You are currently browsing the tag archive for the 'attualità' tag.

Processo breve e assoluzione fulminea.

Giustizia veloce ma immunità eterna.

petrolini nerone

Chiudete gli occhi, e fate un piccolo sforzo di immaginazione.

Siamo a Gerusalemme, attorno al 33 d.C.

Dal balcone del suo palazzo Caio Sempronio Ioannardus guarda le strade della città. E’ quasi sera, il sole tramonta, uno schiavo silenzioso gli versa nella coppa un po’ di vino, prima della cena e lui la prende in mano, tenendola fra le dita ben pasciute.

La città formicola di vita, perché ha da poco visto da vicino la morte: ci sono state tre crocifissioni, al pomeriggio, sul Golgota; due ladroni e un esaltato mitomane, che, gli ha spiegato Pilato, il suo amico Procuratore, si credeva ed era creduto dai suoi il Re dei Giudei.

Che palle, ’sti giudei, pensa Ioannardus: hanno una fissa per la loro religione, e per il loro Dio, e quando poi si convincono che stia arrivando il loro messia, non li si tiene più in nessuna maniera. Quella terra, poi, di aspiranti messia ne produce con una certa frequenza: tutti pezzenti con qualche velleità di far la rivoluzione, mandare via da lì i Romani, et similia. Chissà perché si scaldano tanto, poi, si domanda, attorno a ’sta faccenda del Messia: deve essere il caldo e il clima, deduce, pensando alle verdi e placide colline attorno alla sua Bononia, dove la vita è dolce e il cibo buono. Mangiassero meglio e non avessero quel caldo torrido ed il deserto attorno ad assediarli, non starebbero a perder tempo con queste cazzate, i beduini: i Messia, le promesse del loro Jahvè, vai a sapere che altro ancora. Avrebbero accettato, come gli altri popoli, volentieri il giogo di Roma, che Iovannardus conosce così bene perché ne fa parte e all’ombra del quale prospera. In quale altro impero lui, che non ha il fisico per la dura vita del militare, né la sottigliezza dialettica o l’intelligenza acuta per il potere vero, potrebbe infrattarsi in un comodo impiego da burocrate, seppure occupato in faccende di secondo piano, ai confini del mondo?

Roma è una fede accomodante per chi la abbraccia: ti consente di fare ciò che vuoi purché tu non crei impacci. Non è un Ordine assoluto, è un ordine che fila liscio e così vuol continuare a filare. Se c’è un intoppo, lo si rimuove. Velocemente. Con la dovuta brutalità, se è il caso. Un impero è un impero, non un gioco da signorine; ma è così ben organizzato, poi, quell’impero, che le signorine al suo interno possono anche starci, e fingere di non vedere e non sapere: perché il lavoro bruto lo fanno gli altri, e ai burocrati come Iovannardus resta solo da minimizzare qualche danno troppo evidente, se mai a qualcuno viene la voglia di chiedere spiegazioni.

Il Procuratore Pilato..” annuncia lo schiavo, con voce ovattata.

Oh mio caro! – Sorride Iovannardus, vedendo entrare l’amico – Prendi anche tu un po’ di Falerno! Ma cos’hai? Il caldo? Sei pallido, ti vedo un po’ provato..”

Pilato si scosta la toga, l’aria gli manca: “Può essere. O i pensieri. Sai, delle volte, anche se sei abituato alle esecuzioni…oggi per esempio, con quell’Yoshoua ben Joseph…”

Ah, il mitomane..”

Sì, non c’è dubbio..però poveretta, la madre mi ha fatto una pena..in fondo condannarlo a morte già era tanto, ma poi lasciarlo riempire di botte, di frustate, consegnarlo così in balia di fanatici che gli han fatto di tutto perché sapevano che noi non saremmo intervenuti… forse avrei dovuto pensarci meglio. In fondo Roma è la legge, per tutti, e tutti si devono sentire garantiti da noi…”

Iovannardus sorride e gli porge una coppia di vino fresco.

