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Quando ho scoperto che ha persino una pagina su Facebook, un po’ ci sono rimasta stupita, ma mi ha fatto piacere. Sapere che viene ricordato anche al di fuori della cerchia degli studiosi ed appassionati mi rende contenta. In fondo se lo merita. Certo, se si pensa ad un imperatore romano, il primo nome che viene in mente non è il suo. Nel comune sentire, il primo è Giulio Cesare, che imperatore non fu mai, ma insomma, è considerato il fondatore della ditta; poi Augusto; poi Caligola, perché era matto, o Nerone; poi via, una infilata di nomi che chi se li ricorda è bravo, tutta gente impegnata a perseguitar Cristiani e allontanare Barbari dal confine; poi Costantino, ecco, Costantino sì, Costantino è tosto; e, dopo Costantino, ci sono solo Cristiani finalmente liberi e Barbari liberi anch’essi di scorrazzare; quindi invasioni, pestilenze, sfighe, e poi medioevo e kaputt. Questa, in soldoni, il riassunto di Storia Romana che molti hanno in testa, corredato di particolari più o meno vaghi. È difficile in mezzo a tutto questo che ci si ricordi di Aureliano, però lui è un gran personaggio, di quelli che meritano davvero. Non ci fosse stato poco dopo Costantino, forse ce lo ricorderemmo come il più grande, nel mondo Tardo Antico; ma è certo che, se Costantino poté trovare ancora un impero di cui diventare imperatore, molto lo deve ad Aureliano.
È una bella storia, la sua: una di quelle che in fondo spiegano perché Roma riuscì ad essere un impero, e a durare così a lungo. Perché non era nobile, Aureliano, e neppure ricco; e per soprammercato non era neppure “romano” nel senso di nato a Roma, o almeno in Italia. No, era venuto al mondo in quello che da Roma, dove i politici dell’Urbe tenevano le chiappe al caldo, sui banchi del Senato, doveva sembrare un buco ai confini del nulla: Sirmio, in Pannonia. Che già adesso che è Serbia, un po’ ai confini del nulla lo pare, figuriamoci allora. Non che fosse proprio un villaggio barbaro sperduto: era una città di quelle che i Romani sapevano costruire e far fiorire ovunque, con le sue terme, i suoi bei palazzi in muratura. Centro di commerci per tutta la regione, di un’opulenza che da quelle parti gli indigeni da soli non avrebbero visto mai, qualche decennio più tardi sarebbe diventata addirittura capitale di un pezzo d’impero. Ma di sicuro nascere lì non era nascere a Roma, ed aver per genitori un contadino ed una donna che si chiamava Aurelia, sì, come la mamma di Giulio Cesare, ma solo perché liberta di un qualche senatore Aurelio che magari non avrà neppure mai visto in vita sua, non era la stessa cosa.
Me lo immagino un bimbo smilzo e dagli occhi vivaci, Aureliano: di quelli che non prendono mai un grammo né un raffreddore, sono sempre in movimento, curiosi del nuovo ma in grado fin da piccoli di fiutare i pericoli, prevederli, evitarli, in una parola un vero leader. I boschi, i fossi vicini a casa saranno stati i suoi primi campi di battaglia, a capo di una truppa di ragazzini; guerre fatte con le spadine di legno, mentre il babbo ara i campi e mamma sbriga le faccende di casa. L’unica sosta, per quel folletto sempre in moto, quando mamma, sempre lei, lo chiamava per andare alle funzioni: era sacerdotessa del Sol Invictus, mamma, divinità che proteggeva gli Aureli tutti e oltre agli Aureli in special modo i soldati romani. Li avrà conosciuti lì, i suoi primi legionari, Aureliano: vecchi forti dalle mani come badili, ex commilitoni del padre, che si inchinavano deferenti davanti al dio e alla mamma sua sacerdotessa, e davano una brusca carezza sul capo a quel ragazzo dagli occhi di brace, per poi raccontagli delle infinite campagne ai confini dell’impero, di deserti e steppe, barbari e battaglie, e di città dove le taberne sono tiepide, il vino caldo, le ancelle generose con i vincitori.
Appena può, si arruola. I campi, il quieto vivere del padre non fanno per lui: ha dentro un fuoco, il ragazzo, che può bruciare il mondo, non qualche fascina dietro casa. Illirico, Gallia, e poi Siria e Persia: il ragazzo l’impero lo percorre tutto, in pochi anni. Parte dal basso, ma ben presto capiscono, i comandanti, che di lui ci si può fidare: non ha paura di nulla, è veloce sia di mente che ad estrarre la spada, non si stanca mai. Poi soprattutto ha quel particolare che distingue il vero leader da chi ha un titolo ma non la stoffa: per quanto spietato, sa sempre dove fermarsi e quando, e, ancor meglio, riesce sempre a fermare i suoi soldati. Sul campo di battaglia non gli sfugge niente, ma nemmeno dopo, e se può ordinare con la massima freddezza e senza un rimpianto un massacro, quando è necessario, sa anche farlo finire, di botto, quando il massacro non è necessario più. I suoi soldati sono consci che non si viene abbandonati mai da lui, però gli si deve obbedire: pretende da loro una disciplina non spietata, ma ferrea. La stessa che si impone e rispetta.
Quando Claudio il Gotico lo vede, fiuta che quello è l’uomo che fa al caso suo. Vengono da due mondi diversi, anche se sono nati nello stesso luogo: Claudio è un gran signore, soldato sì, ma generale e poi governatore di province. Però i due si capiscono, e, cosa rara quando c’è di mezzo il potere, si fidano l’uno dell’altro; entrambi concordano che Gallieno, l’imperatore in carica, non è l’uomo adatto, e va cambiato. Che nel linguaggio politico di quegli anni significa: fatto fuori. Ordiscono, pare, una congiura, di cui l’anima nera, si sussurra, fosse Aureliano stesso, anche se il killer è Eracliano, un prefetto del pretorio. Vero, non vero? Di certo un morto sulla coscienza, ancorché di alto lignaggio, non avrebbe spaventato Aureliano, che quando pensa che una cosa si debba fare, la fa, senza tormentarsi in scrupoli da cacadubbii.
