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Betty Boop_Thank_You

Bene, ok, d’accordo, non vuol dire nulla, lo so…

Però, stando a Blogbabel, oggi sono fra i cento blog più letti d’Italia.

Sono sufficientemente vanitosa e provinciale per esultare senza ritegno, via.

caviale

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (al post ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:


Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

F.Guccini, L’Avvelenata.

L’altro giorno, su un altro blog, si parlava di me a seguito di quel benedetto post sulla scuola che ha causato commenti e scazzi a non finire. Fra i vari commenti (cui ho risposto già, e ringrazio la redazione di Topogonzo per lo spazio concessomi) mi ha colpito, più che quello in cui tal Primo Capo si limitava a definirmi una “stupida gallina ignorante”, quello di Marcello, che così recitava:

Galatea non è né stupida né ignorante; appartiene alla sinistra chic, alla sinistra al caviale ed ha una eccessiva puzza al naso cha personalmente mi disturba quando tratta argomenti “seri”.
E’ anche troppo logorroica e si vede chiaramente che si compiace di ciò che scrive
I suoi pezzi leggeri sono però piacevoli e gli aforismi anche.
E scrive in un buon italiano, cosa difficile da trovare sui blog.

Insomma, par di capire; finché scrivo qualche pezzullo sulle mie vacanze fantozziane,va bene, ma quando decido di parlare di scuola, o di sanità o di vita reale ci scampi Iddio, non so di che parlo.

Questa della “Sinistra al caviale” è una vecchia storia che periodicamente viene riciclata in Italia. Personalmente l’ho sempre trovata un po’ strana, soprattutto perché, a mio avviso, nasce da un cortocircuito logico.

Che caspita sarebbe, nell’immaginario collettivo, la “Sinistra al caviale”? Una specie di club ristretto, formato da dame bene e damerini benissimo, dagli studi vaghi e dai patrimoni consistenti ereditati da papà, che permettono loro di non sporcarsi la mani nel mondo reale e cazzeggiare invece nei salotti di letteratura, filosofia e politica, mentre maggiordomi inglesi servono, appunto, il caviale o l’aragosta in bellavista. Una accolita di personaggi che parlano di lavoro senza aver mai lavorato un giorno e cianciano di massimi sistemi non avendo mai provato a far funzionare da soli neppure quelli minimi. Detta brutalmente, non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, possono stare lì a spaccare il capello e crogiolarsi in questioni inutili, mentre la vita reale passa altrove.

Ora, non escludo che al mondo possano esistere circoli del genere, ma pensare che io ne sia in qualche modo parte integrante o integrata mi fa sbellicare dalle risate. Sono un’insegnante, guadagno 1300 euro al mese, vivo in una paesino della campagna veneta dove quando passa un intellettuale di grido è già tanto se non lo mettono nel pentolone del brodo come nelle vignette della Settimana Enigmistica, e se entro in un salotto è per sedermi sul divano comprato con lo sconto ai grandi magazzini. Non ho patrimoni di famiglia da ereditare, né azioni, né case, e l’unico maggiordomo di cui ho sentito parlare è quello che è sempre il colpevole nei gialli; lavoro perché se non lavorassi non sarei in grado di mangiare non il caviale, ma neanche una michetta con la mortadella.

Nel mondo reale sono immersa tutto il santo giorno: quando scatarro con la mia macchinetta sulle curve delle stradine di campagna, arrivando al distributore mi accorgo che la benzina costa sempre di più e incrocio le dita che non si rompa niente nel motore, perché ripararlo sarebbe un salasso; quando salgo sugli autobus e sui treni alle cinque di mattina e mi conquisto a gomitate l’ultimo sedile sporco; quando passo le nottate nei Pronto Soccorsi degli ospedali, non in lussuose cliniche private per vip.

Francamente mi sfugge, quindi, perché io non sarei abilitata a trattare “argomenti seri”: forse Marcello pensa che io sia una specie di Paris Hilton miliardaria, in grado di avere esperienza diretta solo dei negozi in Via Montenapoleone; invece sono una che compra vestitini da venti euro, fa la messa in piega ed il colore una volta ogni due mesi e qualche volta, in libreria, quando un libro le piace, lo prende dallo scaffale e poi ce lo rimette subito, pensando: “Meglio aspettare che esca l’edizione economica!”.

