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Ride.
Quando ride, il mondo ride con lei.
Non per contentezza: è dovere.
Lei è la Direttrice del Dipartimento. Quindi, se ride, il Dipartimento deve ridere con lei, perché il Dipartimento è il suo mondo e le deve far da cassa di risonanza. Quando apre la porta, con quella risata si appropria della stanza.
Entra.
Cappotto cammello, collo foderato di visone. Chiaro. Quello selvaggio fa troppo impiegata. Borsa a carta geografica, perché la Luivuittòn è da borghesuccia, e Lei è invece un’intellettuale cosmopolita.
Incede.
La biblioteca è il suo red carpet, e lei è la Diva, e la Musa. Fende filari di libri, con l’alterigia di una pantera colta, scuotendo la chioma mora.
Davanti nessuno, e dietro il piccolo sciame di colleghi, adoranti.
Nessuno lo può stare in pari, è la regola.
Nessuno le può star davanti, perché quello è il terreno suo.
Nessuno, tranne il Vecchio.
Quando sia scoppiata, la guerra fra i due, non è chiaro. Perché ancora meno. L’intero mondo accademico si arrovella. Ore ed ore di conciliaboli nei corridoi, fra le più sottili menti d’Italia. Confronti serrati e dibattiti aperti. Forse anche qualche convegno di studi.
Le ipotesi restano inconciliabili, le scuole di pensiero non trovano una sintesi comune.
Si ricorda che un tempo erano indivisibili. Si sa che ora non lo sono più. Il resto è astio sordo e livore feroce.
Così la scena si ripete uguale, ogni volta.
Lei entra, falcata da donna di successo, in bocca il sorriso di chi nella vita vuole essere solo vincente.
Lui la attende, puntato sui piedi come una picca.
Lei tira diritto, in rotta di collisione, e non deflette.
Quando Lei arriva ad un passo da Lui, il Vecchio la guarda negli occhi.
E dice, a voce più alta che può: “Buongiorno, Caterina!”
Mima addirittura, talvolta, un piccolo, deferente, ironico inchino.
Lo sciame di colleghi trattiene il respiro.
Lei lo fissa per un lungo attimo, con rancore profondo.
Poi passa avanti, senza rispondere.
L’ennesimo scontro, che si replica uguale ogni volta.
Cadrà chi per primo perderà la calma, sbaglierà il colpo.
È un duello di nervi.

La biblioteca è il loro Ok Corral.

È una storia di fantasia, non si da riferimento a personaggi o avvenimenti reali, a professori e professoresse reali, né ad Università o Dipartimenti reali, e nemmeno ad Italie reali, se è per questo.