Quando Claudio diventa imperatore, Aureliano è là a dargli i suoi consigli pratici di comandante, ad organizzare le campagne militari, con quella sbrigativa amicizia di poche parole e di molti fatti che doveva essergli propria. Però son anni bui per l’impero: tutto un correre per far fronte a sconfinamenti di barbari, razzie, mattanze. Claudio è un bravo generale, e combatte contro i nemici; ma un nemico no, non riesce a sconfiggerlo, è la peste. Se la prende, e muore, mentre torna dal fronte. Aureliano gli è vicino, ma non prende la peste: persino il morbo non riesce ad averla vinta sulla sua inesauribile energia. C’è però il fratello di Claudio, ad Aquileia, che si proclama imperatore, intrigando con il Senato. Aureliano non lo accetta: sbriga gli ultimi combattimenti sul confine e torna come una folgore a Sirmio, dove l’esercito di Claudio, che poi è il suo, lo proclama imperatore. Il fratello di Claudio neppure tenta di giocare la partita: si suicida alla notizia, via, kaputt.
Aureliano è dunque imperatore: lui, venuto su dal basso, e a cui i soldati dedicano canzoncine, come facevano già i legionari di Cesare, anche se meno spinte, perché di Aureliano non si conoscono vizi, né difetti da prendere di mira. Solo che l’impero su cui governa, è una grana. Per garantire la difesa, è stato dato in subappalto: Gallia e Britannia a Tetrico e Siria e Asia Minore ai re di Palmira, che manco erano romani. Entrambi i sotto-regni vogliono rendersi indipendenti: Tetrico si proclama imperatore e a Palmira la regina, Zenobia, si fa chiamare Augusta e governa in nome del figlioletto come se quel pezzo di mondo fosse solo suo. Si ispira a Cleopatra, e di guai all’impero ne procura tanti come l’originale. Ma se lei è una novella Cleopatra, Aureliano è proprio un Giulio Cesare fatto e finito. Scende, mazzola e conquista, dosando bene, anzi benissimo, pugno di ferro e clemenza con i vinti. Riconquista l’Oriente, l’Occidente e anche Roma, dove arriva, seda a brutto muso una rivolta, facendo strage di chi ha osato ribellarsi, ma poi, primo e unico, si rende conto che la città va guarnita di nuove mura, perché non sono più i tempi in cui era il centro sicuro dell’impero, sono tempi in cui l’impero non ha più un centro e sicuro non lo è nessuno, mai.
Ecco, forse di questo si dimentica, che nell’impero nessuno è più sicuro, mai, e men che meno l’imperatore. Eppure gli pare di avere ormai tutto. Il popolo gli vuole bene, il senato abbozza, l’esercito, be’, l’esercito è sempre stato suo. Per farlo contento e forse sciogliere un voto o un desiderio che cova da tempo, istituisce il culto del Sol Invictus, quel dio dei militari che l’ha protetto e accompagnato fin dalla prima infanzia, assieme al muto sguardo di mamma e ai racconti di gloria degli ex commilitoni di papà. Il 25 dicembre diviene festa nazionale, dies Solis, e Aureliano è là a far sacrifici, godersi la festa. Si sente appagato per quanto mai si possa sentire appagato un uomo così, e cioè sempre in parte, perché è soddisfatto ma già la sua mente è più in là, a progettare una nuova campagna, la mano carezza la spada perché non la sa tenere tanto a lungo nel fodero. Parte. Di nuovo con le sue truppe, di nuovo in sella. La Persia lo aspetta, quella Persia che secondo lui bisogna stroncare per avere pace stabile e duratura. Sottovaluta, forse, che i Senatori sono in subbuglio, e certi funzionari della zecca e dell’apparato non han parato giù le indagini sulla corruzione che lui porta avanti, con determinazione tignosa. Sottovaluta anche qualche becera invidia meschina nella corte degli ufficiali che pure partono con lui, e sono suoi ufficiali, sì, ma uomini. È proprio per una bega meschina, assai probabilmente, che per un alto complotto politico, che uno dei suoi segretari si prende scanto, ha paura di venire denunciato e decide di colpire per primo. Muore così, Aureliano. Lui che aveva schivato le spade dei barbari sui campi di battaglia, cade per la sica di un segretaruncolo che lo accoltella con mano tremebonda.
L’idiozia, al contrario dell’impero, non ha mai confini.

No, gli innamorati non c’entrano. Dicasi coppiette, in Lazio, delle striscioline di carne di maiale lasciata ad essicare dopo essere stata generosamente cosparsa di pepe, semi di finocchio e peperoncino. Soprattutto peperoncino, a dire il vero.
Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo ed il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni pressanti. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola. Non sono un cibo per signorine, e nemmanco per signore bon ton: sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciar loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitare i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo a poco a poco, e gli agguati del seme di peperoncino che colpisce a tradimento, lasciandoti senza fiato.
Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia o il sadismo degli ufficiali concedevano una breve sosta, o per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di veglia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, anzi a valutarlo, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne. Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi, bivacchi senza fuochi accesi ai confini del mondo, soldati stanchi che non si possono permettere il sonno, e integrano così lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, infinite ore trascorse a scrutare il cielo, il mare, le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio. Gente abituata a nutrirsi così aveva lo stomaco per fondare un impero: contadini grezzi capaci di nutrirsi con una striscia di carne e un po’ d’acqua a qualsiasi latitudine li portasse il nome di Roma, senza mollare mai, senza distrarsi, senza mai arrendersi o darsi per vinti, perché tutto ciò che si lasciavano alle spalle era sempre meno di quello che potevano conquistare davanti a sé, e la lotta quotidiana non era limitata al campo di battaglia, ma era tutto, sempre: era una lotta persino il cibo, che bisognava strappare a morsi e sudarselo persino mentre lo si metteva in bocca. L’uomo è ciò che mangia, uè.
La necropoli fenicia? Solo cocci e qualche osso.
E la balena fossile in realtà è un sofficino andato a male.
Per i Fenici insediatisi a Villa Certosa, Maroni ha già la soluzione: Ributtiamoli a mare.
La scoperta di ossa fenicie a Villa Certosa fa spazientire Cossiga:
“Il solito dilettante. Gliel’ho sempre detto che gli scheletri vanno tenuti negli armadi.”

Grazie ai suoi agganci nel mondo dell’archeologia, la vostra Galatea è in grado di pubblicare una esclusiva MONDIALE! L’intervista ad Ahiram, il fantasma di uno dei 30 fenici sepolti nelle tombe che si trovano, stando alle dichiarazioni del Premier Silvo Berlusconi, sotto a Villa Certosa.
