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Sacconi: Per i giovani, la crisi sarà una salutare sferzata.

Berlusconi ha il lettone di Putin, lui preferisce il sadomaso.

Sia chiaro, però: al Pdl piacciono le fruste, ma le manette no.

Il Papa: i disoccupati non perdano fiducia.

A lui, per esempio, se cade ancora servirà una badante.

L’Italia, assicurano, non è uno Stato Etico.

In effetti, ormai sembra più che altro uno Stato confusionale.

Quel che è buono per la Fiat è buono per l’America.

spaghetti-b

Si sa com’è, l’uomo è ciò che mangia. Devono aver pensato questo, a Lucca, gli amministratori locali del Pdl, che, con il dichiarato intento di preservare la cultura locale in tempi di crisi, hanno vietato l’apertura, in centro storico, di nuovi locali di “etnie” diverse dalla lucchese. Niente hamburger, niente kebab, ma, assicurano, neppure pizzerie al taglio veloci, e neanche, a leggere la Stampa, Sexy shop (e qui, confesso, mi perdo un poco: passi la pizza al taglio, perché storicamente non si può giustificare Lorenzo il Magnifico che addenta una margherita, ma Lorenzo il Magnifico che ci prova con una Margherita qualsiasi me lo riesco ad immaginare sì, e anche facilmente, e dunque?).

Liquidare l’iniziativa come una solenne stupidaggine è fin troppo facile, se non altro perché apre derive future degne di Ionesco. Il Pdl pare che abbia invitato anche gli amministratori di Forlì ad adottare una delibera simile, e spera, par di capire, che questa tendenza si allarghi a macchia d’olio (d’oliva doc toscano solo entro i confini della Tuscia, beninteso; le regioni del Nord dovranno limitarsi a sperare che scivoli sul burro di malga). Immagino future ronde di vigili pronti a multare gestori che offrono ai clienti krapfen a sud di Bolzano, o piadine in autogrill del Brennero; negli stessi autogrill, poi, il celeberrimo panino “Camogli” sarà possibile ottenerlo solo se si è entro i confini liguri: se lo cerchi a Chioggia, sarai passato per le armi, perché scatterà l’aggravante di essere un traditore della Veneta Repubblica.

Ma le piccole idiozie sono spesso il sintomo più evidente e più sincero di quelle grandi. E vietare l’apertura di un bar o di un ristorante che offra piatti di altre culture ai suoi clienti è la punta dell’iceberg di una mentalità che ormai confonde, quotidianamente e in campi ben più seri, il naturale affetto per le proprie abitudini con la paranoia.

Chi pretende di vietare tutto ciò che è in contrasto con la tradizione lo fa, a suo dire, per tutelare la pretesa “identità” del suo popolo; sente come un mortale affronto qualsiasi cosa non faccia parte delle abitudini che lui immagina siano comuni a tutti. Ha, della cultura di un popolo, una visione piuttosto limitata, perché la riduce unicamente ai comportamenti e alle credenze più diffuse, o a quelle che lui reputa tali. Questo paladino dell’identità forte ha una visione assai debole, poi, in pratica, di questa stessa identità: a mandarla in crisi basta infatti una monata qualsiasi: un musulmano che s’inginocchia in pubblico verso la Mecca, un ateo che si fa propaganda sul bus, un ragazzotto che, nella pausa mensa, pretende di mangiarsi in fretta un involtino primavera o un kebab. Il difensore della Tradizione, in realtà, crede più che altro nella media statistica, ma la eleva a Verità rivelata e non criticabile: se la maggioranza crede o apprezza una determinata cosa, sia la polenta taragna o il cristianesimo, chiunque si discosti da questa statistica anche di poco – per esempio, non ami la polenta – è un soggetto pericoloso. Va tenuto sotto controllo e soprattutto gli va impedito di far proseliti, perché permettergli di dire in pubblico che la polenta taragna non è buona o che lui preferisce e mangia le patatine con il ketchup è offendere le più sane ad antiche tradizioni del Popolo e della Nazione.

