Rivedere una città dove hai abitato quando eri piccola ha sempre un effetto spiazzante: ogni angolo di strada, ogni svolta ti butta addosso il suo carico di ricordi: la vetrina di giocattoli a cui appiccicavi il naso ammirata quando avevi otto anni ed era Natale, il pavé su cui ti sei sbucciata il ginocchio per in seguire un autobus, il cortile della tua vecchia scuola elementare con il suo cespuglio di more selvatiche. Ma il tempo è passato e i particolari non tornano: le vie e le pietre sono le stesse, ma la pasticceria è diventata un Mc Donalds, i gelati hanno ceduto il posto ad uno shop di orologi, il negozietto delle calze si è trasformato in un nonsobenecosa che vende bombon di cioccolato costosi come diamanti. Vicenza è lì, con i suoi parchi e gli alberi ammantati di un sontuoso rosso autunno. La ricordavo quieta, sazia e sonnolenta; ma quando ci abitavo io il Nordest era un fenomeno ancora da scoprire, e Vicenza era solo provincia; la ritrovo sazia, ricca, e incattivita: è un’impressione che non saprei giustificare razionalmente, ma c’è; come un rumore di fondo che indica una scontentezza ineliminabile, un malessere sotto pelle che i negozi ed il lusso solo in parte riescono a stordire, anestetizzandolo.
La prima tappa è la Redazione, per salutare Giorgio. Non ci sono mai stata prima, ma so benissimo dov’è, perché è il numero civico accanto al palazzo dove abitavo io. Il quartiere, allora, era borghese e seminuovo , appena fuori dal centro storico, ma al centro di tutto il resto. L’ufficio di Giorgio, per una bizzarra ironia delle sorte, guarda il mio vecchio terrazzo. Ho perso il conto di quante volte, da piccola, affacciata dalla mia camera, spiavo quelle finestre. Ero una bimba e sognavo di fare le giornalista: mi chiedevo cosa succedesse dietro alle tende chiuse. Oggi lo so: ben poco. Giorgio è arrabbiato con il computer che non va, e con i collaboratori che, causa ponte, non ci sono, mentre in città ben tre manifestazioni sarebbero da seguire: quelli del Dal Molin, i commercianti contro il sindaco, e infine la Mussolini, che raccoglie firme contro i Romeni, così, a caso.
«Comunque è un posto fantastico, questo, per un giornalista – ghigna – il bar qua sotto è praticamente il centro dello spaccio di mezzo Nordest: quando fanno le retate, basta mettere un fotografo sul terrazzo e segui tutte le operazioni in diretta.»
Quando scendo, trovo conferma: dinanzi sosta un muro di facce poco raccomandabili, misto di qualsiasi etnia, e i vetri lerci hanno tende sporche, che nascondono l’interno. Non sono razzista, non sono razzista, mi ripeto come un mantra: la stretta al cuore che provo è qualcosa di diverso, cerco di convincermi: un tempo il bar era della mia compagna di banco alle elementari, ci ho passato i pomeriggi della mia infanzia. Maddalena pescava dal frigo il cremino, sua madre sorrideva da dietro la macchina del caffè, e poi andavamo su, a casa, a vedere Candy Candy. Adesso, mi dice Giorgio, gli unici italiani nel condominio sono loro della redazione, e i bambini e le donne è meglio che non girino da soli per strada, si fanno brutti incontri.
Mi avvio verso il centro percorrendo un corso Palladio molto simile a quello che conoscevo: stesso struscio, stesse facce, negozi più lussuosi, questo sì. La meta è la mostra sulla Rivoluzione dell’Immagine nell’arte paleocristiana. Il palazzo è tirato a lucido, il personale gentilissimo; i pezzi, poi, da togliere il fiato. Non c’è molta gente, e quella poca è colta e tranquilla: dai brandelli di discorsi riconosco a naso un paio di professori universitari, uno dei quali sottilizza e polemizza con le legende, instillando il dubbio che un pezzo attribuito ad età costantiniana non sia di età costantiniana, poi becca un refuso nella traduzione dell’epigrafe greca, poi sbuffa su una datazione. Le due ragazze che controllano la sala annuiscono con santa pazienza, sfoggiando un sorriso istituzionale e lo sguardo rassegnato di chi a simili rompiballe ha ormai fatto l’abitudine. Per fortuna il suo birignao viene presto coperto da note di Mozart: al piano superiore Giovanni Guglielmo ed il suo quintetto stanno provando, per un concerto che si terrà alla sera, e i visitatori possono così godere delle tele di Guardi e Canaletto mentre le note li accompagnano: è un caso, che vi siano le prove; o forse è culo, ma è una meraviglia.
Arrivata alla fine delle sale, lo vedo, all’interno della bacheca: il Dittico di Stilicone. Colpisce sempre trovarsi davanti all’improvviso a qualcosa che sei abituata a conoscere attraverso i libri, e ancora di più quando il reperto è una specie di foto di famiglia in avorio. Stilicone con la sua aria grave e severa,la barba disciplinata, lo sguardo diretto, il corpo asciutto rivestito da una toga, ha l’aria più romana che si possa immaginare: infatti era un Vandalo. Un mezzosangue, figlio di un immigrato, che arrivò a sposare la nipote dell’imperatore e far sposare ad un imperatore le figlie e, per poco, gli sfuggì di avere anche il figlio seduto sul trono imperiale. Fu il difensore dell’impero negli anni in cui l’impero ne ebbe più bisogno, e in quell’istantanea scolpita ancora si vede nei suoi occhi l’orgoglio di chi sente di avercela fatta, e si è integrato in un mondo ormai completamente suo, per cui è disposto a combattere ed a morire. Altri barbari come lui si integrarono meno, o per nulla: furono causa di disordini continui, di atti di violenza, divennero prima un problema, poi un pericolo, infine una sciagura per Roma. Ma non furono loro la causa della sua caduta: Roma cadde perché non seppe gestirli, non perché i barbari erano crudeli.
Guardo il volto di Stilicone e lo paragono a quelli che ho visto fuori dal bar un tempo di Maddalena, e a quelli di tanti immigrati che invece conosco, e sono ben integrati in Italia, anzi, la sentono ormai come casa loro. I loro figli potrebbero essere degli Stiliconi, forse, se gestiremo bene la cosa, lo saranno davvero.
Mi allontano dalla bacheca, perché il Dittico mi dà un leggero brivido: non quello che trasmettono le opere d’arte, e neanche quello iniziale che si ha di fronte alle immagini di famiglia. Quello che si ha, invece, quando ci si trova davanti alle foto di sconvolgente attualità.