Sono di sinistra? Sì, probabilmente, e dico probabilmente perché non ho nemmeno più ben chiaro che cosa si intenda, in Italia, per “essere di sinistra”, oggi. Leggo, mi informo, ho delle opinioni. Le scrivo sul blog, gratuitamente e come posso, non ci ricavo lo stipendio di un opinionista del Corriere, né frequentazioni con i potenti.

Credo che al mondo ci debba essere una forma di giustizia sociale, che comporta per tutti il diritto di poter partire alla pari, e poi chi ha talento e buona volontà potrà farsi la sua strada; credo che lo Stato debba essere laico, che la libertà individuale vada sempre rispettata, che tutti abbiano il sacrosanto ed intangibile diritto di poter decidere per se stessi. Non mi piacciono le Fedi, non mi piacciono le ideologie, non mi piacciono i fanatici di nessun credo e detesto ogni tipo di mafia. Credo che si possa essere onesti e corretti, cerco di esserlo il più possibile e sono convinta che, ci sforzassimo tutti, questo diventerebbe un posto migliore.

Sono opinioni da snob? Può essere. Ma, in fine dei conti, è l’unico lusso che, da poveraccia, posso concedermi.

Potresti. Potresti buttarti in rete, come fai di solito, e partecipare al feroce dibattito sul blog di Lameduck e di Comedonchisciotte, per decidere, una buona volta, se gli uomini vanno a puttane perché le donne non ci stanno abbastanza, o no. O, come Ghino, rassegnarti alla normalità italica, in cui tutto cambia per rimanere uguale. O incazzarti con il Cannocchiale in palla, che non ti permette di leggere Malvino. O riprendere ancora una volta la polemica sulla scuola. O quella sua laicità e l’umanesimo dei non credenti.

Potresti.

Ma hai passato tutta la notte e il giorno a tenere la manina al babbo, in una corsia d’ospedale. E allora ti rendi conto che la tua vita, al momento, ha altre priorità.

Si è fatto e si fa un gran parlare del decreto imbavaglia internet, quello che, equiparando i blog alle testate giornalistiche e i blogger ai giornalisti ed agli editori della carta stampata, ne avrebbe di fatto messo a rischio la libertà di espressione, perché arbitrariamente estende ad un mezzo diverso, internet, procedure pensate invece per i prodotti cartacei, con tutti gli equivoci e i paradossi del caso. Uno degli argomenti forti usati per criticare la legge era che essa era stata evidentemente scritta e pensata da qualcuno che della rete e della sua giungla di link, blog, blogger, aggregatori, post non capiva un beneamato; l’assunto era che internet è non regolabile di sua natura, o almeno andrebbe regolata con leggi scritte da chi sulla rete ci vive ed opera, e pertanto sa di che parla.

Peccato che una mia recente esperienza personale mi abbia fatto toccare con mano quanto anche chi internet la conosce si presume a menadito – e, anzi, in qualche modo la controlla – faccia poi fatica in pratica a capire le sottili differenze che esistono in questo mondo così vario e variegato.

Da tempo aggrego i miei post su OKNO. Chi legge il mio sito sa che i miei post possono essere a volte molto lunghi, altre volte, invece, brevissimi: degli aforismi, o delle semplici battute sul fatto del giorno. Di solito questi sono così costruiti: riporto, come fonte, il sito da cui traggo la dichiarazione del personaggio X, e faccio seguire una riga, due al massimo, di mio commento: si tratta di battute satiriche, non titoli di film della Wertmuller. Non si tratta di un modo di procedere originale, il mio: è esattamente lo stesso usato, ad esempio, da Spinoza, uno dei blog italiani di satira più letti, peraltro regolarmente presente su OKNO.

Per ben due volte l’amministratore del sito di OK notizie ha però censurato il mio comportamento. I post in questione erano questo e questo. L’amministratore, senza nemmeno avvertirmi, si è limitato a definire tali miei post linkijaghing, e, sempre senza sentire un contraddittorio, ha cambiato di sua iniziativa il link al mio blog presente sulla pagina di OKNO, inserendo invece un link diretto agli articoli dei giornali citati.

Che cos’è il linkijaghing? In pratica, si tratta di una furbata cui ricorrono alcuni blogger poco corretti: per cercare di acquistare visibilità con il loro blog, scrivono un post in cui è inserito il link ad una articolo interessante di un altro sito, facendo quindi comparire come contenuto proprio quello che altri hanno scritto. Si tratta, ne converrete, di una accusa molto grave, diciamo doppia: non solo chi lo fa in qualche modo plagia quanto scritto da altri, ma in maniera disonesta cerca di dirottare lettori su un sito, il suo, che di originale non ha nulla.

