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Processo breve e assoluzione fulminea.
Giustizia veloce ma immunità eterna.

Un giovane dirigente piddino modenese di belle speranze si è giocato la carriera politica, e forse anche la fedina penale, per uno status incautamente postato su Fb. “Ma è possibile- si chiedeva infatti nello stretto limite dei 120 caratteri consentiti – che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?”
Non appena condiviso con il mondo il suo dubbio, il giovane incauto dirigente piddino si è ritrovato nelle peste: un suo amico, che è anche coordinatore del locale Pdl, dunque amico suo sì, ma magis amicus Silvii, lo ha immediatamente denunciato, ritenendo lo status una vera e propria istigazione al premiericidio. I vertici del Pd modenese avrebbero sospeso di gran carriera il ragazzo, se non fosse che il ragazzo, dopo aver immediatamente postato un nuovo status in cui ammetteva di averla fatta fuori dal vaso, non si fosse ancor più di gran carriera dimesso dal Pd e da ogni carica politica.
A titolo personale, trovo questa faccenda molto interessante, anzi direi proprio emblematica. Chiarisco, per non vedermi diluviare addosso un sacco di commenti scandalizzati da “sinistra”: non per le minacce o eventuali insulti a Berlusconi. Chiarisco ancor meglio, per evitare altro diluvio di commenti scandalizzati da “destra”: per uno che su Facebook posta una cosa del genere non ho nessuna stima e scarsissima comprensione. Ciò che trovo interessante da studiare è invece proprio la notizia in sé e per sé. Un ragazzo abbondantemente maggiorenne – quindi in grado di valutare le conseguenze delle proprie azioni – laureando in ingegneria – quindi acculturato – e dirigente di partito – quindi politicamente avvezzo alle regole della comunicazione – posta su un social network una frase che è obiettivamente violenta, oltre che incredibilmente stupida, e che per giunta, in un paese come il nostro, non può fare a meno di evocare i fantasmi della lotta armata e del terrorismo. Perché? Che cosa gli passa per la testa nel momento in cui lo fa? Come è possibile che non si sia subito reso conto che postando quello status su Facebook avrebbe di certo creato un “caso”?
È un pezzo che mi interrogo sulla percezione che gli utenti hanno dei social network e dei blog. Lavoro tutto il santo giorno con ragazzini e adulti che sono su facebook, twittano in twitter, bloggano sui blog, chattano su ogni chat e aggregano su ogni possibile aggregatore. Ciò che spesso mi lascia perplessa è la beata incoscienza con cui tutti usano (usiamo) questi mezzi. Soprattutto la facilità con cui si posta sui social network mi lascia perplessa: se il blog è un oggetto che in qualche modo viene vissuto con maggior consapevolezza – si usa per pubblicare post di una certa lunghezza, proprie meditazioni personali sì, ma già scritte ed impostate per essere lette “in pubblico” – il social network mi sembra una sorta di Far West o di ultima frontiera, in cui, direbbe il prode Jovanotti, le regole non esistono, esistono solo le eccezioni.
Lo status di Facebook è nel 90%una striscia piena di banalità sconcertante: un diluvio di “Caio è inca***to nero”, “Tizia è triste”, “Sempronia non c’ha voglia di studià”. Spesso viene aggiornato ogni dieci minuti, con qualsiasi scemenza passi per la testa, come quella, appunto, di chiedersi perché qualcuno non ficchi una pallottola in testa a Berlusconi. Scemenza che fa il paio con quella che ti spinge a chiederti perché nessuno randelli Capezzone, prenda a calci in culo D’Alema, disintegri con un raggio laser Fabrizio Corona, esili su Saturno senza ossigeno Simona Ventura e Morgan o semplicemente squarti, ma a pezzettini piccoli piccoli e lentamente, quello stronzo del nostro capofficio/dirigente/direttore didattico o del moroso/amante/consorte che ci ha piantato senza neanche un ciao. Trattasi di pensieri che chiunque – via non smentitemi, detesto gli ipocriti – almeno una volta nella vita ha fatto, e magari anche detto, cazzeggiando al bar con gli amici, davanti ad una birra. Solo che al bar, complice il fatto che verba volant, restavano appunto pensieri di innocuo cazzeggio, volatile e presto dimenticato; sul social network, a causa degli scripta che ahimé manent, assumono altra valenza, perentorietà e significato, e si colorano anzi di tinte fosche nonché di possibili sfumature di reato.