Pilato, ma che discorsi, dai…era un matto, frequentava gente ai margini, puttane, pezzenti, rivoluzionari…tipi del genere finiscono male per la vita che fanno, se l’è andata a cercare. Vorrai mica farti un processo te, adesso! Sono cose che capitano e la colpa è sua.”

Pilato appoggia le labbra e sorbe il vino. “Già.”

Essendo un racconto, non si fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Anche perché certi personaggi sono eterni e allignano in ogni epoca, purtroppo.

Ratzinger: “La Chiesa è dei poveri.”

Il solito vecchio trucco di intestare tutto a dei prestanome.

Anche su Spinoza

toga rossa

“Le nostre toghe sono rosse per il sangue di Falcone e Borsellino.”

Oltre che comunisti, non fanno mai il bucato.

“I Tribunali non sono sezioni di partito.”

Già, sennò gli imputati riuscirebbero ad interrogarli subito.

 

Berlusconi a letto con la scarlattina.

Illazioni sull’identità del prossimo vicepremier.

Chiesto al Governo un tavolo di confronto sul posto fisso.

Le sedie saranno imbullonate.

impiegata stressata2

A me capita di rado di essere d’accordo con Tremonti. Diciamo mai. Mi è di solito impossibile per una incapacità mia: Tremonti è uno di quei tipi così spudoratamente antipatici a pelle, che se lo incontrassi per caso e mi confidasse di amare, chessò, Mozart, io, che di Mozart sono la fan numero uno, dichiarerei immediatamente che lo odio ed ascolto solo ed esclusivamente Britney Spears. Così, tanto per non avere niente in comune.

Però la statistica ha delle regole precise, per cui ogni tot dichiarazioni capita che chiunque, persino Tremonti, dica qualcosa con cui io pure debbo concordare in tutto o in parte. Ecco, io sulla cosa del posto fisso sono d’accordo. Anzi, sono proprio d’accordo su come lo ha detto, e cioè: “”Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore per una struttura come la nostra”. Magari io non avrei usato la parola “valore”: ci sono un po’ allergica per via di quel puzzo sottile di incenso e parrocchia che ha la parola “valore” in Italia, dove pare che gli unici “valori” possibili sian quelli benedetti dalle sacrestie o quelli protetti nei caveau delle banche. Ma nella sostanza, lo confesso: concordo con Tremonti, anche se so che a scriverlo sul blog così verrò lapidata nei commenti, persino, assai probabilmente, dai più cari ed affezionati commentatori.

Ormai sono alcuni anni, in Italia, che la flessibilità è diventata una specie di totem: ci ripetono in tutte le salse che è solo per difetto di flessibilità che siam presi come siamo, e solo grazie ad essa che usciremo dalla crisi. Che la flessibilità a la mobilità sono le pietre su cui si costruisce la vera concorrenza, e quindi il libero mercato; che sono, in buona sostanza, una bacchetta magica il cui tocco leggero fa emergere i migliori e affossa la zavorra, secondo i sacri dettami della selezione naturale di darwiniana e liberista impostazione.

Ora io sono darwiniana, e persino moderatamente liberista. Concordo sull’idea che in Italia ci vorrebbe più selezione, vera e pure spietata, in molti campi, e che a causa di una mentalità arcaica che tende a considerare il solo ed unico fine della vita quello di “sistemarsi”, non di “produrre qualcosa di bello ed utile” siamo nella palude in cui siamo. So pure che per molti esseri umani il posto fisso è come il matrimonio, e non appena raggiungono l’uno o l’altro, e magari tutti e due assieme, tendono ad impantofolirsi, metter su pancetta, perdere slancio e fantasia, adagiarsi nel tran tran. Però sono anche conscia che una società e un essere umano non possono vivere in uno stato di costante allerta. Neppure il darwinismo più spinto lo pretende. Neppure la natura lo impone agli animali. Il leone che va a caccia ogni mattina, sa che se non troverà una preda salterà il pasto, sì. Ma si è anche creato, conquistandoselo, un territorio dove è abbastanza sicuro che riuscirà a reperire una gazzella sbranabile entro mezzogiorno. La gazzella è conscia che pascolando in giro può incocciare un leone affamato; ma si è anche costruita una mappa di prati “sicuri”, di cui il leone ignora l’esistenza, e di rifugi dove cercar riparo da un eventuale inseguimento. Chi vive costantemente nel terrore o nell’incertezza non è produttivo: è solo spaventato. Il panico paralizza, non stimola.

