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Anselmo Pedron ha un problema. Non grosso, ma pur sempre un problema. Da qualche tempo lo si vede girare per Spinola con il consueto cellulare attaccato all’orecchio, mentre latra dentro a quel coso urla più nervose del solito, e tenete conto che, quanto ad urla sputate nel telefonino, Anselmo Pedron non è secondo a nessuno.
Il fatto è che Anselmo a Spinola è un costruttore di case, uno dei più importanti: in meno di cinque anni ne ha tirate su un paese: ville, villette, condomietti, condomini, condominioni. Quando cammina per via e gli capita di incrociare un pezzo di terreno ancora vuoto, o anche un giardinetto o un orto, gli prende allo stomaco un non so che: ma come, ma dài, ma su, non è possibile che questi fessi lascino così infruttifero un pezzo di terra, quando ci si potrebbero ricavare niente niente dieci appartamentini, almeno una casetta a due piani. Per Anselmo la civiltà si costruisce sui mattoni, possibilmente quelli forati, che costano un po’ meno, specie se messi in opera dai muratori romeni privi di regolare contratto, che si possono assumere la mattina e far licenziare al tramonto del sole dal capocantiere, senza che ufficialmente Pedron ne sappia nulla o sia imputabile: e la civiltà occidentale è fatta di case, case, case, che vengono su veloci come funghi, trasformando da un giorno all’altro la campagna in quartieri. Quando le percorre, quelle nuove strade fatte di villette tutte uguali, in stile puffo palladiano, dipinte in colorini improbabili da cartone animato sbiadito e con davanti due metri due di giardinetto in cui ci sta tutto, compreso il sentierino di doppie pietruzze per posteggiare l’auto, la verandina in cui posizionare il tavolo tondo, l’altalena d’estate e tre fili d’erba che simboleggiano il verde della natura, si sente orgoglioso come un uomo che ha fatto il suo dovere nei confronti del mondo e della vita.
È per questo che non si capacita quando il mondo e la vita non gli rendono il dovuto merito per tanto sforzo; anzi, gli impuniti, paiono farlo apposta a creare grane, a mettere i bastoni fra le ruote, a remare contro. Per dire, lui adesso ha un mezzo nuovo paese da mettere sul mercato, no? E che fa, il mondo? Si va ad impelagare nella peggior crisi economica che si ricordi, per di più una crisi che parte proprio dai mutui delle case, così anche le banche si chiudono a riccio, e finiscono col non concedere prestiti neppure a quelli che danno le migliori garanzie di restituirli. Ecchè, si fa così, per Dio? No, casso!rumina Anselmo, nelle sue eterne telefonate vaganti, in cui si lagna dei direttori di banca, e dei contabili, e dei consulenti, a anche dei clienti stessi, che in fondo sono delle mammolette: vengono a vedere le case, girano girano, scegliendo via via quelle più economiche, e poi, quando sentono il prezzo, sbiancano, cominciano ad accampare scuse: che stanno rischiando in fabbrica il posto di lavoro, che in questo momento i soldi sono pochi, che non ce la fanno, no, per quelle somme e quelle condizioni. Ma che, si fa così, brontola Anselmo, quando li sente frignare? Sono giovani, non dovrebbero prenderselo un po’ di rischio, o guardare la vita con sano incosciente entusiasmo? Una casa è una roba che resta poi in famiglia, e un tempo non si andava mica per il sottile, per comprarsela! Ma questi giovani sono così, mollaccioni: non vogliono prendere mica in considerazione di poter tirare la cinghia anni per impiccarsi al mutuo, e neanche hanno alle spalle più genitori che anticipino il grosso della cifra, come s’è sempre fatto. No, egoisti loro e anche i genitori, ormai: vogliono tenere i soldi perché non si sa mai e avere tassi più bassi ed abbordabili! Arrivano persino informati, con tanto di tabelle su Tan e Taeg e nonsisacosa, sicché quando c’è da trattare pare di avere di fronte un ufficiale delle finanza. E intanto le case restano lì, vuote: una infilata di condomietti già lindi e finiti, ma capaci soltanto di ospitare i fantasmi.