L’errore del giovane ed incauto dirigente piddino sta tutto in questo, in primis: nel non essersi reso conto che facebook non è il bar sotto casa, anche se ci si fanno le stesse identiche cose, cioè cazzeggiare con gli amici. Ciò che lo rende diverso non è solo il suo fatto di essere un “luogo pubblico”, anche se virtuale, ma soprattutto un luogo in cui la memoria viene conservata in eterno: posti una cosa su Facebook, o su un blog, e resterà scritta per sempre, sempre peraltro recuperabile, anche a secoli di distanza, con un semplice giro su google, esattamente come sempre recuperabile tramite youtube sarà il filmato dell’onorevole Salvini che intona una canzonaccia antinapoletana.
Facebook è il luogo dove il nostro privato diventa pubblico; per nostra esplicita scelta, certo, ma alle volte è una scelta di cui non capiamo tutte le implicazioni possibili. Se da un lato ci dà la possibilità di comunicare stati d’animo e pensieri e condividerli con gli amici in tempo reale, spesso ci fa dimenticare che quegli stati d’animo, essendo mediati dalla scrittura e pubblicizzati attraverso una bacheca elettronica, assumono di per sé altre valenze da quella di partenza, ed altro impatto su chi si trova ad esserne oggetto.
Se io al bar incontro un uomo per cui ho perso la testa e gli sussurro un “Ti amo, Carlo” è un conto. Se pubblico lo stesso “Ti amo, Carlo” sulla mia bacheca in Fb è come se fossi andata al Grande Fratello o a Stranamore.
Figuriamoci se pubblico un: “Carlo, sei un coglione e ti vorrei vedere impiccato”.
Oggi non sono qui, sono su Giornalettismo
A parlare della bellezza della Bindi e dell’intelligenza politica di Berlusconi.

Dopo la bocciatura del Lodo, Alfano propone che i giudici del CSM siano sorteggiati.
Strano però. Mi sarei aspettata un televoto.
Proposta alternativa del PD: “Vince il posto chi indovina il numero dei fagioli.”

Eppure ce l’ho sulla punta della lingua. Solo che non mi viene. Ma sì, dài…. Lo sapevo…c’erano! Me lo ricordo… quelli, dài, sì, proprio quelli lì…quelli che nella Fattoria degli Animali…quelli che tutti erano uguali, però loro, ecco, loro erano più uguali degli altri…ecco, quelli lì…ma chi erano? Come si chiamano? Uh, me lo ricordassi…
Ah, ecco, i maiali!

Presidente Fini,
La ringrazio per aver rinunciato a proteggersi con il Lodo Alfano per evitare di rispondere in tribunale dell’accusa di diffamazione nei confronti del pm Woodcock.
Da persona corretta, pur non avendo mai votato la parte politica in cui sta Lei, mi pare giusto segnalare e lodare, in questo momento in cui i politici paiono non avere il minimo rispetto per le Istituzioni e anzi paiono proprio non capirne il senso, un politico che almeno dimostra di ricordarsi cosa siano queste cose.
Lei ha tutta la mia stima.
Il suo è un gesto che va indicato, perché rifiutandosi di usare quella legge, anche se ne avrebbe avuto diritto, ha dimostrato di avere una statura quasi da statista.
Però quando l’ha votata, quella legge, no.

Hommage a Paolo Virzì
Teo. Che poi starebbe per Teofilo. Nome di famiglia, ereditato dai nobili antenati. Ma andarlo a mettere ad un pupetto appena nato, denota nei genitori una certa colpevole indifferenza, invero poco nobile, nei confronti dell’avvenire del figlio.
