionevole, divenendone padrona. Non nuota nell’oro, ma neanche è nella miseria: i figli han sempre avuto le vacanze in montagna a Natale, i corsi di tennis, sci, danza; non hanno studiato perché non hanno voluto, si sono potuti permettere viaggi alle Maldive e a Sharm, e, anche oggi che si tira un po’, più per preoccupazione che per reale allarme, continuano a pagarsi le lampade uva, perché se non si va ai tropici l’abbronzatura si deve comunque mantenere, dài.
Nadia, sì, ecco, forse Nadia non si è mai permessa niente per rendersi felice, non un giorno alle terme, non una seduta dal parrucchiere, non un giro di manicure o un vestito, tiè, di firma. Ma mi sono sempre chiesta, e non so rispondermi, se questo suo mortificarsi non fosse soltanto dovuto alla mancanza di soldi, quanto alla inconscia volontà di mantenersi arrabbiata con il mondo. Quando te la vedi venire davanti con la faccia perennemente rincagnita e scura, la fronte aggrottata e la giaculatoria di lamentele pronta ad esplodere contro tutto e tutti, in maniera indiscriminata, ti viene sempre da domandarti quanto in quella sofferenza sia reale e quanto una specie di guscio in cui si nasconde, per poter giustificare un malessere solo suo contro gli altri, che prescinde dai casi della vita e dal denaro o dalla classe sociale.
Ieri le ho viste tutte e due, nel nebbioso struscio di una domenica prenatalizia al tempo della crisi economica. L’una era dietro il bancone della boutique, sola, perché la commessa che di solito assume per il periodo festivo quest’anno non se la può permettere più. Era seduta, vestita come al solito con qualcosa di stravagante e costoso, ma pareva ci si fosse imbozzolata dentro, per proteggersi, in un negozio che rigurgitava di merce e latitava di clienti, e fissava un mucchio di conti e di ricevute, con lo sguardo sgomento di chi sa che deve trovare il modo per farle quadrare, a fine mese, ma non ha la più pallida idea di come riuscirci.
Nadia era fuori dalla vetrina, che la guardava, con addosso il suo giaccone fatto di codini di visone, che già era brutto nuovo, figuriamo ora che ha un secolo, e a stento le copriva i fuseaux attillati, fascianti le gambe cicciotte.
“Non ride più, la signora! Adesso che è tempo di crisi, la deve patire anche lei, finalmente.” ha sibilato con una ingiustificata carica di malevolenza, spiando l’altra attraverso la vetrina, e se ne è andata trascinandosi dietro i tre sacchetti di regali che aveva comprato.
E io, non so, forse era per la nebbia che confondeva ogni cosa, forse per lo spaesamento di questo nostro periodo, ma mi sono domandata sul serio, in quel preciso istante, da donna di sinistra quale sono sempre stata e quale credo ancora di essere, chi fra le due fosse la più indifesa, e la più debole.


Hanno lasciato detto qualcosa