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mario sironi cavallo e cavaliere

Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.

Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.

Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.

Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.

Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.

È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.

A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.

Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.

Uh sono andata a sentirlo presentare ’sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”

Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.

Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”

Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”

Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.

Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.

Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

Aureliano moneta sol invictus

Quando ho scoperto che ha persino una pagina su Facebook, un po’ ci sono rimasta stupita, ma mi ha fatto piacere. Sapere che viene ricordato anche al di fuori della cerchia degli studiosi ed appassionati mi rende contenta. In fondo se lo merita. Certo, se si pensa ad un imperatore romano, il primo nome che viene in mente non è il suo. Nel comune sentire, il primo è Giulio Cesare, che imperatore non fu mai, ma insomma, è considerato il fondatore della ditta; poi Augusto; poi Caligola, perché era matto, o Nerone; poi via, una infilata di nomi che chi se li ricorda è bravo, tutta gente impegnata a perseguitar Cristiani e allontanare Barbari dal confine; poi Costantino, ecco, Costantino sì, Costantino è tosto; e, dopo Costantino, ci sono solo Cristiani finalmente liberi e Barbari liberi anch’essi di scorrazzare; quindi invasioni, pestilenze, sfighe, e poi medioevo e kaputt. Questa, in soldoni, il riassunto di Storia Romana che molti hanno in testa, corredato di particolari più o meno vaghi. È difficile in mezzo a tutto questo che ci si ricordi di Aureliano, però lui è un gran personaggio, di quelli che meritano davvero. Non ci fosse stato poco dopo Costantino, forse ce lo ricorderemmo come il più grande, nel mondo Tardo Antico; ma è certo che, se Costantino poté trovare ancora un impero di cui diventare imperatore, molto lo deve ad Aureliano.

È una bella storia, la sua: una di quelle che in fondo spiegano perché Roma riuscì ad essere un impero, e a durare così a lungo. Perché non era nobile, Aureliano, e neppure ricco; e per soprammercato non era neppure “romano” nel senso di nato a Roma, o almeno in Italia. No, era venuto al mondo in quello che da Roma, dove i politici dell’Urbe tenevano le chiappe al caldo, sui banchi del Senato, doveva sembrare un buco ai confini del nulla: Sirmio, in Pannonia. Che già adesso che è Serbia, un po’ ai confini del nulla lo pare, figuriamoci allora. Non che fosse proprio un villaggio barbaro sperduto: era una città di quelle che i Romani sapevano costruire e far fiorire ovunque, con le sue terme, i suoi bei palazzi in muratura. Centro di commerci per tutta la regione, di un’opulenza che da quelle parti gli indigeni da soli non avrebbero visto mai, qualche decennio più tardi sarebbe diventata addirittura capitale di un pezzo d’impero. Ma di sicuro nascere lì non era nascere a Roma, ed aver per genitori un contadino ed una donna che si chiamava Aurelia, sì, come la mamma di Giulio Cesare, ma solo perché liberta di un qualche senatore Aurelio che magari non avrà neppure mai visto in vita sua, non era la stessa cosa.

Me lo immagino un bimbo smilzo e dagli occhi vivaci, Aureliano: di quelli che non prendono mai un grammo né un raffreddore, sono sempre in movimento, curiosi del nuovo ma in grado fin da piccoli di fiutare i pericoli, prevederli, evitarli, in una parola un vero leader. I boschi, i fossi vicini a casa saranno stati i suoi primi campi di battaglia, a capo di una truppa di ragazzini; guerre fatte con le spadine di legno, mentre il babbo ara i campi e mamma sbriga le faccende di casa. L’unica sosta, per quel folletto sempre in moto, quando mamma, sempre lei, lo chiamava per andare alle funzioni: era sacerdotessa del Sol Invictus, mamma, divinità che proteggeva gli Aureli tutti e oltre agli Aureli in special modo i soldati romani. Li avrà conosciuti lì, i suoi primi legionari, Aureliano: vecchi forti dalle mani come badili, ex commilitoni del padre, che si inchinavano deferenti davanti al dio e alla mamma sua sacerdotessa, e davano una brusca carezza sul capo a quel ragazzo dagli occhi di brace, per poi raccontagli delle infinite campagne ai confini dell’impero, di deserti e steppe, barbari e battaglie, e di città dove le taberne sono tiepide, il vino caldo, le ancelle generose con i vincitori.

Appena può, si arruola. I campi, il quieto vivere del padre non fanno per lui: ha dentro un fuoco, il ragazzo, che può bruciare il mondo, non qualche fascina dietro casa. Illirico, Gallia, e poi Siria e Persia: il ragazzo l’impero lo percorre tutto, in pochi anni. Parte dal basso, ma ben presto capiscono, i comandanti, che di lui ci si può fidare: non ha paura di nulla, è veloce sia di mente che ad estrarre la spada, non si stanca mai. Poi soprattutto ha quel particolare che distingue il vero leader da chi ha un titolo ma non la stoffa: per quanto spietato, sa sempre dove fermarsi e quando, e, ancor meglio, riesce sempre a fermare i suoi soldati. Sul campo di battaglia non gli sfugge niente, ma nemmeno dopo, e se può ordinare con la massima freddezza e senza un rimpianto un massacro, quando è necessario, sa anche farlo finire, di botto, quando il massacro non è necessario più. I suoi soldati sono consci che non si viene abbandonati mai da lui, però gli si deve obbedire: pretende da loro una disciplina non spietata, ma ferrea. La stessa che si impone e rispetta.

Quando Claudio il Gotico lo vede, fiuta che quello è l’uomo che fa al caso suo. Vengono da due mondi diversi, anche se sono nati nello stesso luogo: Claudio è un gran signore, soldato sì, ma generale e poi governatore di province. Però i due si capiscono, e, cosa rara quando c’è di mezzo il potere, si fidano l’uno dell’altro; entrambi concordano che Gallieno, l’imperatore in carica, non è l’uomo adatto, e va cambiato. Che nel linguaggio politico di quegli anni significa: fatto fuori. Ordiscono, pare, una congiura, di cui l’anima nera, si sussurra, fosse Aureliano stesso, anche se il killer è Eracliano, un prefetto del pretorio. Vero, non vero? Di certo un morto sulla coscienza, ancorché di alto lignaggio, non avrebbe spaventato Aureliano, che quando pensa che una cosa si debba fare, la fa, senza tormentarsi in scrupoli da cacadubbii.

Quando Claudio diventa imperatore, Aureliano è là a dargli i suoi consigli pratici di comandante, ad organizzare le campagne militari, con quella sbrigativa amicizia di poche parole e di molti fatti che doveva essergli propria. Però son anni bui per l’impero: tutto un correre per far fronte a sconfinamenti di barbari, razzie, mattanze. Claudio è un bravo generale, e combatte contro i nemici; ma un nemico no, non riesce a sconfiggerlo, è la peste. Se la prende, e muore, mentre torna dal fronte. Aureliano gli è vicino, ma non prende la peste: persino il morbo non riesce ad averla vinta sulla sua inesauribile energia. C’è però il fratello di Claudio, ad Aquileia, che si proclama imperatore, intrigando con il Senato. Aureliano non lo accetta: sbriga gli ultimi combattimenti sul confine e torna come una folgore a Sirmio, dove l’esercito di Claudio, che poi è il suo, lo proclama imperatore. Il fratello di Claudio neppure tenta di giocare la partita: si suicida alla notizia, via, kaputt.

