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paesaggio toscana

Hommage a Paolo Virzì

Teo. Che poi starebbe per Teofilo. Nome di famiglia, ereditato dai nobili antenati. Ma andarlo a mettere ad un pupetto appena nato, denota nei genitori una certa colpevole indifferenza, invero poco nobile, nei confronti dell’avvenire del figlio.

Comunque, l’hanno chiamato Teo. E gli è andata anche bene: la sorella si è beccata un Nazarena.

Dunque, Teo, dicevamo. Età. Entriamo nel campo dell’incerto. Facciamo qualche anno più di me, ma non molti. A occhio e croce: Teo sull’età è sempre stato un po’ vago: superati i quaranta, sarà uno di quegli ex ragazzi che non accettano di invecchiare, così ha giocato sempre d’anticipo, non dichiarandola fin da quando ne aveva venti; ma è da quando avevamo entrambi circa venti anni che ci conosciamo, dunque a me non la può dare a bere.

Professione. Ecco, qui entriamo nel campo del più incerto ancora. Cosa faccia Teo per vivere non l’ho mai ben capito, e spesso dubito che lo abbia capito persino lui. Del resto nel suo caso il “per vivere” è modo di dire: Teo, per vivere, non ha bisogno di fare null’altro che andare in banca a ritirare i soldi di famiglia. Più che lavorare, lui “s’interessa”. S’interessa di arte, di mostre, di pittura, di scultura, e, più in generale, di eventi. Difficile dargli torto, come tutti sanno queste sono cose interessanti in sé e per sé. Altrettanto difficile però chiarire del tutto le forme dell’interessamento di Teo alle succitate attività. Quello che so è che non c’è mostra, evento, prima teatrale, reading, convegno, concerto, festival in cui Teo non sia in qualche maniera coinvolto. Sempre di striscio, beninteso. Ad un festival, lui presenta magari una sezione secondaria, alle mostre d’arte non scrive lui il catalogo, ma a qualche titolo è citato nei piè di pagina, almeno in una riga; ad una rassegna cinematografica è immancabilmente invitato a salire sul palco della proiezione; alle prime teatrali, lui c’è, o perché conosce l’autore o perché glielo devono presentare; ai concerti e all’opera, ha un posto perché è perennemente in parola con qualche sconosciuta rivista per fare un pezzo di critica. Dovunque entri, teatro, ristorante, cinema o fondazione culturale, lo salutano tutti e lui saluta di rimando, scambiando affettuose manate, abbracci fraterni, strizzatine d’occhio che certificano pregresse familiarità. Per il poco tempo che siamo rimasti assieme, millenni fa, l’ho frequentato mentre era in transito: fra un convegno e l’altro, una presentazione di libro e l’altra, un qualcosa che era appena finito e un qualcosa che stava appena per iniziare. Per una come me, tendenzialmente pigra, non era un ritmo sostenibile, e difatti dopo un po’ non l’ho più sostenuto: il moto perpetuo ha il suo fascino, ma alla lunga mi stanca molto, soprattutto se non porta a nulla; lui invece ha continuato con nonchalance a gestire questa sua vita da zingaro intellettuale, sfarfallando qui e là ad ogni occasione cultural-mondana, felicemente apolide, così come è felicemente apolitico e ancor più felicemente dimentico che il resto mondo scorra al di fuori della sua bolla di artisticità. Di tanto in tanto, poi, a suo capriccio, Teo riemerge nel reale: telefona, messaggia, preme per reincontrarmi e s’inalbera se non sono pronta a rivederlo io pure. Se gli faccio presente che non è cattiveria, ma impossibilità a incastrare gli impegni della mia vita attuale, Teo rimane profondamente spiazzato: gli è ostico accettare che il resto del mondo continui ad esistere anche mentre lui non gli concede la sua attenzione.

Sai – mi dice infatti l’altro giorno – il Maestro mi aspetta per un weekend in campagna da lui, e vorrebbe rivedere anche te, perché non vieni? Passo a prenderti venerdì pomeriggio.”

Più che un invito, una comunicazione. Del resto Teo ed il Maestro, lo so, sono fatti così.

Per arrivare a destinazione ci vogliono tre ore di macchina, e solo perché quando guida Teo ci vogliono tre ore di macchina per arrivare ovunque, poli compresi. Il viaggio è piacevole, perché la meta è una di quelle campagne che gli stranieri ci invidiano, e perciò le colonizzano comprando tutto quello che somiglia ad un mattone: antichi conventi, antiche fattorie, antichi castelli, antiche stalle, e trasformandole in nuovi conventi, nuove fattorie, nuovi castelli e nuove stalle, per usarle come case di villeggiatura, per ricchi che aspirano a fingersi frati, fattori, castellani o pecore.

Quando sbarchiamo nel bel mezzo di una ex aia, il Maestro e gentile signora ci accolgono cinguettanti. Il Maestro abbraccia e bacia me e poi appioppa una manata carica di sottintesi a Teo, e sbotta in un: “Ah, finalmente vi rivedo assieme!” calcando bene l’assieme. Non ha mai digerito che io e Teo ci siamo separati: aveva deciso che eravamo destinati ad essere una coppia perfetta, e il fatto che avessimo caratteri del tutto incompatibili e stili di vita impossibili da conciliare non gli sono mai sembrate scuse accettabili per opporci ai Suoi disegni. Anche la moglie del Maestro si spreca in abbracci: in realtà di noi due, insieme o separati, non gliene è mai fregato granché, ma è abituata da sempre ad assecondare i ghiribizzi del marito, e questo comprende il suo saltuario affezionarsi al taluno o al talatro come fossero delle specie di figli, e poi disaffezionarsi ai medesimi di botto e disinteressarsene completamente, esattamente come ha fatto con i figli reali, insomma.

La casa non è una casa, come è ovvio, ma un vecchio convento riattato, che il Maestro ha comprato per una pipa di tabacco dagli ultimi fraticelli, per l’interessamento di un amico cardinale; grazie alla consulenza di un amico architetto e alla benevola distrazione di un amico Sovrintendente, nonché all’aiuto di un amico palazzinaro e la compiacente pressione di un paio di amici onorevoli e consiglieri comunali, del vecchio convento ha tenuto i muri e sventrato l’interno per trasformarlo in una open space hight tech ma molto fusion con venature feng shui, cioè in pratica una infilata di saloni bianchi con pochi mobili scomodi e ad altezza caviglia, che sono divani ma potrebbero essere letti, o cuscini, o tappeti o qualsiasi cosa venga in mente, tranne che affari su cui potersi sedere o distendere con agio. La casa, come sempre le case del Maestro, è piena di gente. Oltre all’architetto e all’onorevole cui deve i natali, ci sono una pittrice francese, una scultrice polacca, un soprano bulgaro ma con marito americano, un giornalista inglese, credo, con al seguito un ragazzo dalla faccia da modello e accento spagnolo, un tizio avviluppato in una stola arancione che pare un monaco tibetano e anche altri che non distinguo, visto che sbucano tutti assieme parlando ogni possibile lingua del mondo, tanto che io comincio a capire perché il buon Dio abbia deciso di sterminare tutti, dopo quella brutta faccenda della torre di Babele.