Non gli serve una donna, gli serve una accompagnatrice.
Quando Teo telefona alla sera tardi, a casa mia, con quella vocina lievemente depressa da Topo Gigio che ha appena preso una randellata, lo so cosa cerca: compagnia femminile. Non nel senso di una da portarsi a letto; ciò di cui ha bisogno, in quei casi, è qualcuna da poter portare in giro.
Il mondo di Teo è un tourbillon di inaugurazioni, serate di gala, prime di teatro: Teo, come i vampiri, vive dopo il tramonto, però, invece di nutrirsi di sangue, campa di salatini da buffet. Conosce tutti, e tutti quelli che conosce, fatalmente, sono coinvolti in qualche evento o iniziativa: fanno mestieri, ahimè, che impongono una serrata vita sociale. I pittori espongono, gli attori recitano, i musicisti suonano, gli scrittori, più che scrivere, presentano i loro libri senza posa; tutti però invitano, ed il povero Teo finisce sballottato come una pallina del flipper qui e là. A lui farsi sballottare piace un mondo: due sere di fila a casa e gli prende la cecagna da depressione incipiente, si mette in testa che nessuno lo ami più, si sente ad un passo dal baratro dell’oblio. Ma nei periodi in cui il mondo lo reclama ogni notte come protagonista, dopo un po’ l’essere scompagnato gli pesa: presentarsi single in società ha i suoi lati positivi, ma anche degli innegabili pericoli: l’essere arpionato da qualsiasi babbiona altrettanto single, per esempio, nonché da qualsiasi babbione in cerca di anima gemella; quindi presentarsi alla festa con al fianco una fanciulla finisce per diventare la salvaguardia migliore. Ma la fanciulla, dato che gli eventi e le inaugurazioni che frequenta sono tutte cose molto intellettuali, oltre che chic, deve avere anche caratteristiche ben precise: essere abbastanza piacente da fargli fare bella figura, abbastanza colta per non fargliene fare una pessima se apre bocca, e soprattutto abbastanza discreta e comprensiva da non rubargli la scena mai; avere insomma tutte quelle caratteristiche che, nel bel tempo andato, avevano le mogli, ma possedere in più il pregio di non aspirare, e non avere alcuna vocazione, a diventarlo sul serio, moglie. Per questo motivo, quando Teo è stanco di essere solo ma non gli va di essere appaiato in maniera compromettente, telefona a me.
“Inaugurano la nuova galleria di Cemal –spiega– non posso mancare!”
Figurarsi se me la posso perdere io, no?
“Vabbe’ ci vediamo lì alle 18.00, domani.” dico, e Teo sospira sollevato, perché anche questa volta non resterà solo.
Franko Cemal, passaporto svizzero, nascita americana, origini probabilmente turcobalcaniche, patrimonio felicemente apolide disseminato in paradisi off shore e radici saldamente piantate in Laguna, oltre che un pittoresco incrocio di dna confluiti da mezzo mondo, a Venezia è una corazzata, o per meglio dire, una intera flotta da guerra: le sue gallerie d’arte non so neppure più di preciso quante siano, ma, dove ti giri, spuntano come funghi, manco fossero chiazze d’umido: ne ha disseminate in tutta la città, tanto che ormai, quando si vede un negozio in ristrutturazione, le ipotesi da fare sono due: o aprono una nuova sede di Mac Donald o una nuova galleria di Cemal.
Alle 18 in punto, inguainata in un tubino nero di quelli che non si sbaglia mai, scarpette tacco dodici e pashmina comprata al mercatino che però sembra quasi vera, sono di fronte al suo nuovo open space, un buchetto dai muri di mattoni a vista però virati sull’oro grazie a scenografici spruzzi di vernice. Dalle vetrine spuntano due statuette di Botero; una terza è stata messa come segnacolo fuori dalla porta, come a dire noi siamo colti, ricchi e siamo qua.
All’entrata della calletta, incrocio una valchiria mora arrampicata su trampoli da brivido, che ha indosso un tailler nero e un umore ancor più nero della stoffa. Sta parlando, anzi quasi urlando, al cellulare, ferma all’angolo della Chiesa di S.Moisè, con quello che presumo sia il suo cavaliere, ma si deve essere perso per Venezia, perché lei gli grida: “Cristo! Ma possibile che non capisci mai dove devi venire? Eppure è tanto semplice! Prendi la strada più larga, giù dal ponte, duecento metri dopo Chanel giri a destra, e sei arrivato!”
Giuro che è la prima volta che, a Venezia, avendo a disposizione chiese e ponti e campi pieni di opere d’arte, sento usare la boutique di Chanel come punto di riferimento topografico.
Non appena mi vede arrivare, Teo si sbraccia per dirmi di venire avanti: ha già monopolizzato un crocchietto di persone, che pendono dalle sue labbra, tenendo in mano un bicchiere dai colori iridati, che deve essere un cocktail di ultima generazione, perché sembra una fluorescente bava di alieno.
Il piccolo campo è già zeppo di gente da grandi occasioni, che però può essere divisa a colpo d’occhio in sottocategorie: ci sono i ricchi, gli stravaganti e gli artisti. I ricchi sono quelli invitati perché hanno i soldi per comprare. Difatti sono dei monumenti ambulanti alla grande firma: vestito firmato, scarpa firmata, occhiale firmato e portafoglio firmato contenente corposo blocchetto di assegni ancora da firmare. Basta guardare come si muovono per capire che fanno branco a sé: ciondolano infatti davanti ai quadri ed alle opere d’arte, con l’aria sospettosa di chi sa che tutto ha un prezzo, e saranno loro quelli che dovranno alla fine pagarlo.
