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Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.
Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.
La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.
Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.
Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.
Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.
Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?
Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.
Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.
Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.
Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.
È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.
Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.
E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.
O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”
E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.
Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.
Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

E poi con lui ti senti proprio bene.
Rilassata.
Scherzi, ridi.
Di gusto.
Lo conosci quel tanto che serve perché non ci siano stupidi equivoci, fraintendimenti. Perché non sia necessario prendere le misure alle parole onde evitare lo scatenarsi di musi lunghi e ripicche infantili.
È spiritoso. Senza essere fatuo.
È colto. Senza essere pedante.
Basta uno sguardo per capirsi al volo.
Alle volte, non serve neppure quello.
Basta il tono di voce e ci si capisce persino alla cieca, così.
E anche lui, con te, si sente bene.
Rilassato.
Scherza, ride.
Di gusto.
Per un attimo le sue mani, le sue belle mani affusolate che gira e rigira senza posa, sempre, trovano requie, la sua eterna, covante malinconia si placa.
Sorride, e le piccole rughe d’espressione, vicino agli occhi, svaniscono.
Sorridi, e le piccole rughe di scontento agli angoli della bocca svaniscono pure a te.
La sala, attorno, in quell’istante sembra sparire.
O chetarsi, come se trattenesse il respiro, mentre tu e lui vi guardate, per un lungo silenzioso momento.
Quel momento in cui, se Cupido scoccasse la freccia, farebbe secchi per sempre tutti e due.
Il guaio è che non accade.
Al solito, è un racconto di fantasia. Ma se becco dove s’imbosca quell’idiota di Cupido quando serve, lo spenno, giuro, eh!

“Be’ poi, sai com’è, la serata è svoltata…c’era Susanna…ammazza quanto è figa…”
Ride pure, l’idiota.
Uno, due, tre… sto contando silenziosamente, dentro di me, per evitare di esplodere. Siamo al bar, lui con davanti il suo aperitivo, io pure, attorno un paio di amici che parlano per conto loro. Sarà un quarto d’ora che Lui parla, raccontando nei minimi particolari la serata appena trascorsa, con il suo amico, che poi è anche amico mio. Serata vivace, par di capire, in un pub o Diosaddove, in cui erano andati soli, sì, ma poi hanno incrociato altri, fra cui la benedetta Susanna, venticinquenne notoriamente portata per le relazioni pubbliche, e, dall’ammicco che fa lui, evidentemente anche per quelle private. Oh, beninteso, a lui le venticinquenni non piacciono mica, eh. Se lo senti parlare, è tutto un lodare il fascino maturo delle trentenni consapevoli, perché le ragazze, eh dai, le ragazze non hanno sugo, non si sa di che parlare, vuoi mettere invece le trentenni, con cui puoi anche fare quattro chiacchiere, e poi capiscono anche quando citi Carosello e Atlas Ufo Robot. Non conto neppure più le volte che gliel’ho sentito fare, questo discorso, soprattutto quando capita che siamo io e Lui, a parlare da soli. Peccato che dopo, però, lo becchi sempre a flirtare con qualche venticinquenne che ai tempi di Carosello non era neppure nel mondo delle ipotesi azzardate e Atlas Ufo Robot deve averlo intravvisto in qualche special da operazione nostalgia, tanto che la sigla, in originale, pensa la cantassero Baglioni e Fazio. Peccato che dopo quando se la ritrova davanti, questa trentenne qui che Lui stesso, più volte, ha detto di trovare molto carina e che di Atlas Ufo Robot saprebbe tutto, puntata per puntata, pare che la noti nemmeno, la consideri parte della tappezzeria, il famoso soprammobile che tutti abbiamo in casa e non vediamo perché siamo abituati da tempo immemorabile a ritrovarcerlo sotto gli occhi.