Aureliano è dunque imperatore: lui, venuto su dal basso, e a cui i soldati dedicano canzoncine, come facevano già i legionari di Cesare, anche se meno spinte, perché di Aureliano non si conoscono vizi, né difetti da prendere di mira. Solo che l’impero su cui governa, è una grana. Per garantire la difesa, è stato dato in subappalto: Gallia e Britannia a Tetrico e Siria e Asia Minore ai re di Palmira, che manco erano romani. Entrambi i sotto-regni vogliono rendersi indipendenti: Tetrico si proclama imperatore e a Palmira la regina, Zenobia, si fa chiamare Augusta e governa in nome del figlioletto come se quel pezzo di mondo fosse solo suo. Si ispira a Cleopatra, e di guai all’impero ne procura tanti come l’originale. Ma se lei è una novella Cleopatra, Aureliano è proprio un Giulio Cesare fatto e finito. Scende, mazzola e conquista, dosando bene, anzi benissimo, pugno di ferro e clemenza con i vinti. Riconquista l’Oriente, l’Occidente e anche Roma, dove arriva, seda a brutto muso una rivolta, facendo strage di chi ha osato ribellarsi, ma poi, primo e unico, si rende conto che la città va guarnita di nuove mura, perché non sono più i tempi in cui era il centro sicuro dell’impero, sono tempi in cui l’impero non ha più un centro e sicuro non lo è nessuno, mai.

Ecco, forse di questo si dimentica, che nell’impero nessuno è più sicuro, mai, e men che meno l’imperatore. Eppure gli pare di avere ormai tutto. Il popolo gli vuole bene, il senato abbozza, l’esercito, be’, l’esercito è sempre stato suo. Per farlo contento e forse sciogliere un voto o un desiderio che cova da tempo, istituisce il culto del Sol Invictus, quel dio dei militari che l’ha protetto e accompagnato fin dalla prima infanzia, assieme al muto sguardo di mamma e ai racconti di gloria degli ex commilitoni di papà. Il 25 dicembre diviene festa nazionale, dies Solis, e Aureliano è là a far sacrifici, godersi la festa. Si sente appagato per quanto mai si possa sentire appagato un uomo così, e cioè sempre in parte, perché è soddisfatto ma già la sua mente è più in là, a progettare una nuova campagna, la mano carezza la spada perché non la sa tenere tanto a lungo nel fodero. Parte. Di nuovo con le sue truppe, di nuovo in sella. La Persia lo aspetta, quella Persia che secondo lui bisogna stroncare per avere pace stabile e duratura. Sottovaluta, forse, che i Senatori sono in subbuglio, e certi funzionari della zecca e dell’apparato non han parato giù le indagini sulla corruzione che lui porta avanti, con determinazione tignosa. Sottovaluta anche qualche becera invidia meschina nella corte degli ufficiali che pure partono con lui, e sono suoi ufficiali, sì, ma uomini. È proprio per una bega meschina, assai probabilmente, che per un alto complotto politico, che uno dei suoi segretari si prende scanto, ha paura di venire denunciato e decide di colpire per primo. Muore così, Aureliano. Lui che aveva schivato le spade dei barbari sui campi di battaglia, cade per la sica di un segretaruncolo che lo accoltella con mano tremebonda.

L’idiozia, al contrario dell’impero, non ha mai confini.

freud

Nel momento in cui ci si chiede il significato ed il valore della vita, si è malati.

S. Freud

L’ho visto sullo scaffale, ieri pomeriggio, e non ho saputo resistere. Con tutto che è un volumazzo di quasi duemila pagine, e solo per sollevarlo ci vuole l’aiuto dell’Incredibile Hulk. Ma era lì, mi guardava come se stesse proprio aspettando me, Sigmund Freud 1886-1921, Opere. E l’ho dovuto prendere, per una sorta di riflesso condizionato cui non so oppormi, una patologia che il vecchio Sigmund avrebbe fatto bene ad indagare.

Siamo vecchi amici, io e lui: la prima volta che ho preso in mano l’Interpretazione dei sogni avevo forse quindici anni, ed è stato amore a prima lettura. Mi sono chiusa in camera per tre giorni, riemergendone, alla fine, solo per uscire ed andare a comprami il resto: la Psicopatologia della vita quotidiana e Totem e tabù. Me li scammellai al mare, sotto l’ombrellone, con le mie cugine che mi guardavano preoccupate, offrendomi in cambio qualche romanzo di spionaggio.

Ma non vuoi un Bond?” chiedevano.

No, no, Vuoi mettere questo, quanto tiene più col fiato sospeso?Poi non fa che parlare di sesso…”

L’ho riaperto ieri, tirandolo fuori dal cellofan della libreria, e l’effetto è stato lo stesso. Freud a me ha sempre preso più di qualsiasi romanzo, ma forse è perché come un romanzo l’ho sempre letto e come uno scrittore l’ho sempre valutato. Ciò che mi cattura, quando m’immergo nei suoi scritti, non sono, in fondo, le teorie psicanalitiche e probabilmente nemmeno le esegesi cliniche, di cui non capisco una cippa, ma l’immagine di quel suo mondo che se ne ricava.

M’ha sempre affascinato questo uomo asciutto, dalla prosa precisa e tagliente, che non ha mai cedimenti al patetico o al sensazionalistico, o come molti suoi epigoni, al misticheggiante. È un medico, uno scienziato, non ha un attimo di defaillance, un momento in cui se ne scordi, uno svarigolo verso il poetico, l’enfasi, l’emozione. Pura prosa positivista di un tizio convinto, come solo un bel positivista poteva essere, che il caos del mondo va domato. O per lo meno spiegato nelle sue linee generali. Ci vuole una bella fede nella razionalità per andarsi a mettere contro l’Inconscio, ed essere tenacemente certi di riuscire a squadernalo e renderlo intellegibile nei suoi meccanismi più nascosti. Per mettersi alla ricerca delle regole che stanno dietro all’apparente pazzia, all’isteria, ai comportamenti patologici, o a tic inoffensivi, per smontare i sogni intuendo che sono congegni precisi come orologi, per quanto sembrino parti senza senso della più sbrigliata e assurda fantasia. Più estremo di uno Sherlock Holmes, le sue deduzioni razionali si spingono là dove nessun investigatore prima aveva mai osato: dove persino Platone e gli antichi s’erano fermati, arrendendosi dinanzi al limite della sacra follia.

E interessante, sociologicamente interessante, il mondo che lui descrive attraverso i suoi casi clinici. Una società apparentemente così ordinata all’aspetto, un’epoca che non era mai stata così bella, con le signore elegantemente vestite, gli uomini incravattati, i borghesi che parevano sempre sul punto di entrare in un tabarin o ad una prima d’opera. Un mondo che immaginava se stesso come privo di preoccupazioni se non secondare le magnifiche sorti e progressive, ma che invece Freud racconta corroso da nevrosi segrete, inspiegabili isterie. Non sono i suoi malati, quelli che fanno paura, ma le famiglie sane da cui provengono, in cui i bambini vengono abitualmente molestati da bambinaie e precettori, picchiati e seviziati da padri e insegnanti, i fratelli esercitano sulle sorelle violenze sessuali, le giovani spose si rifugiano nelle fobie per sfuggire ad una vita sessuale e di coppia cui sono del tutto impreparate, e il rimosso non è un meccanismo di difesa ma quasi uno stile di vita.

Sono un grande affresco collettivo, i suoi saggi, in cui anche lui si rivela uomo del suo tempo: lui che i contemporanei accusavano di essere un immorale spregiudicato per la libertà con cui trattava gli argomenti riguardanti il sesso, si rivela nei suoi scritti bacchettone come i suoi contemporanei nei confronti degli omosessuali, della masturbazione, delle pratiche sessuali che giudica “non convenzionali”, tanto pudico che non sa trovare le parole per indicare un orgasmo clitorideo e ricorrere a perifrasi che oggi farebbero ridere qualsiasi spettatrice di Sex and the City.

Caro vecchio Sigmund, che apre le porte dell’inconscio credendo di esserne immune, così come si affida alla cocaina, pensando non dia assuefazione: esattamente come Holmes, che forse è un suo gemello letterario inconscio, o un magnifico caso di convergenza evolutiva.