Gli artisti invece sono due, e si riconoscono a botta sicura: uno è un pittore di successo, che ho già incrociato un paio di volte a casa del Maestro, e difatti sta conversando con Teo. Essendo affermato, il Pittore può assumere un’anda genericamente bonaria, anche se leggermente schifata: ha venduto abbastanza per poter trattare i compratori con vago disprezzo, visto che ora ha probabilmente tanti soldi quanti ne hanno loro; la Giovane Promessa dell’arte, invece, di soldi non ne ha ancora abbastanza, e il quadro ospitato nella galleria è anzi il suo primo vero successo commerciale. Non può dunque schifare platealmente i compratori, perché gli serve appunto che comprino, ma al tempo stesso è ancora abbastanza giovane per doverli chiaramente disprezzare, o si gioca la fama di alternativo; e siccome non capisce bene come dosare l’altezzosità e la condiscendenza nella percentuale giusta per garantirsi la fama, finisce col fissare mutangolo il bicchiere alla bava d’alieno e tracannarla giù in fretta.
Gli stravaganti, di cui fa parte Teo, hanno invece nello spettacolo funzione prettamente coreografica: animano la scena. Parlano, pontificano, coinvolgono i ricchi in cose che sembrano conversazioni colte, per dar loro la sensazione di essere non volgari compratori, ma mecenati cinquecenteschi. Teo sta mandando in visibilio una infilata di maranteghe, cui spiega con voce suadente che sì, il Giovane Artista è scontroso, ma è giusto che così sia, o non sarebbe artista, mentre a me, che gli ho visto ingollare la quarta razione di bava d’alieno, viene il sospetto il ragazzo, che più che scontroso, sia ormai del tutto ubriaco.
Nel mentre, Cemal vagola, in apparenza a caso. È un omone che pare un armadio, con capelli a ciuffi di media lunghezza, occhi di un nero levantino simile al carbone ardente, che non perdono una sola mossa di quanto accade, ed una lunga sciarpa bianco avorio negligentemente appoggiata sul collo a mo’ di stola pencolante. Si muove, ride, scherza, ogni tanto flauta un “Oh, mio caro!” all’orecchio di questo o di quello, poi con fare indifferente trascina i compratori davanti al quadro che ha stabilito di riuscire a vender loro, ma come se la cosa avvenisse senza premeditazione alcuna: “Ecco, magari… sì… questo sì, potrebbe essere adatto a te.” concede, magnanimo, dopo aver meditato per qualche attimo, fissando il dipinto quasi perplesso, come se il suo lavoro consistesse solo nel fare gli interessi del quadro, e trovar per l’opera la sistemazione più confacente, non ricavare dalla vendita del denaro.
Fra lui e Teo la conoscenza è di vecchia data: considera Teo inutile, ma, in virtù dei suoi nobili natali e delle buone entrature, gli piace esibirlo qua e là: “Il mio amico carissimo!” dice infatti abbracciandolo con calore troppo enfatico per essere anche solo minimamente sincero. Teo ricambia l’abbraccio, con simpatia reale, poi mi presenta; Cemal si profonde in un baciamano altrettanto enfatico, anche se l’occhiata che mi ammolla non ha nulla di distaccato, e l’alzata di sopracciglio significa un “a te una ripassatina la darei anche subito, con tutto che ho l’inaugurazione da gestire.
“Galleria stupenda!” dice Teo.
“Oh, sì, caruccia… ma ci sono ancora tante cose da sistemare… per esempio, manca il cavo per la mia televisione… l’ho detto all’architetto! Almeno, quando non viene nessuno, posso vedere qualcosa in tv, no?”
“Ah… sì, certo…” replica Teo, ma scoprire che il raffinato mercante d’arte di cui ha stima soffre perché, nei tempi morti, non può seguire le puntate pomeridiane della De Filippi lo spiazza un po’.
Intanto una delle ricche si avvicina: “Franko –dice imperiosamente– avevi promesso di farmi vedere qualcosa di Warhol, ricordi?”
“Be’, c’è quello, là sulla parete…” indica Cemal.
La ricca lo valuta per qualche secondo: “Uhm, no, cercavo qualcosa di un po’ più grande.”
“Allora aspetta, ti faccio accompagnare in magazzino a vederne altri.” e fa un cenno ad uno dei ragazzi dello staff.
“Ecco, sì, magari ne vedo qualcuno più simile a quello che voglio.” replica la ricca, e a me viene da ridere perché mi sembra un discorso più adatto ad una boutique dove si cerca la misura di un determinato golfino.
Teo viene assorbito da un altro circoletto. Io cincischio un po’ con un aperitivo in mano, finché non vedo la ricca che ha fatto tirar fuori al ragazzo dello staff un mucchietto di quadri, per poi decidere che nessuno è della taglia che le serve.
Il ragazzo, non appena lei si volta, si lascia sfuggire una sbuffata. Poi mi guarda, sorridendo, e mi dice: “Vuole vederli anche lei?”
“Solo vederli, non me li potrò mai permettere.” dico ricambiando il sorriso.
Lui ride: “Tanto, deto fra de nialtri, i xé anca bruti.”
E poi, sopra al mio sofà, non sarebbero della grandezza giusta, via.