Non può non aver capito che mi piace. Con lui ho messaggiato, scherzato, flirtato esplicitamente; sono stata velatamente sexy, e anche un po’ materna, cameratesca ma anche femminile: insomma, a parte prenderlo di brutto e baciarlo, le ho provate tutte. Ecco, forse avrei dovuto sì prenderlo per la cottola e baciarlo, punto e basta. Ma c’è quel piccolo, orribile problema: che prendere uno per la collottola e baciarlo, paradossalmente, viene facile se di quell’uno te ne frega un accidente. E invece a Lui voglio bene davvero. Gliel’ho persino detto, una volta: m’è scappato d’impulso. Ma come sempre capita con quelli che ti piacciono davvero, si finisce sempre per sbagliare il tono, o il momento, o entrambe le cose. Così il “ti voglio bene” che a te strappa l’anima ti esce come una frasetta banale, buttata là, che quasi quasi pare un “passami il sale” oppure “signora mia, qua una volta era tutta campagna!”.
Deve averlo preso così anche lui. O forse no, magari l’ha capito benissimo che invece era qualcosa di più, ma quel qualcosa di più, da me, proprio non gli interessa, e allora ha preferito fingere che nessuno abbia mai detto niente.
Una finzione da Oscar, per altro. Fatta di paterna sollecitudine quando mi vede triste, e si premura di dirmi: “Ma no, ma dai, che sei carina!Perché ti butti così giù, non si fa.” Così perfetta, la finzione, che ti viene quasi il dubbio che non lo sia affatto, che lui veramente non ci arrivi proprio, che in realtà non gli sia sorto nemmeno un lontano sospetto. Come adesso, mentre continua ad ammiccare a quello che è successo con Susanna, a lasciar intendere agli amici che potrebbe dire cose turche, sì, ma è un signore e non lo fa, e ride e scherza, senza rendersi minimamente conto che io, seduta su un trespolo sbilenco da bar molto hight tech, non so più come intrecciare le mani per non tirargli uno schiaffone in faccia.
Non ci resisto più, a stargli davanti.Mi alzo di scatto,facendo quasi cadere all’indietro la sedia.
“Ma dove vai?” chiede stupito, interrompendo per un attimo il suo show.
“Vado fuori a fumare.” dico, con tono feroce.
Lui resta un attimo interdetto. Poi dice: “Ma tu non fumi!”
Oh, almeno di questo si è accorto.
È un racconto di fantasia: non si fa riferimento ad avvenimenti, aperitivi o uomini di cui sono innamorata reali.

Nel gran guazzabuglio delle leggende di Artù, trovare un filo logico o anche solo una sistematicità non è facile: è tutto un rincorrersi di personaggi che cambiano caratteristiche e biografia da un poema all’altro, senza che sia possibile trovare una versione definitiva. Il ciclo di Artù è simile al ciclo delle leggende troiane, ma non ha mai trovato un suo Omero. Così persino i protagonisti più noti sono cangianti, hanno biografie mutevoli, sorti alternative, vite che si intrecciano e si districano in modi imprevisti e differenti da fonte a fonte. In mezzo a questo gioco di specchi c’è anche lei, Viviana, che in talune tradizioni non compare proprio, in altre di striscio, in altre ancora non si capisce bene fino in fondo che ruolo giochi e chi sia. Ma quando c’è, è una donna che lascia il segno: perché se Ginevra è in fondo un fantasma privo di vero carisma (viene sposata da re Artù, fa innamorare di sé Lancillotto, ma non le si riconosce un gesto, un atto che sia solo suo: sta lì, e lascia che il mondo le giri o le rovini attorno) e Morgana un’ombra piena di risentimento e di rabbia, Viviana no, Viviana è viva, come dice il suo stesso nome, e scapricciata, e testarda, e padrona del suo destino: è una donna, mentre le altre sono icone.