Teo è nel suo elemento, ed al centro di ogni attenzione: la francese, una sessantenne con gonna lunga e balze e rughe decisamente hippy, gli si avvinghia, sommergendolo di “Teò, Teò, cheschetufèisì, quandtuesarrivè?”, la soprano bulgara americanizzata intona tutta una coloritura di risate a gorgheggio, l’inglese lo abbraccia nonostante lo sguardo torvo lanciatogli dal modello spagnolo, il bonzo bonza, ma con espressione di benevola simpatia. Tutti stringono la mano anche a me, e non indagano sul mio ruolo e sulla mia qualifica: una “amica di Teo” basta ed avanza, con tutto quel vago che nell’amica si può sottintendere: conoscente, fidanzata, amante occasionale, sconosciuta capitata per caso; il fatto che sia della compagnia rende scontato che in qualche modo svolga un lavoro di tipo intellettuale, o che sarei capace di farlo, volendo, o che semplicemente sarei “interessata” ad averlo, nel caso capiti: del resto siamo tra artisti, quindi i ruoli è giusto che siano vaghi, tutti si occupino di tutto e di nulla, e le professioni siano cose aleatorie e sfumate, perché mica siamo travet.

La Moglie del Maestro (dimenticavo, è belga), intanto, ha già imbandito la tavola e sta portando terrine di cibo che ha commissionato alla vicina, una vecchia contadina locale. Per ogni pietanza, la Moglie del Maestro, che di suo credo non sappia neppure mettere a bollire l’acqua per fare una camomilla, aggiunge la spiegazione della ricetta, che ripete, da scolaretta diligente, con lo stesso accento della contadina: “Questo è il choniglio fatto cholle erbe che chreschon qhui..”dice, felice di poter sfoggiare il suo tocco esotico, spalmando su tutto aspirate a caso, con la stessa generosità con cui la vicina-cuoca ha spalmato il paté di fegatini sul pane brustolito.

I membri della compagnia annuiscono, annusano, assaggiano, poi emettono una serie di rantoli che vanno dall’estasiato al qualcosadipiù. Teo comincia una dotta disquisizione su come vadano fatti i crostini di fegato secondo le antiche ricette toscane: dimenticavo, a tempo perso fa anche il critico gastronomico. Nel giro di pochi secondi si trasforma in un incrocio tra Bigazzi e Vissani, o meglio in una sorta di Philippe Daverio in fregola per la gastronomia: è tutto un frullare di aggettivi, un costruire frasi ad effetto per spiegare una cosa così semplice come spalmare un paté sul pane, perché secondo lui il pane ed il paté non basta che siano spalmati, bisogna che lo siano nella giusta direzione, con il coltello adatto e il pane con l’inclinazione acconcia, insomma tutta ‘na cosa che talmente complessa che si capisce perché, per salvarsi dal farla, Brunelleschi abbia a suo tempo deciso di dedicarsi alla costruzione di cupole. La pittrice francese, la scultrice polacca, la soprano americanizzata per matrimonio e la padrona di casa belga lo guardano estasiate, manco stesse illustrando loro come Michelangelo ha fatto la Pietà; anzi lo cita proprio, Michelangelo, insieme al neoplatonismo del circolo di Lorenzo il Magnifico e non so che altro, per giustificare il verso in cui vanno spalmati i fegatelli. Ora mi ricordo perché l’ho lasciato: quando faceva così non riuscivo al trattenermi dallo sbottare: “Dio Santo, Teo, stai parlando di un crostino! Zitto e mangia!”

Quando i crostini sono spolverati via con un esercizio di smaterializzazione di cui il bonzo non troverebbe eguali in tutti i suoi testi sacri, la conversazione prende altre pieghe. Il Maestro è in ferie, quindi non s’ha da parlare di cultura, e siccome persino Teo, con la bocca piena di finocchiona, ha qualche difficoltà nel continuare le sue discettazioni gastronomiche, si vira verso la politica. Il giornalista inglese, in quanto rappresentante di una stampa migliore, più libera e più democratica, ed il suo grazioso efebo, che non è membro della stampa, ma è comunque più democratico e moderno in quanto spagnolo, vengono invitati a spiegare quanto schifo faccia all’Europa ed al mondo Berlusconi. Non si sottraggono alla bisogna. Fra un bicchiere di Chianti e un boccone di choniglio, il giornalista inglese conferma che all’estero un tizio che rimorchia escort più o meno consapevolmente ed è tanto sciocco dal farsi pure scoprire non farebbe il Presidente del Consiglio, e nemmeno l’usciere del ministero. Tutti confermano, convinti. Solo la scultrice polacca storce un po’ la bocca, dicendo che sì, lui è quello che è, ma anche le gentili signorine che si prestano all’intrattenimento andrebbero in qualche modo censurate. La pittrice francese ed hippy si sente in dovere di intervenire da veterofemminista, che non si è persa una battaglia di genere dai tempi delle guerre puniche (avesse avuto Annibale per le mani, lo avrebbe costretto a prevedere una quota rosa di elefantesse, neh). Inizia così una giaculatoria in cui ammette che sì, quelle donne non ci fanno certo una bella figura, ma soprattutto non lo fanno fare a tutto il genere femminile, però bisogna anche tener conto che sono in un sistema in cui non possono fare altro, sono vittime del potere maschile, fallocratico, sottomesse e non liberate, schiave inconsapevoli dei pregiudizi millenari e del mondo così come il capitalismo e i maschi lo han costruito. Teo annuisce mentre ingurgita l’ultima fetta di salame, il Maestro e la Moglie del Maestro danno una sorta di approvazione silente. Solo il soprano bulgaro pare molto perplessa, gorgheggia qualcosa che pare una risata e poi sbotta: “Oh, ma insomma, dai, non siamo così severe…in fondo chi di noi non l’ha data almeno una volta ad un uomo ricco o potente per favorirsi la carriera?”. Il marito americano non fa una piega, la Moglie del Maestro non replica, l’efebo spagnolo del giornalista inglese mantiene la sua aria truce ma è muto, la pittrice francese resta imparpigliata perché sta contando la fila dei suoi numerosi amanti, cominciata con il filosofo che la lanciò e provvisoriamente conclusa con l’editore che la pubblica, la scultrice polacca, con prammatico buon senso da exoltrecortina, memore del critico amico del Maestro che deve firmare la prefazione del suo catalogo, glissa.

