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Un attimo prima guidi, tranquilla, da posapiano, come guidi sempre.
Torni da scuola come tutti i giorni, il percorso lo sai a memoria, ormai.
La pioggia non è nemmeno pioggia, la stradina tutta una curva a gomito in mezzo ai fossi, la campagna campagna, umida ma sonnacchiosa.
Poi senti che la ruota piglia un avvallamento nel selciato e fa un botto.
La gomma scoppia, la macchina svisa, si arrotola in un testa coda, invade la corsia opposta, si schianta sul paracarro e resta penzoloni, in bilico sul fossato.
Non fa nemmeno in tempo a mancarti, il respiro.
Ti tirano fuori dall’abitacolo due misericordiosi passanti.
“Sta bene?” “ È tutto a posto?” “Vuole che chiamiamo un’ambulanza?”
Riesci a biascicare un “no, grazie”, fra i singulti di panico. Senti che sei tutta intera, ma non ti capaciti del tutto di essere ancora viva. Guardi la tua macchinetta, che ha il muso rincagnato, e il guardrail di lamiera contorta, che per fortuna ha tenuto.
E nelle orecchie ti rimbomba il clacson di un tizio, dietro di te, che strombazza perché vuole che gli sgomberi la strada, l’idiota.
Purtroppo non è un racconto di fantasia. Ma sto bene.

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.
Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?
È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.
Stai lì a cincischiarti con la tua vita.
Che è piena di impacci, di impicci, di cose che non vanno come vorresti tu: il grande amore che non arriva mai, i piccoli e grandi fastidi che arrivano invece sempre.
Non sei infelice, ma felice decisamente no.
Poi ti arriva la mazzata.
A freddo, tra capo e collo.
Per farti capire che adesso, ecco, sei proprio infelice.
Gran cosa la vita.
Capisci che non era nemmeno tanto male solo quando va peggio.
“Ma tu voti alle primarie?”
Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.
“Ma tu voti alle primarie?”
E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.
Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.
Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero anche tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.
Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.
C’è una cosa, però, ancora più strana.
Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.
E quindi, non so se voterò alle primarie.
Magari sì. Ma potrei essere la sola.
“Ma voti alle primarie?”
Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.
“Ma voti alle primarie?”
E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.
Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.
Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero pure tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.
Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.
C’è una cosa, però, ancora più strana.
Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.
E quindi, non so se voterò alle primarie.
Magari sì. Ma potrei essere la sola.

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.
Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.
E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.
O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”
E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.
Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.
Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

E poi con lui ti senti proprio bene.
Rilassata.
Scherzi, ridi.
Di gusto.
Lo conosci quel tanto che serve perché non ci siano stupidi equivoci, fraintendimenti. Perché non sia necessario prendere le misure alle parole onde evitare lo scatenarsi di musi lunghi e ripicche infantili.
È spiritoso. Senza essere fatuo.
È colto. Senza essere pedante.
Basta uno sguardo per capirsi al volo.
Alle volte, non serve neppure quello.
Basta il tono di voce e ci si capisce persino alla cieca, così.
E anche lui, con te, si sente bene.
Rilassato.
Scherza, ride.
Di gusto.
Per un attimo le sue mani, le sue belle mani affusolate che gira e rigira senza posa, sempre, trovano requie, la sua eterna, covante malinconia si placa.
Sorride, e le piccole rughe d’espressione, vicino agli occhi, svaniscono.
Sorridi, e le piccole rughe di scontento agli angoli della bocca svaniscono pure a te.
La sala, attorno, in quell’istante sembra sparire.
O chetarsi, come se trattenesse il respiro, mentre tu e lui vi guardate, per un lungo silenzioso momento.
Quel momento in cui, se Cupido scoccasse la freccia, farebbe secchi per sempre tutti e due.
Il guaio è che non accade.
Al solito, è un racconto di fantasia. Ma se becco dove s’imbosca quell’idiota di Cupido quando serve, lo spenno, giuro, eh!

