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coppiette

No, gli innamorati non c’entrano. Dicasi coppiette, in Lazio, delle striscioline di carne di maiale lasciata ad essicare dopo essere stata generosamente cosparsa di pepe, semi di finocchio e peperoncino. Soprattutto peperoncino, a dire il vero.

Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo ed il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni pressanti. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola. Non sono un cibo per signorine, e nemmanco per signore bon ton: sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciar loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitare i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo a poco a poco, e gli agguati del seme di peperoncino che colpisce a tradimento, lasciandoti senza fiato.

Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia o il sadismo degli ufficiali concedevano una breve sosta, o per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di veglia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, anzi a valutarlo, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne. Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi, bivacchi senza fuochi accesi ai confini del mondo, soldati stanchi che non si possono permettere il sonno, e integrano così lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, infinite ore trascorse a scrutare il cielo, il mare, le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio. Gente abituata a nutrirsi così aveva lo stomaco per fondare un impero: contadini grezzi capaci di nutrirsi con una striscia di carne e un po’ d’acqua a qualsiasi latitudine li portasse il nome di Roma, senza mollare mai, senza distrarsi, senza mai arrendersi o darsi per vinti, perché tutto ciò che si lasciavano alle spalle era sempre meno di quello che potevano conquistare davanti a sé, e la lotta quotidiana non era limitata al campo di battaglia, ma era tutto, sempre: era una lotta persino il cibo, che bisognava strappare a morsi e sudarselo persino mentre lo si metteva in bocca. L’uomo è ciò che mangia, uè.

 

Il manoscritto in questione venne ritrovato per caso nella bottega di un rigattiere di Lisbona, Joao Fernadez Carvalho, nel 1912, fra gli scritti di Alvaro Ruiz Almunez, di cui in realtà non si sa nulla, se non che si presentò nella bottega del rigattiere portoghese chiedendogli se poteva tenergli per due minuti il baule di manoscritti in questione perché doveva andare a comprare le sigarette, e non tornò mai più. Alcuni però sostennero per anni che Alvaro Ruiz Almunez fosse nient’altro che Borges stesso, basandosi sul fatto che anche Borges, di tanto in tanto, andava a comprare le sigarette e, per una atavica forma di distrazione, dimenticava poi di tornare a riprendere gli effetti personali che lasciava in giro. Tale abitudine pare sia stata citata anche da Pessoa, in un quaderno di appunti perduto, di cui però il rigattiere Joao Fernadez Carvalho giura e spergiura, stavolta, di non sapere un accidente.

A quanto ricordo, le mie prime prove cominciarono un giorno, nel giardino del tempio di Tebe, un lontano meriggio di primavera. Un uomo, emaciato e stanco, giunse, forse da un lontano oriente. La sabbia del deserto gli aveva scavato le orbite, rinsecchito le labbra arse di febbre: barcollò, si fece accanto e disse: “La ricetta!”. Mi accorsi allora che teneva stretto tra le mani un brandello di foglio, logorato dalla polvere di mille viaggi. Me lo porse, come chi sporge l’ultimo tesoro. Lo sorressi: avrei voluto chiedergli un nome, da quali terre lontane egli fosse arrivato fin lì, scavalcando infinite distanze, ma i suoi occhi erano già vuoti, la sua voce non poteva più dire nulla ad orecchio umano.

Lessi. Fu compito arduo decifrare la scrittura incerta, intuire in quale lingua antica e perduta le parole fossero state scritte, vergate chissà quanti secoli prima per preservare con un miracolo d’inchiostro la memoria, sempre tanto sfuggente all’uomo.