Ora io capisco che sia considerato linkijaghing un post in cui il blogger X, furbetto anzichenò, scriva: “Clamoroso: La Canalis è la nuova morosa di Clooney”, metta un link alla notizia e aggreghi la cosa come se fosse uno scoop suo. Ma non capisco come possano essere invece considerati linkijaghing i miei post. Si tratta infatti di contenuti assolutamente originali (le battute sono mie!) e il link inserito rimanda ad una risorsa esterna, che appunto è la fonte della notizia, e serve al lettore del mio blog come una nota a piè pagina serve al lettore di un libro: cioè per verificare che la dichiarazione scatenante la mia battuta è stata realmente pronunciata dal personaggio X, e proprio per questo motivo diventa, a buon diritto, oggetto di satira.

Il cambiare il link, da parte dell’amministratore di OKNO, alla notizia da me aggregata non ha nessun senso: se rimanda i lettori alle pagine di Repubblica o della Stampa da cui ho tratto la notizia, essi non troveranno la mia battuta satirica, che è l’informazione che io intendevo postare, ma solo la notizia nuda e cruda. Che può far ridere uguale, ne convengo, ma del tutto involontariamente.

Comportandosi però in tal maniera, l’amministratore di OKNO ha operato una censura due volte impropria: in primo luogo perché mi ha arbitrariamente accusato (e sanzionato) per una scorrettezza che invece non ho commesso, avendo io aggregato un contenuto non copiato e originale; e ha operato inoltre una censura ancor più grave, a livello ideologico: la mia battuta satirica non è stata più reperibile da parte degli utenti di OKNO, ledendo quindi la mia libertà di espressione e la loro libertà di essere informati.

Ho cercato di chiarire l’equivoco con l’amministratore di OKNO. Ho scritto immediatamente un commento di risposta, inviato una mail, chiesto, insomma, un confronto. Niente, lettera morta: ciò che resta nella memoria collettiva della rete è che io faccio linkijaghing. La cui definizione, riportata sul sito di OKNO, è peraltro assai lacunosa: articoli con poche righe di testo che rimandano ad altra risorsa.

Una definizione di questo tipo, in realtà, non dice nulla, perché non definisce niente, in realtà, al massimo misura. Che cosa vuol dire, poi “articoli con poche righe di testo?” Qual è il “quantitativo minimo” al di sotto del quale scatta la sanzione? Una riga, due, tre? E soprattutto, perché? Un contenuto, per essere “originale” e non una furbatina per acquistar qualche lettore, deve essere necessariamente al di sopra di una certa lunghezza? I post sono originali solo se uno supera un tot di caratteri?

L’amministratore di OKNO sembra avere in mente, nella valutazione dei post aggregabili, il parametro di certi vecchi professori amanti della retorica fine a se stessa, che davano i voti al tema in base alla lunghezza, non al contenuto: se scrivevi quindici facciate di sbrodolamenti, dieci, se scrivevi venti righe concise e mirate, quattro. Per lui un post di una riga non è una battuta folgorante ed originale, è sempre e solo linkijaghing. Usando lo stesso metro, in letteratura Monti e Metastasio, autori di poemi ed odi sufficientemente lunghi, sarebbero da considerare grandissimi autori, Catullo, che s’intestardisce con gli epigrammi e rimanda continuamente a versi di Saffo ed Alceo, rivisitandoli, una mezza calzetta: su OKNO, per dire, sarebbe bannato.

Ora, mi dico: questi amministratori sulla rete ci vivono, leggono blog tutto il santo giorno, sono insomma del mestiere, eppure non sono in grado di catalogare correttamente parametri per i post in cui si imbattono, arrampicandosi su definizioni vaghe che non stanno evidentemente in piedi ad una seria disamina.

Figuriamoci quando le definizioni le devono dare e codificarle sotto forma di leggi esperti ministeriali o ministri stessi che sanno a stento che tasto pigiare per aprire il computer.

PS: Ora provo a postare questo contenuto su OKNO. Vediamo se lo considerano abbastanza lungo per poter essere mantentuto. In ogni caso, se da domani risultassi bannata sull’aggregatore, voi lettori potrete avere un sospetto sul perché.