Passerà, si dice Pedron, è solo un momento. Ma intanto tenerli lì vuoti, costa. Ogni mese bisogna chiamare i giardinieri, perché quando arrivano i clienti, anche se i fili d’erba davanti alla veranda sono solo due, devono essere in ordine, ché mica puoi fargli vedere il “giardino” pieno di erbacce. E poi c’è l’umido. È fetente, l’umido, in Val Padana. Per quanto sia secco, è una terra che butta fuori sempre acqua. Risale dal terreno e va su su, per capillarità, insinuandosi sotto gli intonaci, specie se i mattoni sono quelli che usa Anselmo, cioè già pieni di buchi come groviera doc; specie se, per risparmiare sui costi, si sono costruiti pochi tombini di scolo in terra di risorgive: specie, insomma, se è Anselmo Pedron ad aver costruito le case. Dunque bastano due mesi, tre dalla costruzione che i muri cominciano a fare le chiazze d’umido, il nero si insinua sulle pietre d’angolo, gli intonaci si gonfiano di bolle. Se almeno li si riesce a far occupare in fretta, la gente dentro li aerea, e la muffa si fa dopo sei mesi, un annetto: ma così viene fuori subito, e vaglielo a spiegare agli acquirenti che non è niente, è naturale, la xé roba de le nostre parti, e appartamenti più asciutti non li troveranno altrove. Quelli non ci credono, cincischiano, lo usano come pretesto per tirare sul prezzo, farsi indietro. Non ci sono più i clienti di una volta, quelli di oggi sono mollaccioni, troppo attenti e rompibàle.
Così Anselmo ha deciso di correre ai ripari. Tenere quella infilata di case vuote, s’è detto, oltre che favorire l’umido, non è bello a vedersi. Quando i clienti arrivano, è brutto che si sentano le uniche anime vive in una città fantasma. Poi un giorno gli è venuta l’illuminazione, incrociando Egidio Bòvolo.
Egidio è un vecchio quasi barbone, che girella solitamente attorno al bar di Clara, con trolley di quelli per la spesa pieno di carabattole non meglio definite e definibili. Non domanda e non disturba, se trova qualcuno che gli offre un caffè ed una pasta la accetta, ringraziando con un compito cenno del capo, e poi torna nello scantinato abusivo che occupa da anni, dove abita il suo cane, un barboncino che ha visto giorni migliori. Dicono che fosse un dirigente d’azienda, un tempo, devastato però da un esaurimento nervoso, forse per un divorzio contrastato, forse per una causa di lavoro, o forse per tutt’e due. Fatto sta che Anselmo lo ha visto al bar, silenzioso come al solito, e gli ha detto: “Ma se te dago zinque euri, ti me va a vérzer le case ogni matina?”
“Zinque euri?” ha chiesto Egidio.
“Eh, zinque euri. E te dago anca ‘na giaca nova, ti te lavi e ti te sbarbi, cussì se te vede qualchidun ti pol dire che ti abiti là e le case xè tutte ocupàe…”
Da allora Egidio ha trovato una ragione di vita. La mattina parte, con il suo trolley, dove ha messo dentro i pantaloni seminuovi e la giacca fornitagli da Anselmo; si cambia nel sottoscala di uno dei condomini, si sbarba, si pettina, e dopo fa il giro delle case, aprendo le finestre ora qui e ora là. Se incrocia la signorina dell’agenzia che accompagna qualche cliente, sorride educato, saluta, e fa finta di uscire da uno degli appartamenti come se ne fosse l’inquilino, mentre il barboncino, cui ha dato una sfoltita al pelo irsuto, gli trotterella accanto. La sera torna nel sottoscala, rificca nel trolley gli abiti da lavoro dopo averli scrupolosamente piegati, e va da Anselmo in agenzia, a prendere il compenso del giorno, che spende al bar in bianchetto e tramezzini, sentendosi un gran signore perché ora se li paga da sé.
Quando sente qualcuno che si lamenta, intorno, perché ha il posto di lavoro a rischio per la crisi, scuote la testa, comprensivo, ma aggiunge: “Sì, va ben, ma mi lo go trovà con la crisi, el lavoro: speremo che la duri…”
Quelle che sono crisi per alcuni, sono opportunità irripetibili per altri.