Comunque, l’hanno chiamato Teo. E gli è andata anche bene: la sorella si è beccata un Nazarena.
Dunque, Teo, dicevamo. Età. Entriamo nel campo dell’incerto. Facciamo qualche anno più di me, ma non molti. A occhio e croce: Teo sull’età è sempre stato un po’ vago: superati i quaranta, sarà uno di quegli ex ragazzi che non accettano di invecchiare, così ha giocato sempre d’anticipo, non dichiarandola fin da quando ne aveva venti; ma è da quando avevamo entrambi circa venti anni che ci conosciamo, dunque a me non la può dare a bere.
Professione. Ecco, qui entriamo nel campo del più incerto ancora. Cosa faccia Teo per vivere non l’ho mai ben capito, e spesso dubito che lo abbia capito persino lui. Del resto nel suo caso il “per vivere” è modo di dire: Teo, per vivere, non ha bisogno di fare null’altro che andare in banca a ritirare i soldi di famiglia. Più che lavorare, lui “s’interessa”. S’interessa di arte, di mostre, di pittura, di scultura, e, più in generale, di eventi. Difficile dargli torto, come tutti sanno queste sono cose interessanti in sé e per sé. Altrettanto difficile però chiarire del tutto le forme dell’interessamento di Teo alle succitate attività. Quello che so è che non c’è mostra, evento, prima teatrale, reading, convegno, concerto, festival in cui Teo non sia in qualche maniera coinvolto. Sempre di striscio, beninteso. Ad un festival, lui presenta magari una sezione secondaria, alle mostre d’arte non scrive lui il catalogo, ma a qualche titolo è citato nei piè di pagina, almeno in una riga; ad una rassegna cinematografica è immancabilmente invitato a salire sul palco della proiezione; alle prime teatrali, lui c’è, o perché conosce l’autore o perché glielo devono presentare; ai concerti e all’opera, ha un posto perché è perennemente in parola con qualche sconosciuta rivista per fare un pezzo di critica. Dovunque entri, teatro, ristorante, cinema o fondazione culturale, lo salutano tutti e lui saluta di rimando, scambiando affettuose manate, abbracci fraterni, strizzatine d’occhio che certificano pregresse familiarità. Per il poco tempo che siamo rimasti assieme, millenni fa, l’ho frequentato mentre era in transito: fra un convegno e l’altro, una presentazione di libro e l’altra, un qualcosa che era appena finito e un qualcosa che stava appena per iniziare. Per una come me, tendenzialmente pigra, non era un ritmo sostenibile, e difatti dopo un po’ non l’ho più sostenuto: il moto perpetuo ha il suo fascino, ma alla lunga mi stanca molto, soprattutto se non porta a nulla; lui invece ha continuato con nonchalance a gestire questa sua vita da zingaro intellettuale, sfarfallando qui e là ad ogni occasione cultural-mondana, felicemente apolide, così come è felicemente apolitico e ancor più felicemente dimentico che il resto mondo scorra al di fuori della sua bolla di artisticità. Di tanto in tanto, poi, a suo capriccio, Teo riemerge nel reale: telefona, messaggia, preme per reincontrarmi e s’inalbera se non sono pronta a rivederlo io pure. Se gli faccio presente che non è cattiveria, ma impossibilità a incastrare gli impegni della mia vita attuale, Teo rimane profondamente spiazzato: gli è ostico accettare che il resto del mondo continui ad esistere anche mentre lui non gli concede la sua attenzione.
“Sai – mi dice infatti l’altro giorno – il Maestro mi aspetta per un weekend in campagna da lui, e vorrebbe rivedere anche te, perché non vieni? Passo a prenderti venerdì pomeriggio.”
Più che un invito, una comunicazione. Del resto Teo ed il Maestro, lo so, sono fatti così.