Presi la pentola d’acqua, la misi sul fuoco, rispettando quelle istruzioni tanto semplici che però narravano prodigi svelati per mezzo di lunghi e severi studi d’alchimia. Dopo poco, fui sorpreso dal borbottio sommesso che produceva il recipiente: come da mondi inferi fino allora ignoti, le bolle risalivano verso la superficie, in geometrie di ghirigori, e poi scoppiavano ad una ad una, raggiunta la sommità liquida e trasparente. Mi sorpresi a guardare me che guardavo l’acqua bollire, stupii per la faccia stupita del mio doppio, che quello specchio fumigato di vapore restituiva come immagine slabbrata, altra da me. Intanto il manoscritto pretendeva da me altre prove: presi l’olio d’oliva, lo lasciai riscaldarsi appena appena sul fuoco, facendo imbiondire l’aglio, poi aggiunsi le acciughe prive del loro sale, e alla fine vi sbriciolai il rosso, piccante frutto del Nuovo Mondo, rinsecchito da un sole che splendeva laddove gli antichi pensavano tramontasse. Infine gettai nell’acqua crepitante gli spaghetti. Assistetti incredulo al prodigio che si compì in mia presenza: quei bastoni rigidi, a contatto con il liquido, dapprima iniziarono a piegarsi, come piccole torri che si sgretolavano a partire dalle fondamenta, indi si trasformarono in qualcosa di nuovo, inquietante e bellissimo: cordicelle flessuose che si incrociavano in labirinti, e, sfidando ogni regola di Euclide, da rette divenivano curve, parabole, archi e intrecci simili nella forma al simbolo dell’infinito. La mia mente si trovò risucchiata nel gorgo del farsi e disfarsi di quella matassa senza confine, che ora si inabissava, ora emergeva, seguendo il ritmo capriccioso delle bolle. Meravigliosa immagine del caos primigenio! Quando li scolai, per un attimo trattenni sospesa la massa di spaghetti, informe ed aggrovigliata in sé, poi la versai nella pentola, per amalgamarla alle acciughe, all’aglio, al peperoncino. Si unirono, mischiandosi come gli elementi anassagorei si mischiarono a formare il mondo. E io ne arrotolai un boccone sulla forchetta, muto, immaginando di fronte a me il segreto all’origine del tutto.

pasta_pipe_lisce

Impossibile trascrivere una corretta versione della ricetta.

Ogni volta che Berlusconi la illustra, subito dopo smentisce dicendo che è stata fraintesa.

capresePrese, tagliò, condì.

Ripubblico, a grande richiesta, recuperandolo dagli archivi del vecchio blog, la ricetta letteraria delle Penne alla Chandler. Se vi piacciono – le ricette letterarie, non le penne alle zucchine – fatemelo sapere, che potrebbe diventare una rubrica del blog. Se vi piacciono invece soltanto le penne, fatemelo sapere lo stesso: vuol dire che come cuoca me la cavo meglio che come scritttrice.


Le zucchine mi guardavano dal tavolo, tristi come una bionda lasciata da sola ad invecchiare. Capii che dovevo farne qualcosa. Le presi, le tagliai a listarelle con un vecchio coltello che aveva visto giorni migliori. Trovai una pentola e ci misi dell’olio e una cipolla. Sfrigolò, come se volesse dirmi qualcosa. Ma non avevo tempo per le sue chiacchiere. Aggiunsi alle zucchine del vino bianco e una spolverata di peperoncino. Cadde nell’olio senza un lamento.

Guardai la scansia: due pacchi di pasta erano lì, malinconici. Forza, Marlowe, prendine uno, mi dissi: per quanto vecchie, faranno sempre meno male di un colpo di revolver. Scelsi le penne, forse perché hanno un nome adatto a fare letteratura. Aspettai i dieci minuti di prammatica fumando una sigaretta. Poi grattugiai della scamorza stagionata. Con un movimento rapido, gettai la pasta nella padella delle zucchine, e subito aggiunsi la scamorza. Girai in fretta, perché non avessero tempo di capire cosa stesse succedendo loro. Non lo capirono. Sono stupide, le zucchine.

Le scodellai nel piatto fumanti, riempii un bicchiere di whiskey ghiacciato e, appoggiato allo stipite della finestra, guardai fuori, respirando l’odore acre della notte.

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