Io, fatto un rapido esame di coscienza, potrei anche dire di no.

Ma taccio. Non vorrei passare da provinciale.

È un racconto di fantasia. I personaggi e gli ambienti ritratti sono immaginari quanto la mitica regione italiana del Qualcheshire, in cui è ambientata la storia.

Bossi: “Fini? Ognuno è libero di suicidarsi come vuole.”

Fa piacere sapere che anche la Lega apre all’eutanasia.

caviale

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (al post ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:


Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

F.Guccini, L’Avvelenata.

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (cui ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:

Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

bimbotriste

Sono stata cattiva. Direi di più, qualche volta, onestamente, perfida. A rileggere i post dedicati al PD nelle ultime settimane, mi rendo conto che a quel povero partito ho sparato addosso come manco fanno più dall’altra parte. A gironzolare per gli altri blog, e a sentir l’aria che tira nella carta stampata, però, c’è da stupirsi, in realtà, quanto il Partito Democratico sembri calamitare l’acredine indistinta di tante persone. Stoccatine velenose, nel migliore dei casi; nel peggiore, randellate. Da gente che al partito è iscritta, ma anche da chi sta fuori: l’unico caso in cui pure chi non è entrato condivide ed attua il “maanche” di veltroniana memoria: lo stangano tutti. E qualsiasi cosa faccia, verrebbe da dire, cara creatura.

Al di là dell’oggetto – o degli oggetti – del contendere, sono stata spinta a chiedermi il perché. Quando un partito calamita una tale valanga di critiche e persino dentro di sé pare godere nel ritorcersi da solo il coltello nella piaga viene spontaneo cercare una spiegazione che non è solo politica, è psicologica: per giustificare un simile rapporto fra un partito e i suoi elettori – più o meno potenziali – ci vuole un analista, sì, ma freudiano.

Il Pd è nato male, è inutile nasconderselo: ma non è stato solo il parto ad essere lungo, travagliato ed infelice. Diciamo che i problemi son cominciati dal concepimento. Fosse un bambino, sarebbe uno di quei figli sventurati che vengono messi al mondo dai genitori per tentare di salvare il matrimonio, quando invece sarebbe più logico divorziare: doveva tenere insieme, fondere in un legame stabile, due tradizioni, quella della DC di sinistra e quella dell’ex PCI. In realtà DC e PCI erano stati per anni una coppia clandestina, ma consolidata: li univano, in fondo, il medesimo approccio con l’ideologia, anche se le ideologie erano apparentemente opposte. Da amanti funzionavano benissimo, il guaio è stato quando han deciso di sposarsi con cerimonia ufficiale. Come in tutte le coppie, la quotidianità ammazza: se ci si vede a cena, ogni tanto, si può anche ferocemente litigare su Stalin e Padre Pio, e poi far la pace in un motel nascosto, a letto; ma quando si vive assieme non c’è più niente di erotico nello sbaruffo per chi ha lasciato aperto il tappo dello spazzolino, o su chi è di turno per lavare i piatti. Ognuno aveva le sue abitudini, e pretendeva di mantenerle anche dopo il matrimonio; ognuno i suoi circoli di amici; ognuno dei due, in sostanza, pensava e anche pretendeva che la vita matrimoniale si svolgesse come se si fosse dei separati in casa, o meglio, ancora single. Quando si sono resi conto che così però non poteva andare, han deciso di provare a legarsi davvero, generando il Pd.

La mamma, il babbo, ma anche i parenti tutti e gli amici, alla notizia hanno gioito, credendo che il bimbo avrebbe portato finalmente un po’ di serenità in casa. Sicché il pupo è stato salutato con entusiasmo, e tutti su di lui han posto grandi speranze. Siamo in Italia, e la retorica della famiglia, poi, per quanto metaforica, sempre paga: il nascituro è un miracolo per definizione. Ma i bimbi, anche nella realtà, sono soltanto bimbi, non taumaturghi. Il piccolo Piddì già nella culla si è trovato con i genitori che litigavano su tutto: ai loro problemi pregressi si aggiungevano quelli nuovi, perché ora c’era un figlio, e loro, che già prima non erano d’accordo su quasi nulla, si sono resi conto di non aver mai discusso o essersi interrogati su come il pupo andasse educato. Quindi giù baruffe sulle tate da assumere, la prassi per sceglierle, sull’educazione, i valori da trasmettere, le regole da imporre, gli amici da frequentare. Attorno, i parenti, gli amici di mamma e papà, che proprio perché su quel pupetto avevano puntato molto, lo assillano, non gli danno tregua: non è mai abbastanza bravo, abbastanza educato, abbastanza perfetto. Hanno tutti buone intenzioni, i genitori e il contorno, ma finiscono coll’affossargli la già scarsa autostima, perché, per renderlo migliore, non fanno altro che criticarlo. Lo sanno intelligente, con buone potenzialità, e non appena scantona di attimo, o si dimostra al di sotto delle aspettative, si incavolano con lui, lo sgridano e gli dicono che è incapace, che non s’impegna. Oppure lo coccolano fuor di misura, perché sanno che razza di situazione ha a casa, e stringe il cuore un piccolo combinato già così. Al che il pupetto, povero caro, non sa più che pesci pigliare: vuole solo l’approvazione di qualcuno, e cerca di rendere contenti tutti dando ragione a chiunque gli si faccia accanto: se dice troppi sì, però, lo accusano però di non avere personalità, se si impunta in qualche no, ecco che tutti si inalberano, gli dicono che ha un carattere capriccioso; se si adatta gli dicono che è senza spina dorsale, se si impunta che è stupidamente testardo. Lui è piccino, è frastornato, e si sente in colpa: pensa di essere una delusione per la famiglia, per tutti coloro che sono nel suo ambiente, si sente incapace di venirne fuori da solo, ma non trova neppure qualcuno a cui chiedere aiuto: e non capisce nemmeno perché il mondo si aspetti poi così tanto da lui. E fa, piccolo tenero Piddì, quello che fanno i bambini: un po’ lagna, un po’ si autocommisera, un po’ cerca di passare inosservato e nascondersi, un po’ subisce il fascino delle prime figure autorevoli che incrocia per caso, e soprattutto è terrorizzato, perché pensa che se mamma e papà si lasceranno sarà colpa sua e tutti i parenti gli vorranno ancora meno bene. Forse vorrebbe solo una tata comprensiva, che gli dia un succhiotto, lo coccoli per un po’, lo calmi con una ninna nanna quando alla notte piange per gli incubi e di giorno lo indirizzi con ferma autorevolezza, per insegnargli ad affrontare con pacato buon senso la vita. Ma è un partito, cazzo, non un pupo vero, e una nurse di questo tipo non si sa in che agenzia andarla a cercare.

uomo al guinzaglio

Ieri sera, sorpresa da un temporale, non dovevo stare a casa, ma mi ci sono ritrovata lo stesso. Così, a zonzo per i canali, sono capitata su La7, che da un po’ di tempo è un refugium peccatorum, perché, nello svacco di una tv che è inguardabile e inudibile, almeno ogni tanto mette in onda qualche programma decente. Difatti c’era Antonello Piroso – che può anche non stare clamorosamente simpatico, ma di questi tempi avercene – il quale, unico fra i giornalisti italiani del video, invece di ipnotizzarsi sul G8 a ripetere il mantra dell’“Ammazza quanto siamo stati fighi ’sta botta, uè”, si è ricordato che oggi era il trentennale della morte di Giorgio Ambrosoli, avvocato fallimentare milanese fatto ammazzare da Michele Sindona per aver messo fine ai suoi maneggi finanziari.