Per arrivare a destinazione ci vogliono tre ore di macchina, e solo perché quando guida Teo ci vogliono tre ore di macchina per arrivare ovunque, poli compresi. Il viaggio è piacevole, perché la meta è una di quelle campagne che gli stranieri ci invidiano, e perciò le colonizzano comprando tutto quello che somiglia ad un mattone: antichi conventi, antiche fattorie, antichi castelli, antiche stalle, e trasformandole in nuovi conventi, nuove fattorie, nuovi castelli e nuove stalle, per usarle come case di villeggiatura, per ricchi che aspirano a fingersi frati, fattori, castellani o pecore.
Quando sbarchiamo nel bel mezzo di una ex aia, il Maestro e gentile signora ci accolgono cinguettanti. Il Maestro abbraccia e bacia me e poi appioppa una manata carica di sottintesi a Teo, e sbotta in un: “Ah, finalmente vi rivedo assieme!” calcando bene l’assieme. Non ha mai digerito che io e Teo ci siamo separati: aveva deciso che eravamo destinati ad essere una coppia perfetta, e il fatto che avessimo caratteri del tutto incompatibili e stili di vita impossibili da conciliare non gli sono mai sembrate scuse accettabili per opporci ai Suoi disegni. Anche la moglie del Maestro si spreca in abbracci: in realtà di noi due, insieme o separati, non gliene è mai fregato granché, ma è abituata da sempre ad assecondare i ghiribizzi del marito, e questo comprende il suo saltuario affezionarsi al taluno o al talatro come fossero delle specie di figli, e poi disaffezionarsi ai medesimi di botto e disinteressarsene completamente, esattamente come ha fatto con i figli reali, insomma.
La casa non è una casa, come è ovvio, ma un vecchio convento riattato, che il Maestro ha comprato per una pipa di tabacco dagli ultimi fraticelli, per l’interessamento di un amico cardinale; grazie alla consulenza di un amico architetto e alla benevola distrazione di un amico Sovrintendente, nonché all’aiuto di un amico palazzinaro e la compiacente pressione di un paio di amici onorevoli e consiglieri comunali, del vecchio convento ha tenuto i muri e sventrato l’interno per trasformarlo in una open space hight tech ma molto fusion con venature feng shui, cioè in pratica una infilata di saloni bianchi con pochi mobili scomodi e ad altezza caviglia, che sono divani ma potrebbero essere letti, o cuscini, o tappeti o qualsiasi cosa venga in mente, tranne che affari su cui potersi sedere o distendere con agio. La casa, come sempre le case del Maestro, è piena di gente. Oltre all’architetto e all’onorevole cui deve i natali, ci sono una pittrice francese, una scultrice polacca, un soprano bulgaro ma con marito americano, un giornalista inglese, credo, con al seguito un ragazzo dalla faccia da modello e accento spagnolo, un tizio avviluppato in una stola arancione che pare un monaco tibetano e anche altri che non distinguo, visto che sbucano tutti assieme parlando ogni possibile lingua del mondo, tanto che io comincio a capire perché il buon Dio abbia deciso di sterminare tutti, dopo quella brutta faccenda della torre di Babele.
Teo è nel suo elemento, ed al centro di ogni attenzione: la francese, una sessantenne con gonna lunga e balze e rughe decisamente hippy, gli si avvinghia, sommergendolo di “Teò, Teò, cheschetufèisì, quandtuesarrivè?”, la soprano bulgara americanizzata intona tutta una coloritura di risate a gorgheggio, l’inglese lo abbraccia nonostante lo sguardo torvo lanciatogli dal modello spagnolo, il bonzo bonza, ma con espressione di benevola simpatia. Tutti stringono la mano anche a me, e non indagano sul mio ruolo e sulla mia qualifica: una “amica di Teo” basta ed avanza, con tutto quel vago che nell’amica si può sottintendere: conoscente, fidanzata, amante occasionale, sconosciuta capitata per caso; il fatto che sia della compagnia rende scontato che in qualche modo svolga un lavoro di tipo intellettuale, o che sarei capace di farlo, volendo, o che semplicemente sarei “interessata” ad averlo, nel caso capiti: del resto siamo tra artisti, quindi i ruoli è giusto che siano vaghi, tutti si occupino di tutto e di nulla, e le professioni siano cose aleatorie e sfumate, perché mica siamo travet.