Lei è stata per anni la mia compagna di banco al liceo. Lo dicevo già da allora che era una grande scrittrice.

Lei, invece, è da anni mia vicina di blog. Sono sempre convinta che sia un obbligo leggerla ogni mattina.

Lei, infine, è stata mia alunna. Ma mi sa che dovrei imparare io.

mouse

Cattivello ma acuto – seguendo l’andreottiano principio che a pensar male si fa peccato, ma s’indovina – qualche giorno fa Malvino lanciava l’ipotesi che Beppe Grillo avesse usato la sua candidatura a segretario del PD solo per risalire nella classifica di Blogbabel.

Dopo qualche giorno, è effettivamente risalito in classifica.

Però, siamo grati al Beppe: in fondo, finalmente ci ha fatto scoprire a che diavolo serve, ’sto PD.

sciopero dei blog

Oggi Alessandro Gilioli ha organizzato lo sciopero dei blog. Fare la crumira mi scoccia, non è nel mio dna, ma confesso che non sono ben certa, poi, se le nuove norme siano davvero così disastrose per i blogger normali, come me. Ho provato a capirci qualche cosa, ma non sono riuscita a farmene una idea precisa; inoltre trovo sempre controproducente imbavagliarsi per protestare contro chi vuol limitare la tua capacità di esprimerti: in fondo è dargliela vinta. Comunque, per solidarietà, posto solo questo.

Dovessero però approvare norme restrittive e per me economicamente pericolose, essendo una blogger spiantata che non si può permettere di pagare stratosferiche parcelle legali, ma ancora passabilmente caruccia e single, potrò sempre applicare la ricetta che Berlusconi suggeriva alle precarie per risolversi la vita, e fidanzarmi con un avvocato. In Italia le carenze della legislazione tocca supplirle così, tramite accordo privato.

I penalisti interessati sono pregati di lasciare il loro recapito nei commenti. Prometto solerte risposta, ovviamente entro i 5gg previsti per decreto dal ricevimento del commento medesimo.

cittadinanza digitale

Com’è cominciata nemmeno me lo ricordo. Fatto sta che mi ha chiamato Mad da Ibridamenti: “Il 3 Luglio aprono il wifi sul Canal Grande e ci hanno invitato dal Comune, vieni?”

Cioè, ti pare che io, che di mio son curiosa come scimmia, non vado? E infatti, il 3 Luglio, cioè ieri, sfidando un caldo africano che pareva essere arrivato fregandosene delle nuove leggi antimmigrazione solo per far dispetto a Bossi, alle 10.30 spaccate mi trovo all’imbarcadero dell’1.

Dà soddisfazione essere una blogger, soprattutto quando ti trattano come un quasi vip. Sull’imbarcadero, infatti, c’è già una piccola folla di gente subbugliante che aspetta, e si vede che è la gente da grande occasione, cioè quel misto di invitati in tenuta da semimatrimonio, giornalisti della carta stampata in sahariana però chic, giornaliste in vestito voile con capello tirato su, cameraman al seguito e varia umanità in jeans, però fighetto. Per fortuna che ho messo la gonna caruccia, penso, mentre cerco di capire da che parte devo andare, o per lo meno a chi devo chiederlo. L’imbarcadero è gestito come l’entrata al privè di una discoteca di lusso: cortesi e sorridenti signorine rivestite dal logo di cittadinanzadigitale (grondano con addosso le magliette accollate, povere cocche, ma con professionalità estrema fingono di non accorgersene minimamente) hanno in mano una lista da cui spuntano i nomi di chi può entrare e chi no, dirottando i giornalisti su un battello e i blogger sull’altro, e ci vuole la santa pazienza di una tata d’altri tempi, perché, al solito, i giornalisti vogliono andare sul battello dei blogger, e i blogger, oddio, i blogger vorrebbero andare sul battello loro, a dire il vero, ma sono blogger, quindi vanno accompagnati quasi per manina, sennò chissà dove finiscono.

Dentro, il battello ha una temperatura da bocca d’inferno, e, in effetti, pure l’ordine di un girone infernale: è un gran groviglio di fili di batteria per computerini portatili, netbook, blackberry, cellulari satellitari: Tutti digitano su qualche tastiera, dando l’impressione che per quello Iddio abbia creato le mani: per scrivere al computer. Da una capo all’altro del vaporetto si odono conversazioni del tipo: “Oh, ma mi presti la tua password?” “Be’, e perché non mi fa accedere?” “Devi passare per la Home!” “Porca Miseria, non mi riconosce l’account!” “Ehehe, guarda, mi hanno taggato!”. Qualcuno è seriamente preoccupato per la location: “Soffro il mal di mare.. e qui se vomito vado pure in diretta in mezzo mondo…” Sono gli inconvenienti dell’interconnessione globale.