Come sempre nei geni, ciò che affascina in Freud è la sua capacità di essere dentro e fuori dal suo tempo: di averne tutte le manie e i vezzi e saperlo anche guardare e analizzare in maniera distaccata. Le nevrosi degli altri sono anche le sue, e lui rimuove e sublima come e quanto i suoi pazienti. Al pari di loro è imprigionato in quella Belle Epoque che è una sfera di cristallo leziosa, decorativa e pronta ad andare in frantumi al minimo alito di vento, come i ninnoli di Nonna Speranza, o i fragili arabeschi dell’art deco. Un mondo che ha cercato la felicità vivendo di superfici, di vetrate, di ferri traforati che si arrampicano in griglie a vista, e chiude ostentatamente gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere; in cui tutto è troppo manifesto ed ordinato perché sotto e ai margini non covi qualcosa di tremendo ed indicibile; una società che si pensa e si autorappresenta come “normale”, anzi, come la più normale da che il tempo è tempo, e proprio da questa sua hybris nasce la sua rovina, quel costante terrore che la mina dall’interno, la rosica e la corrode. I tortuosi cunicoli dell’inconscio sono simili al reticolo nascosto che rimane alle spalle e sotto i grandi viali alberati e illuminati delle città, e come quelli sono pronti ad eruttare ogni genere di imprevisto, assediano il centro, gli premono attorno, ne fanno sfocare i contorni e le sicurezze, come le pennellate dei ritratti di Boldini, che sfumano nell’indefinito man mano che s’allontanano di lineamenti classici del volto.

E anche Freud è così: scrive razionalmente ma in trasparenza ci senti qualcosa, il suo malessere, oltre a quello dei suoi pazienti. Un malessere cui tenta di porre freno con la razionalità, e che nega disperatamente affidandosi alla luce della analisi, ma c’è, costante, sordo.

Amo Freud per il suo inconscio.

Come nick ha scelto Libertyfirst. A leggere l’ultimo post, però, ho come l’impressione che la Libertà da lui tanto vagheggiata abbia confini abbastanza precisi: non comprenda, cioè, tutti, ma solo quel segmento del genere umano che ha la fortuna di nascere del sesso giusto, che nella fattispecie è quello maschile. Per donzelle infatti, per carità, la libertà di far ciò che si vuole esiste, in teoria; però in pratica, stando alle sue meditazioni, sarebbe meglio se noi signorine ci rassegnassimo a capire che il nostro ruolo al mondo è quello di partorir marmocchi e scodellare pranzetti ai mariti. Ma mica lo dice, sia ben chiaro, per un reflusso di maschilismo: no, Libertyfirst lo afferma quasi a malincuore, e dopo ponderati studi, perché è convinto che solo così noi donne saremo felici. Per spiegarcelo, ha elaborato una vera e propria teoria scientifica, che ha battezzato La teoria maschilista della cultura umana.

Si comincia con un tono un po’ faceto, che quasi trae in inganno: Per gioco, quest’estate ho creato una teoria che spiega per quale motivo quasi tutte le opere scientifiche, filosofiche e artistiche della storia umana sono state fatte da uomini. Eh si sa, col caldo, sotto l’ombrellone, il tempo bisogna ingannarlo pure: ricordo un ferragosto in cui, con una mia amica, formulammo l’ipotesi che lo spirito di conquista di certi popoli fosse legato al desiderio di sfuggire alla cattiva cucina, il che spiegava magnificamente perché gli Spartani tirati su a brodo nero, i Macedoni a schiene di bue grigliate, i Romani a zuppe di farro stantio e gli Inglesi fossero sempre disposti a conquistare il mondo, mentre noi Italiani moderni no. La mia amica ed io, passata la calura ferragostana, abbiamo riso delle nostre elucubrazioni; Libertyfirst invece no, deve averci penzato e ripenzato, e se ne vedono i frutti:


La teoria standard, per non dire politicamente corretta, sostiene che è per l’inferiorità giuridica delle donne che ha impedito loro di contribuire maggiormente allo sviluppo della cultura umana, ma questa teoria secondo me non spiega perché le cose non sono cambiate repentinamente nell’ultimo secolo, nel momento in cui l’inferiorità giuridica è andata a farsi finalmente benedire e ormai anche gran parte della dipendenza economica è un ricordo del passato, visto che la maggior parte delle donne anche della generazione precedente alla mia vanno all’università e lavorano.

Eh già, è noto che quando la Legge dice che una cosa è riconosciuta, automaticamente la società si adegua. Scritto sulla Costituzione che uomini e donne sono giuridicamente uguali, bibidibobididbù l’uguaglianza è raggiunta, e la società archivia nel giro di un attimo non solo secolari pregiudizi, ma anche altrettanto secolari aspettative (aspettative che, per giunta, le donne in millenni hanno introiettato, fino ad assumerle come un destino fatale, anzi, peggio ancora: naturale).

Oltretutto viene anche da domandarsi se Libertyfirst si sia dato un’occhiatina attorno, e soprattutto se abbia dato uno sguardo magari ad un qualche documentario sulla vita quotidiana delle donne, in Italia, anche solo una trentina di anni fa. Si sarebbe accorto che le cose, per noi donne, sono davvero cambiate repentinamente nell’ultimo secolo: cent’anni fa le donne medie, quando proprio andava loro di lusso e le lasciavano lavorare, potevano fare le sartine, le operaie, le più intellettuali – ma proprio tanto tanto intellettuali – le maestre con la penna rossa; oggi fanno le cardiochirurghe, le fisiche nucleari e quant’altro salti loro in testa, e hanno quasi colmato uno svantaggio che si trascinavano dietro da millenni. No, per Libertyfirst non è abbastanza:

A guardare la Storia, di donne se ne sono viste, e non tante, quasi solo come romanziere e poetesse, anche se comunque probabilmente stanno abbondantemente sotto il 20% del totale. Nel campo della scienza gli esempi sono pochi, visto che a me al momento viene in mente solo Rita Levi Montalcini, e il rapporto tra Premi Nobel uomini e donne è indubbiamente abbondantemente a favore degli uomini


Pofferbacco, c’è da dargli ragione, i numeri sono numeri e si sa che la statistica è scienza oggetitva, no? Ma a guardar la Storia un po’ meglio, si scoprirebbe che di donne filosofe, avvocate, mediche (Si dice, mediche? No, e già questo è un indizio su cui riflettere!) ce ne sono state pochine, anche perché, persino se avessero completato gli studi adatti, non potevano poi in pratica accedere alla professione. E quand’anche le avessero ammesse nelle gilde e nelle confraternite, nei secoli passati nessuno si sarebbe fatto ristrutturare casa da una donna architetto, o curare da una donna medico, o avrebbe affidato da gestire i suoi risparmi ad una donna banchiere. Visto che tutte queste attività erano precluse a priori, ecco, quando potevano facevano le letterate: pure qui, spesso e volentieri, se qualche magnanimo maschietto le incoraggiava e le pubblicava nonostante le donne letterate siano notoriamente delle scassacazzi, perché, pure in letteratura, il ruolo principale che poteva essere ricoperto dalla donna era quello della musa, preferibilmente zitta. Quanto ai premi Nobel scientifici, dato che l’ambiente è ancora prevalentemente maschile – per i motivi spiegati sopra – non stupisce che anche i Nobel assegnati a donne siano meno. Però, oltre alla Montalcini, ricordati di Marie Curie: tra l’altro ne prese due, e di cui solo mezzo era in coppia con un uomo.

Ma per Libertyfirst tutte queste sono frigni da femminucce: lo sa lui perché le donne e la cultura non quagliano proprio:


Eppure sono convinto che, anche se eliminassimo ogni tipo di asimmetria sociale e giuridica, rimarrebbe il fatto che l’arte, la filosofia e la scienza saranno appannaggio degli uomini, e non c’è nulla di sociologico che possa spiegare tutto ciò, visto che già ora dovremmo stare, dopo decenni di parità, prossimi al fifty-fifty.
Questo perché la ragione è psicologica. Le donne non hanno bisogno delle pippe mentali per sentirsi realizzate: l’arte, la filosofia e la scienza sono passatempi con grandi conseguenze secondarie, come ad esempio la teoria della relatività o la fenomenologia husserliana o la Cappella Sistina. Le donne si fanno le seghe mentali solo quando arrivano senza marito e senza figli oltre i trent’anni di vita, mentre per tutto il resto non si metteranno mai a spendere le ore riflettendo sulle equazioni di Maxwell, sulle sinfonie di Beethoven e sulla maieutica socratica.