Galatea: E allora, signor Ahiram, come ci si sente, dopo tanti secoli, ad essere di nuovo al centro del mondo?
Ahiram: Guardi, sinceramente ne avrei volentieri fatto a meno… sa, almeno da morto, speravo di stare in pace. Però, che vuole, ci ha proprio costretto a far qualcosa, quel tizio…
G: Scusi, cosa intende?
A: Be’, insomma, cerchi di capire… uno arriva sopra la tua tomba, ti sconvolge la vita… pardon, la morte… e tu sei costretto ad intervenire!
G:In che senso?
A: Ragazza mia, ma mi scusi, lei e quel suo Presidente del Consiglio non l’avete mai letto, chessò, Pet Semetary di Stephen King? Manco visto il film? No? Insomma, dài, è noto: se uno va ad intrugliare nei pressi degli antichi cimiteri si tira addosso una sfiga che lévati.
G: Quindi vuol dire che tutti i guai di Berlusconi… siete stati voi?
A: E benedetta figliola, chi credeva che fosse stato? Il PD???? (ride)
G: Be’, lui diceva i Comunisti…
A: Ecco, vede? S’era ben reso conto che c’entravano i fantasmi, ma non aveva capito quali. I Comunisti! (Ride) Mi scusi, mi fa venire le lacrime alle orbite! Quelli sono talmente defunti, ma talmente defunti, che ormai nell’Aldilà gli han tolto persino lo status di ectoplasma e la licenza per girare l’Europa, peggio delle compagnie low cost. Del resto, li posso anche capire: prenda Lenin, ad esempio. Quando ha saputo che qui da voi i suoi eredi sono considerati Castagnetti e Franceschini, povero caro, gli è venuto un coccolone che se non era già morto ci restava secco… comunque, non divaghiamo.
G: Ecco, appunto. Mi dica, voi come c’entrate con i problemi di Berlusconi?
A. Bene, si metta nei nostri panni, che tra l’altro, se lo lasci dire, una tunichetta trasparente come quella delle nostre donne, le starebbe benino, sa? Insomma, noi ci eravamo cercati con tanto impegno un bel posticino tranquillo per la nostra necropoli, più di 2000 anni fa: spazioso, vista mare, in breve, un paradiso. Per secoli, pace eterna. Poi, una mattina, Divino Melkart! Un caos che non ne sentivo uno uguale dalla caduta di Cartagine! Ruspe, caterpillar, operai! Ci siamo spaventati a morte, ci siam detti: ecco, è finita la pacchia, sono arrivati gli archeologi!
G: E invece?
A: E invece! Magari! Perché, se lo lasci dire, io contro gli archeologi non ho nulla: sono professionisti, a far il loro lavoro hanno anche una certa grazia… per dire, mio cugino, gli hanno disseppellito la tomba con una tale precisione, a Tharros: spazzettata tutta, ripulita, e rimesse a posto persino un paio di costole dello scheletro che si erano spostate con il tempo! Alla fine era quasi meglio di quando gli portavano le offerte i parenti, secoli fa. Ma qui no! Un disastro! Hanno cominciato a trapanare, traforare, gettare colate di cemento, costruire un vulcano! Ma santa Ishtar, dico io, se volevamo andarci a seppellire ai piedi di un vulcano, noi Fenici, ci insediavamo ad Ischia, no, come quei fessacchiotti dei Greci!
G: E quindi?
A: E quindi, e quindi! Per carità, noi siamo persone civili, ci saremmo anche adattati, si figuri se proprio noi vogliamo romper l’anima… ma non se ne poteva più! Feste tutte le notti, bagordi, aerei che scaricavano vagonate di ragazzine urlanti, politici nudi per i giardini, letti che cigolavano in continuazione! E passi per le ragazzine, ma il resto? Ma lei si rende conto che un giorno il vulcano fasullo ha eruttato per sbaglio le tibie di mia zia? Che il mio povero cognato si è ritrovato fra teschio e collo la vasca della gelateria? E poi, signorina, io non so come dire… lei se lo immagina cosa significa sentirsi strimpellare sopra la tomba Apicella?
G: Posso immaginare…
A: Quindi siamo passati alla controffensiva. Abbiamo chiesto aiuto ad alcuni fantasmi di Haiti – sa qui nell’Aldilà siamo tutti una grande famiglia – e via, una bella macumba! Roba che la maledizione di Thutankamon è una bazzecola. Sfiga nera, in una parola, su Berlusconi e su chi gli sta accanto.
G: E avete già avuto dei buoni risultati?
A: Scusi, ma ha visto com’è ridotto già Capezzone?
G: Quindi i guai con Veronica, Mills, lo scandalo Noemi, la polemiche sulle Veline, la D’Addario, la stampa internazionale, il mal di collo, il mal di schiena…
A: Sì, sì, siamo noi! Lui viene a sfruculiarci l’eterno riposo, e noi togliamo il sonno a lui.
G: Insomma, non è un complotto comunista…
A: Signorina, per favore, che Comunisti e Comunisti. Noi siamo Fenici! Che poi, possiamo essere molto più rognosi dei Comunisti, pensi ad Annibale! Ma qui, poi, non è questione di ideologia, ma di rispetto. Voi potete anche lasciargli fare violare le leggi senza muovere un dito, ma noi no. Come diceva il vostro grande Totò: noi siamo persone serie, siamo morti.
Adesso si capisce perché voleva un condono tombale…

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.
Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.
Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”
Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”
Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.
Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.
Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.
Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.
Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.
Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.
Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.
Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.
Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.
E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.
Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.
Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.
H.Purcell, Dido and Aeneas: When I am laid in Earth.

Non le hanno dedicato nemmeno una voce su Wikipedia come Dio comanda, appena un vago accenno. Ingratitudine spicciola, lasciatemelo dire. Perché Frine, la seducente Frine, meriterebbe ben di più che quattro righe di biografia su internet: oggi come oggi, anzi, soprattutto oggi, le si dovrebbe fare un monumento, rendere la sua vita oggetto di studio per legioni di fanciulle, anzi tirarne un depliant da dare in gentile ma obbligatorio omaggio per tutte le torme di sciamannate che sono andate su e giù per i voli di stato, in Sardegna e a Villa Certosa: tiè, leggi qua e fatti un’idea del mestiere e dell’etica che il tuo status comporta, perché se la professione è la più antica del mondo, proprio per questo chi la esercita, Sant’Iddio, dev’essere almeno consapevole della tradizione.