Il Marchese, tanto per cominciare, è un marchese vero. Con tanto di antenati ingrugnati che pendono dai muri di casa. Brutti gli antenati, orribili le antenate, e naturalmente brutto anche lui, ché il Dna è cosa democratica, dunque non fa eccezioni per le famiglie nobili. Siccome viviamo in tempi plebei senza rispetto alcuno per le antiche tradizioni, il Marchese, per vivere, non può fare il marchese. Cioè, non può fare il marchese e basta, giacché le case ed i muri delle case che fan da sostegno ai ritratti dei nobili ancorché orripilanti antenati, in quest’età miseranda, han la deplorevole tendenza a creparsi e cadere; perciò, per tenerli in piedi, il Marchese è dovuto scendere a patti con la modernità e trovarsi una professione. Quindi il Marchese, nella vita, fa lo psicanalista.
In quanto Marchese e vicino di proprietà, avrebbe già assai probabilmente tutti i titoli per far parte della piccola corte del Maestro; ma in quanto psicanalista ne ha ancor di più. Come psicoanalista junghiano indagante gli archetipi dell’inconscio, infatti, è assolutamente necessario alla Moglie del Maestro, che, dotata di un inconscio assai ingombrato di archetipi in baruffa fra loro, senza il suo consulto non riuscirebbe a sopportare il marito, ed al Maestro medesimo, che senza di lui sarebbe costretto a sciropparsi gli archetipi della moglie, quando già tanto ha da fare a tenere a bada i fantasmi freudiani dell’inconscio suo. Ma pur essendo psicanalista e assai esperto di archetipi, il Marchese resta poi sempre nobile in origine, e pertanto nella corte del Maestro ha scelto, come suo amico di riferimento, Teo: il sangue non è acqua, specie se è blu.
Nella casa del Maestro regna quella che il Maestro chiama una “ospitale anarchia”, cioè, detta in soldoni, ognuno fa come cazzo gli pare. Il Maestro, la soprano bulgara coniugata con americano, la pittrice francese e la scultrice polacca sono di dormita lunga, quindi prima delle undici di mattina non s’affacciano a far colazione; l’onorevole sarebbe stato portato pure lui al pisolo, ma importanti affari governativi lo hanno costretto a tornare a Roma, partendo ad orario antelucano, il bonzo, pur se sveglio all’alba, è però impegnato a biascicare mantra solitari, mentre il giornalista inglese ed il suo efebo risultano dispersi in guerra, che per una volta, con gran sollievo del giornalista, non è una di quelle nel Golfo Persico; la Moglie del Maestro, Teo ed io siamo invece mattinieri, ed alle sette ci ritroviamo a far colazione davanti ad una tavola che rigurgita di ogni ben di Dio, perché la vicina-contadina arriva alle sei e mezzo e porta latte fresco e dolci fatti in casa. Il problema è che, finita la colazione, nel Qualcheshire non c’è molto da fare fino all’ora di pranzo, se non aspettare il pranzo medesimo.
“Vieni, andiamo, ti presento il Marchese!” dice Teo.
Be’, è sempre un modo per passare il tempo.
La casa avita del Marchese sta in punta alla collina, e per arrivarci si passa un viale di cipressi in duplice filar che paiono piantati dal Carducci. Il Marchese, che Teo ha preavvertito con squillo di cellulare, ci aspetta sull’uscio. Essendo Marchese, quando Teo mi presenta si profonde in un baciamano con inchino. Manca la battuta di tacchi, ma il Marchese è marchese, mica il Conte Max.
Il giro di casa è d’obbligo, soprattutto visto che la casa è un piccolo castello, dotato, assicura il Marchese, pure di un fantasma, una antenata morta prematuramente perché così tonta da farsi scoprire dal marito mentre si dedicava all’educazione di un bel giovane paggio in maniera un po’ troppo solerte e generosa. Racconta ridendo, il Marchese, che a carnevale lui e la Marchesa si divertono assai a travestirsi da questa coppia di antenati, mentre Teo impersona il giovane paggio, e, nel bel mezzo della festa, con gli ospiti convitati doverosamente all’oscuro dello scherzo, si mettono a mimare l’antica scena in cui il marito furente scopre la moglie, sguaina la spada e la sgozza di netto, avventandosi poi sul paggio Teo, per ammazzarlo con un altro fendente.