A parlare di Ambrosoli, di fianco ai giornalisti, c’era il figlio Umberto, un pacato signore che deve avere la mia età, e nella sventura che lo ha colpito si dice persino fortunato, perché, al contrario di altri figli di vittime del terrorismo o della mafia, può contare su un processo già celebrato, che ha individuato i mandanti e i moventi degli assassini; anche se ammette che il padre non fu affatto aiutato dallo Stato e poco dalle istituzioni, e fu ucciso perché solo a combattere contro un sistema capillare e ramificato, non parlava con astio e non cadeva nella giaculatoria qualunquista: dal padre deve aver ereditato, oltre al cognome, la sobrietà e la capacità di tenere la schiena diritta.

Tutto il dibattito, a dire il vero, era così: asciutto. Niente concessioni al patetico, al ricordo strappalacrime, alla carrambata, ma neppure la digressione sui massimi sistemi un tanto al chilo: s’è parlato nel merito di un caso, presentato la storia di un uomo che si è visto dare un incarico e, da incaricato, l’ha voluto portare a termine secondo i dettami della logica e della coscienza, non perché ci tenesse a fare l’eroe, o si volesse ritagliare chissà che ruolo, ma perché era un professionista e si comportava come tale, cioè con professionalità.

La professionalità di Ambrosoli è stata più e più volte sottolineata, così come il suo distacco dalla “politica”, o meglio, il suo non essere incasellabile in uno degli schieramenti di allora (di allora?): non democristiano e non comunista, l’unica sua simpatia politica era una blanda affiliazione, in gioventù, al Partito Monarchico: insomma, un avvocato grigio e borghese, che teneva in cuor suo forse ancora per il Re. Nel dibattito questa cosa – non la simpatia per il Re, ma il distacco dai partiti – è stata più volte sottolineata, con enfasi. Devo dirlo, è stata una cosa che mi ha stupito, su cui ho riflettuto a tv spenta: che ci fosse dietro una rivendicazione forte da parte del figlio è comprensibile, ma l’esigenza di sottolineare che Ambrosoli non era un “comunista”, anzi non era neppure latamente di “sinistra”, anzi non era proprio di nulla perché, in buona sostanza, non si sa proprio per chi votasse, era ribadita da tutti, persino da quelli che avevano alle spalle una storia di sinistra, con veemenza. Pareva quasi che bisognasse ficcarlo bene nella zucca del telespettatore eventualmente distratto che Ambrosoli non scelse di fare quello che fece, cioè, in pratica, difendere la legalità, perché uomo di un qualche “partito”, men che meno perché aderente ad uno dei “Partiti” per antonomasia.

Lo confesso, di tutta la serata, è questo atteggiamento ad avermi colpito di più. L’ho trovato antropologicamente interessante, e degno di nota. Rilevatore di una forma mentis che non tocca solo il caso dell’avvocato Ambrosoli, ma l’Italia e gli Italiani tutti, oggi come allora, e che è il corollario perverso, se uno ci pensa, di questa eterna lotta fra Guelfi e Ghibelini in cui noi trasformiamo la politica, rimandoci impelagati, in qualunque secolo ci tocchi vivere. Da un lato abbiamo un programma che, per presentarsi ai suoi telespettatori con le credenziali “giuste” dell’imparzialità, dipinge come eroe “perfetto” un uomo che non ha mai preso una specifica posizione politica, e le uniche simpatie che gli si possono attribuire in quel campo sono vagamente destrorse ma comunque fuori dal tempo e così ancien régime da non contare, in pratica, una cippa. É lui il prototipo del “servitore dello Stato” imparziale, perché martire senza tessera. Che è giusto, per carità, e lodabile, ma sottintende però, anche se forse solo in maniera inconscia, che gli altri eventuali martiri, quelli che ci hanno rimesso la vita, sì, ma perché facevano anche politica, oltre al loro mestiere, lo siano un pochino meno, perché comunque erano sempre uomini – e donne – “di parte”. Come se bastasse, in una ricostruzione di questo tipo, aver in tasca una tessera, o aver manifestato una simpatia specifica verso un’area (destra o sinistra non ha importanza) per aver automaticamente abdicato a parte della propria onestà intellettuale e libertà di manovra. Il che è una cazzata emerita, per dirla in maniera semplice e comprensibile a tutti, ma viene giù diretta diretta dal nostro intendere i partiti non come libere associazioni di esseri pensanti ed autonomi, ma come consorterie o come Chiese, circoli chiusi in cui si aderisce ad una Fede e s’incontrano gli amici Guelfi o quelli Ghibellini, per tramare tutti assieme sgambetti agli avversari di sempre.

Nel nostro sistema il cane sciolto non solo non è apprezzato, ma non si contempla proprio che esista: se resti solo, è il sintomo che sta per arrivarti una pallottola in testa. Ma anche le appartenenze, in questa Italia strutturata per gruppi, son variabili e aleatorie, e basta un niente per vederti stracciare l’iscrizione al tuo club e trovanrti annoverato d’ufficio in quello fino a ieri avversario.

Ad Ambrosoli, quando si mise in capo di indagare a fondo sulle società di comodo di Sindona, ricorda il figlio, diedero del “comunista”. Anche su questo ci sarebbe da ragionare, tanto, e, mi verrebbe da aggiungere, non solo da Sinistra. Perché anche questo è un segnale della gabbia invisibile in cui ci ritroviamo a vivere, tutti: siamo una nazione in cui per prendersi del “comunista” basta essere un tantinello onesto, o anche solo un po’ rompicoglioni. Così chi si batte non solo contro il sistema, ma anche all’interno di esso per farlo funzionare come dovrebbe diventa un pericoloso sovversivo, un rivoluzionario, un tizio da cui ci si deve guardare perché non si sa mai cosa possa architettarti domani, è una variabile impazzita che ragiona con logica e quindi può colpire di qua e di là, e alla fin fine diventa “comunista”, perché, come direbbe Brecht, si finisce dalla parte del torto in mancanza di un altro posto in cui mettersi .