Mad sta baruffando con il suo Mac, che fa le bizze, mentre per fortuna il netbook di Mario funzionerebbe, ma per entrare in wifi ci vuole la password, e l’hanno dimenticata a casa. Per fortuna io ce l’ho, e, non avendo portato il computer, gliela cedo volentieri: quando il vaporetto si stacca dalla riva, siamo connessi, e navighiamo in rete, oltre che sul canale: vittoria! Mad comincia a postare su facebook in tempo reale, mentre gli altri blogger commentano e rispondono, sempre su facebook; la cosa divertente è che alcuni, sospetto, sono seduti un paio di file più indietro di noi, e farebbero prima a farci toc toc sulla spalla e dirlo a voce, ma dài, è il brivido della novità, siamo internettiani ed interattivi, quindi gioco anche io, e ingorgo la pagina di ibridamenti di commentini in diretta. Mad vorrebbe uplodare un filmato, ma prima deve capire come si fa a girarlo, e con il netbook nuovo non le è chiaro; quando finalmente ha una illuminazione, e inizia a riprendere, il problema diventa sapere come si carica. Chiediamo in giro, e scatta la solidarietà fra blogger, che non porta a granché, a dire il vero, perché il filmato non si carica manco pei tacchi: gli unici che girano e mettono in rete in tempo reale sono gli studenti del MIT. C’è poco da fare, gli Ammerigani lo fanno meglio.

Il vaporetto, intanto, è arrivato a S. Marco. Le signorine distribuiscono magliette promozionali omaggio e i blogger fanno ressa virtuale, cioè tramite facebook o blackberry si scambiano informazioni su chi è riuscito a beccare una media e chi necessita di una extralarge; probabilmente qualcuno medita se sia il caso o meno di creare un negozio su e-Bay. Intanto si sente un trambusto enorme: monta infatti, come una calata d’Unni, una nuova orda di giornalisti. Entrano in retromarcia, perché stanno riprendendo l’arrivo di qualcuno di importante. La Madonna, come minimo, si direbbe dal casino: invece no, è Massimo Cacciari. Il Sindaco appare, fighissimo come suo solito, non dico circonfuso di luce, ma quasi: sarà il riverbero delle webcam. Cosa dica non si sente, perché è attorniato da un nugolo di Bernerdette che fa muro.

Gli stanno mostrando la connessione wifi – spiega Mad- e Cacciari fa ‘ohhhh!’”

Ok, abbiamo il titolo per la colonna sonora: I Cacciari fanno “ohhhh”; se ci accordiamo con Povia sarà il successo dell’estate. Più del Sindaco, lo confesso, è il Vicesindaco, Michele Vianello, che mi fa simpatia: è montato in vaporetto con il passeggino del figlio treenne, che ha addosso anche lui una magliettina di cittadinanzadigitale e si sta sbrodolando di the con il biberon, piccino, mentre attorno tutti lo riprendono e lui se li guarda pensando che gli adulti devono essere ben stranetti, eh. “E’ un giovane cittadino digitale” assicura il padre. A riprova mostra un computerino di quelli per bimbi, nel bauletto del passeggino.