E’ un racconto di fantasia…oh insomma, ormai lo sapete, se ci volete vedere qualche allusione al reale sono fatti vostri.

È divertente quando ti vengono a trovare amici che abitano altrove. Non solo perché li rivedi, e questo già ti mette di buon umore a prescindere; ma perché, per un attimo, mentre li accompagni in giro per casa tua, hai l’occasione ed anche l’obbligo di guardarla un po’ meglio, quella casa che tu hai sempre così tanto sotto gli occhi da non vederla più bene per ciò che è, perché l’abitudine è la forma più impenetrabile di velo.
L’amico arriva a bordo della sua macchinona nera, che, adesso che so chiamarsi, nella corretta pronuncia svedese, Sob, come un sospiro da fumetto, quasi quasi, nonostante la cilindrata grintosa, mi fa simpatia, perché noi ragazze di sinistra siam così, basta un piccolo particolare sfigatino per farci intenerire il core.
Il Veneto lo incuriosisce come un’esperienza antropologica: ogni tanto pare che ci osservi nel modo in cui il biologo guarda il microbo sotto il vetrino, annotando puntualmente le reazioni, o con l’occhio di un Montesquieu in cerca di materiale per novelle Lettere Persiane. Quello che lo manda in tilt sono le nostre strade, budellini interpoderali assunti al grado di arteria perché ogni tanto ci colano sopra un po’ d’asfalto, e in cui la segnaletica è distribuita con fantasia amena. Arrivato ad un bivio, in cui entrambe le direzioni portano l’indicazione “Treviso”, inchioda perplesso ai piedi del cartello, ho il sospetto che mediti se sia il caso di tirar fuori il cellulare e fare un foto da portare come prova agli amici lasciati nella regione d’origine; io di mio sorrido, sollevata che il federalismo sia ancora in fieri, perché, passasse l’obbligo della lingua veneta nelle indicazioni stradali, già mi immagino le frecce con su scritto solamente: “par de qua” e “par de là”.
Oltre alle strade, lo colpisce quanta gente ci circoli sopra: “Ma non fate altro che spostarvi, voi Veneti!”. In effetti, mi rendo conto, più che muoverci ormai ci mettiamo in coda. Del resto qui è normale, anzi, quasi scontato, che chi abita a Venezia lavori in provincia di Treviso, chi abita a Treviso abbia l’ufficio a Padova, chi sta a Padova abbia magari ufficio a Padova, ma clienti disseminati per tutti i restanti capoluoghi e capannoni costruiti nel mezzo di un niente dove non arriva nessun mezzo pubblico, per cui vive in macchina lo stesso; e poi, finito il lavoro, per svagarsi è un nuovo pellegrinaggio, perché le discoteche sono a Jesolo, i multisala fuori nelle campagne, i teatri e i locali trendy nei centri città, ma le paninoteche e i ristoranti e le pizzerie imboscati un po’ dove capita e mai vicini a casa, per cui via, tutti in fila, agitandosi come le palline del flipper ma con la velocità dei treni merci, per stradine e stradette perennemente ingorgate al limite del collasso. Con occhio clinico da ex amministratore locale, gli edifici che vede sporgersi lungo la via spesso lo perplimono, come Totò: “Azz, ma le distanze le hanno rispettate?”
“No – confermo- infatti il Tal dei Tali l’hanno condannato poche settimane fa a otto mesi per abuso edilizio…”
“Ah ecco, mi pareva. Sospeso dal servizio?”
“Ma manco per i tacchi. È ancora al suo posto all’ufficio tecnico, con tutti gli onori.”
“Ah, però. Certo, strano posto, il Veneto.”
L’arrivo in città è di quelli che restano impressi: troviamo parcheggio giusto sotto un negozio di paramenti sacri: una vetrina che è un tripudio di mitre dorate e camauri di un lusso medioeval preconciliare: mancano giusto le pantofoline in zibellino firmate Prada, ma insomma, al massimo qui si serve un vescovo, certe robe bisogna lasciarle ancora al Papa, ohè. L’amico guarda affascinato l’esposizione, poi la chiesa che immediatamente riconosce in stile “qualchecento” di non meglio precisabile ascendenza, infine nota il portone aperto e il corteo di scout in bragozze e fazzolettoni che stanno uscendo dal patronato.