Inutile tentare di spiegargli che l’identità di Popolo e di una Nazione sono una cosa fluida, magmatica, anzi che l’identità spesso, quando è costruita bene e funziona, è come un palazzo antisismico: può prendere scosse anche forti, ma si assesta da sé e non crolla. Le identità forti i colpi secchi li incamerano e li attutiscono, delle piccole scosse di terremoto non si accorgono neppure; se s’apre poi una crepa, non solo la richiudono tosto, ma usano il pretesto per costruire una nuova ala dell’edificio, più in stile con i tempi nuovi e più spaziosa.

I tradizionalisti vivono invece con una perenne sindrome da assedio, come se ogni scricchiolio fosse sicuro presagio di un crollo definitivo, non solo il rumore di chi sta masticando un hot dog. Della capacità di tenuta della loro cultura e della loro identità non hanno grande stima, in fondo: la sentono come precaria, debole, incapace di difendersi da sola e di sviluppare anticorpi che la preservino in vita. E allora s’intignano su ogni cretinata, come se cambiando un’unica virgola in una sola frase di un lungo romanzo, o una sola nota in una sinfonia, l’intera opera si trasformasse di colpo da capolavoro in ciofeca. Non riescono a capire che la cultura non è un canone, ma una sintesi, e che le sintesi hanno bisogno, per continuare a formasi, di input nuovi dall’esterno. Che una cultura che si autopreserva uguale nei secoli finisce per insterilirsi e decadere, che se l’uomo non avesse accettato la sfida del nuovo e adottato abitudini diverse sarebbe ancora dentro le caverne a spaccar pietre di selce, non seduto in un bel ristorante del centro di Lucca ad ordinare un italico piatto di spaghetti.

Che, detto per inciso, sono cinesi d’origine, guarda un po’.

diavoletto

Padre Gabriele Amorth chiarisce: “Dietro alla crisi Alitalia c’è il Demonio.”

Il Diavolo non fa più le pentole, ma gli aerei.

Sempre secondo padre Amorth, il diavolo è responsabile anche della crisi economica mondiale, poiché suggerisce agli operatori del settore scelte sbagliate. Sollievo nei principali atenei americani: “Noi pensavamo di aver semplicemente fatto laureare una massa di coglioni.”

Il Diavolo conferma: “In effetti, mi ero rotto di passare il tempo a scrivere i romanzi di Harry Potter.”

Pronte le contromisure di Tremonti: niente aiuti alle imprese, ma un piano per l’assunzione di esorcisti di Stato.

Anche il Tg1 si adegua immediatamente: invece di leggere l’indice Mib, d’ora in poi a fine telegiornale si recita il rosario.

Preoccupati, gli operatori della Borsa milanese chiedono al Vaticano di suggerire un santo protettore. Fra i favoriti, mons. Marcinkus.

Sulla vicenda interviene anche Giulio Andreotti: inutile l’allarmismo. Per fermare un diavolo che intruglia con le banche non servono esorcisti. Basta offrirgli un caffè.

Del resto, è comprensibile che il Diavolo cerchi di arricchirsi in borsa. Con quello che costano gli abiti di Prada, via!

ardengo-soffici-natura-morta

Fabio, il mio fruttivendolo, è un ragazzo giovane. Cioè, giovane: avrà la mia età, che in tutti i paesi del mondo viene considerata adulta, ma in Italia no, è poco meno che un’infanzia appena finita.

Per fine anno la sua bottega è uguale a sempre, e già questo è un indizio: me la ricordo, gli anni passati, come un tripudio di lustrini mischiati alle confezioni di frutta secca. Quest’anno, invece, no. Sì, la frutta secca c’è, ma ha un’aria defilata. È relegata di lato al banco, suddivisa in sacchettini piccoli, manco fosse un metallo prezioso; ha l’aria di chi si scusa per il prezzo e trova giusto un po’ vergognarsi, proprio come fanno i ricchi a Natale. Le ceste natalizie manco si fanno vedere, i trionfi di leccornie sono stati sfrattati da quelli di cavoli. Che poi, quando guardi il cartellino, ti accorgi che costano quasi come le passate leccornie, le verdure odierne, ed è per questo che restano lì invendute, perché un’insalata di radicchio sarà molto chic, ma sazia pur sempre, e solo, come un’insalata.