O cazzo! Siccome io, che ho pure passato i trent’anni, è una vita che spendo ore sulle sinfonie di Beethoven e la maieutica socratica – nonché sulle cause della Guerra del Peloponneso, sull’aoristo passivo e altre bazzecole, divertendomici un mondo – mentre non me ne ho mai passata mezza a rammaricarmi di non aver marito o figli, sarò mica un uomo? No, sono solo una sfigata che non ha trovato da sposarsi: perché Libertyfirst, in merito, ha una incrollabile certezza: Superati i trent’anni, arrivano quasi sempre mariti e figli, le donne si sentono realizzate e hanno qualcos’altro a cui pensare. Già, appagato l’utero, il cervello può anche smettere di funzionare. Una donna mica è un essere umano, dotato di aspirazioni, sogni, gusti propri: è di fondo una incubatrice, quando finalmente ha incubato che altro può volere dalla vita? Quando è madre, smette tutto il resto: che senso ha per lei continuare a pensare?

Per gli uomini, invece, la cosa è completamente diversa:

Un uomo può ovviamente essere felice di avere una moglie e di giocare coi figli, ma questo non rimuove del tutto l’inquietudine, né appaga del tutto l’ambizione: soprattutto, credo, la paternità è qualcosa di molto meno intenso della maternità, anche se su questo non ci posso giurare perché non ho figli. Il risultato è che gli uomini per sentirsi realizzati continueranno a pensare ai massimi sistemi in cerca di un posto nella Storia. Il risultato non voluto di questa evidente nevrosi e di questi complicatissimi passatempi è il progresso culturale dell’umanità, che è e rimarrà per sempre, probabilmente, appannaggio quasi esclusivo degli uomini.

Se poi qualcuna si intestardisce a volersi occupare di campi maschili, be’, è chiaro che è ‘na matta:

Nel campo della letteratura i rapporti, come dicevo, sono più equilibrati, però bisogna considerare che Jane Austen era zitella, Virginia Woolf e Katherine Mansfield erano depresse, e che Oriana Fallaci fosse un bel po’ strana ci vuole poco a convincersene: le donne che si occupano di letteratura cercano cose che la maternità dà spontaneamente alle altre donne.

Oddio, non mi pare che i grandi letterati si segnalassero manco loro per essere degli allegroni, ma un maschio triste è un genio tormentato, una donna tormentata è semplicemente isterica perché non ha avuto un figlio, si sa. Ma dato che dirlo così sarebbe proprio poco cortese, ecco che Libertyfirst chiude con un bel baciamano alle signore:

Insomma, il mio consiglio alle donne è di non diventare come gli uomini, che hanno inventato la cultura umana solo perché si annoiavano e non sapevano come essere soddisfatti e felici.


Già che noi donne, ringraziando Iddio, abbiamo un utero, per carità non cerchiamo di usare il cervello, poi ci vengono pure le rughe sulla fronte e allora chi ci sposa più?

Per chiudere in bellezza, però, c’è una chicca:

Ora mi interrogherò su quanto veramente io creda in quello che ho appena scritto.

PS Ovviamente, qualsiasi tipo di discriminazione giuridica è del tutto indifendibile. Più o meno come certe teorie femministe (ho in mente un paio di articoli di “teoria femminista delle relazioni internazionali” letti un paio d’anni fa).

Non si rende nemmeno conto che, con una simile mentalità, l’uguaglianza giuridica è un patetico guscio vuoto che serve solo a lavare le coscienze: hai appena teorizzato che non possiamo contribuire alla civiltà, che non ci deve nemmeno interessare perché l’unico compito per noi appagante è la riproduzione, che, in buona sostanza, non siamo neppure dei veri e compiuti esseri umani, e poi mi vieni a dire che però ti riconosci “giuridicamente” pari a me? E che vuol dire, di grazia? Dimmi apertamente che sono una razza inferiore, almeno apprezzerò la brutale sincerità.

Mah, non si sa davvero cosa replicare, di fronte a post come questo: ma non come donna, proprio come essere umano. Mi chiedo se Libertyfirst pubblicherebbe un post simile sostituendo però il termine “donna” con quello di una qualsiasi etnia (chessò: Navajo, Afroamericani, Cinesi): le argomentazioni potrebbero non essere neppure ritoccate – sono perfettamente adattabili – ma credo che lui non si sognerebbe mai e poi mai di pubblicare l’articolo senza avere il sospetto di essere gratuitamente offensivo e apertamente razzista. Con noi donne, invece, non lo sfiora neppure il dubbio: se leggete i commenti, ci scherza persino sopra, lasciando sempre intendere che se qualcuna di noi si offenderà è perché è una femminista, naturalmente isterica.

Stia tranquillo, benché non sia femminista, non mi incazzo neppure io: a questo punto, confesso, me ne manca del tutto la forza.

presentatori rai

Già quando ero piccola, lo seguivano con affetto solo nonne e prozie. Per la generazione dopo, Mike era una già figura da indagine sociologica, quella pennellata da Umberto Eco nella sua Fenomenologia: Mike come esempio rassicurante di media banalità, il dio che dice ai suoi adoratori “Siate come siete”, e nessuna religione ha mai chiesto ai suoi adepti di meno. Giustamente approdò a Mediaset per primo, perché Mediaset di questa nuova fede era diventata la Gerusalemme terrena.

Pur non amandolo, negli anni l’ho seguito e mi sono accorta che stava divenendo qualcosa d’altro, con uno scollamento costante, che via via lo allontanava da quella “medietà” che era stata la chiave del suo successo. Perché la “medietà” di Mike era una banalità carata sulla sua generazione: una generazione dai sogni piccolo borghesi, in cui persino chi non aveva una formazione vera alle spalle possedeva però alcune basilari nozioni ed una educazione di fondo, un generico, anche se un po’ fantozziano, rispetto per la “cultura” e il sapere, che portava a vergognarsi di non aver studiato o non aver potuto studiare, e radicata nella zucca l’idea che comunque, ed in ogni caso, il proprio lavoro bisognava saperlo far bene, per quanto “machanico” esso fosse.

Nell’universo delle veline e dei tronisti proiettati in video senza avere arte, né parte, e soprattutto talento, in cui le gavette consistono nel passare per un lettone e scoprirsi davanti ad una telecamera senza neanche quel velo di grazia che un serio spogliarello professionistico comporta, in cui l’ignoranza non è solo più tetragona, ma aggressiva, orgogliosa e non tenta neppure di emendarsi, neanche di nascondersi, anzi, si mette in mostra come titolo di merito, Mike diventava ogni giorno più isolato e solitario, costretto a girare spot con Fiorello e farsi intervistare da Fazio, giovinotti che almeno una qualche preparazione di base ce l’hanno. Per Mediaset era diventato, lui, troppo colto, troppo d’elite, non raggiungeva più il target “popolare”, perché le sua gaffe ormai ad un “popolo” tanto basso non arrivava: se un tempo scandalizzava i diplomati radio elettra, oggi riesce a d esser gustata appieno solo dai più raffinati fra i pensatori, come fosse un sottile calembour.

Mike Bongiorno, nato come esempio presentatore ignorante, morto quando veniva considerato quasi un intellettuale. Una parabola italiana, ahimè.

Mike Bongiorno-Lelio Luttazzi, Il Gaffeur di professione.

cantante lirico

Marianna deve andare all’opera. Dico deve, perché i suoi genitori hanno deciso di acculturarla, preoccupati a vederla sempre con nelle orecchie le cuffie dell’ipod e giù di Britney Spears. Gliel’hanno detto, che ci deve andare, come le dicono che deve andare dal dentista a mettersi l’apparecchio, e lei con lo stesso spirito ci si appresta: con l’entusiasmo di chi va al patibolo, o per lo meno ad una seduta in sala torture. Così passa da me, dalla zia putativa, con un muso lungo che tocca i ginocchi.