Frine non era una puttana, no. Era una escort. Di gran lusso. Delle sue origini si sa poco, e questo, in antichità vuol dire che certo non erano da andarne fieri. Per Aspasia si può ipotizzare alle spalle una famiglia ricca, o per lo meno ben ammanicata, forse persino imparentata alla lontana con quella dell’uomo che alfine la sposerà, Pericle, e questo spiega come sia stato possibile, per una donna così chiacchierata, convolare a nozze con un rampollo della meglio gioventù e della meglio Atene.
Frine no. Lei era una ragazzina che di nome vero faceva forse Glicera, sempre che anche questo non fosse un nick, dato che vuol dire “la dolce”. Se era un soprannome, sarebbe l’indizio che già il mestiere era suo quando, giovinetta giovinetta, mise piede ad Atene. Era profuga. Scappava da Tespie, piccola cittadina di provincia delle Beozia, distrutta in una delle sempiterne faide fra città della Grecia: i Tebani, Beoti, avevano messo a ferro e fuoco le case dei Tespiesi, Beoti anch’essi.
Una pensa di poterlo facilmente immaginare cosa voglia dire per una ragazzina, e sola, arrivare ad Atene scappando dalla campagna e da una guerra: entrare in punta di piedi in una città che era l’equivalente di una New York di oggi, con quattro stracci raccattati su alla bell’e meglio mentre tutto bruciava, e trovarsi di fronte gli Ateniesi, poi, che erano dei begli esempi di gente con la puzza sotto il naso a prescindere, e i Beoti li consideravano, appunto, beoti, quindi via a trattarli a pesci in faccia, allè.
Eppure Frine non me la vedo così, spaurita e titubante. Me la figuro invece snella come uno scugnizzo sveglio, scattante come un piccolo gatto nero dagli occhi scintillanti, che, nasino all’insù ed espressione cazzuta, se la guarda, quella Atene così grande e così snob e sorridendo pensa: “Adesso a noi due, città: vediamo chi la spunta!”
Bella non era bella: Frine vuol dire “rospetto”. Ma doveva avere un caratterino, la ragazza, ecco, un caratterino di quelli che come li incroci non puoi fare a meno di dire “Ah, be’!”. Di quelle che un uomo lo rivoltano come un calzino e, se non basta, lo rivoltano ancora; e se lui protesta, o fa anche solo l’anda di protestare, zac zac zac, gli tagliano i panni di dosso grazie ad una lingua tagliente come una spada.
Per andare a letto con lei c’era la coda. Pittori, artisti, filosofi, politici. I turni, come al supermercato. Perché Frine si faceva pagare, e profumatamente: in denaro contante, mica in ciondoli di bigiotteria. Ma non voleva avere amanti fissi, e neanche protettori. Donna d’affari, si amministrava da sola, e applicava anche, a seconda del cliente, tariffe differenziate: se le andavi a genio, potevi anche riuscire a scroccare una notte quasi gratis: il bello di essere imprenditrici di se stesse è soprattutto questo, che cosa fare lo decidi tu. Se qualcuno si lagnava per queste tariffe applicate a capriccio, era sempre Frine a rispondere. Un giorno, Demostene si incazzò di brutto, perché lui pagava, ah se pagava quelle ore di letto, e un altro, un bel giovanetto pittore e spiantato, invece no. E Frine, con un sorriso sarcastico, gli disse, senza una esitazione: “Ma ti sei visto quanto sei brutto e vecchio? E allora, paga!”
Dicono che Prassitele la volle come modella per le sue Veneri. Dicono che, portata in tribunale per immoralità, il suo avvocato, Iperide, scrisse sì una bella orazione di difesa, ma lei si guadagnò da sola l’assoluzione: si presentò davanti ai giudici e fece cadere lo scialle, scoprendo un seno. Tanto bastò a farla mandare assolta, ché la giuria era tutta maschile, e scommetto che alla sera, a casa di Frine, tre quarti dei giudici si presentarono per rivedere l’oggetto troppo frettolosamente occhieggiato. Doveva essere una stronza, ma una stronza da brivido, di quelle che non ne lasciano passare una, e, per giunta, hanno anche buona memoria a ricordarsele. Con gli uomini, nessuna pietà, mai, e per nessun motivo. Ne doveva aver subite tante di umiliazioni, quando non poteva difendersi, che, diventata ricchissima, le volle far pagare tutte. Del resto, era una donna d’affari, anche se di mali affari, e quindi i concetti di dare ed avere erano per lei sacri più degli dei. Anche con i suoi concittadini si regalò il lusso di una bella presa per il culo. Piangevano, i Tebani vinti per le loro belle mura abbattute, fin nell’atrio di casa sua, chiedendole un contributo anonimo, da figlia devota alla patria: i notabili della città spargevano calde, aristocratiche lacrime piene di dignità ed onore, con il sussiego che è proprio degli sconfitti imbecilli. Frine, dal suo palazzo ateniese, sgranò gli occhioni e disse: “Be’ che problema c’è? Le mura le ricostruisco io, tutte, a mie spese!” Costruire i bastioni di quel villaggio sperduto che si credeva una città, in fondo, le costava meno che ritinteggiare i muri di casa. Però aggiunse: “Ma sulle mura nuove ci scrivete: le pagò Frine!”
Ai Tebani venne uno stranguglione: loro, pieni di decoro, sarebbero stati costretti a passare tutti i giorni sotto ad una porta urbica con quel bel cartiglio, a ricordare che dovevano la nuova cinta non solo ad una donna, ma che la loro figlia più famosa all’estero era una puttana? Restarono senza mura, e Frine si tinteggiò casa ridendo del loro stupido orgoglio e della loro dignità da zotici perbenisti. Tanto quei contadini, al massimo, stavano rintanati nei loro campi a conversare con i maiali, e Frine, invece, a casa sua ospitava ogni sera il bel mondo, Prassitele, Demostene, ma persino Filippo e un giovane Alessandro, che si dice con lei amasse conversare.