Ora io capisco che alla “Sinistra” questo tipo di vulgata possa aver fatto piacere, e anche comodo, in taluni frangenti: ma non capisco perché dall’altra parte l’abbiano così supinamente accettata e ancora adesso se ne glorino quasi, e ogni volta che qualcuno – neanche più Ambrosoli, basta un Fabio Volo – fa tanto di dire che insomma, così non va, il “comunista” parte con il pilota automatico, e la discussione si affossa, esattamente come spesso bastava un “fascista”, dall’altra parte, per perdere ogni possibilità di argomentare.

A me fa tristezza. E mi fa tristezza anche che il povero Ambrosoli diventi il paradigma dell’eroe perfetto perché è dimostrabile che non era iscritto a nulla. O che Borsellino sia da considerarsi eroe nonostante da giovane fosse missino (personalmente non condivido, ma sono fatti suoi), o che altri siano considerati eroi solo da una parte o dall’altra, perché avevano o meno in tasca qualche tessera e allora se sono dei nostri li santifichiamo, se sono dei loro chissà che ristorni avevano a far i martiri, neh. Continuo a pensare che le brave persone sono più o meno brave perché ragionano con la loro testa, e vanno misurate per ciò che fanno o non fanno, da qualsiasi parte poi decidano di schierarsi.

Forse sono io che sono scema, eh.

PS. Lo so, il sabato in internet non c’è un cane. Però un dibattito su tutto ciò sarebbe anche interessante, prima o poi.

Preoccupazione internazionale alla notizia che l’Italia potrebbe venire esclusa dai prossimiG8.

Se non c’è Berlusconi, chi porta le ragazze?

Michael Jackson sepolto in una bara d’oro.

Sai Padre Pio quanto rosica, mo.

Dopo le ultime scosse di terremoto in Abruzzo, i Blackblock annunciano di voler disertare le manifestazioni di protesta:

“È già tutto a pezzi, non c’è gusto.”

Anche Bondi si separa.

La moglie non gli avrà perdonato la cena a Villa Certosa con Cicchitto.

la torta

Anche andare al ristorante, a Spinola, ha una precisa connotazione ideologica. Sedersi ad un tavolo ed ordinare del cibo è infatti in paese una precisa scelta di campo, affidata alla mente, non solo al palato: esistono i locali di Sinistra, di Centro e di Destra, ben noti e definiti. I confini sono precisi ed inequivocabili, più solidi della cortina di ferro, e si perpetuano di generazione in generazione, impermeabili ad ogni nuovo scenario.

Quello di Clara, ad esempio, è da sempre il bar istituzionale per eccellenza, in cui ogni partito ed ogni corrente, nonché ogni leader più o meno in ascesa deve avere il suo posto fisso: è infatti una sorta di porto franco e terra di nessuno. Ideale per abboccamenti, contatti ufficiali e scambi in campo neutro, al suo bancone si sono firmate, da tempi immemorabili, tutte le possibili varianti di compromessi storici e ogni tipologia di patti col Diavolo, perché a Spinola Sinistra, Destra e Centro possono essere discordi in qualsiasi cosa, ma sul fatto che i dolci di Clara siano insuperabili concordano con rigore bipartisan.

Quando però dalle pastarelle si passa al cibo vero e proprio, la Sinistra stravince. I locali frequentabili dai Destrorsi si limitano al Vecio Canton, osteria in disarmo bazzicata da qualche vecchio rustico centenario che ancora ricorda la politica agraria del Duce, ma, complice la smemoratezza senile, non rammenta nemmeno più se il Duce medesimo sia ancora vivo o morto. Più che per i manicaretti offerti agli avventori, il Vecio Canton è famigerato per i suoi contrastati rapporti con l’ufficio igiene. La costante fuga degli ufficiali sanitari dal locale non ha impensierito per molti anni i clienti, i quali però hanno cominciato a sospettare che il livello di guardia si fosse superato quando anche gli scarafaggi si sono costituiti in comitato di protesta e le pantegane hanno fatto sapere che avrebbero accettato di rimanere lì dentro solo a patto che venisse fornita loro la copertura sanitaria.

I “Comunisti”, invece, possono godere di un’ampia scelta di locali, differenziati non solo per offerta di cibo, ma, soprattutto, per impostazione ideologica.

La Sinistra più estrema e chic, cioè l’avanguardia intellettuale, ha il suo luogo d’elezione al Majakowskij, taverna ethnochic dalle venature esistenzialiste, cioè con muri pittati di nero e decorati da foto color seppia ritraenti grandi intellettuali in pose meditabonde. Ai tavoli, imbanditi con tovagliette nere anch’esse e in carta riciclata, vengono servite pizze rigorosamente biologiche, dai nomi evocativi: c’è la Sartre, un intruglio di sapori capaci in effetti di scatenare la nausea, la De Chirico - scaglie di parmigiano perse in mezzo a sugo di pomodoro di consistenza metafisica – e la omonima Majakowskij, un tafferuglio di ingredienti molto futurista. Le cameriere, occhi bistrati e lupetto nero come emaciate Giuliette Gréco, si muovono tra i tavoli silenziose e altere, perché ciò si conviene a vestali della cultura momentaneamente in prestito alla ristorazione, mentre il sottofondo è garantito da musica jazz di autore anonimo, e, appena la si sente, si capisce perché il benedetto autore pretenda tanto rigoroso riserbo sulle sue generalità. Il cuore del Majakowskij, tuttavia, è la saletta riservata, cui si accede solo attraverso scala nascosta e porticina: uno stanzino nello scantinato, con tre divanetti lisi e alcune copie di riviste letterarie abbandonate qui e là, con meditata distrazione: là si svolgono i conciliaboli più segreti della Sinistra spinolese, gestiti come riunioni carbonare da Pierfrancesco Damas e Giangi Basti. Con le riunioni carbonare, oltre alla segretezza, spartiscono anche l’affluenza: quando si arriva a quattro partecipanti, si è fatto il sold out.

Il Centro Sinistra meno chic, neopiddino per tessera, area o vocazione si ritrova invece al Mafalda, ristopizzeria che deve il suo nome non alla principessa Savoia, ma alla monella di Quino. Qui le pareti sono color pastello, verdine, rosettine, azzurrine incerte come l’orientamento dei discorsi che si sentono fra i tavoli; nel menù le pizze tradizionali sono affiancate da quelle più scapricciatelle, ma con misura: c’è qualche apertura agli ingredienti nuovi, però non troppo, e sempre con la mentalità di chi, a furia di voler stare sul sicuro, finisce col mangiare alla fine cose trite e ritrite, magari un po’ scipite che è meglio. La povera Mafalda, protagonista indiscussa di tutti i poster affissi sui muri, guarda questo suo popolo con un’espressione perplessa, come se stesse per sbottare da un momento all’altro in una battuta delle sue, ma si trattenesse perché tanto, ormai, non ne vale neanche più la pena.