Finalmente, sbarcato Cacciari, navighiamo, oltre che nella rete, anche verso il Lido, dove ci attende il rinfresco. Qui Michele Vianello molla il pupo, che spero portino a casa data la temperatura ormai da altoforno, e improvvisa uno striptease, indossando anche lui la maglietta di cittadinanzadigitale. “Meno male – sbuffa – m’era toccato vestirmi elegante…” Confermo, fa proprio simpatia a pelle questo omone alto con i capelli bianchi, dritti, che paiono tagliati con l’accetta, e degli occhioni azzurri dietro occhialetti da miope allegro. Cacciari, lo confesso, a me mette addosso ansia anche se lo incrocio per strada: ho paura che se svolto male la calle, lui mi assegni per casa una parafrasi di Platone, con commento in tedesco. Vianello invece sembra uno di quei paciosi maestri elementari del buon tempo andato, che quando imbrocchi la risposta giusta ti offrono una caramella, e quando no te la allungano lo stesso, di nascosto, per tirarti su il morale. E poi mi piacciono proprio le cose che dice: “Da oggi il Comune offre a tutti i suoi cittadini, gratis, la rete internet, nelle zone coperte… e meno male che funziona, perché se non funzionava qualcosa, oggi, il sedere allo scoperto ce l’avevo io – spiega ridendo – ma per me è una cosa importante. É un investimento enorme, certo, passare le fibre ottiche nel territorio del Comune, ma quando mi chiedono come si rientra dei costi io rispondo che non si rientra, come non si rientra quando si costruisce un asilo. Però ormai avere accesso libero alla rete digitale è un diritto per i cittadini, come l’istruzione e l’accesso ai servizi, non importa quanto costa, ed è anche un investimento, perché poter offrire alle aziende connessioni rapide se portano la loro sede nel territorio nostro può fare la differenza nel prossimo futuro.”

Io me lo guardo contenta, perché fa piacere vedere un politico che dà l’impressione, una volta tanto, di sapere di che parla, e poi mi piace questa idea della rete che è un po’ come la scuola gratuita nell’Ottocento, un diritto di tutti, non solo un vezzo per qualche signore annoiato e ricco, che si può permettere un nuovo giocattolino. Non parla neanche tanto, Vianello, poi, perché tutti reclamano il rinfresco, approntato su una terrazza fronte mare. “Per chi vuole – aggiunge prima di dare il rompete le righe, che poi sarà un ricomporre le fila davanti al buffet – ci sono a disposizione degli ombrelloni, e la connessione wifi è attiva su tutta la spiaggia, per cui, volendo, potere anche andare a fare il bagno e rimanere comunque connessi…”

Oh, alcuni nelle retrovie fanno una faccia così contenta che penso ci stiano pensando davvero, di fare un tuffo con il netbook in mano (i netbook che hanno devono essere anche subacquei, secondo me!), per postare subito su Facebook, in tempo reale, la foto della prima alga che incrociano, fra le onde del Lido.

Stavolta il racconto è proprio tutto vero. Se volete le prove, cliccate i link.

velina santa

Certi labirinti mentali mi affascinano: c’è qualcosa di attraente, infatti, nel seguire i ghirigori di un pensiero che, convinto di essere tagliente e diretto, si incarta in meandri sempre più arzigogolati. In questi ultimi due giorni sul mio blog ha postato diversi commenti un lettore, Frz40, con cui prima non avevo mai avuto occasione di dialogare. La polemica è partita dal post L’educazione televisiva, in cui Frz40 (in cui il 40 deve essere la data di nascita, e non l’età, da quanto capisco) aveva scritto un primo commento molto lungo e circostanziato: secondo lui il mio attribuire parte della “colpa” dell’attuale stato dell’Italia ai modelli che per anni la televisione berlusconiana ha proposto con i suoi programmi era, in buona sostanza, un modo comodo per chi è di sinistra di evitare di far autocritica sulla proprie responsabilità, perché se noi trenta/quarantenni abbiamo aderito a quei modelli è solo ed esclusivamente un nostro demerito. Per giustificare ciò Frz40 spiegava che le sue figlie sono venute su benissimo, e sono del tutto immuni da ogni deriva velinesca, nonostante egli abbia sempre fatto vedere loro le tv di Silvio.

In una mia lunga ed altrettanto circostanziata risposta avevo cercato di spiegargli che, in realtà, egli aveva in parte frainteso il senso del mio post (per carità, non mi sarò spiegata io bene, eh!): la mia non era tanto una accusa nei confronti di Berlusconi, ma una presa di coscienza che ormai, dopo anni di esposizione ai modelli che le tv di Berlusconi hanno proposto come vincenti –non inventato, per carità, ma amplificato con la loro capacità di impatto sì-, la mia generazione è profondamente “berlusconizzata” nel profondo, e questo rende impossibile, alle volte, togliersi di dosso alcuni automatismi del pensiero che noi sentiamo come “naturali”, mentre in realtà li abbiamo assorbiti in modo inconscio, attraverso il bombardamento televisivo cui siamo stati sottoposti fin dalla più tenera età.