Non dovevi però cercare di fregarla, Frine. Non perdonava. Faceva la prostituta, ma non per questo si dovevano permettere di trattarla da stupida puttana. Se ne accorse Prassitele, che era il suo amante forse più amato, perché doveva essere uno di quei begli intellettuali dolci, indecisi ed inconcludenti che alle donne di ingegno e di carattere fanno poi perdere la testa. Lei gli disse: “Regalami la tua statua più bella!”. E, in fondo, dopo averlo tenuto nel suo letto tanti anni senza presentargli mai un conto, non era neppure una richiesta esosa. Lui nicchiò, forse perché non voleva separarsi dal suo lavoro, forse perché davvero, da bravo intellettuale cacadubbi, non sapeva identificare la sua opera preferita. Lei risolse alla sua maniera: gli piombò in casa, annunciando trafelata che nello studio di lui era scoppiato un incendio. Lui corse, corse corse e senza riflettere andò a salvare una sola statua, subito, d’istinto. Quando venne fuori, Frine non disse niente, ma allungò la manina per intendere: “Posala là, che è mia”.
Secoli dopo la storia venne ripresa, pari pari, da Conan Doyle, per uno dei racconti di Sherlock Holmes, Uno scandalo in Boemia: quello che ha per protagonista un’altra bella donna di carattere, Irene Adler, l’unica femmina che fa perdere la testa persino ad Holmes. Si chiama Irene, ma è Frine rediviva, e pure se nella finzione in quel caso è Sherlock ad aver la meglio, si capisce che tanto la vincitrice è lei. Perché a Frine non si resiste, non c’è verso, e non c’è maniera. Dalla storia alla letteratura, alla fine la palma la prende lei, che non si atteggiò mai a vittima, non accettò il ruolo di puttana triste, o di mignotta sfruttata: non implorò favori, non fece sconti sui prezzi, o ricatti, o pietì buste regalate come carità, collanine ricordo. I suoi clienti erano potenti, ma lei, lei era una regina, e come tale pretese ed ottenne di venir sempre trattata. Sì, bisognerebbe farla leggere, la sua biografia, a tante aspiranti accompagnatrici che si vendono, ma come carne da macello. Dovrebbero imparare la sua lezione, le sue moderne epigone, e soprattutto il suo credo:la dignità non te la regala il mestiere, ma il carattere.

A Malvino, che è di Ischia, e Goodidea, che mi chiese di occuparmi di Ulisse, tempo fa.
Sono mica tutti uguali, i Greci. Proprio no. Prendi gli Eubei. Che se li nomini all’improvviso, a qualcuno che di Storia greca non ne mastica tanto, la reazione è: “Chi?”.
Se gli nomini gli Ateniesi, o gli Spartani, persino il più tumbano un concetto lo riesce a reperire, nel cervello. Gli Eubei, invece, si beccano solo un “Chiii???”, manco fossero i figli della serva. Eppure sono importati, gli Eubei. Fondamentali. Mica solo per la Storia greca, tra l’altro. No, per la Storia d’Occidente in generale. Oddio, a voler essere pignoli, anche per quella d’Oriente. Diciamo per la storia e basta.
Erano originari dell’isola dell’Eubea, una striscia lunga lunga, prospiciente l’Attica; una terra che, diceva il mio Maestro romagnolo, ha la forma di una tagliatella. È srotolata nel mare, di fronte ad Atene. Il mondo di Atene si ricorda sempre, ma quando l’Eubea era all’apice della sua potenza, ecco, Atene era una città di secondo piano, diciamo una accozzaglia ancora mal riuscita di villaggi abitati da contadini con le pezze al culo, due capre emaciate e, a Torico, un porticciolo in disarmo: niente Partenone, niente Propilei, l’Acropoli ancora una rupe mezza vuota, con forse giusto un tempio di risulta, cresciuto sui ruderi di un vecchio palazzo miceneo andato in rovina. Arrampicati sulle rocce, quattro pastori che guardavano il mare chiedendosi: chissà come ci si sposta sopra quella roba lì.
Attorno era collassato un mondo, e non si capisce neppure perché. I regni micenei, quelli che avevano costruito i primi palazzi, e gli archivi, e in qualche modo partecipato alla guerra di Troia, erano spariti di botto, lasciandosi dietro miserie e rovina. Un tempo si pensava che fosse stata colpa dei Dori questo improvviso decadimento, e giù ad immaginar invasioni di biondi occhiocerulei guerrieri, che aprono in punta di lancia un Medioevo ante litteram. Invece pare di no: i Dori, quando arrivano, trovano già lo sfacelo. A far crollare le rocche e i palazzi forse terremoti, forse l’aggressività dei Popoli del Mare, pirati raminghi mezzi levantini mezzi non si sa cosa, che arrivano, bruciano tutto e vanno via, lasciando le popolazioni costiere sotto choc, a domandarsi che è capitato.
Ma gli Eubei, dicevamo. Nella loro isola, si sta decentemente tranquilli, tanto che nasce una aristocrazia commerciale che abita in belle città, belle case e costruisce tombe che lévati. Sono nobili che vanno per mare, con barche e barchette, commerciando lingotti di rame, metalli, vasellame e forse olio e vino. Principi che non schifano il remo e lo scalmo, anzi: curiosi, attivi, testardi. Te li ritrovi dappertutto, nell’Egeo, nel Mar Nero, e poi dall’Adriatico alla Spagna, alle lontane, lontanissime spiagge del Marocco e dell’Africa atlantica, fino al Mar Rosso e l’Arabia: non c’è un porto in cui non entrino e popolazione indigena con cui non intessano scambi commerciali. La loro vera casa è il mare color del vino, di cui conoscono ogni insenatura e ogni pertugio; e quando non lo conoscono, si buttano ad esplorarlo, anche a costo di dimenticare casa e famiglia per mesi e per interi anni, perché gli Eubei son fatti così, devono sempre sapere cosa c’è più un là, e il pericolo vale il rischio, se si può cavarne un’avventura o un guadagno.
Vi ricordano qualcuno? Già, Ulisse. E mica per caso. Vi ricordate, a scuola, quando vi facevano studiare la cartina del Mediterraneo, in cui erano segnati gli approdi di Ulisse, Circe al Circeo, Calipso a Gibilterra, Scilla e Cariddi sullo Stretto, i Ciclopi vicino all’Etna e il regno dei morti a Pozzuoli, fra le zolfatare del Vesuvio? Ecco, se guardate quella cartina, avete sotto gli occhi la mappa dei territori degli Eubei: in ogni porto di Ulisse c’era una loro città o un loro scalo: furono loro, in pratica, a trasformare un racconto mitico e vago come l’Odissea in un viaggio reale, con tappe scandite sul terreno, manco fosse, l’itinerario di Ulisse, una sorta di predecessore dei loro portolani, e Ulisse stesso uno dei loro principi-navigatori.