L’egemonia culinaria della Sinistra da anni impensierisce il sempre sindaco Carlo Taragnin, il quale su ciò che possono fare o non fare i “Comunisti” ha idee ben precise: passi che si occupino di cultura, e tengano aperta, quindi, l’unica libreria del paese, ché tanto nelle librerie, è noto, non ci va nessuno. Ma i ristoranti sono cosa seria, e, soprattutto, possono essere formidabili casse di risonanza elettorale. Quindi ha deciso di scatenare una vera e propria campagna offensiva. Il primo punto è stato lo stravolgimento della circolazione: non potendo impedire al Mafalda e al Majakowskij di rimanere aperti, ha ben pensato di renderli inaccessibili, facendo fiorire attorno una giungla di sensi unici e di strade con parcheggio vietato. Per i pochi anfratti in cui la sosta è ancora legale, ha mobilitato in forze i Vigili, fornendoli di righello preciso al millimetro: se una macchina sfora di un solo centimetro la riga bianca, multa, multa multa, senza pietà; se qualcuno attende fuori per mezzo secondo, col motore acceso, la pizza per asporto, multa anche a lui, ché inquina senza motivo; se spenge il motore, multa, per intralcio al traffico.

La fase due dell’operazione è stata delegata a persona di fiducia, cioè alla sorella del Taragnin medesimo, la Carmen. Al secolo Maria Carmela Addolorata, la Carmen Taragnin è stata anagraficamente per poco Carmela, e Addolorata mai per nulla. Al contrario del fratello nanerottolo, è un donnone quadrato come una madia, dagli occhi verdi perennemente bistrati di kajak, lunghi capelli corvini, un décolleté che pare una piazza d’armi, e come quella sempre generosamente allo scoperto. Mai sposatasi, la Carmen ha avuto cento mestieri ma una sola vocazione, quella di favorire in ogni maniera l’ascesa del fratello, e in questo non s’è risparmiata, soprattutto dato che l’ausilio a lei richiesto coincideva con l’inclinazione che le era propria: gli amici del fratello se li portava a letto per consolidare l’amicizia, i nemici per placarne l’odio, gli incerti perché non si sa mai. Giunta però a varcare la soglia delle cinquanta primavere, la Carmen ha fatto presente al fratello che pretende requie e sicurezza economica, e un ristorante è quello che ci vuole. Taragnin ha deciso di muoversi con determinazione: convocati in Municipio i gestori del Vecio Canton, ha spietato che neppure la sua influenza era più in grado di garantire l’apertura del locale, a meno di non dichiararlo esplicitamente una fabbrica di armi biologiche, ma che, per salvaguardare la tradizione e il credo ideologico degli avventori, la Carmen era disposta a rilevare il tutto, purché il prezzo fosse stracciato. I fratelli Nonzolo, proprietari dell’attività, han capito subito l’antifona, e replicato come si conviene in un Salmo responsoriale: “Sì, sì, va ben, dove ghe xè da firmar?”

Così la Carmen è sbarcata nel locale, con al seguito l’esangue geometra Righetto, dipendente comunale e, a tempo perso, ristrutturatore fiduciario del Sindaco, nonché compagno-paravento della Carmen stessa. Il prudente geometra avrebbe voluto limitarsi a pulire un po’ il locale – sarebbe stata già una fatica d’Ercole! – eventualmente buttar giù un tramezzo e ritinteggiare, ma la Carmen non ha voluto sentir ragioni, e, data la stura al suo estro di design, ha iniziato a sventrare, abbattere, ricostruire. Dopo tre mesi di lavori incessanti, durante i quali i Vigili della vicina caserma avevano ordine di tapparsi le orecchie per lo sfondamento di ogni limite di rumore, ed invitare caldamente i vicini a fare altrettanto onde non avere rogne, il locale s’è rivelato in tutta la sua magnificenza. Che comincia fin dal nome: perché se i sinistri si incaponiscono a battezzare le pizzerie come covi letterari, la Carmen ha invece chiarito subito gli intenti, chiamando il suo restaurant Il Frutto Proibito.

L’apertura ha mobilitato tutta Spinola: mentre gli avventori del Vecio Canton vagolavano basiti fra tavoli in acciaio lucente e un red carpet da Billionaire in sedicesimo, chiedendosi dove cazzo fossero finiti i loro cicheti bisunti, sui divanetti dell’area lounge molto feng shui, c’era assittata la Giunta al gran completo, comprensiva persino del Vicesindaco Erberto Guidi e gentile consorte, entrambi impegnati nel difficile compito di ingozzarsi di frittura a sbafo e contemporaneamente mantenere una faccia sufficientemente schifata, a dimostrare di esser coppia di mondo usa a ben altre inaugurazioni che non queste, da buzzurri. Il Trio, giunto alla spicciolata, portava in palmo di mano il nuovo protetto, ovvero Massimiliano Rossetto; la famiglia Crespano, non potendo mandare Albino, ancora convalescente, né Alfonso, in vacanza con la nuova compagna, aveva delegato la rappresentanza a Patrizia, la quale dedicava qualche distratta occhiata all’avvocato Martinuzzi, ma soprattutto rispondeva agli occhieggi del bel dottor Rossetto, come al solito in vena di conquiste veloci, mentre, nelle retrovie ma con la smania di protagonismo di chi ha appena cambiato campo e vuole sottolinearlo a tutti, Rutilio e la Susanna sorbivano tutti acchittati il loro primo Mojito destrorso. Fra una chaise longue e l’altra, zompettava il sempre sindaco Taragnin, mai così felice e soddisfatto, perché la sorella aveva finalmente sbaragliato la ristorazione sinistrorsa, e confermato che, quando si tratta di magnar, la Destra non è seconda a nessuno.

È stato solo al momento della torta, una meringa a più piani che Carmen ha tagliato con mano tremebonda di sposa e offerto con gran sorrisi ai presenti, che il Sempre Sindaco ha capito di aver commesso un fatale errore: da dietro l’impalcatura di panna s’è materializzata la Clara, con negli occhi uno sguardo equivalente ad una dichiarazione di guerra. Per chi voti la Clara, infatti, è un mistero, ma, se è noto che è amica di tutti, è altresì risaputo che nessuno la vuole come nemica. Per tal ragione a Spinola i ristoranti, tutti, possono sfamare allegramente avventori di ogni credo politico e servire loro primo, secondo, contorno e pizza assortita; ma i dolci, ovunque, sono quelli di Clara, o non sono proprio.