Giovane e bella, la descrivono quei pochi che parlano di lei. Anzi, giovanissima, una ragazzetta. Forse manco nobile, non è chiaro: di certo non principessa, e non aristocratica importante. Bella, sì, ma più che bella, dotata di spirito e carattere. Merlino la vede e se ne innamora. Sì, Merlino, il mago. Ma non pensate a lui come al simpatico vecchietto disneyano che brontola bonario con sulla spalla il gufo Anacleto. Il Merlino originale della saga, personaggio dai tratti sulfurei ed ambigui: che è figlio di una vergine e del Demonio, e solo il battesimo impartito da mamma ha salvato dal suo destino, ch’era quello di diventare l’Anticristo. Non è per niente bonario, quel Merlino là, ma un clamoroso figlio di buona donna: uno di quei consiglieri del Re che i Re li creano, sì, ma per gestirne il potere nell’ombra a loro esclusiva discrezione, e che i Re se li tengono buoni secondando tutti i loro più bassi istinti e tenendone nota, così assieme ne diventano complici e controllori, ed hanno sempre in mano armi sufficienti per tenerli a freno con il ricatto. Quando Uther Pendragon perde la testa per la bella Lady Igraine, già sposata con Gaulois di Cornovaglia, Merlino non si fa scrupolo di venire in soccorso al suo re per soddisfarne le voglie: lo trasforma in Gaulois per una notte, mentre il Gaulois vero è già cadavere, a patto di potersi tenere tutto ciò che quella notte nascerà nel regno. Uther Pendragon promette, gli uomini quando sono in fregola non vanno tanto per il sottile e poi crede di esser furbo, Uther, e pensa che se la caverà cedendo a Merlino il frutto di un raccolto. Ma quella notte viene concepito Artù, e nove mesi dopo Merlino si presenta a corte per reclamarlo: strappa il neonato alla culla e alle braccia di mamma, nel frattempo divenuta ufficialmente vedova di Gaulois e quindi altrettanto ufficialmente regina. Non ci sono pianti di donna, né contro offerte da parte del Re: il bimbo è frutto di quella notte, e quindi è suo, e Merlino se lo prende. Per avere quell’erede, che il Fato destina a salvare la Britannia, Merlino ha usato come pedine Uter e Igraine, così come userà anche Artù, una volta divenuto grande. Merlino è uno che usa gli esseri umani come pedine di un gioco che solo lui sa vedere, e a cui tutti sono sacrificabili: perché gli esseri umani non contano, contano solo i progetti che sono chiamati a compiere per avverare il destino. Già, sono sacrificabili tutti, tranne una: Viviana, appunto. Quando la vede, Merlino sa che rischia, anzi, è certo di perdere: vede il futuro, Merlino. Ma chiude gli occhi. Chiude gli occhi ostinato, perché quella ragazzetta gli piace, perché non ne può fare a meno, perché sente in lei l’unico essere umano in grado di stargli in pari, di giocare con lui una vera partita, perché ha furbizia, malizia, ma anche una intelligenza spregiudicata, veloce, amorale. La corteggia, trasformandosi in un bel giovane. Ma mica la freghi con una maschera, Viviana. Lei lo capisce chi ha di fronte, e sa anche di averlo completamente soggiogato. Non gli cede, nonostante lui faccia di tutto e tutto le prometta: ricchezze, castelli, l’eterna gioventù. Lei, quando si rende conto di chi le fila dietro, gli chiede invece una cosa sola: il segreto della magia. Non vuole essergli amante, o moglie, ma allieva. Impadronirsi di ogni suo segreto per giocare ancor più alla pari con lui, divenirgli davvero compagna, nel senso di uguale. E Merlino cede, anche se è conscio di firmare la sua condanna. Le insegna tutto, i trucchi e gli incantesimi, le sottili arti della divinazione, ma forse quelle ancor più sottili della politica. Si mette finalmente a nudo, con quella ragazzetta, perché da lei, da lei sola, vuole essere amato per ciò che è.