I clienti entrano guardinghi e guardinghi rimangono per tutto il tempo: gli occhi si spostano dall’ortaggio alla bilancia, a controllare, nascostamente, che nel tragitto fra la cassetta e la pesa non venga aggiunto un grammo in più del dovuto: sospettano di ogni goccia d’acqua che vedono grondare dalla foglia, ché fa tara anche quella, e mica vogliono pagarla in più. I vecchietti, di solito, nel farlo sorridono, con un’aria mite, come a dire al ragazzo: “Mica che dubito di te, eh: è che proprio non me lo posso permettere..”.

Fabio capisce, sorride di rimando; è una persona sensibile, per niente bottegaia, pur avendo bottega; così, quando vede che è troppo, trattiene quel riflesso pavloviano dell’esercente che il padre gli ha insegnato fra i primi trucchi del mestiere, il “lascio?” sussurrato con fare finto gioviale, come una specie di allegro ricatto alla clientela. Non chiede, e nemmeno lascia, toglie il di più in silenzio: se qualcuno vuole quattro etti, quattro etti gli arrivano in borsa. I vecchietti gli sono grati per quella umiliazione risparmiata, l’imbarazzo di dover confessare, a voce alta, di fronte agli altri estranei in fila: “No, ne prendo solo due, tre non posso.” Poi aprono il borsellino e contano i centesimi con una lentezza esasperante, tanto che ti chiedi se non sperino che, andando piano, magari le monete abbiano il tempo, là dentro, di riprodursi.

Ma l’ispezione del portamonete tocca tutti, ormai. Anche le massaie più giovani, che arrivano con la grinta di chi deve prepararsi al cenone, cioè l’occasione mondano-familiare dell’anno, non sono più in gran spolvero. Paiono precise agli anni passati, quando le vedi entrare con passo di gran carriera, come se fossero reduci dalla prima tornata di compere, e in transito verso un altro defatigante tour spendareccio. Ma se le spii da vicino ti accorgi che i segni della crisi hanno lasciato tracce anche su d loro: la borsetta luiviuttòn o è vecchia o, mancando di qualche lucchetto, denuncia la sua provenienza da bancarella marocchina; la pelliccia è un po’ spennacchiata e i capelli, i capelli sono sì sempre dello stesso colore, ma un punto più sbiadito, perché la tinta è stata fatta in casa, affidandosi non alle mani di un parrucchiere, ma a quelle di sorelle o suocere.

I discorsi sono quelli di fine anno: “E tu, dove vai, a casa o in montagna?”

Ma la risposta è: “A casa! A casa!”

Sarà un San Silvestro di case piene, e illuminate con parsimonia; in cui, se qualcuno esce, è per andare a trovare, al massimo, il vicino di pianerottolo, per un brindisi sulle scale. C’è chi dice che è il freddo, chi ha il bambino piccolo, chi il genitore anziano, o un’invasione dei parenti impossibile da evitare, chi si appella ad una generica poca voglia, o al non aver fatto in tempo ad organizzarsi in altra maniera. Scuse, che si dicono mentendo con la consapevolezza di mentire, perché i parenti, i bambini, la poca voglia e gli intoppi ci sono tutti gli anni, ma gli altri si superano, e questo no. Ci sono periodi che van così, e questo è uno di quelli: di quelli in cui sai che non puoi far altro che attendere che se ne vadano da soli, leccandoti le ferite o cercando che te ne facciano il meno possibile. Sono tempi così, faticosi e un po’ malinconici, in cui anche il festeggiamento ti stanca, e l’allegria obbligatoria sono più pesanti da fingere che nel passato.

Sì, brinderemo, come sempre, affacciandoci dai poggioli, scendendo in strada allo scoccare della mezzanotte, con il consueto sorriso e il calice in mano alzato verso il cielo. Ma, più che per salutare l’anno nuovo, lo faremo, mi sa, per controllare che quello vecchio si sia proprio deciso a finire.

shopping

Linda Sbezzolon e Nadia Bellotto dacché si conoscono, cioè dai tempi della scuola elementare, si odiano. È una di quelle antipatie istintive che nascono a prima vista e non si rimediano mai, perché sono tanto viscerali che si farebbe prima a strapparsi il fegato che rinunciare ad un odio così naturale, così spontaneo, che fa parte di te; ma poi negli anni si trasforma anche in politico e in sociale, e trova altre motivazioni, più razionali e ideali. Perché Linda viene da una stirpe di commercianti, ed è cresciuta negli agi, e Nadia invece da una schiatta di contadini che sono riusciti ad uscire dalla miseria spaccandosi la schiena nelle fabbriche, e ancora nelle fabbriche stanno.