Be’, veramente, lo era, quasi. Itaca, la sua isola natale, era ad un braccio di mare da Corcyra, Corfù, una delle loro principali colonie, sede, nell’Odissea, del felice popolo dei Feaci. E anche Omero, poi, era uno di famiglia. Una leggenda lo vuole proprio in Eubea, ad un agone, in cui si scontrò con Esiodo. Una favola, non ci sono dubbi. Però i nobili euboici Omero lo conoscevano a menadito, e lo recitavano a memoria, nel corso dei loro banchetti. Ne siamo certi per via di una coppa, ritrovata a Pithecusa, cioè ad Ischia, primo luogo, in Italia, in cui gli Eubei, in IX secolo a.C, fondarono una colonia, destinata a breve vita. Sulla coppa, una iscrizione: “La coppa di Nestore era piacevole a bersi, ma chi beva da questa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”. Tre versi, forse il gioco fatto ad un banchetto, che sono però una citazione diretta dell’Iliade e la prima testimonianza di scrittura in Occidente.
Doveva essere bella Ischia, allora: un porto vivace in cui si incrociavano mercanti di ogni provenienza. La Coppa di Nestore, per dire, non fu trovata nella tomba di un Greco, ma in quella di un ragazzo, forse Arameo, di certo mediorientale; magari un mezzo sangue di seconda generazione, la cui famiglia viveva nell’isola, commerciando. Doveva essere bella e affascinante, questa isola che nelle giornate limpide vedeva il sole sopra il Circeo, perché Circe abita vicino alle case del Sole, e poi la costa laziale dove c’erano gli insediamenti di quelle che poco dopo sarebbero diventate le potenti città etrusche. Ridgway, che l’ha scavata, ha definito quel periodo L’alba della Magna Grecia. Ma della nostra civiltà futura, in un certo senso, c’era già tutto: lo spirito di impresa, il coraggio, la curiosità anche un po’ incosciente, il senso del bello, la spinta a varcare i limiti anche quando sarebbe più saggio fermarsi più in qua, il rischio, la capacità di fondere e inglobare altri popoli, di imparare e dare, di inventare, in fondo, storie e personaggi meravigliosi più veri del vero, per farsi compagnia nelle lunghe notti solitarie in mezzo al nulla.
Gli Eubei, non scordatevi di loro. Più che l’alba della Magna Grecia, per gli Occidentali costituirono l’alba del mondo.

La cosa affascinante dei Greci è che qualsiasi cosa salti in mente alla Storia, loro l’hanno fatta per prima, e, di solito, meglio. Nel bene e nel male. Prendi Robespierre. Uno dice: un fanatico così, con la sua fredda, razionale e tutta intellettuale determinazione a sterminare gli avversari e nessun rimorso nel farlo, è un prototipo con copyright tutto francese. Invece no: tu apri un bel libro di Storia Greca, e te lo trovi lì, l’archetipo di riferimento. È così che incappi in Crizia.
Crizia, che diamine! Mica facile descriverlo, e neppure parlarne. Non è mai facile tracciare un ritratto di queste anime nere della storia, che appaiono nei momenti più bui e confusi, si stagliano come ombre malefiche sulla scena, con il profilo inquietante del Nosferatu di Murnau e lo stesso suo fascino, che è impastato assieme di repulsione e richiamo.
Crizia. Me lo so immaginare solo bello, o meglio, più ancora che bello, affascinante, il corpo atletico forgiato da implacabili esercizi al ginnasio, lo sguardo assieme mobilissimo e gelido, a manifestare un carattere di un ardore freddo che non sa mai trovare pace e continuamente si arrovella, sprezzando un mondo che non giudica degno della sua attenzione e da cui però non sa staccarsi, rimanendone invischiato.
Erano tutti belli, del resto, nel suo casato, e ricchi, e nobili e per di più intelligenti come pochi: un cugino era Andocide, l’altro cuginetto il giovane Platone, e nello stemma di famiglia si contavano a bizzeffe i vecchi re e gli arconti di Atene; anzi, manco si contavano più, ché erano troppi. Vivere nella Atene democratica era per gente simile una sofferenza da accettare a capo torto. L’avevano costruita e governata loro, per secoli; ed ora? Ora erano costretti a starci dentro come cittadini fra cittadini, al pari del povero, sfigato teta che remava nella flotta e si spezzava la schiena fra gli scalmi, capace a stento di vergare su un coccio il nome di chi voleva stratega o esiliato. Ma, nelle assemblee, il suo voto, per un capriccio di Clistene, quel maledetto Alcmeonide dalla idee progressiste, il suo voto, dicevamo, quello del povero marinaio con le pezze al culo, e spesso col culo addirittura senza pezze, contava come il parere di un Callescro, di un Callia, di un Nicerato, che avevano nei geni l’istinto del comando e la cultura giusta per esercitarlo, e al potere potevano andare personaggi che si davano gran manate sui fianchi per richiamare l’attenzione del pubblico, sbraitavano, urlavano e, diomìo diomìo, nella vita di tutti i giorni facevano i salsicciai o i fabbricatori di corazze.
Lo schifo che gli prendeva, a Crizia, quando vedeva tutto ciò si può solo ipotizzare, o immaginarlo leggendo in parallelo alcune pagine crudeli di Céline o di Hollebecq: era lo schifo di chi si sente superiore perché sa di esserlo. Purtroppo, in Crizia, questo ti frega: che liquidarlo come uno stupido o un semplice stronzo non puoi. Nei pochi frammenti giunti a noi nel naufragio della damnatio memoriae brilla la luce di una intelligenza spietata, di una razionalità che si spinge tanto al limite da lasciare ogni connotazione umana, fino a perdere qualsiasi venatura di comprensione: un viaggio al termine della notte, in cui la notte non ha altro termine, però, che una lucida e fanatica forma di follia. Il popolo? Un malnato gregge di pecoroni, schiavi del ventre, incapace di pensiero. La religione? Solo un mezzuccio per spaventare e reprimere, che va usata con oculata mancanza di scrupoli. La democrazia? Un infingimento creato dai più deboli per impedire ai migliori di emergere e comandare. La società? Un marciume che non si può emendare, ma solo abbattere, con la violenza e nel sangue, perché non c’è altra via e altra palingenesi che la morte e la guerra, a sanarne i mali incancreniti.