E lei lo frega. Apprende tutto e poi, al momento opportuno, gli getta addosso un incantesimo, che lo farà dormire prigioniero in una grotta, per anni ed anni. Gli toglie, più ancora che la magia, quel potere che era stato la sua ragione di vita. Lo lascia nudo perché lui nudo si era fatto di fronte a lei. Ma è una donna, Viviana, non una maschera. E lo dimostra nel prosieguo, che è squisitamente femminile nella sua logica. Divenuta potentissima come incantatrice, che fa Viviana la bella? Si presenta a re Artù per avere quelle prebende che erano del suo amante Merlino? Trama per il potere? Seduce cavalieri? No. Si crea un suo meraviglioso castello fatato. E qui raccoglie, con tenerezza materna, un giovane orfano regale, tal Lancillotto, che alleva come il figlio che non ha. Lo sa, Viviana, che, divenuto grande, se ne andrà per la sua strada. Lo sa che verrà travolto dalla passione funesta per Ginevra, dai mille intrighi della casa di Artù. Ma è il suo bambino, quel piccolo, e lei lo nutre e lo ama con affetto disinteressato, riversa su di lui tutto quell’amore che non ha mai dato a nessun uomo, neppure a colui che per averla è stato disposto a perdere ogni cosa: Viviana la stronza è un’ottima madre, per quella incredibile capacità che abbiamo noi donne di essere sempre tutto ed il suo contrario, sante e puttane, streghe e balie, pretendere troppo da chi ci vuole bene, dare tutto a chi ci lascerà sole.
Lancillotto se ne va. Parte per seguire le sue avventure, di cuore e di lancia. Viviana, la dama del Lago, resta sola, nel suo castello fatato, ad invecchiare protetta da quella magia che non ha dato la felicità a Merlino, non l’ha donata ad Artù, e non la regalerà neanche a lei, ma può darle la noia ovattata della ricchezza, ed una solitudine priva di sofferenze reali. Neppure ci dicono, le fonti, come muore e se muore, la Signora del Lago: scompare sospesa, avvolta dalla nebbia della leggenda e dalla fama di esser stata l’unico essere umano capace di gabbare il grande Merlino, pur essendo solo una ragazzetta di campagna.
Peraltro, pare che sulla vicenda non abbia mai neppure rilasciato una intervista a Sky.

Dedicato a Lector, perché la verità ha sempre diverse facce
A rispondere per le rime, secondo me, ci ha già pensato Lameduck. Ma siccome sono feminuccia anche io, e qui vien chiamato in causa l’intero genere, accusandoci non solo di intrinseca stronzaggine ma di pavidità, non mi so trattenere dall’entrare anch’io in argomento, e cercare di replicare alla polemica innescata da Paolo Barnard sul suo blog, sul “sesso ludico”.
Qualche giorno fa egli aveva cortesemente illuminato noi donzelle, notoriamente dure di comprendonio, che il motivo per cui gli uomini vanno a prostitute è semplice: perché le donne, tutte, sono, direbbe Moltalbano, grannissime strunze: cioè, in pratica, se la tirano da matti, e prima di accettare di andare a letto con un mister X appena conosciuto, in un bar o altrove, pretendono che costui faccia persino lo sforzo di corteggiarle, parlare loro, esercitare, insomma, qualche minimo atto di seduzione; se il tizio non supera questo esame alquanto superficiale, sono capacissime, queste streghe, di dirgli di no, pur dopo che il meschinello, magari, ha investito la bellezza di venti minuti del suo prezioso tempo, il costo di un drink o, nei casi peggiori, di una cena. Molto più facile quindi, per Paolo Barnard, andare a prostitute: con l’equivalente del costo della medesima cena, paghi e fai sesso a botta sicura, senza doverti nemmeno preoccupare, il giorno dopo, che la ragazza si offenda perché non l’hai richiamata.
Il dilagare della prostituzione, dunque, sentenzia senza ombra di dubbio Paolo Barnard, sta nella incapacità femminile di contemplare il “sesso ludico” fine a sé stesso. Il corollario del ragionamento è: donne, non siamo noi che siamo mostri, siete voi, brutte perfide, che non ci state, quindi non lamentatevi se noi poveri ometti lo cerchiamo per strada da signorine prezzolate: chi è causa del suo mal, pianga se stessa.