Mi portano a vedere Rigoletto.” dice depressa, incrocia le braccia sotto il mento e con lo sguardo, in giro, bazzica la mia collezione di cd di melodramma, occhiandoli come se ogni dischetto fosse un suo nemico personale. Quando viene da me, di solito, si frega mp3 di Madonna e George Michael, Christina Aguillera, Duffy, gli Articolo31. Non capisce proprio come possa piacere l’opera ad una che, per il resto, dimostra, in fatto di musica, ottimi gusti.

Se c’è qualcosa che apprezzo della mia infanzia è il fatto che i miei genitori non hanno fatto niente perché diventassi colta. Mi hanno lasciato razzolare per casa così, come capita capita, senza curarsene troppo o darsi degli obiettivi. C’erano i libri, lasciati a portata di mano senza controllo alcuno, c’erano le conversazioni, orecchiabili liberamente; ecco, di dischi ce n’erano pochini, ai miei la musica non piace granché: più che altro venivo lasciata parcheggiata davanti alla tv, se volevo ascoltare qualcosa, e il qualcosa era il più delle volte lo Zecchino d’Oro. Musica classica, a casa mia, non se ne ascoltava: i miei erano stati tirati su in famiglie che gliela avevano imposta come parte doverosa dell’educazione, con il bel risultato che al sentire il trillo di un soprano tutt’oggi gli si intorcola lo stomaco: le sanno tutte a memoria, le arie, con le parole giuste e nota per nota, ma al solo intuirne accennare una scappano via. Per cui la musica è stata una scoperta tutta mia.

Me la ricordo ancora, perfettamente, la prima volta che ho sentito cantare l’opera. Avrò avuto cinque anni, se li avevo: era una domenica pomeriggio, lo so perché guardavamo Domenica In. Ad un certo punto Pippo Baudo ha annunciato che sarebbe andato in onda un film, credo di Zeffirelli, La Traviata. Mia zia, lesta lesta, si è avvicinata allo schermo – non c’erano i telecomandi al tempo – per spegnerlo, perché allora c’era credo un canale solo, quindi cambiare non era possibile.

Nooo! Ci sono i bei vestiti!” ho detto io, perché la prima immagine era una signora mora con addosso una meravigliosa crinolina blu, tutta a balze.

Ma guarda che è noioso, cantano!” ha replicato la zia, preoccupata.

Niente da fare: “Voglio vederlo!” ho quasi gridato, e mi sono piazzata di fronte alla tv, con le sopracciglia aggrottate e un broncio combattivo che non lasciava presagire nulla di buono, come a dire: “Provatici a schiodarmi da qui, se credi!”.

Zia non ha fatto neanche l’atto di tentare, conoscendo il mio caratterino e convinta com’era che, al primo entro dell’orchestra, me la sarei data a gambe per conto mio. Invece no, sono rimasta ipnotizzata, manco mi avessero tolto il fiato di botto. Di quello che cantavano non capivo una cippa, è ovvio, ma la musica, la musica, era una cosa che non potevi smettere di ascoltare: era bella, bella, bella, ma proprio bella, come la signora che cantava, e io una voce così non l’avevo sentita mai: pareva venire giù direttamente dal Paradiso, perfetta, eppure anche così calda: anche se non si capiva cosa dicesse, ero in grado di intuire subito quando era felice, e quando triste, e che quel Germont lì doveva mica essere simpatico, se la trattava male così.

Non sono mai diventata una melomane, e nemmeno una esperta d’opera, me ne mancano le conoscenze tecniche: non ho studiato musica seriamente, so leggere a stento un pentagramma, non so di preciso cosa sia una coloritura, un fraseggio; quando sento chi ne sa confrontare le varie versioni di un’aria, discettare con competenza sui pregi dell’interpretazione ed individuarne i difetti sto in silenzio e non metto bocca, perché non è roba mia. Ascolto l’opera come altri possono andare al cinema o al Luna Park, cioè per divertimento puro, che non vuol dire per ridere, ma per essere travolti da quello che cantano. Ecco, forse il termine giusto è che io l’opera non la ascolto, la sento, come qualcosa che vibra dentro anche se non sai esattamente spiegare dove, o perché.

Quando Violetta Valery canta Libiamo, brindo con lei, e quando poi la sento singhiozzare disperata sull’ultima lettera del mancato suocero: E’ tardi, è tardi!”, be’ io sono lì che a momenti piango io pure, e l’istinto sarebbe montare sul palco e prendere Alfredo a calci in culo, ma non per salvarle la vita, eh, solo per chiarirgli quanto è cretino. Se Leonora intona Tacea la notte placida mi sdilinquo, non parliamo poi di o mio Babbino Caro del Gianni Schicchi, la cosa più bella che abbiano mai composto, a parer mio; tifo per Tosca smaccatamente, ché quando zompa da Castel Sant’Angelo quasi quasi mi vien da dire: “Tiè!” ai Gendarmi, e a tutto il Potere Costituito, anche se proprio non capisco mai cosa ci trovasse in quel Cavaradossi lì, che come pittore m’è sempre sembrato una ciofeca, e come eroe un mona, si fa sgamare in un un niente, quasi quasi è meglio Scarpia, che ha il fascino del Male e poi, come baritono, di solito è pure meno cicciotello…

Ma adoro anche le smagate protagoniste mozartiane, le Zerbine che son le uniche a pigliar per il sedere persino i Don Giovanni, perché, da furbe contadinotte, san bene che un amante nobile passa, ma l’importante è tenersi poi sempre di riserva un marito bifolco; le Susanne fedeli ma non stupidotte, degne mogli dei Figaro; le Fiordiligi e le Dorabelle che si scambiano i morosi, seguendo i consigli di una servetta scaltra, perché apprendono che, al di là di tutte le pretese virtù, in fin dei conti sia gli uomini che le donne son poi tutti uguali, e uno vale l’altro, via. E mi piacciono, sì, mi piacciono alla follia gli spadoni di cartapesta del Trovatore, che per essere maneggiati da Manrico devono essere smaccatamente falsi, patacconi da scena sventolati come nei vecchi film di cappa e spada, perché il Trovatore è così, un giocattolone in cui il coro si muove come la cavalleria negli western, e a Manrico gli perdoni persino la congenita monaggine e il preoccupante mammismo perché ti rendi conto che è un personaggio romantico fatto e finito, compiutamente popolare e, grazie a Dio, pensato per aver in sottofondo una bella orchestra piena, non Edipo ed il suo complesso. Mi piacciono, uh se mi piacciono, i Rigoletti e le Gilde, anche se non riesco mai a trovare alla fin fine antipatico il povero Duca di Mantova, perché a me gli impenitenti mascalzoni han sempre fatto sangue, persino quando non sono più scattanti paggi del duca di Norfòlk ma, appesantitisi per l’età, come Falstaff non possono far altro che rammentare con grazia la smilza giovinezza gaudente. Mi piace Verdi, che è come la pastasciutta: semplice ma allo stesso tempo incredibilmente raffinata, tanto che la puoi servire dove ti pare, in versione extralusso da ristorante chic o nello stand gastronomico della fiera di paese, ed è sempre buona. Ma poi perdo la testa per Puccini, e Leoncavallo, e Bizet; e se Wagner, lo confesso, invece mi lascia freddina, mi faccio proprio prendere dall’entusiasmo per Gluck, e ancor meglio per Haendel, il cui Aci e Galatea è persino all’origine del mio nick.