“Già, qui da voi le chiese sono ancora aperte normalmente..c’è gente che ci va..da noi le aprono giusto la domenica mattina, forse…” E non aggiunge: “Strano posto, il Veneto”, perché è troppo educato per rimarcarlo di nuovo.
Entriamo nel centro di Treviso, inerpicandoci a piedi per una salitina linda e medievale, che si apre in un piazzetta spazzata di fresco e poi si sperde in un intrico di calli: tutto è silenzioso, pulito, il selciato in pavè con sampietrini tanto perfetti che paiono aver ricevuto l’ordine di mettersi in posa da soli e restare lì fermi per l’eternità, o arriva un ronda a menarli.
“Però, tenuto bene…qui la crisi economica mi sa che l’han ancora sgavagnata.” dice l’amico, e subito chiarisce il lemma, che significa, nel dialetto suo, “sfangata, scampata”.
“Sì, be’, fino ad un certo punto – replico io – più che altro sono tutti zitti e buoni, sperando che passi…”
Ma a guardarsi in giro, mi rendo conto che l’impressione è quella. È tutto così perfettino e pittoresco che mi pare di trovarmi in un angolo di Salisburgo o per un vicolo di Kitzbuhel, o meglio ancora di essere una delle statuine di ceramica che nei Simpson Nel Flanders colleziona con maniacale cura ed entusiasmo. Ci sono gli scorci, le case che danno sul fiume, l’acqua che scorre e persino un cane che ci guarda sornione, facendo capolino da una porta socchiusa per lasciar intravvedere una quinta d’interno, come a teatro. È tutto bello, ed è tutto animato, con la gente seduta nei caffè in piazza, dove ci sediamo anche noi per sbafarci un doveroso bignè: i bambini trottolano via con palloncini in mano, lo struscio preserale è fatto di professionisti in cappotto dall’aria molto impegnata anche se è sabato e ragazzotti/e firmati Gucci originale da capo a piedi, che non hanno mai avuto altro dovere pressante in vita loro se non l’incipiente nottata in discopub. Non ci sono le ronde, ma nel giro di pochi metri si incrociano tre camionette dei vigili, bardate in tenuta antisommossa, che tutti guardano con sorridente complicità.
Dovrebbero rassicurare, immagino, ma a me, lo confesso, lasciano dentro invece una inquietudine vaga e persistente, che in realtà non ha nulla a che fare con loro: è che continuo a guardare la piazza, il cielo di un azzurro terso già primaverile, l’ultima lama di luce che carezza i tetti, l’ordine meticoloso di quello struscio e di quella gente che mi pare muoversi in maniera non tanto misurata, quanto trattenuta, e mi sembra di non stare guardando una città, ma una rappresentazione di ciò che si pensa la vita debba essere. Non il brulicante e vitale affresco medioevale del Comune con arti e mestieri, no: piuttosto il lezioso manierismo didascalico delle statuine di ceramica, appunto, perfettamente descritte ma fredde, cesellate in gesti eterni però senza scopo: pietrificate in un canone che non ammette variazioni né la minima elasticità d’esecuzione.
Quando entriamo nel museo, Canaletto e Guardi ci attendono, e soprattutto, accanto a loro, ci sono i quadri dei loro epigoni e imitatori più dozzinali, è quasi una rivelazione: guardo le tele, le minuziose fotografie in pittura di feste e grandi processioni per accogliere ospiti illustri, con i cieli sempre azzurri appena solcati da acconcie nuvolette, le barche agghindate a festa, il popolo che gesticola in maniera pittoresca e non già più popolare, mi sembra che fra il dentro e il fuori, fra la vita e l’arte sia caduta ogni barriera. Potrei spalancare una finestra e i personaggi nei quadri, smesso qualche mantello di foggia desueta, sono gli stessi appena incrociati sulla via. Se Canaletto dà il brivido di uno splendore dorato e ancor caldo e Guardi lascia intuire nella sartia di una vela strappata, in un muro sbrecciato, in una finestra che s’apre su una stanza oscura l’inquietudine di un mondo alla fine, i minori invece si ingessano nella rappresentazione di una umanità di maniera, vincolata allo stereotipo perché incapace di pensare a qualcosa di alternativo ad esso. Sono puliti, precisi, probabilmente in preda ad una forma negata di terrore, al pari degli animali che, quando fiutano un pericolo incombente, invece di scappare si paralizzano. Stanno lì, fermi, zitti e immobili, sperando di sgavagnarla. Come noi.