Confesso che, al di là del tono avvelenato della replica di Barnard, in questo ragionamento ci sono alcuni punti che non mi tornano. Faccio parte di una generazione di ragazze che con il sesso ha sempre avuto un rapporto diverso da quello delle madri e delle nonne (meglio: di alcune madri e alcune nonne, perché anche ai tempi delle nonne, vivaddio, mi risulta che se ne facesse parecchio di “ludico” e senza tanti problemi). Si può fare, spesso si fa, con gli stessi criteri con cui una volta lo facevano gli uomini. Conosco molte ragazze che non hanno alcun problema, ma proprio nessuno nessuno, ad andare a letto con qualcuno conosciuto venti minuti prima, e persino se non gli ha offerto nemmeno un cocktail; altre che fanno vita sociale per conoscere uomini sì, ma cercano una relazione più seria o persino il grande amore. Le donne, così come gli uomini, sono di tutte le specie: ci sono le mangiauomini, le santerelline che poi si rivelano tutt’altro, quelle che nascono con in testa l’idea di conquistarsi un anello, quelle che l’anello se lo ritrovano felicemente al dito senza averlo neppure troppo cercato, quelle che sono incapaci di star sole e quelle che da sole ci stanno benissimo; ci sono quelle che contemplano la possibilità del “sesso ludico” e quelle che vedono sempre ed esclusivamente il sesso come una appendice dell’amore, tanto che qualche volta, quando capita loro di farlo “ludicamente”, sentono poi il bisogno di fingersi innamorate, e quelle che usano il sesso come grimaldello per la scalata sociale, e come arma di ricatto.
Paolo Barnard ci accusa, tutte ed indiscriminatamente, di non saper fare sesso ludico. Io gli chiedo, di rimando: ma perché, è un obbligo sociale? Dove sta scritto? É la clausola di quale contratto? E se a me non andasse di farlo, per una sera o per tutta la vita, che dovrei fare, chiudermi in convento o mettermi un cartello al collo per avvertire i meschini eventualmente interessati?
Da come pone le cose Paolo Barnard sembra che per una donna rispondere alla avance, o meglio alla semplice richiesta di un uomo di fare sesso, sia una specie di obbligo: se gli si dice di no, infatti, il poverino ha un trauma da rifiuto. Eccheè, un sei politico? Non la vogliamo introdurre un po’ di legittima meritocrazia? Di selezione naturale? Darwin lo mandiamo al diavolo proprio nel suo bicentenario? Su cento approcci al bar (o in ufficio, le fotocopiatrici sono notoriamente galeotte), una decina, statisticamente, in condizioni normali, vanno a buon fine; gli altri li si deve archiviare come cose che fan parte del gioco: se a poker venissero sempre in mano a tutti le scale reali le partite sarebbero noiosette.
Paolo Barnard s’incazza, uh se s’incazza, però, perché noi donne ce l’abbiamo con chi va con le prostitute, li trattiamo come dei malati. Be’, caro Paolo, chiariamo: per me tu sei liberissimo di andarci, quando vuoi e quanto vuoi. Dal punto di vista morale, non è la prostituzione a infastidirmi, ma lo sfruttamento: mi fa fastidio la prostituzione come mi dan fastidio i minorenni costretti a cucir palloni: per cui, per evitare di dar soldi a chi sfrutta, evito di comprar certi palloni ed eviterei di andare a mignotte.
Ma dal tono del tuo articolo, chi lo avverte come un problema e si sente “sporco” a farlo mi sembri tu. Tu non ti lagni di dover andare a prostitute, ti lagni perché non ci vorresti andare e sei “costretto”; ma la “costrizione” nasce dal fatto che una donna disposta a venire a letto con te senza esser pagata dici di non riuscire a trovarla, e tu questa cosa la vivi male, si sente: il primo ad essere conscio che la prostituta è solo un rimpiazzo di qualcosa d’altro che si vorrebbe ma non si riesce ad avere sei tu. Il problema tuo, e di tutti gli uomini nelle tue identiche condizioni (quindi non di tutti i clienti delle prostitute, solo di una fetta), direi, è questo: voi non state cercando “sesso ludico” con chiunque capiti e basta, sennò in ogni bar potreste raccattare conquiste a iosa: state cercando una donna che vi piaccia e che sia disposta a fare “sesso ludico” con voi; ma se quella che vi piace e avreste scelto vi rifila un legittimo due di picche (perché magari non piacete a lei, o non ha voglia di “sesso ludico” e basta, la signora) vi sentite frustrati e la considerate perfida, quindi ne scegliete per strada una che vi piace, e che, dal momento che la pagate, non vi può dire di no.