No la xé una dele mie.” ha osservato, con tono più gelido del semifreddo nel piatto che le veniva porto.

No, nialtri le fazemo far fòra, ché le xé mejo!” è stata la piccata risposta della Carmen, servita con scuotimento di chioma corvina.

Vedaremo chi che se le magna.

E, data questa oscura profezia, la Clara ha girato i tacchi, avviandosi verso l’uscita, con il piglio di chi lancia un “O con me o contro di me”.

Mezza Giunta e tre quarti degli avventori si sono guardati perplessi, con le forchette a mezz’aria nell’atto di affondarle nel dolce contestato. Perché la Carmen può essere Carmen quanto vuole, ma la Clara non è solo una pasticceria, è un pozzo di voti, il pozzo di voti per antonomasia, e lasciarlo andare alla deriva politica per una diatriba fra donne è un suicidio. Il sempre Sindaco Taragnin, a questo punto, ha capito che lì si giocava la sua leadership, e, ostentatamente, ha preso una forchettata di meringa, portandola alla bocca con piccata sicumera, mentre folgorava i suoi con un’occhiata che sottintendeva: “A vojo proprio védare!

Ma le forchette sono rimaste immote, mentre Erberto Guidi, con gesto elegante da viveur di razza, flautava un: “Eh, s’è fatto tardi, che dite?”, e appoggiava il piattino senza parar giù un solo boccone di torta, eclissandosi veloce. La moglie, Susanna, Rutilio, tre quarti degli Assessori seguivano a ruota, in un fuggi fuggi appena memore delle regole della buona educazione. Ma è stato quando il Sempre Sindaco ha visto prendere la porta anche il Trio al gran completo, senza degnare Carmen neppure di un frettoloso saluto, che Taragnin ha valutato appieno la portata della disfatta: e mentre la Carmen guardava sconsolata nel locale rimanere solo i soliti quattro vecchi ex clienti del Vecio Canton che reclamavano i consueti cichetti grondanti olio e sprezzavano gli apetizer light rimasti sul bancone, parché chi sa cossa che xé quei robi, il povero Taragnin vedeva crollare in un botto l’idea di sconfiggere l’egemonia culinaria della Sinistra, e sentiva pericolosi scricchiolii per quanto riguardava la sua, di egemonia.

E il boccone di torta che continuava ostinatamente a masticare gli è parso impossibile, stavolta, da mandar giù.

 

È una storia di pura fantasia e non si fa cenno ad avvenimenti, personaggi o torte reali.

working class

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.

A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.

Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.

Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.

L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.

Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.

A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.

Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.

Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.

Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.

Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.

Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.

Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.

Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”

E ti, cossa ghe gastu dito?

Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…

Ma ti ga intension de votarli sul serio?”

Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”

Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.

É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

guelfi e ghibellini

Ma dai, vieni a cena: anche se sono da solo, una pastasciutta sono in grado di farla senza avvelenarti, su!”

L’appartamento di Massimo è caruccio caruccio, piccino ma non proprio mini, con mobilio moderno, ma non proprio di design, e persino una cucina che è una cucina, non quelle paretine tristi da single che arriva a casa la sera tardi e ciuccia come un ghiacciolo un sofficino tirato fuori dal frigo, senza neanche passarlo per il microonde, ché tanto si fa prima così. Poi la pastasciutta non la fa lui, è ovvio, la faccio io: Massimo è sempre meglio che stia distante da qualsiasi cosa voglia riuscire minimamente commestibile.

Mentre scolo e spignatto si parla un po’ di tutto, anche di politica, che poi in questi giorni vuol dire parlare di qualcosa che con la politica in realtà non ha nulla a che fare di suo, ma degli ultimi pettegolezzi su Villa Certosa, o sulla dependance barese-romana della stessa.

Il tono è rilassato, e pare incredibile per chi conosca l’Italia e gli Italiani: perché Massimo è da sempre berlusconiano, e vota Pdl, e io faccio parte degli “altri”, quelli mai iscritti ad un partito e che non saprei nemmeno io come definire, a dire il vero, perché comunisti non sono mai stati, socialisti forse ma con beneficio d’inventario, liberali no perché non sono abbastanza signori, radicali manco perché non reggono certe piazzate da mistica frignona, repubblicani o socialdemocratici nemmeno, anche per scomparsa dei medesimi, piddini lasciamo stare perché allergici al vago sentore d’incenso da parrocchia, Dipietri no perché adorano i congiuntivi corretti; insomma quel manipolo silente di moderati educati che non hanno un vero punto di riferimento ed un partito, ormai, ma sono accomunati da una sola ed incrollabile certezza: cioè che Berlusconi non si regge, e non è manco una questione politica, o solo politica: non si regge e basta, è una questione di stile.

Massimo non è poi tanto diverso da me, in effetti. Veniamo fuori da due famiglie della borghesia piccina piccina, di provincia: padri dirigenti d’azienda, ma provenienti dalla classe degli impiegati, madri lavoratrici, che però hanno curato i figli come si faceva una volta, seguendoli passo a passo seppure a rispettosa distanza per non tarpar troppo le ali; genitori non intellettuali, ma con un sano amore e rispetto per la cultura e i libri, che hanno sempre occupato gran parte delle pareti di casa, e non per far pendant con il colore del divano. Sia io che lui abbiamo avuto sì qualche buona chance in più di partenza, ma poi abbiamo camminato da soli: niente padrini né raccomandazioni politiche alle spalle, la strada, poca o tanta, fatta studiando e lavorando sodo, senza stare con le mani in mano ad aspettare che dal cielo ti cada in braccio qualche soluzione.

La mia famiglia, però, stava a sinistra, sentendosi ancora legata a radici operaie ormai lontane, ma ancora presenti nei racconti dei nonni e degli zii più anziani, che si erano sorbiti il Fascismo da oppositori e poi la democrazia diccì sempre da oppositori, uguale uguale. I suoi l’era fascista non l’hanno rimossa, perché non c’era niente da rimuovere: l’hanno passata senza accorgersene, provando come soli disagi quelli della guerra; nel placido stagno della Diccì si sono dapprima trovati bene, pur non essendo grandi credenti, e poi hanno svarigolato un po’ verso Craxi, ma non con grande convinzione. L’unica cosa di cui erano tenacemente certi era il Comunismo fosse il Male, e questo convincimento saldo lo hanno lasciato in eredità intatto al figliolo: ma avevano e hanno del “Comunismo” una visione simile a quella del senatore McCathy: per essere Comunisti ai loro occhi basta poco, ma poco poco poco poco: una critica al Governo, o ad una qualsivoglia Autorità, un minimo scatto d’orgoglio nel non conformarsi alla Regola Vigente, quale essa sia.