Linda Sbezzolon è alta, con i capelli di quel biondo veneto di innaturale splendore, che deve tutto all’incaponimento del parrucchiere; gli occhi verdi, verdissimi, sarebbero ancora belli, nonostante i cinquant’anni ormai irrimediabilmente raggiunti, se non si intestardisse a tenerli bistrati di matita nera, modello Cleopatra ancora in cerca di un Giulio Cesare che se la raccatti. A Spinola ha una boutique, cioè un negozietto con la vetrina zeppa di cianfrusaglie e manichini agghindati nelle fogge più inconsulte. Vende, in buona sostanza, vestiti brutti a prezzi assurdi, e accessori assurdi a prezzi che lasciamo stare. La mattina arriva davanti alla sua vetrina, parcheggia la macchinetta ridicola che guida – una di quelle utilitariette molto chic che fanno signora bene e paiono costruite con gli scarti dei mattoncini lego – tira fuori le chiavi dalla borsa arricciata luivuittòn, si tira giù dal collo la pashmina di gucci o di versace, e apre il suo regno fatto di gonne spendagliate, jeans strappati, giubbini che strizzano la vita e mantelline ricoperte da peli di povere bestie sacrificate all’estetica contemporanea.

Nadia Bellotto è operaia specializzata in una azienda della zona. È quadrata come una pressa e anche lei bionda, ma con una capa di spinaci in testa che sanno di lavaggi fatti in casa e tinte a poco prezzo, un culo così ampio che sarebbe in grado di fare da solo non tanto provincia, quanto regione autonoma, e dà il meglio di sé quando la proprietaria lo fascia in jeans stretti, e con l’aggravante di strass, comprati al banchetto dei cinesi.

Descritte così, si dovrebbe far presto a scegliere da che parte stare: ricca contro povera, signora contro proletaria. Non fosse che nella vita le cose non sono mai così semplici, né così nette come nell’ideologia.

I cinquant’anni di Linda sono segnati da tante cose, non tutte piacevoli. Un marito che l’ha piantata dall’oggi al domani, lasciandole come ricordo una marea di debiti fatti e non pagati; un figlio che studia, da sempre e ovunque, senza portare poi a casa uno straccio di laurea, mai; una figlia che ha avuto un bimbo, sì, ma s’è dimenticata di sposarsi con il compagno, anche perché il compagno è ancora sposato con un’altra, e questo per la madre è sempre causa di gran preoccupazione, non per un malinteso senso di moralismo, ma perché son pensieri. Linda non è propriamente un’aquila, no. È superficiale, vanesia, alle volte irritante per quel suo fare da bambola invecchiata e le pose da eterna ragazzina. Eppure, quando la vedi arrivare la mattina e scendere dalla sua macchinetta, curata e a posto, sempre con un tocco di allegra incoscienza nel fondo degli occhi, ti chiedi se, in fondo, non sia proprio quel po’ di sventatezza a permetterle di sopravvivere ai marosi della vita: non rendersi conto fino in fondo di un disastro è un modo come un altro per passarci sopra, senza farsene risucchiare.

Neanche la vita di Nadia, per carità, è stata un ballo di carnevale. Lavora in una azienda alimentare, ed è responsabile di reparto. Ma ha uno stipendio decoroso, il marito lavora anche lui in una fabbrica al riparo da crisi, i figli pure, perché grazie alle conoscenze del padre sono stati assunti subito; vive nelle ex case popolari, ma il quartiere, tutto sommato, è carino, la casa grande, e alla fine l’ha potuta riscattare per un prezzo ragionevole, divenendone padrona. Non nuota nell’oro, ma neanche è nella miseria: i figli han sempre avuto le vacanze in montagna a Natale, i corsi di tennis, sci, danza; non hanno studiato perché non hanno voluto, si sono potuti permettere viaggi alle Maldive e a Sharm, e, anche oggi che si tira un po’, più per preoccupazione che per reale allarme, continuano a pagarsi le lampade uva, perché se non si va ai tropici l’abbronzatura si deve comunque mantenere, dài.