Cerco di spiegargliela così, a Marianna, l’opera, come un film in tecnicolor, come un grande gioco per tutti, non una esangue ed intellettuale messa in scena per colti e raffinati esperti dal sorriso congelato in smorfia di sufficienza. Sì, lo so, sbaglio, non le faccio cogliere magari le finezze, taglio via con l’accetta, farei inorridire i veri intenditori. Ma i Micheli non sono a portata d’orecchio, stanno dando pareri sulla tecnica per le cabalette altrove, o decodificano bicchieri di whiskey, e se io svacco anche un po’ nessuno mi sgrida. Così, invece di presentargliela come una penitenza o un dovuto ma forzoso omaggio alla cultura che si deve immagazzinare per far figura in società, gliela racconto come pare a me, l’opera, e mentre le spiego la trama e illustro l’evolversi della complicata vicenda fra Gilda, Maddalena, la contessa di Ceprano e i vari cornuti che il Duca dissemina allegramente nel corso di tre atti, le faccio sentire i mozziconi d’arie, il Ca-ro-no-me-chel-mio-còr che cambia come una cartina di tornasole a seconda di chi lo intona, perché con la Sutherland è proprio il sospiro di una sedicenne persa nel primo amore, trillante e zuccheroso, e cantato dalla Callas è invece una cosa che già senti piena di passione pericolosa, un t’amo e sono capace di ammazzarmi, che, per quanto dolce, avverti un brivido e capisci già che va a finir male.

Marianna ascolta, ed è già tanto. Il broncio non sparisce, ma almeno diventa più dubitoso. Alla fine mi chiede, molto perplessa ma possibilista: “Ma tu dici che mi diverto, anche?”

Sì, Marianna. Anche sì.

PS: Quasi quasi, dopo il successo con la nipotina, inauguro una sezione di Badilate di Cultura dedicata all’opera. Non da esperta, eh. Diciamo “Opera for dummies”. I veri esperti non mi massacrino: sono invitati a collaborare, ovviamente. :-)

didone

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.

Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.

Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.

Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”

Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”

Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.

Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.

Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.

Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.

Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.

Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.

Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.

Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.

Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.

E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.

Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.

Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

H.Purcell, Dido and Aeneas: When I am laid in Earth.

corsetto

I dibattiti interessanti, spesso, nascono dai particolari, ed è giusto: se il Diavolo sta nei dettagli, è proprio sul piccolo dettaglio trascurabile che ciò che non si vuol dire si rivela. Lo sapeva bene il vecchio Sigmund, che i lapsus, e non gli occhi, sono lo specchio dell’anima.

Il mio post L’educazione televisiva ha avuto una valanga di commenti (tutti civili, per altro: grazie, fa piacere sapere di avere lettori intelligenti ed educati in questo blog).

Me l’aspettavo. In Italia la televisione è come il calcio, uno sport nazionale, e non a caso il massimo dell’italianità conclamata si raggiunge quando si guarda con gli amici una partita in tv.

I commentatori si sono divisi, grosso modo, in due partiti: chi condivideva l’assunto di base del mio articolo, e cioè l’osservazione – osservazione spicciola, priva di risvolti pesantemente moralistici, almeno da parte mia – che la mia generazione è venuta su davanti alla tv commerciale, e perciò ha assorbito inconsciamente una serie di modelli culturali che ora continua a mettere in pratica, spesso senza neppure accorgersene; e chi invece sosteneva che, se noi trenta/quarantenni ci siamo lasciati abbindolare dai modelli proposti dalla tv di allora (validi anche oggi, e anche un po’ peggiorati nel frattempo) non possiamo incolparlo ad altri, ma solo a noi stessi.

È divertente vedere come, partendo da un tema se vogliamo molto marginale – che si potrebbe riassumere in: “Se considero mitiche le tette di Tinì Cansino è per mio gusto personale o per colpa della società?” – si possono osservare riformarsi due correnti ideologiche che permeano il nostro mondo e lo dividono, e che potremmo a grandi linee definire sì, e a buon diritto,“di sinistra” e “ di destra”: è tendenzialmente di sinistra porre l’accento sul fatto che il “gusto” personale si forma attraverso la pressione sociale del gruppo, e che tale pressione è spesso così pervasiva da impedire all’individuo di sottrarvisi, quindi costringendolo a “scelte” che solo in apparenza, appunto, libere o addirittura tout court “scelte” sono; è tendenzialmente di destra, invece, ridurre tutto alla scelta dell’individuo, e quindi addossargli la esclusiva colpa (o accreditargli il merito) della sua riuscita sociale e/o umana.

Personalmente non condivido in toto nessuna di queste due impostazioni: tenacemente individualista, sono affezionata al concetto di responsabilità personale: vedere in ogni decisione dell’individuo soltanto un riflesso di ciò che la società gli impone è cosa che giudico umiliante: affranca dalla colpa, ma toglie anche ogni merito, ed io sono vanitosamente portata a considerare i miei successi come, almeno in gran parte, miei. Sono però ben conscia che il sistema di valori cui l’individuo fa necessariamente riferimento nell’atto in cui deve prendere una decisione per la sua vita non cade dal cielo, ma è il prodotto storico della società e della cultura in cui l’individuo è immerso: le azioni del singolo, in realtà, non sono astrattamente “buone” o “cattive” in sé, ma sono reputate “accettabili” o “non accettabili” dal gruppo umano in cui si è inseriti: per questo capita che l’omicidio, condannabile sempre se commesso dal singolo, non lo sia altrettanto se avvallato dallo Stato, per cui il boia della Contea o il soldato non sono considerati uomini dal comportamento riprovevole anche se ammazzano loro simili; che alle donne del gruppo sia consentito o non consentito un certo margine di liberà sociale e sessuale, e così via. Il collante della società e del gruppo umano è il bisogno di approvazione: il membro del gruppo che viola le regole in vigore sa che verrà emarginato dal resto di coloro che ne fanno parte: se ha una personalità abbastanza forte sopravviverà a questo isolamento, e potrà, tramite il proselitismo, ad esempio, addirittura ribaltare la situazione a costringere il gruppo ad adottare il suo stile di vita; altrimenti la selezione darwiniana farà il suo corso, e l’individuo emarginato sparirà dal contesto sociale, andando ad infoltire il gruppo dei visionari martiri e dei rivoluzionari falliti.

Pur avendo una certa simpatia per la visione individualista, sono anche conscia che essa si basa su una aporia iniziale, ovvero l’idea che l’individuo possegga in partenza un carattere così forte e determinato (ed informato sulle possibili scelte alternative da compiere) da poter decidere scientemente di sopravvivere alle pressioni sociali del gruppo, laddove egli ritenga che i valori del gruppo lo spingano a compiere azioni riprovevoli o anche solo inutili e sciocche. È una aporia che ci trasciniamo dietro fin dall’evo antico: se già gli Stoici dicevano convinti che il destino dell’uomo è il suo carattere, non era poi ben chiaro però come e perché questo carattere si fosse formato nel singolo, anzi proprio così e proprio in quel singolo particolare. Gli Stoici, e tutti i loro seguaci più moderni, hanno cercato di giustificare ciò con il determinismo, che oggi, di settimana in settimana, pare ricevere nuove conferme dall’individuazione di geni che, nell’opinione comune, diventano responsabili di ogni comportamento o inclinazione, dalla omosessualità alla tendenza alla scappatella coniugale.

Risolvere così l’aporia implicita è però darsi la zappa sui piedi da soli: o l’individuo in grado di opporsi alle regole della società nasce con una predisposizione genetica a farlo, e pertanto non si può parlare di vera e propria scelta da parte sua (fanbrodo anche il merito, quindi, e porte spalancate alle derive superomistiche di razze e individui superiori da selezionare in laboratorio), o l’individuo sviluppa la tendenza alla ribellione verso le regole perché la società a quel punto lo forgia a questo scopo, facendogli capire che è pronta ad approvare e seguire le sua ribellione: anche in questo caso il suo personale merito è quindi molto relativo – sarebbe circoscrivibile ad una forma di “intuizione” istintiva o addirittura di “illuminazione”mistica-  e quindi siamo daccapo. In realtà, se le si va ad analizzare nel profondo, sia l’individualismo spinto sia l’idea della società che plasma sono due ideologie che, alla fin fine, non lasciano ai singoli grandi possibilità di scelta: se la società ci plasma in tutto e per tutto, non vi è spazio di manovra per una reale volontà individuale indipendente, e noi siamo esclusivamente ciò che le circostanze di noi fanno; se però si crede nella capacità del singolo di affrancarsi dagli influssi della società e di costruire le cose per sua esclusiva volontà o merito, indipendentemente dalle condizioni di partenza (il che vuol dire che se fallisci, sono cazzi tuoi, nella migliore tradizione liberista), si deve ammettere l’esistenza di individui di serie A, in grado di pensare autonomamente e di imporsi sigli altri per una qualche forma di intrinseca e non controllabile inclinazione, ed altri di serie B, douloi physei come direbbe Aristotele, cioè per natura pecoroni.