La Moglie del Maestro (dimenticavo, è belga), intanto, ha già imbandito la tavola e sta portando terrine di cibo che ha commissionato alla vicina, una vecchia contadina locale. Per ogni pietanza, la Moglie del Maestro, che di suo credo non sappia neppure mettere a bollire l’acqua per fare una camomilla, aggiunge la spiegazione della ricetta, che ripete, da scolaretta diligente, con lo stesso accento della contadina: “Questo è il choniglio fatto cholle erbe che chreschon qhui..”dice, felice di poter sfoggiare il suo tocco esotico, spalmando su tutto aspirate a caso, con la stessa generosità con cui la vicina-cuoca ha spalmato il paté di fegatini sul pane brustolito.
I membri della compagnia annuiscono, annusano, assaggiano, poi emettono una serie di rantoli che vanno dall’estasiato al qualcosadipiù. Teo comincia una dotta disquisizione su come vadano fatti i crostini di fegato secondo le antiche ricette toscane: dimenticavo, a tempo perso fa anche il critico gastronomico. Nel giro di pochi secondi si trasforma in un incrocio tra Bigazzi e Vissani, o meglio in una sorta di Philippe Daverio in fregola per la gastronomia: è tutto un frullare di aggettivi, un costruire frasi ad effetto per spiegare una cosa così semplice come spalmare un paté sul pane, perché secondo lui il pane ed il paté non basta che siano spalmati, bisogna che lo siano nella giusta direzione, con il coltello adatto e il pane con l’inclinazione acconcia, insomma tutta ‘na cosa che talmente complessa che si capisce perché, per salvarsi dal farla, Brunelleschi abbia a suo tempo deciso di dedicarsi alla costruzione di cupole. La pittrice francese, la scultrice polacca, la soprano americanizzata per matrimonio e la padrona di casa belga lo guardano estasiate, manco stesse illustrando loro come Michelangelo ha fatto la Pietà; anzi lo cita proprio, Michelangelo, insieme al neoplatonismo del circolo di Lorenzo il Magnifico e non so che altro, per giustificare il verso in cui vanno spalmati i fegatelli. Ora mi ricordo perché l’ho lasciato: quando faceva così non riuscivo al trattenermi dallo sbottare: “Dio Santo, Teo, stai parlando di un crostino! Zitto e mangia!”
Quando i crostini sono spolverati via con un esercizio di smaterializzazione di cui il bonzo non troverebbe eguali in tutti i suoi testi sacri, la conversazione prende altre pieghe. Il Maestro è in ferie, quindi non s’ha da parlare di cultura, e siccome persino Teo, con la bocca piena di finocchiona, ha qualche difficoltà nel continuare le sue discettazioni gastronomiche, si vira verso la politica. Il giornalista inglese, in quanto rappresentante di una stampa migliore, più libera e più democratica, ed il suo grazioso efebo, che non è membro della stampa, ma è comunque più democratico e moderno in quanto spagnolo, vengono invitati a spiegare quanto schifo faccia all’Europa ed al mondo Berlusconi. Non si sottraggono alla bisogna. Fra un bicchiere di Chianti e un boccone di choniglio, il giornalista inglese conferma che all’estero un tizio che rimorchia escort più o meno consapevolmente ed è tanto sciocco dal farsi pure scoprire non farebbe il Presidente del Consiglio, e nemmeno l’usciere del ministero. Tutti confermano, convinti. Solo la scultrice polacca storce un po’ la bocca, dicendo che sì, lui è quello che è, ma anche le gentili signorine che si prestano all’intrattenimento andrebbero in qualche modo censurate. La pittrice francese ed hippy si sente in dovere di intervenire da veterofemminista, che non si è persa una battaglia di genere dai tempi delle guerre puniche (avesse avuto Annibale per le mani, lo avrebbe