Nadia, sì, ecco, forse Nadia non si è mai permessa niente per rendersi felice, non un giorno alle terme, non una seduta dal parrucchiere, non un giro di manicure o un vestito, tiè, di firma. Ma mi sono sempre chiesta, e non so rispondermi, se questo suo mortificarsi non fosse soltanto dovuto alla mancanza di soldi, quanto alla inconscia volontà di mantenersi arrabbiata con il mondo. Quando te la vedi venire davanti con la faccia perennemente rincagnita e scura, la fronte aggrottata e la giaculatoria di lamentele pronta ad esplodere contro tutto e tutti, in maniera indiscriminata, ti viene sempre da domandarti quanto in quella sofferenza sia reale e quanto una specie di guscio in cui si nasconde, per poter giustificare un malessere solo suo contro gli altri, che prescinde dai casi della vita e dal denaro o dalla classe sociale.

Ieri le ho viste tutte e due, nel nebbioso struscio di una domenica prenatalizia al tempo della crisi economica. L’una era dietro il bancone della boutique, sola, perché la commessa che di solito assume per il periodo festivo quest’anno non se la può permettere più. Era seduta, vestita come al solito con qualcosa di stravagante e costoso, ma pareva ci si fosse imbozzolata dentro, per proteggersi, in un negozio che rigurgitava di merce e latitava di clienti, e fissava un mucchio di conti e di ricevute, con lo sguardo sgomento di chi sa che deve trovare il modo per farle quadrare, a fine mese, ma non ha la più pallida idea di come riuscirci.

Nadia era fuori dalla vetrina, che la guardava, con addosso il suo giaccone fatto di codini di visone, che già era brutto nuovo, figuriamo ora che ha un secolo, e a stento le copriva i fuseaux attillati, fascianti le gambe cicciotte.

Non ride più, la signora! Adesso che è tempo di crisi, la deve patire anche lei, finalmente.” ha sibilato con una ingiustificata carica di malevolenza, spiando l’altra attraverso la vetrina, e se ne è andata trascinandosi dietro i tre sacchetti di regali che aveva comprato.

E io, non so, forse era per la nebbia che confondeva ogni cosa, forse per lo spaesamento di questo nostro periodo, ma mi sono domandata sul serio, in quel preciso istante, da donna di sinistra quale sono sempre stata e quale credo ancora di essere, chi fra le due fosse la più indifesa, e la più debole.

operai-grattacielo

Per raggiungere casa di Sara bisogna navigarlo per bene, il Nordest. La strada si snoda, fra angoli e ghirigori di rotonde, in mezzo a capannoni, ipermercati, palazzotti e ville di nuova costruzione, la cui estetica varia dalla casetta a schiera al vecchio casale rimesso a nuovo, con tanto di cancello in ferro battuto che ci manca solo sopra la corona, manco fosse il palazzo di Dinasty, o, peggio ancora, mostra il travestimento da falso ranch in stile messicano, quasi l’avessero tirato fuori da una puntata mal digerita di Dallas.

È cresciuto male ed in fretta, questo nostro angolo di mondo, con le fabbriche incuneate accanto alle casette in riva al canale, dove un tempo si pescava, e da anni, ormai, si scaricano solo, di straforo, liquami indefiniti. È cresciuto male, ma aveva, fino a qualche anno fa, una sua ruspante allegria.

La sera, alle cinque, quando era ora del cambio turno, passare in macchina voleva dire veder uscire dalle fabbriche gli operai, quasi tutti giovani, alti, muscolosi ed un po’ “tarossi”, come lo sono i ragazzotti razza Piave, che a vent’anni sono tronchi dalla struttura potente e, appena passati gli anta, diventano armadi a muro capaci di fare concorrenza a quelli che tengono in casa, da far schiattare per rabbia qualsiasi ikea.