La via per tentare di uscire dall’impasse – sottolineo, tentare di uscirne, non risolverlo – è ragionare sui modelli culturali: la società propone all’individuo una serie di modelli culturali, alcuni minoritari altri largamente diffusi; garantendo all’individuo l’accesso alla conoscenza di questi diversi modelli, quindi dandogli la possibilità di entrare in contatto con loro indipendentemente dalle sue condizioni di origine, gli si offre la possibilità della scelta individuale. E ovvio che, perché ciò si realizzi, l’individuo deve essere in grado di capire che ogni modello culturale proposto è appunto solo questo, un modello fra i tanti possibili. É quindi necessario che l’individuo sia stato preventivamente istruito dalla società stessa che esistono una serie di modelli alternativi in concorrenza, e che è suo compito scegliere quello che ritiene più valido.

In realtà, in questo caso, siamo ancora in pieno impasse: una società di questo tipo, cioè democratica, è anch’essa fondata sul bisogno di approvazione e su un circuito chiuso: forgia individui che sono convinti di essere approvati come uomini di successo solo se scelgono consapevolmente quale fra i modelli proposti ritengano migliore. L’aporia non è risolta, solo abilmente mascherata: la possibilità per loro di scegliere fra vari modelli è data loro, ma questa scelta è consentita solo all’interno della impalcatura democratica della società, da cui non possono uscire se vogliono rimanere membri a tutti gli effetti del gruppo. Anche la democrazia è un paradosso, fondato su un assunto che non è, alla fin fine, democratico: ma non abbiamo saputo per ora trovare di meglio, e il meno peggio, in questo caso, è sempre più accattivante del peggio e basta.

Ho trentasette anni.

Quando ne avevo undici cominciavano a comparire le reti private in tv. Prima avevamo solo due canali della Rai (il Terzo Canale era un fantasma evanescente la cui esistenza era materia di leggende metropolitane), e la Tv Svizzera, che mandava noiosi documentari sulle montagne innevate.

La mia generazione è la prima ad essere cresciuta guardando Canale5, Italia1, Rete4.

A dodici anni, a scuola, si ripetevano i tormentoni di Faletti, Beruschi e D’Angelo. Vastano ci spiegava che l’unica università davvero figa era la Boccoooooni, e Braschi iniziava noi bimbi di provincia, che non avevamo mai visto un Moncler, all’estetica paninara. Non c’era una conversazione che non finisse con un “Hassss Fidàn-kennn” o un “Thank you Very Grazie!”.

A quattordici anni noi ragazzine eravamo tutte disperate, perché non avevamo un décolleté come quello di Tinì Cansino: le più sveglie si andavano ad informare dal chirurgo plastico quanto costasse una operazione.

A diciotto o poco più divennero dee le Veline, che avevano seni meno prorompenti, ma, ahimè, gambe da gazzella molto più longilinee. I nostri coetanei, anche i meno sospettabili, sbavano per loro già da qualche anno, quando facevano le ninfette a Non è la Rai.

Dai dieci anni in su, praticamente da quando ero uscita dalla fase in cui si imparano a memoria le canzoni dello Zecchino d’Oro, ho ascoltato solo la musica che passava per Dj Television: ho conosciuto Gazebo, i Duran Duran, gli Spandau Ballet per la mediazione di Gerry Scotti. La messa in onda del film Sposerò Simon Le Bon (che da noi, nelle sale, non era uscito) fu un evento epocale seguito con le amiche, tramite apposito gruppo d’ascolto.

A parte Heidi ed Atlas Ufo Robot, tutti gli altri cartoni animati, da Lady Oscar ai Puffi, li ho seguiti su Italia1: li introducevano Uàn e Paolo Bonolis. Guai a perderne una puntata, o si era esclusi da ogni conversazione fra amici: non era pensabile non sapere come, la sera prima, i cugini di Hazard avessero buggerato, per l’ennesima volta, Rosco e Boss.

Più grandicelle, noi ragazze sapevamo che le sfilate da non perdere erano quelle su Nonsolomoda, e sognavamo un giorno di abitare in case arredate come quelle che si vedevano lì. Erano ville ed appartamenti meravigliosi, molto simili a quelli dove avevamo visto muoversi i protagonisti di Dallas e Dynasty, quando eravamo piccole.

La nostra vita sentimentale si giocava sulla falsariga di quella di Brenda e Brendon, di Beverly Hills, o si ispirava, per le più grandicelle, a Melrose Place.

I nostri genitori ci lasciavano davanti alla tv commerciale con beata incoscienza: loro, al massimo, erano cresciuti con la democristianissima Rai di Carosello, e pensavano che la televisione fosse rimasta ugualmente inoffensiva e didascalica; poi, a dire il vero, molti di quei programmi piacevano e facevano divertire un sacco anche loro.

Certo, c’era anche altro. Qualcuno leggeva libri, e poi c’era la scuola. Ma i nostri modelli culturali, persino per i più renitenti ad accettarli, venivano fuori da lì: non te li inculcavano, ma li assorbivi così profondamente che ancora adesso, per certi versi, mi rendo conto di averli assimilati, e stanno tutti lì, Under my Skin, come agenti in sonno pronti a risvegliarsi al minimo input.

Sono cose subdole, i modelli culturali che fai tuoi senza accorgertene: subdole e fetenti, perché sono quinte colonne e ti lasciano senza difesa. Ti credi una donna consapevole, critica, libera ed autonoma: e poi la sera, prima di uscire a cena, ti accorgi che sei vestita sexy come una soubrette del Bagaglino e al tuo uomo, per sedurlo, riserverai i sorrisi e le movenze di una Canalis in sedicesimo. Comprerai dei sandali, quest’estate, con il tacco da dodici adatto a zampettare sul pavé del Billionaire. Chiacchiererai impunemente al cellulare fuori dalla porta di un locale qualsiasi, mentre gli altri dentro ti aspettano e fanno facce irritate come quelle della Merkel en attendant Silvio. Passati i trenta, taglierai (o hai già tagliato) i capelli come la Carfagna.

Quando l’altro giorno Franceschini si chiedeva se gli Italiani avrebbero lasciato educare volentieri i loro figli da Berlusconi, la mia reazione è stata una risata amara. Non c’è bisogno di chiederlo: lo hanno già fatto, da una generazione.

I figli siamo noi.

Il buon selvaggio

Da diverso tempo mi interrogo sulla deriva presa da Ida Magli, donna che non si può dire stupida di certo, ma che nei suoi corsivi sul Giornale sembra ormai la voce fuori campo di un vecchio filmato Luce, di quelli in cui Mussolini trebbiava il grano a petto nudo e i vescovi del Littorio benedivano i gagliardetti. L’ultimo suo articolo, Le società multietniche? Non esistono fa venire i brividi, non tanto per i concetti espressi, ma perché ad esprimere i medesimi è un’antropologa: si prova lo stesso sconcerto, insomma, che sorge spontaneo a rileggere le pubblicazioni di regime in cui grandi nomi della storia antica, della medicina, della dottrina giuridica farneticavano sulla pretesa inferiorità delle razze o deliravano sul filo ereditario che univa l’antica Roma al Foro Mussolini. Quando quelle che dovrebbero essere le migliori menti di una nazione si abbandonano a scrivere cose che fino a pochi anni or sono sarebbero parse eccessive persino in un volantino della destra più bieca, ti prende un senso di assoluto sconforto.