La posizione di Frz40, invece, pare negare del tutto questa possibilità: dal suo commento si evince che egli non crede che ai ragazzi e men che meno agli adulti si possano imporre modelli dall’esterno, grazie solo al peso della pressione sociale: se ragazzi ed adulti accettano quel modello è perché decidono di farlo, o perché ne sono convinti o perché, se minorenni, le famiglie non hanno dato loro una “educazione di base” così forte dal renderli impermeabili alle influenze negative esterne; insomma, per semplificare: il berlusconismo non esiste, ma se esistesse la colpa sarebbe di quelle pappemolli, consenzienti, che si fanno infinocchiare da Berlusconi.

Questa idea ha ispirato il mio secondo post Le tette di Tinì Cansino e i paradossi della democrazia, in cui appunto mi ponevo il problema se l’idea espressa da Frz40 fosse condivisibile: è vero, infatti, che molto spesso i modelli proposti sono apparentemente accettati in maniera consenziente dal pubblico, ma, mi chiedevo io, è davvero libera la scelta di aderire ad un modello se, fin dall’infanzia, tutti i mezzi di comunicazione e la società nel suo complesso gli hanno inculcato in maniera conscia ed inconscia che quello e solo quello è il modello da seguire?

Ora è chiaro che, arrivati a questo punto, non stiamo più discutendo di Berlusconi o del berlusconismo, ma il discorso si è spostato su qualcosa di un pochino più generale, ovvero quali siano, in pratica, i limiti della libertà di scelta nell’essere umano.

Quando si affronta un tema del genere, persino se non si è un filosofo ma una semplice blogger, è ovvio che si deve usare un linguaggio un pochino più preciso – non solo più colto, proprio più tecnico- per evitare di dire sfondoni; e ci si augura e si dà anche in parte per scontato che l’interlocutore che ha suscitato il dibattito farà altrettanto: il che non vuol dire che non si possa ancora scherzare e far battute, ma che, quando si risponde, l’argomentazione si basi su contestazioni nel merito, e non si rifugi in una semplice infilata di luoghi comuni.

Che cosa invece mi scrive Frz40? Per prima cosa si lamenta, con tono querulo, del fatto che il mio secondo post sia incomprensibile. Per farlo, però, non lo dice così: con tono mesto, anzi, finge di scusarsi per non aver capito, a tutta prima, cosa volessi sostenere: 1357 parole sono state necessarie per scrivere questo bel post, o meglio, questo bel saggio. Per la verità, nonostante il raffinato e forbito uso del linguaggio, ad una prima lettura non ci avevo capito molto. Notate le finezza: mi conta le parole, come a sottolineare che ho splafonato fuor del lecito, poi fa diventare la parola “saggio” quasi una raffinata forma di insulto: come blogger non vali un beneamato, sottintende, perché non scrivi dei post, ma dei pallosissimi manualetti di filosofia, in cui, nonostante tu sappia usare bene l’italiano, non ci si capisce una cippa. Chi si lascia scappare di penna una frase così sottilmente insultante è un vecchio volpone, e non c’entra se il 40 del nick sia o no la data di nascita. Ma la commedia della finta insipienza continua (sempre contando le parole): mi ringrazia dunque con fare commosso di avergli insegnato una nuova parola, aporia, che, fa capire, è una roba tanto strana che possono usare solo degli intellettuali avulsi dalla realtà, lontani dal popolo ed incapaci di parlare, come invece sa far lui, alla gente. Peccato che, per rinfacciarmi l’uso del termine, lui lo traslitteri in greco, cosa che io manco mi sogno dal fare: il che mi fa sospettare, e con ragione, che la suddetta parola tanto intellettuale non l’abbia sentita affatto per la prima volta da me e ciò gli abbia procurato lo spaesamento che affetta, ma l’abbia imparata fra i banchi di un buon liceo classico e sappia benissimo cosa vuol dire. Ma accusare me di essere una intellettuale con la puzza sotto il naso e dedita a questioni di lana caprina che nessuno capisce è molto più facile che argomentare nello specifico.

Anche perché, quando prova a farlo, va detto che i risultati non sono esaltanti: Frz40 si intorcola in un discorso che, in realtà, non si capisce bene dove voglia andare a parare: l’individuo non può scegliere se gli piace la cioccolata se non ha mai avuto la possibilità di assaggiarla, o neppure sa che la cioccolata esiste. La società dovrebbe dargli la possibilità di conoscere la cioccolata ma la società è formata da individui che non conoscono la cioccolata. Un vero dilemma! E pensare che esistono altre società dove la cioccolata la conoscono bene. E forse anche in questa società c’è chi la conosce ma vuol tenerla tutta per sé e ci fa vedere solo le tette della Cansini.