costretto a prevedere una quota rosa di elefantesse, neh). Inizia così una giaculatoria in cui ammette che sì, quelle donne non ci fanno certo una bella figura, ma soprattutto non lo fanno fare a tutto il genere femminile, però bisogna anche tener conto che sono in un sistema in cui non possono fare altro, sono vittime del potere maschile, fallocratico, sottomesse e non liberate, schiave inconsapevoli dei pregiudizi millenari e del mondo così come il capitalismo e i maschi lo han costruito. Teo annuisce mentre ingurgita l’ultima fetta di salame, il Maestro e la Moglie del Maestro danno una sorta di approvazione silente. Solo il soprano bulgaro pare molto perplessa, gorgheggia qualcosa che pare una risata e poi sbotta: “Oh, ma insomma, dai, non siamo così severe…in fondo chi di noi non l’ha data almeno una volta ad un uomo ricco o potente per favorirsi la carriera?”. Il marito americano non fa una piega, la Moglie del Maestro non replica, l’efebo spagnolo del giornalista inglese mantiene la sua aria truce ma è muto, la pittrice francese resta imparpigliata perché sta contando la fila dei suoi numerosi amanti, cominciata con il filosofo che la lanciò e provvisoriamente conclusa con l’editore che la pubblica, la scultrice polacca, con prammatico buon senso da exoltrecortina, memore del critico amico del Maestro che deve firmare la prefazione del suo catalogo, glissa.
Io, fatto un rapido esame di coscienza, potrei anche dire di no.
Ma taccio. Non vorrei passare da provinciale.
È un racconto di fantasia. I personaggi e gli ambienti ritratti sono immaginari quanto la mitica regione italiana del Qualcheshire, in cui è ambientata la storia.
Arrestato Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese coinvolto in un presunto giro di escort e spaccio di cocaina.
Sconcertante. Con quel curriculum, prima di finire davanti ad un giudice avrebbe dovuto per lo meno ottenere un seggio a Montecitorio.
Entrerà presto in vigore per tutti i giornali il Lodo Rossella:
I giornalisti saranno tenuti a dire esattamente come stanno le cose.
Se la realtà non si adeguerà immediatamente, sarà espulsa.

Ho sempre pensato che il massimo regalo che può fare un uomo politico al suo paese sia quello di non lasciarsi eredi alle spalle: i delfini sono in genere delle mezze calzette, i figli, quasi sempre, lasciamo stare. La mia idea è stata confermata, stamane, nel leggere la lettera di solidarietà a Vittorio Feltri scritta da Stefania Craxi. Solidarietà è dir poco, e lettera pure: si tratta, nelle intenzioni della scrivente, di un vero e proprio panegirico della figlia di Bettino al Direttore del Giornale, eroico cronista che è riuscito a smascherare Dino Boffo, costringendolo a dare le dimissioni da Avvenire. La cacciata del Boffo è salutata dalla Craxi come un vero e proprio trionfo, e tanto entusiasmo vien giustificato con una serie di ragionamenti serrati, che sono da analizzare per la loro stringente razionalità, perché vien da chiedersi se, una volta sviscerati nelle loro implicazioni logiche sottese, il buon Feltri non farebbe meglio a incazzarsi come una biscia, dato che se gli amici che lo difendono lo fanno con tali argomenti, i nemici sono tutti da rivalutare.
La Stefania comincia dunque a tesser le lodi di monsù Vittorio spiegando che:
Se il Dott. Boffo non si fosse impancato a fustigatore dei cattivi costumi, non avrei approvato l’intrusione nella sua vita privata, anche se responsabile di atti penalmente rilevanti. Ma il Dott. Boffo ha voluto ergersi a moralizzatore senza averne i titoli e Lei ha fatto benissimo a smascherare tanta ipocrisia.
