You are currently browsing the tag archive for the 'chiesa' tag.
Ma ci è o ci fa?Me lo sono chiesta, sinceramente, quando ho letto sull’Espresso di questa settimana l’ultimo articolo di Umberto Eco, Il crocifisso simbolo quasi laico. Avessi avuto la mail di Umberto Eco, gliela avrei inviata immediatamente, la mia risposta. Siccome non ce l’ho, la mail, non mi è possibile reperirla, e postare sul sito dell’Espresso un commento così lungo è stato terribilmente difficoltoso (ci ho provato comunque) pubblico la mia lettera anche qui. Non la leggerà mai, d’accordo. Ma io gliela scrivo lo stesso, e tanti saluti: magari fra i labirinti del web, chissà, ci sarà qualcuno in grado di fargliela pervenire.
Gentile Prof. Eco,
Le scrivo qui perché spero che legga i commenti ai Suoi articoli, non avendo altro modo per farLe pervenire alcune considerazioni su quanto ha scritto.
Sinceramente mi pare molto strano che un semiologo e filosofo della Sua fama non colga alcuni aspetti di tutta questa vicenda che invece a me, che pure filosofa non sono, appaiono invece chiarissimi. Vedo di spiegarmi più nello specifico, e quindi perdoni la lunghezza.
- Lei scrive: anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalità dei sentimenti religiosi.Il problema della esposizione in luogo pubblico, tale è infatti la scuola o l’ufficio, di un simbolo religioso non ha nulla a che fare con la volontà da parte dello Stato di vietare o anche solo disincentivare l’adesione ad una religione. Non è compito dello Stato laico, infatti, né favorire né proibire in alcun modo ai propri cittadini di avere o non avere credenze religiose. Il problema riguarda, semmai, l’equidistanza dello Stato da ogni confessione religiosa. Esponendo in un luogo pubblico e per legge un solo simbolo religioso, lo Stato non può più essere considerato super partes. Ad un semiologo come Lei non può sfuggire l’importanza di un simbolo religioso esposto in luogo pubblico, per decreto o anche per semplice consuetudine: lo spazio pubblico diviene connotato dal simbolo religioso, e tutti coloro che sono cittadini dello Stato, ma non aderiscono a quella confessione religiosa si sentono automaticamente esclusi dallo spazio pubblico: come se esso, in un certo senso, fosse un po’ meno “loro”.
- Le croci si trovano sui gonfaloni di molte città italiane…in modo tale che è divenuto un segno spogliato di ogni richiamo religioso. Ecco, appunto, la differenza fra la croce che trovo sulla bandiera inglese ed il crocifisso che mi tocca invece vedere pendere sul mio capo nell’aula scolastica sta tutta là: nella bandiera inglese non vi è più, ormai, alcun senso “religioso”, ma solo quello patriottico. Un musulmano nato in Inghilterra, ma anche un inglese purosangue, non riescono più a riconoscere nell’Union Jack un simbolo del cristianesimo. Lo era in origine, ma non lo è più, come per i cristiani non è più simbolo di Cristo la figura del pesce, che pure ai tempi della prima diffusione del cristianesimo lo rappresentava. Viceversa il crocifisso nella forma in cui è esposto in classe è ancora oggi esclusivamente un simbolo religioso. Lei scrive: il crocefisso, salvo quando appare in chiesa, è diventato un simbolo laico e in ogni caso neutro. Mi scusi, ma da quando? A me pare che neutro non sia per nulla. Se io vedo un crocifisso, appeso in un posto qualsiasi, a me viene da pensare alla religione cristiana, non alla cultura europea in senso lato; posso pensare anche a cose che non la cultura europea non c’entrano un beneamato, ma che hanno sempre una connotazione religiosa e cristiana; se vedo la bandiera inglese penso solo all’Inghilterra, e al cristianesimo manco di striscio.
- Se un monsignore cattolico viene invitato a tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala decorata con versetti del Corano. Be’ anche io, se vengo invitata nell’aula di una scuola cattolica a tenere una conferenza non mi preoccupo se c’è un crocifisso alle pareti (anzi, mi stupirei del contrario). Ma se vado in una scuola pubblica, sì che mi dà fastidio, perché là i padroni sono i cittadini dello Stato Italiano, non gli appartenenti ad una determinata confessione religiosa.