In Italia abbiamo introdotto in questi anni la flessibilità e la mobilità, ma all’italiana. Vale a dire che le abbiamo immesse nel sistema, pretendendo però che valesse l’eterna legge del principe di Salina, ovvero che tutto cambi perché non cambi niente. Per i giovani e chi si trova in posizioni subordinate la flessibilità e la mobilità sono diventate un obbligo, e guai a chi si lamenta, perché dimostra di essere poco moderno, anzi, arcaico, anzi anche un po’ comunista. Ai piani alti, invece, quelli dei dirigenti e dei proprietari, la selezione darwiniana latita, direi che è del tutto dispersa: le cariche si ereditano dai padri, il figlio del dirigente fa il dirigente, il figlio dell’ingegnere l’ingegnere (e non è un caso, ma un preciso programma di governo, come enunciò Berlusconi in campagna elettorale, senza che nessuno obbiettasse davvero: in fondo anche i dirigenti di sinistra han figli cui vogliono far ereditare privilegi e prebende!).

Ma non è solo questo. La flessibilità ad oltranza, secondo me, non è poi una panacea per il sistema, perché, paradossalmente, quando è troppo accentuata finisce col produrre l’esito opposto. In una società meritocratica debbono emergere i migliori. Ma i “migliori” hanno bisogno anche di tempo e di tranquillità per poter partorire idee utili. Se è logico che alla base la selezione sia spietata, perché in una azienda io voglio poter assumere solo coloro che davvero possono essere degli elementi validi, però anche vero che se protraggo la loro incertezza alle calende greche prima o dopo otterrò il solo risultato di farli scoppiare dallo stress o farli deprimere: se nemmeno aver dimostrato un certo merito vale a farmi avere un po’ di santa pace, tanto vale non spaccarsi la schiena per l’azienda. Una forza lavoro perennemente licenziabile al minimo segno di cedimento è una forza lavoro debolissima. Di più: chi non può mai contare sulla certezza del suo posto, finisce spesso e volentieri con il disperdersi in mille rivoli, anziché incanalare la sua genialità in un solo progetto; oppure segue solo quelle idee che sa immediatamente spendibili per ottenere visibilità, al fine di garantirsi la riconferma del posto. Prendiamo Leonardo da Vinci. Genio sommo, e su questo non si discute. Per tutta la vita senza “posto fisso”. Il fatto lo stimolò sì a produrre notevoli capolavori, però anche lo costrinse a disperdere il suo talento in una mare di stupidaggini, come le macchine di scena per le feste di Ludovico il Moro et similia. Doveva campare, ed aveva bisogno di secondare i capricci del suo protettore, altrimenti, dato che non aveva altri mecenati, si sarebbe ritrovato a spasso. Non appena Francesco di Francia gli offrì uno stipendio slegato dalla produzione di cose che non gli interessavano, fu così grato al sovrano da regalargli la Gioconda.

Prendiamo invece, per trovare un paragone più terra terra, il Dottor House. Che è un genio pure lui; di più, è un tizio che non si fa remore ad andare contro al pensiero dominante e sfidare il sistema, aprendo nuove strade, seguendo intuizioni innovative. Già, ma perché lo può fare? Perché, come si apprende negli scontri con Caddy, la direttrice dell’ospedale, il dottor House non è licenziabile. Può tranquillamente fregarsene, House, di avere scontri duri con i colleghi, con i dirigenti dell’ospedale, trattare male i pazienti ed i loro congiunti, fregarsene, entro certi limiti, delle regole, perché non gli possono comunque togliere il posto di lavoro. E questa sicurezza gli dà la possibilità di sperimentare, di innovare, di non piegarsi alle richieste di gente più stupida di lui. Fosse “flessibile” e licenziabile, il dottor House si dovrebbe piegare agli ordini di scuderia, che nel 90%degli episodi causerebbero la morte dei suoi pazienti.