È brutto svegliarsi una mattina e scoprire che in Inghilterra gli operai pretendono che siano rimandati a casa a calci dei tuoi connazionali che hanno il difetto di aver trovato un posto di lavoro in Inghilterra senza essere però Inglesi.
È brutto sentirsi vittime di discriminazione, vedere di nuovo i cartelli con scritto Italians go home, e i picchetti, e corpulenti e muscolosi proletari britannici che strillano e fan capire che, potessero, gli Italiani li menerebbero, perché prima bisogna dar lavoro alla gente del posto e poi, semmai, se avanza, anche agli altri, ma sostanzialmente pure allora sarebbe meglio di no.
È brutto sapere che i poveri connazionali sono costretti a vivere sequestrati in una nave che è una specie di ghetto galleggiante, e sparire e nascondersi finito il turno di lavoro perché nessuno li vuole lì.
È brutto sentirsi trattati come dei pezzenti, come degli esseri inferiori.
È brutto. Soprattutto se ti rendi conto che questo è quello che, sotto sotto, vorresti fare agli altri, a casa tua.

Katie Holmes, ci informa la Stampa, ha speso a New York 14 milioni di dollari.
Non per dire, ma io quel cappottino l’ho trovato uguale a 100 euro. Tiè.

Padre Gabriele Amorth chiarisce: “Dietro alla crisi Alitalia c’è il Demonio.”
Il Diavolo non fa più le pentole, ma gli aerei.
Sempre secondo padre Amorth, il diavolo è responsabile anche della crisi economica mondiale, poiché suggerisce agli operatori del settore scelte sbagliate. Sollievo nei principali atenei americani: “Noi pensavamo di aver semplicemente fatto laureare una massa di coglioni.”
Il Diavolo conferma: “In effetti, mi ero rotto di passare il tempo a scrivere i romanzi di Harry Potter.”
Pronte le contromisure di Tremonti: niente aiuti alle imprese, ma un piano per l’assunzione di esorcisti di Stato.
Anche il Tg1 si adegua immediatamente: invece di leggere l’indice Mib, d’ora in poi a fine telegiornale si recita il rosario.
Preoccupati, gli operatori della Borsa milanese chiedono al Vaticano di suggerire un santo protettore. Fra i favoriti, mons. Marcinkus.
Sulla vicenda interviene anche Giulio Andreotti: inutile l’allarmismo. Per fermare un diavolo che intruglia con le banche non servono esorcisti. Basta offrirgli un caffè.
Del resto, è comprensibile che il Diavolo cerchi di arricchirsi in borsa. Con quello che costano gli abiti di Prada, via!

Fabio, il mio fruttivendolo, è un ragazzo giovane. Cioè, giovane: avrà la mia età, che in tutti i paesi del mondo viene considerata adulta, ma in Italia no, è poco meno che un’infanzia appena finita.
Per fine anno la sua bottega è uguale a sempre, e già questo è un indizio: me la ricordo, gli anni passati, come un tripudio di lustrini mischiati alle confezioni di frutta secca. Quest’anno, invece, no. Sì, la frutta secca c’è, ma ha un’aria defilata. È relegata di lato al banco, suddivisa in sacchettini piccoli, manco fosse un metallo prezioso; ha l’aria di chi si scusa per il prezzo e trova giusto un po’ vergognarsi, proprio come fanno i ricchi a Natale. Le ceste natalizie manco si fanno vedere, i trionfi di leccornie sono stati sfrattati da quelli di cavoli. Che poi, quando guardi il cartellino, ti accorgi che costano quasi come le passate leccornie, le verdure odierne, ed è per questo che restano lì invendute, perché un’insalata di radicchio sarà molto chic, ma sazia pur sempre, e solo, come un’insalata.