Ce l’ha con la società multietnica, la Magli, quella che Berlusconi – qualche giorno fa, giustificando le motovedette che riaccompagnano in Libia i migranti sorpresi in alto mare – assicurava che non si instaurerà in Italia. Lasciamo perdere l’osservazione ovvia e lapalissiana che se c’è una società per natura portata alle ibridazioni– in quanto frutto di secoli di invasioni– è proprio quella italiana; lasciamo perdere tutta la sovrastruttura, e i richiami all’attualità; analizziamo proprio solo quello che la Magli, antropologa, dice per sostenere le sue tesi. È una intellettuale, la Magli: facciamole dunque grazia di trattarla da tale e vedere se la sua impalcatura regge, o non è l’ennesimo caso di propaganda costruita come un trompe d’oeil, che a vederlo da lontano pare vero, ma se vai a controllare meglio ti accorgi che è fatto solo di due mani d’intonaco ben assestate.

L’incipit scelto ha velleità e quasi pretese scientifiche:

Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura».

Bella frase d’effetto, ma che resta tale se poi non si specifica cosa sia una “cultura”: perché la “cultura”, a quanto ne sapevo io dai miei scarsi studi antropologici, è pur sempre una costruzione sociale condivisa da un gruppo di individui. E dunque se quella di cui fan parte gli individui è una che riconosce loro il diritto ad esercitare la loro libertà individuale, nei limiti in cui questa non interferisce con la libertà degli altri soggetti, ecco che abbiamo una bella società multietnica fatta e finita, in cui, imparando reciprocamente a non pestarsi i piedi, possono convivere Indù e Mussulmani, Animisti delle Conga, Cattolici e altri privi di religione di riferimento. L’impero romano, per dire, era allegramente multietnico fin dalla sua fondazione; anzi, era multietnico prima di essere impero, e in virtù di ciò riuscì a svilupparsi: Roma non era ancora stata fondata, in pratica, che già si apriva ad accogliere Sabini, Volsci, Etruschi, forse perché il suo fondatore, Romolo, intuiva, con la saggezza tipica del bastardo, che per conquistare il mondo un po’ di bastardaggine aiuta.

Che cosa invece intenda la Magli in questo articolo per “cultura” è chiaro invece poco dopo:

Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini.

Dunque, par di capire, nella visione della antropologa Magli, la “cultura” è una “cosa” che ha delle caratteristiche immutabili e date a priori, che passano da una generazione all’altra, immutate ed impermeabili ad ogni contatto con il “fuori”. Per me, che non sono antropologa, ma storica, e quindi sono abituata a vedere lo sviluppo di abitudini e concetti nel tempo, la cultura invece è una cosa fluida, aperta agli influssi esterni, adattabile e capace di cambiare con il mutare delle circostanze e delle generazioni, e proprio per questo è vitale: una cultura ferma, per lo storico, è una roba morta che si avvia al declino, e rotola via verso di esso tanto più velocemente quanto più si irrigidisce.

Invece per la Magli, antropologa, la cultura è, in buona sostanza, una brocca, che ha una sua forma precisa, e non cambia mai, al massimo cade a terra e si spacca.

Inoltre, si evince dallo scritto, la cultura non è una costruzione sociale, stratificatasi in convenzioni ed abitudini che non hanno però altro valore intrinseco se non l’approvazione del gruppo che le ha inventate: la cultura, pare, ha invece un fondamento “genetico” nella etnia che l’ha creata. Infatti, scrive la Magli, a priori si è in grado di stabilire che una sinfonia di Rossini è “italiana”, mentre Wagner si sente ad orecchio che è tedesco: non è proprio come dire con molta semplicità che gli ebrei sono bravi a far soldi e i neri hanno la musica nel sangue, ma poco di manca.

Ora, dal punto di vista storico e antropologico una costruzione di questo tipo non sta in piedi: è una idea vecchia e superata. Nell’Ottocento storici ed archeologi identificavano cultura e etnia, con il bel risultato di moltiplicare enti senza necessità: ogni volta che da uno scavo saltava fuori una nuova forma di brocca o di freccia, era necessario postulare l’invasione di un gruppo di individui arrivati da fuori, ed ogni oggetto originario di una certa area era considerato sicuro indizio di stanziamento da parte di popolazione da lì proveniente. Se le culture fossero delle robe così, impermeabili ed immutabili agli influssi esterni, un archeologo del futuro, trovando nelle nostre città traccia dei McDonald, dovrebbe dedurre che c’è stata una invasione di Statunitensi in Italia, perché solo gli Statunitensi possono mangiare hamburger e patatine sfrigolanti di strutto, e desumerebbe senza dubbio una presenza di genti del Sol Levante in ogni cucina dove si trovi un wok. Un’assurdità, come sa ogni genitore di figlio italianissimo che ahimè si strafoga di junk food e ogni quarantenne vittima di amici/amiche che usano il wok anche per scaldare la camomilla.

Le culture (quelle vitali, almeno) sono per loro definizione permeabili agli influssi esterni, che assorbono e metabolizzano nel tempo. Forse è questo concetto quello che ci frega: le culture hanno bisogno di tempo, e questo è l’unica cosa che scarseggia nella nostra epoca odierna, abituata al tutto e subito. Si pretende – da Sinistra e da Destra, con uguale dabbenaggine – che noi siamo pronti a confrontarci con l’altro, il diverso da noi, dalla sera alla mattina, e soprattutto si pretende che l’altro arrivi in casa nostra uguale a noi, preciso preciso, mentre questo, anche per i più volenterosi, è un processo che dura e necessariamente deve durare, ed è sempre e comunque lento e doloroso anche per coloro che sono più motivati ad affrontarlo. È però destinato alla lunga ad avere successo, perché il mutuo scambio funziona nei due sensi di marcia, a dispetto di qualsiasi barriera gli stessi individui dei due gruppi in contatto cerchino di frapporre: il tempo, a seconda dei punti di vista, è un galantuomo o una gran carogna, ma, sta di fatto, alla fine ha sempre la meglio.

La cultura per sua natura non sta mai ferma e si evolve, assorbe input esterni e li fa propri, in un processo lungo e faticoso, che può durare anni, generazioni, secoli, ma che non ha pregiudiziali “genetiche” o “etniche”, né può averle, perché, nel momento in cui le abitudini di vita “italiane” venissero cambiate, anche profondamente, da quelle copiate o assunte dagli “stranieri”, anche gli “stranieri”, per quanto refrattari ai modi di vita “italici”, non sarebbero a loro volta più “puri”, ma ibridati, e tutti quanti finirebbero col dare vita ad una nuova cultura, che avrebbe caratteristiche neppure “miste”, ma semplicemente diverse e terze rispetto a quelle di partenza.

Del resto, anche gli stessi Italiani mutano al mutare del tempo, e la pretesa “italianità” che la Magli pretende sia difesa è concetto scivoloso e scientificamente indifendibile. Se l’italianità è la sinfonia di Rossini, o la capacità di scrivere opere di Monteverdi e versi di Petrarca, come dice poco dopo nel prosieguo della tirata la nostra antropologa, allora gli Italiani di oggi di Italianità ne han pochissima: non perché siano incapaci di comporre sinfonie o poetare, ma perché i loro prodotti sono per forza diversi da quelli di Monteverdi e Petrarca, essendo l’Italia di oggi diversa da quella di allora. L’Italianità, se mai esiste, è qualcosa in continuo mutamento persino fra gli Italiani: cinquant’anni fa la mentalità comune italianissima tollerava a stento una donna in pantaloni o in bikini, e la marcava come ragazza facile succube di modelli culturali alieni al Bel Paese: oggi cose del genere non vengono credute, quando le si racconta. Siamo meno italiani oggi?

Che, dunque, dovremmo difendere dallo straniero che c’invade, signora Magli? Le nostre abitudini, che, a quanto mi consta, nessuno straniero ci ha finora mai chiesto di mutare? In nome di cosa dovremmo chiudere le frontiere, impedire l’iscrizione degli extracomunitari nei nostri uffici anagrafe e nelle nostre scuole? In nome di quale cultura dovremmo arroccarci in casa come assediati, vedere un nemico  invasore ad ogni angolo di strada? In nome della nostra pretesa “cultura” da difendere o per via di una semplice, ancestrale, irrazionale e fottutissima paura del nuovo che, a quanto pare, né le lauree né le cattedre di antropologia servono a tenere sotto controllo?

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