Ora questo per dire che la mobilità e la flessibilità sono certo belle cose. Ma attenti. Sono belle cose se si usano con un minimo di moderazione e buon senso. Se si crea un mondo in cui tutti sono costantemente in preda all’ansia perché a rischio di perdere il posto di lavoro, l’unica produttività che rischiamo di incrementare è quella delle aziende di antidepressivi.

A me capita di rado di essere d’accordo con Tremonti. Per quanto posso ricordare, diciamo mai. Mi è di solito impossibile per un incapacità mia: Tremonti è uno di quei tipi così spudoratamente antipatici a pelle, che se lo incontrassi per caso e mi confidasse di amare, chessò, Mozart, io che di Mozart sono la fan numero uno, dichiarerei immediatamente che lo odio ed ascolto solo ed esclusivamente Britney Spears. Così, tanto per non avere niente in comune. Però la statistica ha delle regole precise, per cui ogni tot dichiarazioni capita che chiunque, persino Tremonti, dica qualcosa con cui io pure debbo concordare in tutto o in parte. Ecco, io sulla cosa del posto fisso sono d’accordo. Anzi, sono proprio d’accordo su come lo ha detto, e cioè: “”Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore per una struttura come la nostra”. Magari io non avrei usato la parola “valore”: ci sono un po’ allergica per via di quel puzzo sottile di incenso e parrocchia che ha la parola valore in Italia, dove pare che gli unici valori possibili sian quelli benedetti dalle sacrestie. Ma nella sostanza, lo confesso: concordo con Tremonti, anche se so che a scriverlo sul blog così verrò lapidata nei commenti, persino, assai probabilmente, dai più cari ed affezionati commentatori.

Ormai sono alcuni anni, in Italia, che la flessibilità è diventata una specie di totem: ci ripetono in tutte le salse che è solo per difetto di flessibilità che siam presi come siamo, e solo grazie ad essa che usciremo dalla crisi. Che la flessibilità a la mobilità sono le pietre su cui si costruisce la vera concorrenza, e quindi il libero mercato; che sono, in buona sostanza, una bacchetta magica il cui tocco leggero fa emergere i migliori e affossa la zavorra, secondo i sacri dettami della selezione naturale di darwiniana e liberista impostazione.

Ora io sono darwiniana, e persino moderatamente liberista. Concordo sull’idea che in Italia ci vorrebbe più selezione, vera e pure spietata, in molti campi, e che a causa di una mentalità arcaica che tende a considerare il solo ed unico fine della vita quello di “sistemarsi”, non di “produrre qualcosa di bello ed utile” siamo nella palude in cui siamo. So pure che per molti esseri umani il posto fisso è come il matrimonio, e non appena raggiungono l’uno o l’altro, e magari tutti e due assieme, tendono ad impantofolirsi, metter su pancetta, perdere slancio e fantasia, adagiarsi nel tran tran. Però sono anche conscia che una società e un essere umano non possono vivere in uno stato di costante allerta. Neppure il darwinismo più spinto lo pretende. Neppure la natura lo impone agli animali. Il leone che va a caccia ogni mattina, sa che se non troverà una preda salterà il pasto, sì. Ma si è anche creato, conquistandoselo, un territorio dove è abbastanza sicuro che riuscirà a reperire una gazzella sbranabile entro mezzogiorno. La gazzella è conscia che pascolando in giro può incocciare un leone affamato; ma si è anche costruita una mappa di prati “sicuri”, di cui il leone ignora l’esistenza, e di rifugi dove cercar riparo da un eventuale inseguimento. Chi vive costantemente nel terrore o nell’incertezza non è produttivo: è solo spaventato. Il panico paralizza, non stimola.