I clienti entrano guardinghi e guardinghi rimangono per tutto il tempo: gli occhi si spostano dall’ortaggio alla bilancia, a controllare, nascostamente, che nel tragitto fra la cassetta e la pesa non venga aggiunto un grammo in più del dovuto: sospettano di ogni goccia d’acqua che vedono grondare dalla foglia, ché fa tara anche quella, e mica vogliono pagarla in più. I vecchietti, di solito, nel farlo sorridono, con un’aria mite, come a dire al ragazzo: “Mica che dubito di te, eh: è che proprio non me lo posso permettere..”.
Fabio capisce, sorride di rimando; è una persona sensibile, per niente bottegaia, pur avendo bottega; così, quando vede che è troppo, trattiene quel riflesso pavloviano dell’esercente che il padre gli ha insegnato fra i primi trucchi del mestiere, il “lascio?” sussurrato con fare finto gioviale, come una specie di allegro ricatto alla clientela. Non chiede, e nemmeno lascia, toglie il di più in silenzio: se qualcuno vuole quattro etti, quattro etti gli arrivano in borsa. I vecchietti gli sono grati per quella umiliazione risparmiata, l’imbarazzo di dover confessare, a voce alta, di fronte agli altri estranei in fila: “No, ne prendo solo due, tre non posso.” Poi aprono il borsellino e contano i centesimi con una lentezza esasperante, tanto che ti chiedi se non sperino che, andando piano, magari le monete abbiano il tempo, là dentro, di riprodursi.
Ma l’ispezione del portamonete tocca tutti, ormai. Anche le massaie più giovani, che arrivano con la grinta di chi deve prepararsi al cenone, cioè l’occasione mondano-familiare dell’anno, non sono più in gran spolvero. Paiono precise agli anni passati, quando le vedi entrare con passo di gran carriera, come se fossero reduci dalla prima tornata di compere, e in transito verso un altro defatigante tour spendareccio. Ma se le spii da vicino ti accorgi che i segni della crisi hanno lasciato tracce anche su d loro: la borsetta luiviuttòn o è vecchia o, mancando di qualche lucchetto, denuncia la sua provenienza da bancarella marocchina; la pelliccia è un po’ spennacchiata e i capelli, i capelli sono sì sempre dello stesso colore, ma un punto più sbiadito, perché la tinta è stata fatta in casa, affidandosi non alle mani di un parrucchiere, ma a quelle di sorelle o suocere.
I discorsi sono quelli di fine anno: “E tu, dove vai, a casa o in montagna?”
Ma la risposta è: “A casa! A casa!”
Sarà un San Silvestro di case piene, e illuminate con parsimonia; in cui, se qualcuno esce, è per andare a trovare, al massimo, il vicino di pianerottolo, per un brindisi sulle scale. C’è chi dice che è il freddo, chi ha il bambino piccolo, chi il genitore anziano, o un’invasione dei parenti impossibile da evitare, chi si appella ad una generica poca voglia, o al non aver fatto in tempo ad organizzarsi in altra maniera. Scuse, che si dicono mentendo con la consapevolezza di mentire, perché i parenti, i bambini, la poca voglia e gli intoppi ci sono tutti gli anni, ma gli altri si superano, e questo no. Ci sono periodi che van così, e questo è uno di quelli: di quelli in cui sai che non puoi far altro che attendere che se ne vadano da soli, leccandoti le ferite o cercando che te ne facciano il meno possibile. Sono tempi così, faticosi e un po’ malinconici, in cui anche il festeggiamento ti stanca, e l’allegria obbligatoria sono più pesanti da fingere che nel passato.
Sì, brinderemo, come sempre, affacciandoci dai poggioli, scendendo in strada allo scoccare della mezzanotte, con il consueto sorriso e il calice in mano alzato verso il cielo. Ma, più che per salutare l’anno nuovo, lo faremo, mi sa, per controllare che quello vecchio si sia proprio deciso a finire.
Scena: il tinello di casa Pàttaro
Personaggi: la signora Pina Pàttaro; la cognata Ginetta.
Ginetta: “Pina, ma hai sentito di recente la Ninni?”
Pina: “Eh, come no, l’altra settimana.”
Ginetta: “Uh povera cara, e come sta?”
Pina: “Eh come vuoi che stia, povera donna? Come al solito. Il marito, Carlo, lo sai, beve come una spugna e a furia di imbriacarsi lo hanno cacciato dal lavoro.”