Venivano fuori a capannelli, abbronzati, l’aria un po’ spaccona e i ciuffi di capelli pietrificati di gel, chi con il giaccone all’ultima moda dal bavero alzato, chi con il completo in pelle, da centauro; montavano sulla macchina o sulla moto e sfrecciavano via, verso lo spritz con gli amici, o la palestra e la piscina, perché pure le fabbrichette si sono informatizzate ormai, la pressa la si vede sempre meno, il lavoro si può fare seduti e quando sta seduta a lungo la razza Piave rischia la pancetta, che mal si combina con l’abbronzatura uva e taglio al gel stile ultimo dei Mohicani.

Ieri sera, forse per la pioggia, forse per l’incipiente malinconia dell’autunno che arriva, invece, tutta quella allegria sembrava scomparsa, evaporata: dai capannoni uscivano piccoli gruppi di operai, ingobbiti e stanchi, con la fretta di chi vuole raggiungere la macchina, sì, ma solo per andare velocemente a casa. I giacconi erano quelli dell’anno passato, il gel fra i capelli sparso a risparmio, le facce pallide con una tendenza al cinereo, quella sfumatura che prende l’abbronzatura stinta, quando il tempo ed i soldi per farti la lampada non li trovi più. I parcheggi battuti dalla pioggia erano semivuoti: guardavo i buchi lasciati da macchine mancanti, e mi chiedevo quante di quelle non occupavano più uno spazio perché il guidatore adesso prendeva il bus, a causa dell’aumento della benzina, o, peggio ancora, non veniva proprio più al lavoro, perché il Nordest non tira come un tempo, e nei capannoni dell’intorno già sono molti quelli che sono stati licenziati, o messi in cassa integrazione. Nulla era cambiato, apparentemente: c’era la fabbrica, c’era la strada, e c’erano di fianco, sulla strada, i suv che correvano, correvano, sotto la luce gialla dei lampioni e quella a colori proveniente dall’insegna del vicino ipermercato, ma era come se ogni cosa fosse smorzata da un velo tetro, appannata, e i gesti, i volti, le parole fossero le stesse solo perché ci si ostina a ripeterle, senza crederci più.

Anche la casa di Sara faceva lo stesso effetto: quello di un ordine che è imposto dall’abitudine, e tenuto su da un malinteso senso di dignità: le stanze erano pulite, però pervase da quell’umidità che si incarogna quando si accende il riscaldamento poco, per risparmiare; sul mobile d’atrio due, e non più tre, i cellulari: uno s’è rotto, gli altri due sono modelli ormai vecchiotti, ma finché reggono non si parla di cambiarli; il frigo, quando lo apre per prendere una bibita da offrirmi, rimbomba di vuoto, e mi sa che stavolta la cronica incapacità di Sara ai fornelli non c’entra nulla con quella penuria.

Sai, è un periodo un po’ così…” dice, e in ogni puntolino di sospensione ci si sente un morso d’angoscia. Si sono fatti il mutuo per la casa, per i mobili, e per l’auto: le rate crescono, o ben che vada restano fisse, ma lo stipendio no. O meglio, gli stipendi sono fissi, inchiodati, ma gli straordinari, in fabbrica, che un tempo erano quasi un altro stipendio, Gianluca non li fa più, anzi, grazia di Dio che non lo licenziano, perché si vocifera di tagli, di mobilità; del resto è la crisi, è la recessione. Lei, alle poste, non è in pericolo, ma certo non c’è più nulla di sicuro: se riducono l”organico, il posto magari rimane, ma si rischia il trasferimento chissà dove, spiega con un sorriso tirato, mentre con la mano, come per un riflesso condizionato, cerca di togliere grattando con l’unghia una macchietta dal tavolo della cucina, una piccola goccia di chissacché, perduta nel bianco vuoto di quella penisola ultraccessoriata. Mi guardo intorno, nella penombra di un salotto-cucina in cui è accesa solo una lampada su tre, e il rumore della pioggia che batte sui vetri dà il ritmo di sottofondo alla nostra conversazione. Vicino alla porta, intravvedo uno scatolone da cui spunta un ramo di abete in plastica.