Se non trovi proprio mai una donna che ti dica di sì senza esborso di tariffa, chi deve lavorare su se stesso per capirne le cause sei tu. Da qualche parte forse commetti degli errori, anche se dove non saprei. Forse non sai gestire bene l’approccio, forse sei irrimediabilmente attratto dal tipo di donne sbagliato (per esempio, invece di provarci, in una sala, con le donne che evidentemente hanno una gran voglia di fare “sesso ludico” con chiunque, quelle le scarti perché le consideri automaticamente “poco serie” e ti incaponisci magari a fare il filo a quelle che al “sesso ludico” non ci pensano proprio, ma cercano amore o una sistemazione acconcia per la vita.). Forse, più semplicemente, non stai cercando “sesso ludico” e basta neppure tu, ma una donna che, fosse solo per il tempo di una scopata, ti confermi che sei un uomo meraviglioso.
Le streghe esistono, siamo d’accordo: ma neanche nelle fiabe i protagonisti incontrano sempre e solo quelle, dai.

La camera, adesso, è tutta sua. E non è nemmeno una camera sola, a ben vedere. Alfonso Crespano, persino se ha rotto i ponti con la famiglia, lasciato moglie e mammà – non necessariamente in quest’ordine – e incrinato quell’universo di relazioni che lo hanno protetto come una bolla fin dalla nascita, ha sempre fondi a sufficienza per potersi permettere non una camera ma un bel monolocale, nell’unico residence decente appena fuori Spinola. Ha dunque un intero appartamentino, arredato con mobili di lusso, per quanto dal design alberghiero: un divano in pelle con inserti in acciaio fighetto, un letto spazioso con testata in cuoio e trapuntina rosso pompeiano, e, appeso al muro, una tv a schermo piatto che gli consente di vendere tutte le reti possibili, in chiaro ed in oscuro, messe in onda per l’etere italico.
Non ha dovuto nemmeno cercarlo, per quel principio che, quando sei ricco, sono le cose che vengono a cercare te. Non appena per il paese s’è sparsa la voce che Alfonso era andato via di casa, destinazione non si sa dove, Anselmo Pedron gli ha fatto uno squillo al cellulare, offrendogli asilo. Non s’è trattato tanto di un favore, quanto di un investimento: ad offrire un tetto al figlio in fuga, Anselmo sapeva bene di rischiare l’ira di madama Crespano, che da sempre è la sua signora e padrona. Ma i servi svegli sono tali perché vivono sotto al padrone presente però sanno prevedere come ingraziarsi il padrone futuro: dunque ad Alfonso Anselmo ha immediatamente regalato un riparo, e a madama Crespano ha coscienziosamente spiegato, poi, il giorno dopo, che in fondo quello era pur sempre l’unico modo per mantenere comunque un qualche controllo sul fuggiasco: “Finché el xé da mi, el xé da nialtri.” ha infatti sentenziato con feroce pragmatismo.
Ora ha la sua camera, Alfonso. Ci sta da sei mesi. Non se ne vuole andare. All’inizio aveva creduto di rimanerci giusto qualche giorno, al massimo una settimana, prima di trasferirsi definitivamente dalla Betty Crovato, o meglio, di affittare assieme a lei un nuovo appartamento. Non poteva che essere una soluzione momentanea e provvisoria, quella del residence, con le pareti lattee prive di quadri, movimentate solo dalla televisione piatta come i programmi che trasmette, e quei mobili anonimi, senza un vero padrone e senza una storia, destinati fin dalla nascita ad accogliere qualche cliente per due settimane, al massimo un mese, e poi passare a quello successivo senza portare tracce. Lui, Alfonso, è sempre stato abituato ad altre case, piene di memorie, di tradizione. L’avita magione reca i segni di tutte le generazioni di Crespano prima di lui, e in nuce i presagi di quelle a venire. La sua camera da ragazzo, rimasta immutata nell’ala padronale, è qualcosa a mezzo fra il museo e l’altar maggiore, con da un lato la scrivania del nonno, e la poltrona in cuoio, e libri che prima di Alfonso sono stati di tutti i primogeniti Crespano, e dall’altra un muro che è un tripudio di alfonseria, con un’infilata di foto in cornice peggio di una bacheca di facebook: Alfonso al mare, in montagna, con gli sci, senza, con in mano ogni tipo di trofei e di coppe guadagnati nelle competizioni più disparate; con mamma, mamma e papà, mamma e i parenti, mamma e gli amici, le morose… ecco, no, con le morose no. Una ne ha avuta, e l’immagine è stata cassata subito dalla madre, non appena gliel’ha fatta lasciare: l’unica foto femminile rimasta è quella con la fidanzata ufficiale, scattata quando era già sicuro che questa sarebbe diventata moglie.