Apprendiamo dunque che per la Stefania medesima, il compito di un bravo giornalista, come è il Feltri secondo il suo parere, non è quello di cercare la notizia per dare informazioni al lettore, ma di cercarla per punire chi non si attiene agli ordini di scuderia: se infatti il Boffo non si fosse azzardato a romper l’anima a Berlusconi, la Craxi non avrebbe mica approvato che si venisse a sapere della sua condanna, no, anzi, quasi quasi, par di capire, le avrebbe dato persino un certo fastidio; ma dato che il Boffo s’è arrischiato a bofonchiare un rimbotto, bene ha fatto Feltri a squadernare i dossier ed impallinarlo. Il grande giornalista, secondo la Craxi, in breve, ha la stessa funzione del picciotto picchiatore di periferia: se stai buono e accetti la protezione del suo Boss, ti lascia in pace, ma se tenti di ribellarti ti telefona a casa per informati che sa bene a che ora tua figlia esce da scuola, e sappiti regolare tu.
Ma la Stefania continua:
Per far capire che i vescovi seguivano la vicenda, e non apparivano, bastavano poche righe o il silenzio.
E qui, ammetterete, le nuove prospettive che s’aprono per la professione di cronista sono immense: per essere un ottimo giornalista, infatti, scrivere non è necessario, anzi è proprio meglio non farlo affatto. Il bravo giornalista, per la Craxi, è come l’Apollo di Delfo, che non dice ma tace, al massimo accenna. Starà al lettore divinare in base agli omissis le posizioni in campo e le opinioni dei protagonisti, e immaginarsi il possibile evolversi degli scenari. Ma volete mettere quanto più divertente sarà così la lettura dei quotidiani? Invece di una noiosa esposizione di punti di vista diverrà una specie di gioco di società, una caccia al tesoro, un quesito della Susy: fra gli innumerevoli tentativi di imitazione che la Settimana Enigmistica conta ci saranno anche le principali testate giornalistiche nazionali.
Boffo, invece, oltre che non dedicarsi alla diffusione del sudoku, sulla faccende private di Silvio s’è intestardito. Ed è andato ancor più oltre:
L’atteggiamento di Avvenire è andato avanti sullo stesso tono di critica al premier e al governo fino all’incredibile, penoso, diffamatorio paragone fra la tragedia della scialuppa con gli eritrei spersa nel Mediterraneo e la Shoah, lo sterminio degli ebrei nella Germania nazista.
Meno male che Feltri ha smascherato i moralisti dei miei stivali (così li avrebbe definiti mio padre) che sempre hanno dato lezioni di morale e buon costume senza averne alcun titolo chiosa infine la Stefania, con tono da Prima Figlia mai dimessa di carica, anche se provvisoriamente sottosegrario agli Esteri. La quale sottosegretario però non spiega, nella foga di gridare urrà, per quale motivo Boffo, seppur supposto noto omosessuale insidiatore di mariti cattolici, non avrebbe però titolo per protestare contro i respingimenti dei clandestini da parte del Governo, o indignarsene. Che lo si possa sputtanare come ipocrita per aver difeso la famiglia dopo aver forse tentato di rovinarne una passi, ma ha per caso anche randellato un senegalese sotto casa dopo aver protestato per i migranti respinti in Libia? Il sepolcro imbiancato ha forse affogato un marocchino nel bidet?
Per la Craxi deve essere considerato dunque un moralista privo di titolo per contestare qualsiasi cosa, d’ora in poi, chiunque abbia commesso un qualsiasi peccato, di qualsiasi tipo, in qualsiasi momento, e di qualsiasi entità il peccato sia?
Ora, vabbe’ che è precetto evangelico dire che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra, ma anche fra i peccati, e soprattutto fra i reati, poi, c’è pur sempre una graduatoria. Sarebbe come a dire che io non posso permettermi di dire che Totò Riina è un pericoloso boss mafioso e lo considero un assassino, senza che la Craxi mi accusi di essere una moralista senza titolo, perché una volta, una volta sola, nel 1992, mi sono dimenticata di timbrare il biglietto del bus.


Hanno lasciato detto qualcosa