- Esistono a questo mondo degli usi e costumi, più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati. Certo, ma sono appunto abitudini, e come tutte le abitudini uno le può tranquillamente conservare a casa propria e negli spazi privati, ma non in quelli pubblici, se nello stesso spazio esse danno fastidio ad altri. Lei, caro prof. Eco, può tranquillamente fumare, a casa sua, se è sua abitudine; ma non lo può fare in uno spazio pubblico, perché darebbe fastidio ad altri. E dal momento che negli spazi pubblici non sono gli usi e i costumi che vanno rispettati, ma solo quanto è previsto dalla Costituzione, e la nostra Costituzione non prevede che vi sia una religione di Stato, l’abitudine di attaccare ai muri il crocifisso la può tenere a casa sua, se Le fa piacere, ma non lo può imporre dove casa sua non è.
- Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei. Il problema è che in una scuola pubblica, ad esempio, io non sono una visitatrice: ci vado come alunna, o, nel mio caso, come docente; sono tenuta ad andarci per legge, quindi non posso astenermi dall’entrarci anche se il crocifisso mi dà fastidio. Da alunna non posso evitare di frequentarla, da docente nemmeno. Domanda: se a me dà fastidio il crocifisso, che facciamo? Rimango senza istruzione pubblica, e mi devo andare a cercare una scuola privata atea? E da docente? Devo evitare di accettare impieghi nella pubblica amministrazione, e cercare anche lì di essere assunta in una scuola privata non confessionale?
- La croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo è radicato nella sensibilità comune. Chi emigra da noi deve anche familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilità comune del paese ospite. Io so che nei paesi musulmani non si deve consumare alcol (tranne che in luoghi deputati come gli hotel per europei) e non vado a provocare i locali tracannando whisky davanti a una moschea. Mi scusi, ma io non sono emigrata, sono italiana almeno quanto Lei. Italiana e non credente. Non vivo il mio essere agnostica come una “provocazione” a chi è religioso, ma come una scelta personale e rispettabilissima. Non pretendo che siano chiuse le chiese, non chiedo che siano vietati i simboli religiosi tout court. Pretendo però che ogni volta che entro in un luogo pubblico come la scuola non ci sia un simbolo religioso a ricordarmi, come una specie di anatema, che io sono non credente, perché è come se mi dicesse che non sono poi così “normale” e che, dal momento che non mi riconosco in quel simbolo, non posso neppure essere davvero e compiutamente una cittadina del mio Stato, cioè una buona italiana, una buona europea, o una buona occidentale. Il che, me lo lasci dire, è davvero una enorme cretinata, e mi rifiuto di crederci anche se me lo confermassero intere schiere di filosofi o semiologi.
Cordiali Saluti, Galatea.
Ratzinger: “La Chiesa è dei poveri.”
Il solito vecchio trucco di intestare tutto a dei prestanome.
Anche su Spinoza

Spiegarglielo è veramente difficile. Un po’ perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E un po’ perché più parli, più ti rendi conto che proprio non riescono a capire quale sia il problema vero, il nocciolo della questione. Quella sul crocefisso sembra una diatriba così, la solita polemicuzza di intellettuali troppo sottili, e laicisti spaccaballe. I problemi del paese sono diversi, dicono i ben noti maaltristi, quelli che per qualsiasi cosa ti incazzi han subito pronta da citare una emergenza più emergente, e ti guardano con sorriso di sufficienza e leggero compatimento, perché loro lo sanno bene cosa è importante nella vita, e tu no. Se ti senti sollevata perché la Corte Europea riconosce che il crocefisso appeso al muro dell’aula scolastica e dell’ufficio pubblico deve essere tolto, pensano che sei strana: una fanatica, una che ha problemi. Persino quelli che si considerano “laici”, prendono le distanze: con un sorriso bonario, fanno capire che vabbe’, questa è proprio una tua fisima, su queste cose sei ipersensibile: forse sei troppo stressata per gli affari tuoi, insomma magari non stai bene. Bisogna essere seriamente disturbati, secondo loro, per provare disagio di fronte ad un crocefisso appeso al muro. Che male mai può fare, quell’omino di plastica mezzo nudo ed appeso, che poi siamo abituati a vedere dappertutto, e fin dalla più tenera infanzia? Dài, è uno di casa, se ti dà fastidio chi ha qualche magagna sei tu.