Al solito, è un racconto di fantasia che non fa riferimento a persone o avvenimenti reali. Esistono solo i quadri di Warhol, in pratica.

Scoprire, in una frenetica giornata di shopping, che entri ancora in dei pantaloni attillati taglia 38, nonostante la sera prima tu ti sia strafogata di tagliolini all’astice.

Convegno sullo Stalking.

Due giovani libere professioniste del diritto, sedute dietro di me.
Che pugnetta!”
Cosa?”
Se uno ti perseguita.”
Vero, una gran pugnetta.. Senti…”
Sì?”
Te lo sai cosa vuol dire vulnus?”
No.”
Boh, è mezz’ora che ne parlano…”

State Bene.

Inchino e baciamano alla padrona di casa.

Ghino la Ganga

sironi mario

Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.

Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.

La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.

Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.

Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.

Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.

Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?

Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.

Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.

Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.

Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.

È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

bacio

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.

Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?

È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

 

gelosia

Non capisco.

E quando non capisco, diffido.

Per cui sto lì e lo guardo.

Lui guarda me, con l’espressione più innocente che gli riesce di dipingersi in viso.

Alle sue spalle, la sua libreria. Che poi è una sintesi del suo mondo. Volumi impilati, ordinati. Tomi e tomi in copertine rigide, di gran classe. Così perfetti e lucidi, senza un’orecchia, senza una piegolina sul dorso, da domandarti se poi li abbia mai veramente letti.

Dalla finestra Venezia irrompe, con i suoi rumori di fondo che non hanno uguale: lo scatarrare lontano delle barche a motore, lo sciàf sciàf della batalissa d’acqua, e i pittoreschi improperi dialettali, assieme feroci e smagati come solo gli insulti veneziani sanno essere.

Be’ non dici niente? In fondo è pur sempre una offerta di lavoro, no? La ricerca è finanziata con fondi europei. Non ci si fa ricchi, ma sono sicuri.”

Cerca di nasconderlo, ma lo conosco troppo bene per non avvertire il tono piccato che latita fra i meandri delle frasi. Il sorriso indifferente non basta a mascherarlo.

È che mi sembra strana, tutta ad un tratto, questa proposta di collaborazione. E poi da te.” dico, infine.

Colpito ed affondato. Me ne accorgo quando vedo le sue mani che si muovono sul tavolo, con uno scatto nervoso. Cercano le sigarette, come sempre quando sta tentando di sfuggire ad una domanda scomoda. Il riflesso condizionato gli è rimasto, persino se ha smesso da tempo di fumare.

In realtà è un’idea del Vecchio.”

Alla fine lo ha sputato, il rospo.

Perché?”

Vuole te per questo lavoro.”

Perché?” ripeto.

Vallo a chiedere a lui.”