“Uh, ti ricordi l’anno scorso, credevo che la principessa **** ci restasse secca per la paura!” ridono.
Certo, Teo ride non tanto di gusto. L’età per fare il paggio sta venendo meno, ma più che gli anni è un problema di lignaggio che lo angustia.
“In fondo- puntualizza – io il paggio a te non lo dovrei fare: le notizie dei miei antenati risalgono dei Bizantini: siamo arrivati qui con Belisario durante le guerre gotiche, e le abbiamo combattute tutte, ai suoi ordini! I tuoi, a quanto se ne sa, non risalgono più indietro del Rinascimento, ed erano in origine dei semplici banchieri…”
Il Marchese, che pure lo ama come un figlio, della sottolineatura rimane un po’ piccato. Ecchediamine, non è carino rimarcargli che ha solo cinquecent’anni di storia alle spalle, come fosse un qualsiasi parvenu. Così, per chiarire che la sua nobiltà sarà più recente, ma mica la si può trattare come una scartina, mi porta al piano di sopra, dove un balcone si apre sulla campagna e sulla distesa di colli gialli e bruni, che arriva fino ad un rudere di torre.
“Ecco, la vede, mia cara? Quella è la torre che segna i confini della proprietà. Di lì in poi, sotto c’è l’antico feudo dei Conti ****, che sono sempre stati nostri concorrenti e nemici. ‘Un le dico le battaglie, su quel confine! Un tempo il feudo nostro arrivava ben più in là, ma poi quelli ci han rosicato un pezzo di campagna. Finché noi non s’è costruita la torre, e loro una più sotto, a segnare il confine, e s’è rimasti a guardarsi in cagnesco aspettando che uno dei due facesse una nuova mossa. Nel Settecento, mi pare.” dice aggrottando le sopracciglia, come uno che tenti di ricordare con precisione una lite avvenuta all’ultima assemblea condominiale.
“E nessuno l’ha più fatta, poi, mossa?” chiedo.
“Be’ per ora no. Ma la torre ‘è una decina d’anni che ha cominciato a smottare, e ‘un ci si po’ fare nulla, anche secondo la Soprintendenza. Quindi io aspetto. Quando la crolla e la va a schiantarsi su quella loro di sotto, sarà lei ad invadere il terreno che ci han rubato, e così vendico gli antenati senza mòvere un dito, mia cara!”
Sorride, angelico. Teo, in silenzio, annuisce, con il piglio grave di chi, per aristocratico comune sentire, comprende e solidarizza.
Essendo una plebea con poco uso di mondo non riesco a capire se è uno scherzo, come la sceneggiata del finto sventramento a carnevale, o i due fanno sul serio davvero davvero. Ma in fondo a questo serve avere una tradizione familiare di antico lignaggio alle spalle: che si possono aspettare tre secoli per vendicarsi di uno sgarbo del vicino di casa.
E’ un racconto di fantasia. Non esiste nessuna torre.
Dopo aver appreso della approvazione dello Scudo Fiscale, il Maestro s’è avvilito, quindi indignato ed infine offeso.
Poi ha chiamato il suo commercialista.

Hommage a Paolo Virzì
Teo. Che poi starebbe per Teofilo. Nome di famiglia, ereditato dai nobili antenati. Ma andarlo a mettere ad un pupetto appena nato, denota nei genitori una certa colpevole indifferenza, invero poco nobile, nei confronti dell’avvenire del figlio.
Comunque, l’hanno chiamato Teo. E gli è andata anche bene: la sorella si è beccata un Nazarena.
Dunque, Teo, dicevamo. Età. Entriamo nel campo dell’incerto. Facciamo qualche anno più di me, ma non molti. A occhio e croce: Teo sull’età è sempre stato un po’ vago: superati i quaranta, sarà uno di quegli ex ragazzi che non accettano di invecchiare, così ha giocato sempre d’anticipo, non dichiarandola fin da quando ne aveva venti; ma è da quando avevamo entrambi circa venti anni che ci conosciamo, dunque a me non la può dare a bere.