Con Massimo si può parlare: è lui il primo a confessarsi in imbarazzo per le uscite di alcuni personaggi del suo schieramento, ad ammettere che certe dichiarazioni gli fanno venire i brividi. Non ama le “veline” e men che meno il velinume sparso, lo infastidiscono le feste da satrapi, i pregiudicati che sputtanano i giudici; non si sognerebbe mai di essere “l’utilizzatore finale” di qualche compiacente signorina e, lo conosco, non sbava neppure per avere il villone, il macchinone, il conto in banca inzeppato da soldi in qualche paradiso fiscale, perché è una brava persona, esattamente come me. Ride e sfotte lui per primi i vizi e i vezzi della classe dirigente che vota, e qualche volta, come in questi giorni, non ride tanto, nemmeno, perché sente un fastidio più profondo, che non si esorcizza con una battuta salace. Insomma, si vergogna e basta.

Ma allora, perché cazzo li voti?” mi scappa di chiedergli alla fin fine, perché io non sarò troppo convinta dei “miei”, ma almeno non mi fanno sentire tanto in imbarazzo, e invece i “suoi” sì, e si vede.

Tace, si vede che ci sta pensando un attimo, e seriamente, davvero.

Perché non potrei mai votare dall’altra parte. È una questione di storia, di famiglia: non posso- dice infine – E non farmi la predica, perché non lo faresti neanche tu.”

No, non è vero. Mi facessero vergognare a tal punto i “miei”, e dall’altra parte no, non li voterei più, e forse cambierei persino schieramento, fregandomene della storia, della famiglia, delle aspettative di parenti, amanti, amici. Lo Stato, cazzo, è una roba seria, e non lo puoi lasciar gestire a dei manigoldi solo perché per generazioni hai fatto parte di una famiglia di Guelfi o di Ghibellini.

sacchetto spazzatura

Ohi, ma lo conosco dalla medie.

Le mie medie, intendo, mica le sue, che lui era già professore. Carniati, intendo. Cioè, il professor Carniati, ma così non lo ha mai chiamato nessuno. Perché professore, per esserlo, lo era, ma a noi diceva: “Chiamatemi Ugo, e diamoci del tu, che è più democratico!” Io, che ero timida, continuavo a dargli del lei; poi, figurarsi, andavo dalle suore, e lì ai docenti si dava poco meno che del voi. Gli davo del lei e lui s’incazzava, anzi sfotteva di brutto: “Oh, la nostra signorina borghese che va alla scuola privata, lei!”. Diventavo rossa, perché pareva, ostrega, che fossi la figlia di Onassis e l’avessi chiesto magari io di finire là dentro, con le suorine che ti spiavano alla ricreazione, di Quaresima, che non mangiassi la merendina per rispettare il digiuno. Invece, fosse stato per me, non ci sarei finita, e sarei scappata via di corsa. Però ero una bambina, e mi ci avevano iscritta, quindi, nisba, toccava restare. Ma per lui no, ero la “signorina borghese” bon ton, e sfotteva. Avesse letto i miei pensieri, si sarebbe accorto che ero poco bon ton, con lui, e un paio di volte il vaffanculo lo aveva rischiato di brutto.

Comunque, lui era Carniati. Ed era il prof di sinistra. Quello più a sinistra di tutti. Comunista che se gli fosse capitato per le mani Giuseppe Stalin, a momenti sarebbe stato lui, Carniati, a fargli il processo per deriva borghese. Viveva in stato di Rivoluzione permanente. Contro cosa, non è che mi fosse ben chiaro. Lui diceva: “Contro il Sistema.” e basta. Aveva la S maiuscola, il suo Sistema, e doveva essere quella che permetteva di identificarlo a botta sicura. Io me lo ripetevo: “Contro il Sistema…” ma non capivo bene cosa comprendesse il Sistema: noi signorine ben ton in erba, si sa, scarseggiamo di fantasia e abbisogniamo di direttive precise.

Per gli altri, però, era un mito. Portava giubbotti sdruciti. Veniva a scuola in moto. Era quello che in classe leggeva il giornale. No, non ad alta voce, come un Don Milani, per commentare gli articoli: lui lo leggeva e basta: entrava, salutava gli alunni, si sedeva sulla cattedra, apriva il quotidiano suo e si metteva a leggere, mentre il resto della classe faceva un casino dell’anima. Ma mica si comportava così perché non gli andava di fare nulla, eh. No, il suo era un atto d’insurrezione contro il Preside, e le direttive ministeriali, e il Ministero tutto, e il Governo e, appunto, il Sistema. Un atto politico e rivoluzionario, di tutt’altra pasta di quello, uguale uguale, che faceva Rufini, quello di tecnica dell’altra sezione. Che anche lui leggeva il giornale in classe, preciso preciso, e non faceva una cippa: però Rufini era di Destra e, dagli alunni, si faceva portare anche il caffè. Niente valenza rivoluzionaria, dunque, ma bieco atto classista di perpetuazione della gerarchia corrente. Fascismo, insomma.

Ogni tanto, mi riferivano gli amici, in classe raccontava le sue prodezze. Come quella volta che aveva portato un sacchetto pieno di merda davanti alla porta di casa del Sindaco del paese suo, un democristiano piissimo che viveva ancora con mamma e con cui Carniati ce l’aveva a morte perché non gli faceva asfaltare la strada sotto casa. Gli aveva suonato il campanello, quello era uscito fuori a vedere chi fosse, e lui splaffete! Un sacchetto di cacca fumante spatasciato sul tappetino di casa, così quel Servo del Sistema aveva dovuto passare la domenica a ripulire la veranda, in maniche di camicia tirate su, come un proletario qualsiasi.

L’altro giorno Giulia mi fa: “Ma hai visto chi s’è candidato per la Lega?”

Chi?”

Ugo Carniati!”

Carniati??? Ma scherzi???”

No, no, l’ho incontrato per caso l’altra sera, che andava ad un comizio di Bossi, con la cravatta verde e il fazzoletto con il Sole delle Alpi stampato su… è addirittura nel Direttivo, a livello nazionale. È uno degli uomini di punta del mandamento, qui da noi. M’ha spiegato che sta organizzando le ronde nel circondario. Lo dovresti sentire: cinque minuti di conversazione e m’ha fatto paura: stava a sbarellare sui Celti, e sulle origini etniche della Padania, un delirio! Pare che sia diventato un personaggio famoso perché ha organizzato, qualche tempo fa, al paese suo, una manifestazione in cui lanciava palate di letame contro il Municipio, non so per cosa, credo perché non gli andasse bene come avevano impostato i sensi unici. Ha imbrattato mezza piazza e s’è beccato una denuncia..”

Può cambiar partito e idee, Carniati, me sempre a maneggiar merda rimane.

I personaggi e gli eventi citati nel racconto non corrispondono a fatti reali, ma sono frutto di fantasia. Anche la merda, beninteso.

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