In Italia abbiamo introdotto in questi anni la flessibilità e la mobilità, ma all’italiana. Vale a dire che le abbiamo immesse nel sistema, pretendendo però che valesse l’eterna legge del principe di Salina, ovvero che tutto cambi perché non cambi niente. Per i giovani e chi si trova in posizioni subordinate la flessibilità e la mobilità sono diventate un obbligo, e guai a chi si lamenta, perché dimostra di essere poco moderno, anzi, arcaico, anzi anche un po’ comunista. Ai piani alti, invece, quelli dei dirigenti e dei proprietari, la selezione darwiniana latita, direi che è del tutto dispersa: le cariche si ereditano dai padri, il figlio del dirigente fa il dirigente, il figlio dell’ingegnere l’ingegnere (e non è un caso, ma un preciso programma di governo, come enunciò Berlusconi in campagna elettorale, senza che nessuno obbiettasse davvero: in fondo anche i dirigenti di sinistra han figli cui vogliono far ereditare privilegi e prebende!).

Ma non è solo questo. La flessibilità ad oltranza, secondo me, non è poi una panacea per il sistema, perché, paradossalmente, quando è troppo accentuata finisce col produrre l’esito opposto. In una società meritocratica debbono emergere i migliori. Ma i “migliori” hanno bisogno anche di tempo e di tranquillità per poter partorire idee utili. Se è logico che alla base la selezione sia spietata, perché in una azienda io voglio poter assumere solo coloro che davvero possono essere degli elementi validi, però anche vero che se protraggo la loro incertezza alle calende greche prima o dopo otterrò il solo risultato di farli scoppiare dallo stress o farli deprimere: se nemmeno aver dimostrato un certo merito vale a farmi avere un po’ di santa pace, tanto vale non spaccarsi la schiena per l’azienda. Una forza lavoro perennemente licenziabile al minimo segno di cedimento è una forza lavoro debolissima. Di più: chi non può mai contare sulla certezza del suo posto, finisce spesso e volentieri con il disperdersi in mille rivoli, anziché incanalare la sua genialità in un solo progetto, o segue solo quelle idee che sa immediatamente spendibili per ottenere visibilità, al fine di garantirsi la riconferma del posto. Prendiamo Leonardo da Vinci. Genio sommo, e su questo non si discute. Per tutta la vita senza “posto fisso”. Il fatto lo stimolò sì a produrre notevoli capolavori, però anche lo costrinse a disperdere il suo talento in una mare di stupidaggini, come le macchine di scena per le feste di Ludovico il Moro et similia. Doveva campare, ed aveva bisogno di secondare i capricci del suo protettore, altrimenti, dato che non aveva altri mecenati, si sarebbe ritrovato a spasso. Non appena Francesco di Francia gli offrì uno stipendio slegato dalla produzione di cose che non gli interessavano, fu così grato al sovrano da regalargli la Gioconda.

Prendiamo invece, per trovare un paragone più terra terra, il Dottor House. Che è un genio pure lui; di più, è un tizio che non si fa remore ad andare contro al pensiero dominante e sfidare il sistema, aprendo nuove strade, seguendo intuizioni innovative. Già, ma perché lo può fare? Perché, come si apprende negli scontri con Caddy, la direttrice dell’ospedale, il dottor House non è licenziabile. Può tranquillamente fregarsene, House, di avere scontri duri con i colleghi, con i dirigenti dell’ospedale, trattare male i pazienti ed i loro congiunti, fregarsene, entro certi limiti, delle regole, perché non gli possono comunque togliere il posto di lavoro. E questa sicurezza gli dà la possibilità di sperimentare, di innovare, di non piegarsi alle richieste di gente più stupida di lui. Fosse “flessibile” e licenziabile, il dottor House si dovrebbe piegare agli ordini di scuderia, che nel 90%degli episodi causerebbero la morte dei suoi pazienti.