Non si riesce a spiegargliela, quella inquietudine sottile, quel disagio, che invece prende te, quando sei in un luogo pubblico, un ufficio, la tua aula, e ti vedi quel simbolo che ti pende sul capo. Quel simbolo, appunto, non quella figura. Perché il povero Cristo crocifisso a me non dà alcun fastidio in sé: quando lo vedo da solo, come immagine mi fa tenerezza. Non ci vedo un Dio, magari, ma un povero uomo perseguitato e torturato, un uomo innocente che pagò salatissima la sua esigenza di dire ciò che pensava. Lo posso guardare persino commuovendomi, quando lo incontro sulla facciata di una chiesa, sul dorso di un messale, lo vedo balenare al collo di qualcuno sotto forma di pendaglio da catenina, nascondersi nell’ombra di una edicola eretta in mezzo alla campagna, o nel sottocoppo di un incrocio medioevale. Rispetto la sua storia, e rispetto chi vuol credere in lui, chi a metterselo addosso, tenerlo in mano, nel portafoglio come amuleto, in casa, nel suo luogo di preghiera, prova conforto, si sente più sicuro.
È quando me lo vedo appeso al muro in un luogo pubblico, in un posto dove io entro come cittadina, che trovarlo lì mi provoca una sottile angoscia. Perché un simbolo religioso in un luogo pubblico è come se dicesse che quel luogo pubblico non è proprio di tutti, o non è di tutti allo stesso modo. Che in pratica solo chi crede in quel crocifisso è davvero padrone di quell’aula, di quell’ufficio, ci sta a buon diritto e con tutti i sacri crismi. Gli altri no. Gli altri, che sono pure cittadini dello stesso Stato e devono entrare là dentro per motivi che al loro essere cittadini sono connessi, ci possono andare, ma sono tollerati per buona creanza, per una forma di carità un po’ ipocrita. Quando entro in un ufficio pubblico dove c’è un crocifisso appeso in bella mostra, per dovere istituzionale, quel simbolo mi fa capire che quell’edificio è pubblico, ma è comunque cristiano: e io, che cristiana e credente non mi considero più, da quel simbolo sparato là è come se, paradossalmente, fossi respinta, ricacciata fuori perché quel posto non è più roba mia, o non lo è del tutto. Se non credo in Lui, in Lui che è messo lì come simbolo e come segnale, io cosa sono? Sono meno Italiana, o addirittura meno Occidentale? Sono una traditrice della Patria? Sono una terrorista? Sentirsi parte di una Nazione implica necessariamente sposare la credenza religiosa maggioritaria, o la sua cultura, e se non lo si fa non si può davvero essere appieno suoi cittadini?
Ogni volta che entro in un ufficio pubblico, o devo insegnare in un’aula in cui quel simbolo (non quel Cristo) incombe su di me, io sono a disagio, non lo nego. Mi sento come se qualcuno mi rinfacciasse di non essere ciò che dovrei: di non essere una buona cittadina al cento per cento, forse di non poter nemmeno essere una buona insegnante. Mi sento rifiutata ed esclusa. Ma la Costituzione mi garantisce invece che posso essere cittadina ed insegnante credendo in ciò che voglio, perché per far parte di questo Stato non è necessario aderire ad una confessione religiosa ed io, di questo Stato, faccio parte. E anche quel povero Cristo, in fondo, quando era ancora semplicemente un Gesù predicante e non il simbolo di qualcosa, l’aveva ben chiara in testa, la distinzione fra Stato e Religione, perché fu lui il primo a riconoscere che Cesare aveva il suo ambito, e che quei confini andavano rispettati.
Ecco, magari qualcuno degli strenui difensori dei crocifissi in classe sarebbe ora che si uniformassero alle parole del loro Gesù da vivo, invece che pretendere di tenere in ogni luogo il simbolo del loro Cristo da morto.
In genere mi spaventano, o mi fanno incazzare. Stavolta invece, non so, mi hanno decisamente divertito. Alla notizia che a Strasburgo era stato accolto il ricorso di una famiglia italiana che chiedeva fosse tolto dall’aula della scuola pubblica il crocifisso, in quanto la sua presenza violava la laicità dello Stato, han perso il freno, sono caduti nel delirio incontrollato, uscendosene fuori con ragionamenti degni di Ionesco, o meglio, degne di un vecchi sketch di Totò e Peppino.