Un pazzo. Sì, ma pericoloso ed affascinante per quella reale ansia di assoluto che c’è sempre in ogni verace pazzia. Un pazzo, ma intelligente e subdolo, quindi capace di mosse inaspettate, e per noi oscure. Nella cerchia degli allievi di Socrate Crizia era una delle perle che Socrate stesso mostrava con un certo qual orgoglio, perché a quell’uomo povero, brutto e grasso, seppur grande filosofo, dava lustro poter vantare fra i suoi più sfegatati ammiratori ed amanti i giovinetti più belli e svegli dell’aristocrazia cittadina. Alcibiade, dunque, questo leoncino bizzoso e vanesio, e lui, Crizia. Amici? Complici, più che altro. Legati da comuni passioni, non ultima quella per la filosofia, forse perché tutto quel pensiero li confermava nell’ipotesi di essere i migliori. Ma anche da interessi più terreni: amicizie pericolose in Tessaglia, dove si allevavano cavalli veloci e gli aristocratici avevano tentazioni di rivolta. Crizia ne fu in qualche modo invischiato. Le fonti lo dicono all’origine di un complotto che coinvolgeva i Penesti, una sorta di servi locali della gleba, per liberarli, si dice, e fare una rivoluzione. Notizia poco chiara, e infida: lascia immaginare un Crizia democratico radicale, che si batte per liberare una classe soggetta dal dominio ingiusto di nobili infingardi. Forse non fu così, forse la sua idea di rivolta era sfruttare il popolo per appoggiare un regime ancor peggiore, una sorta di stato etico sul modello spartano, una società degli uguali simile ad una caserma. Certo è che, nei suoi maneggi, i compagni di strada erano gente per cui la violenza era un habitus mentale necessario, e il sacrificio degli oppositori il mezzo lecito per imporre il rinnovamento forzato al mondo.
Chissà se fu quel fallimento a dargli il via per estremizzare ancor più le sue visioni. Magari l’ultima spallata fu il disastro del colpo di stato “soft” del 411, quello organizzato con ipocrita doppiezza da Teramene, convinto come lui che si dovesse esautorare il popolo, ma dando a tutto una forma paternalistica e “legale”. Il padre di Crizia, Callescro, era uno dei congiurati, lui non poté esserne estraneo. La trama fu sventata, Atene rimase democratica, i tradimenti, le ambiguità, la semplice inadeguatezza di alcuni determinarono una ignominiosa caduta.
Crizia non viene toccato e resta sullo sfondo, apparentemente immobile, fino alla fine della guerra. Trama, certo continua a tenere i legami con Sparta mentre la guerra continua ad oltranza.
Quando la città è costretta, da Teramene, ad accettare la resa senza condizioni, ecco il momento della sua vittoria: gli Spartani scelgono lui come capo dei Trenta Tiranni, il governo che dovrà reggere la nuova Atene. Ma su cosa debba essere questa “nuova Atene” si apre lo scontro. Perché si fa presto a dire reazionari, ma, come per tutti i termini politici, ognuno poi interpreta l’etichetta a sua maniera. Nel consesso dei Trenta, che sono tutti uniti e festanti quando fanno abbattere le Lunghe mura al suono dei flauti, si aprono presto profonde crepe. I moderati, come Teramene, vogliono reggere la città trasformando la democrazia in una oligarchia vecchio stampo: per loro rimettere le cose a posto vuol dire far in modo che le persone giuste, senza traumi, gestiscano l’andazzo come una volta, prima che tutta quella feccia rivendicasse diritti, si mettesse a credere di contare qualcosa: riportare tutto al buon tempo passato.
Crizia, invece, non vuole un ritorno al passato, vuole un nuovo inizio: una società completamente riformata, una città simile ad una Sparta che però sappia di filosofia. Teramene desidera chiudere i conti in fretta, con poche vendette, eliminando solo chi proprio deve essere eliminato, per poi rituffarsi in un quieto tran tran in cui tutto è sopito anche se nulla risolto. Crizia invece pretende il sangue, vuole la palingenesi che nasce da una strage, in cui gli avversari sono nemici da trascinare nel fango e giustiziare: la massa deve rassegnarsi al fatto che può solo obbedire o farsi ammazzare.
Teramene, persino Teramene inorridisce: e non è il numero dei morti, forse, ma la logica con cui sono condannati: fredda, brutale, in una parola: fanatica. Il moderato può digerire un omicidio, ma non ammette l’omicidio stupidamente ideologico, il sangue sparso che non lo fa dormire la notte non è quello innocente, ma quello inutile. Così tenta di opporsi, non per un sussulto di coscienza, solo per un anelito di quieto vivere.
Crizia non gliela perdona. Lo trascina davanti all’assemblea, lo fa condannare e, quando cerca rifugio presso un altare, lo strappa anche da lì, con violenza, perché lui è peggiore dei suoi nemici democratici, lui è un traditore della oligarchia. Beve la cicuta, Teramene, brindando alla salute del suo bel Crizia, perché assai probabilmente capisce che quella salute è destinata a durare ancora poco.
Difatti il sangue arma i democratici fuggiti, che si organizzano, tornano in forze contro la città, la cingono di assedio. Crizia non si arrende, non accetta di arrendersi perché per lui, come per tutti i fanatici, la mediazione è impraticabile: il fanatico, quando perde, vuole un crepuscolo degli Dei. Ma non si suicida nel chiuso di un bunker, dopo aver costretto al macello altri, da soli. Si batte con i suoi seguaci più stretti, come un leone, a Munichia, sapendo che è la sua ora, sapendo che la morte lo attende, ma la morte è meno paurosa che l’essere costretto a vivere in un mondo che non è fatto a modo suo.
Muore, infine. Era uno schifoso tiranno. Era un assassino. Ma per la grandezza che comunque traspare nell’ombra nera del suo animo, un moto di rispetto, davanti a quel cadavere, ti viene.