Ora questo per dire che la mobilità e la flessibilità sono certo belle cose. Ma attenti. Sono belle cose se si usano con un minimo di moderazione e buon senso. Se si crea un mondo in cui tutti sono costantemente in preda all’ansia perché a rischio di perdere il posto di lavoro, l’unica produttività che rischiamo di incrementare è quella delle aziende di antidepressivi.

Tremonti: “Credo nel posto fisso

Insomma, da lì non si schioda.

Fini, D’Alema e il Vaticano concordi: a scuola anche ora di Islam.

Sono disposti a tutto purché ’sti ragazzini non diventino laici.

facebook

Un giovane dirigente piddino modenese di belle speranze si è giocato la carriera politica, e forse anche la fedina penale, per uno status incautamente postato su Fb. “Ma è possibile- si chiedeva infatti nello stretto limite dei 120 caratteri consentiti – che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?”

Non appena condiviso con il mondo il suo dubbio, il giovane incauto dirigente piddino si è ritrovato nelle peste: un suo amico, che è anche coordinatore del locale Pdl, dunque amico suo sì, ma magis amicus Silvii, lo ha immediatamente denunciato, ritenendo lo status una vera e propria istigazione al premiericidio. I vertici del Pd modenese avrebbero sospeso di gran carriera il ragazzo, se non fosse che il ragazzo, dopo aver immediatamente postato un nuovo status in cui ammetteva di averla fatta fuori dal vaso, non si fosse ancor più di gran carriera dimesso dal Pd e da ogni carica politica.

A titolo personale, trovo questa faccenda molto interessante, anzi direi proprio emblematica. Chiarisco, per non vedermi diluviare addosso un sacco di commenti scandalizzati da “sinistra”: non per le minacce o eventuali insulti a Berlusconi. Chiarisco ancor meglio, per evitare altro diluvio di commenti scandalizzati da “destra”: per uno che su Facebook posta una cosa del genere non ho nessuna stima e scarsissima comprensione. Ciò che trovo interessante da studiare è invece proprio la notizia in sé e per sé. Un ragazzo abbondantemente maggiorenne – quindi in grado di valutare le conseguenze delle proprie azioni – laureando in ingegneria – quindi acculturato – e dirigente di partito – quindi politicamente avvezzo alle regole della comunicazione – posta su un social network una frase che è obiettivamente violenta, oltre che incredibilmente stupida, e che per giunta, in un paese come il nostro, non può fare a meno di evocare i fantasmi della lotta armata e del terrorismo. Perché? Che cosa gli passa per la testa nel momento in cui lo fa? Come è possibile che non si sia subito reso conto che postando quello status su Facebook avrebbe di certo creato un “caso”?

È un pezzo che mi interrogo sulla percezione che gli utenti hanno dei social network e dei blog. Lavoro tutto il santo giorno con ragazzini e adulti che sono su facebook, twittano in twitter, bloggano sui blog, chattano su ogni chat e aggregano su ogni possibile aggregatore. Ciò che spesso mi lascia perplessa è la beata incoscienza con cui tutti usano (usiamo) questi mezzi. Soprattutto la facilità con cui si posta sui social network mi lascia perplessa: se il blog è un oggetto che in qualche modo viene vissuto con maggior consapevolezza – si usa per pubblicare post di una certa lunghezza, proprie meditazioni personali sì, ma già scritte ed impostate per essere lette “in pubblico” – il social network mi sembra una sorta di Far West o di ultima frontiera, in cui, direbbe il prode Jovanotti, le regole non esistono, esistono solo le eccezioni.