Già, appunto, verrebbe da dire, e quindi? Il dilemma, al di fuori dell’ironia, è proprio questo: se io non so che la cioccolata esiste, non posso nemmeno decidere se mi piace (lo stesso discorso vale per le tette della Cansino, peraltro: se Frz40 non le avesse mai viste, non avrebbe neppure potuto apprezzarle mai).

Non venendo fuori dall’angolo dove si è incantonato da solo, Frz40 risolve la cosa buttandola sulla generica lamentazione che il tema di cui mi occupo è una fisima senza costrutto:Eh sì, sono questi i temi fondamentali del nostro tempo! Come si fa a non scriverne in modo così puntuale? Mica come quelli che scrivono post con titoli piú lunghi del contenuto, tanto per vedersi in vetrina, e credono che il blog sia un posto dove conti soltanto il il look, come in discoteca. O, come quelle che sentono la necessità di vestirsi sexy come una soubrette del Bagaglino per sedurre un uomo.

Ammirate la virata retorica: prima il dileggio verso l’argomento scelto da me, poi una generica accusa nei miei confronti di essere una moralista (di certo odio le discoteche, e sogno un mondo in cui i blogger e tutti non parlano che di argomenti culturalmente impegnati: insomma, sono una tediosa rompicoglioni), inoltre sono anche un po’ frustrata perché per cercarmi un uomo ho bisogno di vestirmi sexy (’sta cosa del vestito da soubrette deve essergli rimasta nel cuore, è la terza volta che la ricorda: A Frz40, ma nun è che te piacerebbe vedemme vestita così, eh?). Quindi, il crescendo rossiniano finale:

Per la carità, sul proprio blog ognuno può scrivere come vuole e cosa vuole, però da povero vecchietto mi vien da pensare:TAKE IT EASY, GALATEA! Altrimenti tu “ ragazza fantastica…i carina, simpatica, quando vuoi persino sexy, e poi alla mano, intelligente, spiritosa, piena di senso dell’umorismo, affidabile, dolce, per giunta neanche particolarmente rompipalle sulle cose su cui voi donne rompete sempre” (dal tuo post ”Psicologia Maschile”) passerai molto tempo ancora per capire perché gli uomini non ti filano. Viva le ZIZZE !!

Ecco, meno male che ci siamo arrivati: dunque, dal momento che io, non solo blogger ma soprattutto donna, mi azzardo a scrivere post che non trattano qualche cazzatina adatta al blog di una femmina (chessò, le collezioni moda autunno inverno, come farlo impazzire a letto e le ricette di cucina, ad esempio), è ovvio che sono una esagitata che dovrebbe darsi una calmatina. Altrimenti un uomo che mi sopporti, se mi ostino a voler pensare e scrivere su argomenti che sarebbe meglio lasciare ai maschietti, non lo troverò mai. Per fortuna che, dall’alto della sua pluriennale esperienza, il buon Frz40 mi dà una dritta: scollega il cervello, e scopri le tette, ragazza mia, che non saranno come quelle della Cansino, per carità, ma al mondo ci sono tanti uomini che si accontentano, purché tu non mi ostini a far capire loro che sai anche pensare.

Be’, caro Frz40, ti devo ringraziare per questa bella lezioncina. In effetti, considerato ciò che scrivi, la tua mentalità e la tua data di nascita, hai ragione: non si può attribuire all’educazione televisiva berlusconiana in toto lo stato pietoso di arretratezza in cui versa questo paese, il paternalismo un tanto al chilo sparso a piene mani, la mentalità maschilista diffusa, lo scarso rispetto verso la dignità femminile e l’inesistente stima verso l’intelligenza delle donne che si ritrovano in Italia. In effetti, leggendoti, è evidente che tutte queste cose erano ben diffuse ed allignavano anche prima di Silvio e delle sue tv.

Ah, dimenticavo: per completare l’opera, poi se l’è presa con Kay Rush. Sì, le donne intelligenti devono proprio mandarlo in crisi, neh.

Veronica Lario, Veronica Lario, Veronica Lario….

Non che abbia veramente qualcosa da dire sulla vicenda.

Ma oggi basta mettere fra i tag il nome e le visite schizzano all’insù.

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