Un caso. A volte capita così, nella vita. Svolti un angolo e, alzando gli occhi, incroci un cartellone che non ti sei mai soffermato a leggere prima; sfogli il giornale e ti colpisce un trafiletto nascosto a piè di pagina. Oppure, come capitò a me: durante la lezione di greco, l’insegnante citò, di fretta, un titolo: “Ah, sì, se vi interessa, su questo potete leggere Le memorie di Adriano.” Così, en passant. Non mi ricordo manco di che parlasse. Non ci disse nemmeno l’autore. Le memorie di Adriano e basta, tiè.
Avevo quindici anni. A quell’età, quando un professore ti consiglia un libro non lo leggi. Per principio. Magari fai finta: lo compri diligentemente, dai una scorsa alla quinta di copertina, impari giusto quelle quattro acche che se proprio te lo chiede all’interrogazione puoi far bella figura e ciao. È una questione di principio e di orgoglio: fino ai vent’anni i professori non possono insegnarti nulla della vita e della letteratura, perché sono robe che devi scoprire da te.
Poi a me gli antichi non piacevano. I Greci e i Romani, voglio dire. Soprattutto i Greci, per dirla ancora meglio. Quelli che parlavano Greco, a voler essere ancora ancora più precisi. Erano due anni che ci smadonnavo al Ginnasio, con quella maledetta linguaccia. Fetente come poche. Scritta pure in un alfabeto tutto suo. Con dei verbi che Dio me ne liberi non ce n’era uno che si coniugasse come t’aspettavi si dovesse coniugare. Con quelle parole che si declinavano alla come gli pare e piace, le attiche a genitivi per conto loro, le doriche pure, le altre boh.
Insomma, non mi ricordo nemmeno perché lo comprai, quel benedetto libro: non era in programma, non mi interessava particolarmente. Lo vidi per caso sullo scaffale della libreria, un paio di giorni dopo che me l’aveva nominato la professoressa a lezione. E siccome si era sotto Natale, lo misi nel mucchio di quelli che avevo preso, con la ferma intenzione di non aprirlo mai. Tanto la mia strada era già decisa: finire il classico senza troppa infamia il più presto possibile, e andare in una facoltà in cui di Greco e di Latino non ci fosse nemmeno l’ombra.
Invece lo aprii. Curiosità. Forse semplice noia: uno di quei pomeriggi d’inverno lunghi che nascono già bui come sere. Lessi: “Mio caro Marco, sono stato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in villa da un lungo viaggio in Asia”.
Ma ci può essere un incipit più stupido o più banale? Un vecchio antico che si lagna dei suoi acciacchi senili: la quintessenza della noia. Eppure. Eppure capitò uno di quei sortilegi che solo i libri sanno fare. Non avevo nemmeno finito di pensare: “Che palle!” – di pensarlo convintamente, come direbbe Cetto la Qualunque – che c’ero già dentro e non sapevo uscirne fuori. Le frasi erano una specie di cantilena ipnotica, scivolavano via una in fila all’altra come i grani di un rosario nella mano di una esperta beghina, gli anelli di una catena che non si può spezzare. E ad ogni anello si apriva un mondo. Le stanze della villa imperiale. La Roma dei marmi policromi e delle regge sontuose. La curia, i palazzi, i conviti. Ma anche le pianure sconfinate degli ultimi confini al limite del nulla: gli avamposti dell’esercito, le selve, le truppe, i cavalli, le marce forzate, i cunicoli, le catacombe, le iniziazioni tribali di religioni violente e salvifiche. Il calore denso del deserto che ti toglie il respiro col suo vento di sabbia. L’immensità del niente al Nord, in cui l’orizzonte grigio della steppa si disperde nel vuoto. E Adriano.
Dio mio, come ci si fa a non innamorarsi di Adriano? Non è possibile, non è dato. Ti prende, ti seduce, come tutti i veri seduttori, perché non fa nulla per farlo. Adriano che è tutto, militare, imperatore, decisionista; e poi architetto, amante, esteta. Che racconta e si racconta, essendo contraddittorio e complesso, ma non complicato. Adriano che riesce a reggersi come personaggio su quel delicato, fragile equilibrio che riusciva a reggere l’impero: praticità e spinta verso l’eterno, sogno e vita reale, animula vagula blandula e comandante in capo, inquietudine sottile e spietato pragmatismo nell’applicare ciò che serve e nel fare ciò che si deve.
Tu le leggi, le Memorie, e li capisci, gli antichi. I Romani e i Greci. Finalmente. È come se ti regalassero la chiave. Ti si squadernano davanti, come l’empireo di fronte a Dante non appena S. Bernardo s’offre come guida. Li capisci con la loro filosofia e la loro corruzione, la sottigliezza, le vanità, la razionalità estrema e i difetti. Non puoi fare a meno di seguire Adriano, perché è lui che ti prende per mano e ti porta nei labirinti dei loro alti pensieri, nelle miserie delle loro piccole meschinità, nelle passioni e nei capricci: è il cronista e l’interprete di una civiltà che si sente al suo apice ma è troppo intelligente per non sapere che, un passo ancora, comincerà il declino; sa però che quel declino, persino quello, è la strada obbligata che ogni civiltà deve percorrere, fino alla fine, perché il destino è un gorgo che ti risucchia sempre, ma non è già giocoforza che, pur secondando il gorgo, non ci si possa profondare con una certa qual forma di dignità pensosa e dolente, una consapevolezza che riscatta.
Dio, come ho amato Adriano. Così tanto da non voler neppure indagare se quello reale fosse in tutto e per tutto simile a quello della Yourcenar: ci sono illusioni che preferisci conservare intatte a dispetto di tutto ciò che normalmente credi.
Dio, come ho amato quel mondo sospeso in cui gli dei non c’erano già più e il Dio non ancora, e in cui tutto ciò che di meglio era stato pensato e scritto dagli uomini era stato pensato e scritto in Greco.
L’ho letto, riletto, e poi riletto ancora, le Memorie di Adriano: non sapevo staccarmene, non volevo mai trovarne la fine.
All’università ho scelto lettere classiche: non volevo fare altro. Forse non potevo.
Un caso, un incontro fortuito, un libro citato di sguincio, poi visto su uno scaffale e la tua strada è segnata, non può prendere altri percorsi: nella vita, a volte, funziona così.


Hanno lasciato detto qualcosa