Lo status di Facebook è nel 90%una striscia piena di banalità sconcertante: un diluvio di “Caio è inca***to nero”, “Tizia è triste”, “Sempronia non c’ha voglia di studià”. Spesso viene aggiornato ogni dieci minuti, con qualsiasi scemenza passi per la testa, come quella, appunto, di chiedersi perché qualcuno non ficchi una pallottola in testa a Berlusconi. Scemenza che fa il paio con quella che ti spinge a chiederti perché nessuno randelli Capezzone, prenda a calci in culo D’Alema, disintegri con un raggio laser Fabrizio Corona, esili su Saturno senza ossigeno Simona Ventura e Morgan o semplicemente squarti, ma a pezzettini piccoli piccoli e lentamente, quello stronzo del nostro capofficio/dirigente/direttore didattico o del moroso/amante/consorte che ci ha piantato senza neanche un ciao. Trattasi di pensieri che chiunque – via non smentitemi, detesto gli ipocriti – almeno una volta nella vita ha fatto, e magari anche detto, cazzeggiando al bar con gli amici, davanti ad una birra. Solo che al bar, complice il fatto che verba volant, restavano appunto pensieri di innocuo cazzeggio, volatile e presto dimenticato; sul social network, a causa degli scripta che ahimé manent, assumono altra valenza, perentorietà e significato, e si colorano anzi di tinte fosche nonché di possibili sfumature di reato.

L’errore del giovane ed incauto dirigente piddino sta tutto in questo, in primis: nel non essersi reso conto che facebook non è il bar sotto casa, anche se ci si fanno le stesse identiche cose, cioè cazzeggiare con gli amici. Ciò che lo rende diverso non è solo il suo fatto di essere un “luogo pubblico”, anche se virtuale, ma soprattutto un luogo in cui la memoria viene conservata in eterno: posti una cosa su Facebook, o su un blog, e resterà scritta per sempre, sempre peraltro recuperabile, anche a secoli di distanza, con un semplice giro su google, esattamente come sempre recuperabile tramite youtube sarà il filmato dell’onorevole Salvini che intona una canzonaccia antinapoletana.

Facebook è il luogo dove il nostro privato diventa pubblico; per nostra esplicita scelta, certo, ma alle volte è una scelta di cui non capiamo tutte le implicazioni possibili. Se da un lato ci dà la possibilità di comunicare stati d’animo e pensieri e condividerli con gli amici in tempo reale, spesso ci fa dimenticare che quegli stati d’animo, essendo mediati dalla scrittura e pubblicizzati attraverso una bacheca elettronica, assumono di per sé altre valenze da quella di partenza, ed altro impatto su chi si trova ad esserne oggetto.

Se io al bar incontro un uomo per cui ho perso la testa e gli sussurro un “Ti amo, Carlo” è un conto. Se pubblico lo stesso “Ti amo, Carlo” sulla mia bacheca in Fb è come se fossi andata al Grande Fratello o a Stranamore.

Figuriamoci se pubblico un: “Carlo, sei un coglione e ti vorrei vedere impiccato”.

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

  • 520,791 lettori

iltwitdiGalatea

  • Napolitano: l'Europa parli con una sola voce. Quella di Topo Gigio, ad esempio. 18 hours ago

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Disclaimer

Questo è un blog, non una testata giornalistica, lo aggiorno quando mi va, sennò ciccia. I commenti sono liberi, e possono non rispecchiare assolutamente le opinioni dell'autrice del sito. I commenti offensivi o anonimi saranno comunque eliminati a mio insindacabile giudizio: è casa mia, dopo tutto. Le immagini sono tratte da internet, se per caso fossero coperte da copyright, segnalatemelo e saranno rimosse. Tutti i racconti sono opere di fantasia, i nomi e gli avvenimenti narrati non corrispondono a fatti reali e qualsiasi somiglianza è puramente casuale: è letteratura, bellezze! Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Se volete pertanto citare articoli o passi dei miei post, fate pure, ma riportate o il nome dell'autrice o l'indirizzo e il link del blog: sono liberale ma vanitosa.

Scrivi a Galatea

Se mi volete contattare: galatea.vaglio@gmail.com Risparmiatevi le mail di insulti, tanto me ne frego.

Share this blog