Ginetta: “Oh mamma, che brutta roba. E il figlio, il Rino?”
Pina: “Ah, quello, il solito disgraziato. Non studia, si droga, è sempre in giro per discoteche a cercar donnine…”
Ginetta: “Peggio che peggio. E la figlia, la Susanna?”
Pina: “Ehh, quella poi, non si è fatta mettere incinta da un tizio che manco sanno di preciso come si chiama, e comunque è sposato, senza un soldo, e non vuole nemmeno riconoscere il bambino una volta nato?”
Ginetta. “oh mamma mia, che disastro…”
Pina: “Magari fosse finita… sai, non riescono a pagare il mutuo perché lei non ha un lavoro fisso, si sono fatti debiti con usurai, non hanno neanche di che mangiare, praticamente.”
Ginetta: “E ma Cristoforo Colombo! Non ne va dritta una in quella famiglia… e lei, porella, come pensa di uscire da questo disastro? Chiede aiuto a qualcuno?”
Pina: “No, lei è tutta sorridente, e l’altro giorno ha detto che per risolvere tutto basta non dirlo in giro.”
Ginetta: “Ma è scema?”
Pina: “No. Però potrebbe essere una statista…”
Le opere cinematografiche, letterarie o teatrali considerate pornografiche saranno severamente tassate, le opere che contengano “incitamento alla violenza” non saranno invece toccate dal decreto.
Il sesso è un bene di lusso, meno male che ammazzare resta alla portata di tutti.

Per raggiungere casa di Sara bisogna navigarlo per bene, il Nordest. La strada si snoda, fra angoli e ghirigori di rotonde, in mezzo a capannoni, ipermercati, palazzotti e ville di nuova costruzione, la cui estetica varia dalla casetta a schiera al vecchio casale rimesso a nuovo, con tanto di cancello in ferro battuto che ci manca solo sopra la corona, manco fosse il palazzo di Dinasty, o, peggio ancora, mostra il travestimento da falso ranch in stile messicano, quasi l’avessero tirato fuori da una puntata mal digerita di Dallas.
È cresciuto male ed in fretta, questo nostro angolo di mondo, con le fabbriche incuneate accanto alle casette in riva al canale, dove un tempo si pescava, e da anni, ormai, si scaricano solo, di straforo, liquami indefiniti. È cresciuto male, ma aveva, fino a qualche anno fa, una sua ruspante allegria.
La sera, alle cinque, quando era ora del cambio turno, passare in macchina voleva dire veder uscire dalle fabbriche gli operai, quasi tutti giovani, alti, muscolosi ed un po’ “tarossi”, come lo sono i ragazzotti razza Piave, che a vent’anni sono tronchi dalla struttura potente e, appena passati gli anta, diventano armadi a muro capaci di fare concorrenza a quelli che tengono in casa, da far schiattare per rabbia qualsiasi ikea.
Venivano fuori a capannelli, abbronzati, l’aria un po’ spaccona e i ciuffi di capelli pietrificati di gel, chi con il giaccone all’ultima moda dal bavero alzato, chi con il completo in pelle, da centauro; montavano sulla macchina o sulla moto e sfrecciavano via, verso lo spritz con gli amici, o la palestra e la piscina, perché pure le fabbrichette si sono informatizzate ormai, la pressa la si vede sempre meno, il lavoro si può fare seduti e quando sta seduta a lungo la razza Piave rischia la pancetta, che mal si combina con l’abbronzatura uva e taglio al gel stile ultimo dei Mohicani.