La sua casa da maritato, dépendance di quella dei suoi, anche quella era piena come un uovo. Patrizia, la moglie, l’aveva arredata con l’ansia da horror vacui: mobili, mobili, mobili. Sopra i mobili scansie, sopra alle scansie cornici, dentro alle cornici foto. Nei due anni di matrimonio non si spiega come sia riuscita a farne tante: lei ed Alfonso ovunque, immagini moltiplicate come nel gioco di specchi finale nella Signora di Shangai. Per sentirsi sicura d’averlo sposato, pareva dovesse vederselo davanti in ogni cantone di casa, e assicurarsi che lui vedesse lei, per non dimenticare.
La prima volta che è entrato nel residence e ne ha visto i muri vuoti e i mobili senza cornici, senza ritratti, senza foto, Alfonso ha provato una sorta di spaesamento: non pensava che delle stanze da abitare potessero essere così. Almeno non quelle in cui avrebbe potuto abitare lui. Si è sentito sospeso in un posto che non esiste, dove lui non era più lui, dove lui non era più nessuno, perché non aveva le cose che erano sue a ricordargli chi fosse. Persino Spinola, vista dalla nuova angolatura della finestra, non sembrava più il suo paese.
Ha provato un senso di fastidiosa vertigine. Come se gli mancasse l’aria. O come se di aria, improvvisamente, ne avesse respirata troppa. Si è dovuto sedere sul letto e guardare con calma la stanza e le pareti. Le pareti bianche.
É rimasto tutta la sera così. Zitto. A guardare un muro. Bianco. Per la prima volta da quando è nato gli è parso di poterci lasciare sopra una traccia che fosse solo sua.
Pare che il dibattito più infuocato dell’estate, al Corrierone, non riguardi affatto le escort del Premier, i pellegrinaggi di espiazione a S. Giovanni Rotondo, i soldi per il Nord o per il Sud, la missione in Afganistan, o l’essere di Destra o di Sinistra, ma il matrimonio e il perché tante quarantenni belle, intelligenti, realizzate e toste siano e rimangano così disperatamente sole. Forum intasato, interventi appassionati e feroci da parte degli utenti: da una parte le donne, tante, che lamentano questa condizione così frustrante con toni da tragedia greca, e si lagnano di uomini che non appena si ritrovano davanti una donna in grado non dico di spiegare la teoria della relatività, ma di risolvere un sudoku, scappano come se avessero incrociato una tarantola; dall’altra gli uomini che piangono invece perché le donne sono diventate troppo efficienti, piene di aspettative, grintose, maschili insomma, e li fanno sentire sempre tanto inadeguati da costringerli a cercar conforto nella quieta acquiescenza di una ex badante moldava, che sì, sta con loro per il permesso di soggiorno, magari, ma si comporta come le buone donne di una volta, indossa la gonna, sta in casa e non s’allarga.
Il dibattito, confesso, mi ha toccato perché, quasi quarantenne pure io, e single da tempo immemorabile, faccio parte in pieno della categoria. Ma è una categoria strana, che ha confini labili e difficili da definire.