Ora è il suo turno di essere sospettoso. Irritato e guardingo. Mi studia, con malcelato livore. Il Vecchio. Maledetto Vecchio. Tornato dall’ospedale. Ad occhio, più in forma che pria. Pazzo lo è sempre stato. Beffardo, poi, lo è per genetica. Cosa gli passi nella capa, un mistero. Sono insieme da una vita, ma non è mai riuscito a capirlo, il Vecchio. E la sua testa balzana. Mai.

Gli dicessi che non ne ho idea nemmeno io, di cosa ci sia sotto, non mi crederebbe. Lui è così, lo conosco. Quando si tratta della sua carriera, non si fiderebbe neanche di sua madre. Conoscendo la signora, forse avrebbe ragione, ma non è questo il punto. È che fra Lui ed il Vecchio il rapporto è sempre stato questo: tregua armata. Intervallata a momenti di odio rarefatto. Convivenza forzata gomito a gomito con distillato quotidiano di crudeltà. Parrebbe quasi un matrimonio, a vederlo dal di fuori, non un rapporto maestro-allievo.

Lui al Vecchio deve tutto. In primis è questo che non riesce a perdonargli: senza il Vecchio Lui non sarebbe nessuno, e quando è qualcuno, per tutti è solo l’allievo del Vecchio. Però non è neanche questo, a dirla tutta. Lui pensa sia questo, ma non è così. Quello che a Lui rode è altro, anche se non se lo confessa. Quello che gli rode e lo tormenta è che Lui è l’allievo del Vecchio, per tutti, sì, ma per il Vecchio no. Dal Vecchio non si è mai sentito amato. Forse nemmeno stimato più di tanto. Gli ha fatto far carriera. Lo ha imposto a forza. Lo ha innalzato. Ma sempre facendogli pesare che non vale un’ostrega. Che lo considera un ameno pallone gonfiato, vuoto e perciò adattissimo a questi tempi vuoti in cui viviamo. Un bluff che il Vecchio ha costruito a tavolino per infinocchiare i colleghi, l’Accademia tutta, secondando il suo gusto tutto toscano per la beffa atroce: lo ha usato come la sua scimmietta ammaestrata, per dimostrare che era in grado di mandare in cattedra anche una scimmietta ammaestrata e farla passare agli occhi dell’universo mondo scientifico come un prodigio di sapere.

E Lui se ne rende conto. E non è neppure questo a farlo infuriare. Perché Lui di essere un bluff, in fondo, lo capisce. Ci gode quasi nell’aver fatto fessi tutti gli altri più in virtù delle sue doti di ammaliatore che per la sua reale intelligenza. Ciò che lo dilania davvero è di non essere riuscito ad ammaliare, come tutti gli altri, il Vecchio. Lui, il grande seduttore, e il Vecchio, l’unico che non è mai riuscito a sedurre.

Si volta verso la finestra, fingendo di guardare una Venezia che non vede.

Gli sei sempre piaciuta. – dice. Con un tono che è un rimprovero, ma soprattutto un rimpianto. – Ha detto che vi siete incontrati per caso la settimana scorsa, e gli è venuto in mente che saresti la persona più adatta ad occuparti di questa ricerca.”

Sì, è vero, ci siamo visti per caso.” confermo, senza dirgli dove. Lui sa che il Vecchio gli sta nascondendo qualcosa, in questo periodo, ma non sa cosa, e ci si arrovella.

Si volta, mi punta gli occhi addosso, infuriato.

Certo. Per caso. Toglimi una curiosità, ci sei andata a letto?”

Me la sputa addosso, la frase. Come si sputano fuori di colpo gli eccessi di gelosia.

Ma lo conosco troppo bene per sentirmi in qualche modo lusingata.

Non è di me che è geloso.

È del Vecchio.

Oggi non sono qui, sono su Giornalettismo

A parlare della bellezza della Bindi e dell’intelligenza politica di Berlusconi.

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All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.

Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.

E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.

O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”

E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.

Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.

Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

Lui, invece, comincia ad essere più alto che furbo.

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iltwitdiGalatea

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