Ieri sera, forse per la pioggia, forse per l’incipiente malinconia dell’autunno che arriva, invece, tutta quella allegria sembrava scomparsa, evaporata: dai capannoni uscivano piccoli gruppi di operai, ingobbiti e stanchi, con la fretta di chi vuole raggiungere la macchina, sì, ma solo per andare velocemente a casa. I giacconi erano quelli dell’anno passato, il gel fra i capelli sparso a risparmio, le facce pallide con una tendenza al cinereo, quella sfumatura che prende l’abbronzatura stinta, quando il tempo ed i soldi per farti la lampada non li trovi più. I parcheggi battuti dalla pioggia erano semivuoti: guardavo i buchi lasciati da macchine mancanti, e mi chiedevo quante di quelle non occupavano più uno spazio perché il guidatore adesso prendeva il bus, a causa dell’aumento della benzina, o, peggio ancora, non veniva proprio più al lavoro, perché il Nordest non tira come un tempo, e nei capannoni dell’intorno già sono molti quelli che sono stati licenziati, o messi in cassa integrazione. Nulla era cambiato, apparentemente: c’era la fabbrica, c’era la strada, e c’erano di fianco, sulla strada, i suv che correvano, correvano, sotto la luce gialla dei lampioni e quella a colori proveniente dall’insegna del vicino ipermercato, ma era come se ogni cosa fosse smorzata da un velo tetro, appannata, e i gesti, i volti, le parole fossero le stesse solo perché ci si ostina a ripeterle, senza crederci più.
Anche la casa di Sara faceva lo stesso effetto: quello di un ordine che è imposto dall’abitudine, e tenuto su da un malinteso senso di dignità: le stanze erano pulite, però pervase da quell’umidità che si incarogna quando si accende il riscaldamento poco, per risparmiare; sul mobile d’atrio due, e non più tre, i cellulari: uno s’è rotto, gli altri due sono modelli ormai vecchiotti, ma finché reggono non si parla di cambiarli; il frigo, quando lo apre per prendere una bibita da offrirmi, rimbomba di vuoto, e mi sa che stavolta la cronica incapacità di Sara ai fornelli non c’entra nulla con quella penuria.
“Sai, è un periodo un po’ così…” dice, e in ogni puntolino di sospensione ci si sente un morso d’angoscia. Si sono fatti il mutuo per la casa, per i mobili, e per l’auto: le rate crescono, o ben che vada restano fisse, ma lo stipendio no. O meglio, gli stipendi sono fissi, inchiodati, ma gli straordinari, in fabbrica, che un tempo erano quasi un altro stipendio, Gianluca non li fa più, anzi, grazia di Dio che non lo licenziano, perché si vocifera di tagli, di mobilità; del resto è la crisi, è la recessione. Lei, alle poste, non è in pericolo, ma certo non c’è più nulla di sicuro: se riducono l”organico, il posto magari rimane, ma si rischia il trasferimento chissà dove, spiega con un sorriso tirato, mentre con la mano, come per un riflesso condizionato, cerca di togliere grattando con l’unghia una macchietta dal tavolo della cucina, una piccola goccia di chissacché, perduta nel bianco vuoto di quella penisola ultraccessoriata. Mi guardo intorno, nella penombra di un salotto-cucina in cui è accesa solo una lampada su tre, e il rumore della pioggia che batte sui vetri dà il ritmo di sottofondo alla nostra conversazione. Vicino alla porta, intravvedo uno scatolone da cui spunta un ramo di abete in plastica.
“Ah sì, è la roba di Natale. Sai, verranno i miei a mangiare da noi, voglio mettere qualche addobbo…sì, lo so, a me sarebbe piaciuto tanto andare a Sharm, come l’anno scorso, ma che vuoi, in questo periodo non è anda, stiamo a casa, tutti assieme… il viaggio lo faremo l’anno prossimo, magari, chissà…”
Ma si sente che neppure lei ci crede, che quel viaggio sia solo rimandato e non si sia invece ormai trasformato in un ricordo, o in un sogno che non ci si potrà permettere più. Prende una spugnetta, cancella impietosa la macchiolina dal tavolo, con troppa rabbia per avercela solo con una incolpevole goccia, e ho come il sospetto che stia trattenendo a stento, per orgoglio, una lacrima che vorrebbe venire giù. É la lacrima di chi si è riscoperta all’improvviso classe operaia, soggetta a tutti i rovesci dell’economia, dell’arbitrio e della fortuna, e realizza per la prima volta che la classe operaia, quando la fortuna gira, non va in paradiso, e neppure a Sharm el Sheick. Resta a casa, a piangere, se di casa può ancora permettersene una.

Bolle, speculazioni, crolli dell’economia virtuale.
Comincio a pensare che la differenza fra la Borsa Valori e Second Life sia che quando sei su Second Life almeno sai di starci.


Hanno lasciato detto qualcosa