Prendiamo me, ad esempio. Non sono single per scelta, e sono pochissimo grintosa o maschile. Detto tra noi, non sono una donna in carriera, non amo digrignare i denti e mostrare i muscoli, non faccio il verso alle quattro squinzie di Sex and the City e star sola nemmeno tanto mi piace. Non godo ad andare in vacanza da sola, né al cinema, né alle mostre o a teatro. Da sola in tutto o in parte ho imparato a vivere per necessità contingenti: a sbrigare pratiche, portare le valigie, prenotare treni. Passare una serata a leggere un libro, andare al cinema per vedere un film che mi interessa non mi spaventa, sono in grado di farlo, so organizzarmi l’esistenza senza dipendere dagli altri, così come so sopravvivere senza scosse e senza traumi al fatto di non avere un compagno, son capace di essere serena e a volte anche discretamente felice, se non altro perché il piagnisteo non è nelle mie corde, e riesco a concedermi solo due minuti al giorno di autocommiserazione, poi mi annoio e passo ad altro. Non rimpiango di non aver avuto figli e non ho mai avuto il mito della famiglia da spot, quindi non è per quello che mi angoscio. Però non mi nascondo il fatto che mi piacerebbe trovare un uomo con cui condividere l’esistenza. Mi manca. Non perché abbia la necessità di qualcuno che mi risolva la vita, una specie di mago che – bibidibobidibù – scacci i problemi e salvi la situazione, ma perché adorerei avere accanto un altro essere umano con cui parlare, ridere, scherzare; qualcuno per cui preoccuparmi, essere pacatamente materna quando gli serve una coccola, o sfacciatamente sexy quando gli serve ben altro; qualcuno che è lì, accanto a me, nei momenti in cui decido di chiudere fuori il resto del mondo, qualcuno con cui, finalmente, possa non indossare, come invece devo fare sempre, l’armatura che mi sono creata per sopravvivere, qual bozzolo di efficienza, bellezza, una punta di stronzaggine e costante allerta che è necessario per sopravvivere in società o anche solo per non far la figura dei fessi.
Non lo trovo. Forse non lo cerco nel modo giusto, per carità, ma intanto non c’è. Ne potrei raccattare vagonate d’altri, per una sera o più, non dubito. Quelli che cercano soltanto una toppa per rappezzare la loro solitudine. Quelli che quando hanno pagato il conto pensano di aver comprato anche me. Quelli che si sentono tanto superuomini e sono in cerca di una superdonna, per cui io non sono mai all’altezza. Quelli che si credono superuomini, ma proprio per questo una superdonna no, sennò c’è il rischio che vadano il crisi. Quelli che ti danno tutto, sempre, ossessivamente, e non capiscono invece che qualche volta l’altro bisogna lasciarlo anche respirare. Quelli che non ti danno niente, ma ti guardano con compatimento perché se pretendi qualcosa di più, allora sei un’isterica.
Non sono perfetta manco io, lo so. Sono una rompiballe di prima categoria, insicura, ansiosa, con la tendenza ad incasinarsi. Ma spesso mi sono innamorata di uomini che sapevo pieni di difetti, e, confesso, alle volte erano proprio i loro presunti difetti quello che amavo di più: spesso i difetti sono i lampi di umanità di una persona. Ecco, vorrei un uomo che facesse altrettanto con me. Si innamorasse, punto e basta, per come sono. Fregandosene del fatto che non ho più vent’anni. Che sono una rompicoglioni. Che sono distratta, appassionata, pignola, svagata, colta, ciaciona, melanconica, ottimista, matura, bambinesca, contraddittoria. Che mi amasse, insomma, per come sono, o nonostante quello che sono, faccia un po’ lui. Un uomo così, ecco, penso non sia chiedere l’impossibile, e trovo che me lo meriterei tutto. Degli altri, quelli a mezzo servizio, non so cosa farmene, e, a costo di risultare stupidamente orgogliosa, e spocchiosa, e sognatrice, non li voglio tra i piedi.
Forse il guaio delle quasi quarantenni sole come me non è che non trovano un uomo, è che non si accontentano di “un” uomo e basta. Cercano un altro essere umano. Per questo è così difficile.




Hanno lasciato detto qualcosa