Alle arrampicate sugli specchi sono abituati da secolare consuetudine, perché ci vuole un talento notevole a difendere con le armi razionali ciò che razionale non è, e cioè una fede. Ma questo giro tutto l’esercizio non è servito a nulla: e se di solito nell’ammannirci le loro ragioni prendono cura di dar loro almeno una parvenza di logica ed evitare il ridicolo, stavolta no, han proprio sbroccato. A chi gli ha fatto notare che il re è nudo, non hanno trovato di meglio che gridare: “Sì, ma nudo è bello!”
Ha cominciato Vittorio Messori, il quale, quando gli dicono che dalle aule della scuola pubblica deve sparire il crocifisso, lui rilancia, dicendo che allora va tolta l’immagine di Napolitano. A parte il fatto che nelle aule scolastiche l’immagine di Napolitano non c’è, verrebbe da chiedersi se mai il Messori ci ha passato, da fanciullo, nelle suddette aule, un tempo acconcio, visto che alla sua veneranda età non pare aver ancora ben capito che lo Stato Italiano è diverso dal quello Vaticano, anche se negli ultimi tempi, gli va riconosciuto, per notare la differenza bisognava avere un occhio molto allenato.
Ha continuato Ignazio La Russa, che in tv, chiamato a parlare del 4 Novembre, sbotta invece in un eccesso d’ira ed esclama: “Non lo leveremo, il crocifisso! Possono morire!”. Non è chiaro bene chi: i giudici di Strasburgo? La famiglia che ha fatto ricorso? I laici tutti? E non è un tantinello violento, come augurio, soprattutto in bocca ad un ministro della Repubblica? O dobbiamo considerarlo solo un caso di intercalare folkloristico, perché le minacce serie sono esclusivamente quelle che si trovano su Facebook?
Non poteva mancare il buon Renato Farina, il quale, infervorato dall’ansia di difendere le radici cristiane, afferma: “Da quando è apparso sulla Terra l’uomo, non si può prescindere dalla domanda: ‘tu chi credi che io sia?’” * Peccato che la domanda sia posta da Cristo ai discepoli, e non quindi all’inizio dei tempi, ma in un preciso momento della sua vita: dal che si evince che il Renato sa un’ostrega di storia umana, ma marinava pure dottrina.
Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle dichiarazioni di Bersani, quelle per cui il crocifisso è una tradizione innocua. Anche il tresette, Pierlui’. Quindi che faccio? Appendo al muro un asso di coppe?
Fini, D’Alema e il Vaticano concordi: a scuola anche ora di Islam.
Sono disposti a tutto purché ’sti ragazzini non diventino laici.
Ratzinger: “Dio si dona gratuitamente, la scienza costa”.
La religione, l’oppio dei poveri.

Il papa: Neocolonialismo virus per l’Africa.
E manco per quello sognatevi di usare il preservativo, neh.
Il Santo padre: “Il cosiddetto ‘primo mondo’ talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali.”
Già, ma bisogna pur smaltirli da qualche parte, i libri di Socci.
La senatrice Binetti giustifica la sua assenza al voto sullo Scudo Fiscale.
Era inciampata nel cilicio.
Si collega a Facebook mentre ruba.
Pronto un emendamento che allarga lo Scudo Fiscale anche ad internet.
Certo che dopo gli scandali a Villa Certosa in tema di rapporti di coppia non ci si capisce più nulla.
Prendiamo l’ultima dichiarazione del ministro Brunetta:«La Chiesa non ha mai avuto tanto dallo Stato italiano in termini di 8 per mille e questo dimostra la nostra serietà»
Ecco, son rimasta spiazzata. É la prima volta che un rapporto mi viene presentato come serio in quanto uno dei due ha pagato l’altro.

L’Avvenire, stamattina, annuncia che in Spagna, prossimamente, la pillola del giorno dopo sarà venduta nelle farmacie senza ricetta medica.
La pillola, si legge, è erroneamente definita contraccezione di emergenza, mentre è un farmaco abortivo.
Dato che a definirla “contraccezione di emergenza” mi risulta siano stati i medici di tutto il mondo, mi sfugge dove sia l’errore nella definizione.
Forse risiede nel fatto che i medici in questione ritengano che, quando si tratta di classificare farmaci, una laurea in medicina valga più che una in teologia.
Benedetto XVI: “Dio persegue le colpe, ma protegge i peccatori.”
il Lodo Alfano deve essere entrato in vigore anche da Lui.


Hanno lasciato detto qualcosa