Ah sì, è la roba di Natale. Sai, verranno i miei a mangiare da noi, voglio mettere qualche addobbo…sì, lo so, a me sarebbe piaciuto tanto andare a Sharm, come l’anno scorso, ma che vuoi, in questo periodo non è anda, stiamo a casa, tutti assieme… il viaggio lo faremo l’anno prossimo, magari, chissà…”

Ma si sente che neppure lei ci crede, che quel viaggio sia solo rimandato e non si sia invece ormai trasformato in un ricordo, o in un sogno che non ci si potrà permettere più. Prende una spugnetta, cancella impietosa la macchiolina dal tavolo, con troppa rabbia per avercela solo con una incolpevole goccia, e ho come il sospetto che stia trattenendo a stento, per orgoglio, una lacrima che vorrebbe venire giù. É la lacrima di chi si è riscoperta all’improvviso classe operaia, soggetta a tutti i rovesci dell’economia, dell’arbitrio e della fortuna, e realizza per la prima volta che la classe operaia, quando la fortuna gira, non va in paradiso, e neppure a Sharm el Sheick. Resta a casa, a piangere, se di casa può ancora permettersene una.

Annalisa guarda l’acqua e i suoi occhi sono dello stesso colore della laguna. Cioè dovrebbero essere azzurri, ma in realtà hanno una sfumatura malinconicamente fangosa, perché la laguna è acqua, sì, ma con la sabbia che s’intorbida e si muove di sotto, e gli occhi di Annalisa, oggi, sono uguali: dovrebbero essere limpidi, ma qualcosa, dentro, li rende opachi.

All’Università?” chiedo, girando il cucchiaino nel tè.

Un casino.”

Tagli?”

Guarda, se continua così il prossimo anno non avremo nemmeno la carta igienica.”

Be’, non ce l’avevamo neanche quando c’ero io.” sorrido.

Hai ragione, correggo: non avremo manco più il culo per cacare…”

Scoppia a ridere, Annalisa, perché lei è così: una di quelle donne che possono perdere tutto, ma non il buonumore, tanto che mi pare strano si abbatta a tal punto per la Gelmini, o per le occupazioni, o per i tagli ventilati o certi. L’ho vista affrontare crisi che avrebbero stroncato Hulk: andare all’estero, prendere, partire, tornare, ricominciare daccapo. L’ho vista, soprattutto, rimettersi in piedi dopo uno di quelle sberle che tirerebbero giù un dinosauro, quando, dopo quasi vent’anni di relazione, Giorgio, il suo compagno, dall’oggi al domani l’ha piantata, per una ragazza che aveva vent’anni e che, adesso, deve averne ventuno.

Lui?” mi arrischio a chiedere, infatti, intuendo che dietro quel malessere ci può stare solo una persona.

Be’, ovviamente è con gli studenti… ci vediamo praticamente ogni giorno…”

Ah, è questo, allora..”

Ma no, non è questo! Sai, lui avrei ormai imparato a gestirlo. È lei che non riesco a digerire!”

Chi? La ragazza?”

Eh, sì, porca miseria. É nel direttivo degli studenti, si dà un gran daffare, parla alle assemblee, ha organizzato i sit in, i cartelli, le assemblee, gestisce i rapporti con la stampa, coordina…”

Una rompipalle?”

Macchè! É brava, invece. L’altro giorno ha preso la parola in assemblea, e mannaggia alla miseria, alla fine l’ho applaudita pure io: non solo è giovane e bellissima, ma, sant’Iddio, è pure intelligente, piena di energia, competente! Ma ne avessimo di ragazze così, accidenti. Quando sono uscita dall’assemblea, mi sentivo una merda. Ha vent’anni, ha il mondo in mano, e sa persino come gestirlo. Capisco che Giorgio ci abbia perso la testa: stava ai piedi del palco come un mammalucco, e si vedeva che non capiva più niente. È che vorrei odiarla, ma non mi riesce. La verità è che la ammiro. Per questo sto male.”

Prende in mano la tazza, beve, perde di nuovo lo sguardo nell’incerto orizzonte della laguna, uno sguardo dal colore indefinito e dal fondo un po’ torbido ed amaro.

Il fatto è che quando un uomo ti lascia, e per una donna più giovane, dovrebbe almeno avere il tatto di sceglierla cretina.

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iltwitdiGalatea

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