Professione. Ecco, qui entriamo nel campo del più incerto ancora. Cosa faccia Teo per vivere non l’ho mai ben capito, e spesso dubito che lo abbia capito persino lui. Del resto nel suo caso il “per vivere” è modo di dire: Teo, per vivere, non ha bisogno di fare null’altro che andare in banca a ritirare i soldi di famiglia. Più che lavorare, lui “s’interessa”. S’interessa di arte, di mostre, di pittura, di scultura, e, più in generale, di eventi. Difficile dargli torto, come tutti sanno queste sono cose interessanti in sé e per sé. Altrettanto difficile però chiarire del tutto le forme dell’interessamento di Teo alle succitate attività. Quello che so è che non c’è mostra, evento, prima teatrale, reading, convegno, concerto, festival in cui Teo non sia in qualche maniera coinvolto. Sempre di striscio, beninteso. Ad un festival, lui presenta magari una sezione secondaria, alle mostre d’arte non scrive lui il catalogo, ma a qualche titolo è citato nei piè di pagina, almeno in una riga; ad una rassegna cinematografica è immancabilmente invitato a salire sul palco della proiezione; alle prime teatrali, lui c’è, o perché conosce l’autore o perché glielo devono presentare; ai concerti e all’opera, ha un posto perché è perennemente in parola con qualche sconosciuta rivista per fare un pezzo di critica. Dovunque entri, teatro, ristorante, cinema o fondazione culturale, lo salutano tutti e lui saluta di rimando, scambiando affettuose manate, abbracci fraterni, strizzatine d’occhio che certificano pregresse familiarità. Per il poco tempo che siamo rimasti assieme, millenni fa, l’ho frequentato mentre era in transito: fra un convegno e l’altro, una presentazione di libro e l’altra, un qualcosa che era appena finito e un qualcosa che stava appena per iniziare. Per una come me, tendenzialmente pigra, non era un ritmo sostenibile, e difatti dopo un po’ non l’ho più sostenuto: il moto perpetuo ha il suo fascino, ma alla lunga mi stanca molto, soprattutto se non porta a nulla; lui invece ha continuato con nonchalance a gestire questa sua vita da zingaro intellettuale, sfarfallando qui e là ad ogni occasione cultural-mondana, felicemente apolide, così come è felicemente apolitico e ancor più felicemente dimentico che il resto mondo scorra al di fuori della sua bolla di artisticità. Di tanto in tanto, poi, a suo capriccio, Teo riemerge nel reale: telefona, messaggia, preme per reincontrarmi e s’inalbera se non sono pronta a rivederlo io pure. Se gli faccio presente che non è cattiveria, ma impossibilità a incastrare gli impegni della mia vita attuale, Teo rimane profondamente spiazzato: gli è ostico accettare che il resto del mondo continui ad esistere anche mentre lui non gli concede la sua attenzione.
“Sai – mi dice infatti l’altro giorno – il Maestro mi aspetta per un weekend in campagna da lui, e vorrebbe rivedere anche te, perché non vieni? Passo a prenderti venerdì pomeriggio.”
Più che un invito, una comunicazione. Del resto Teo ed il Maestro, lo so, sono fatti così.
Per arrivare a destinazione ci vogliono tre ore di macchina, e solo perché quando guida Teo ci vogliono tre ore di macchina per arrivare ovunque, poli compresi. Il viaggio è piacevole, perché la meta è una di quelle campagne che gli stranieri ci invidiano, e perciò le colonizzano comprando tutto quello che somiglia ad un mattone: antichi conventi, antiche fattorie, antichi castelli, antiche stalle, e trasformandole in nuovi conventi, nuove fattorie, nuovi castelli e nuove stalle, per usarle come case di villeggiatura, per ricchi che aspirano a fingersi frati, fattori, castellani o pecore.
Quando sbarchiamo nel bel mezzo di una ex aia, il Maestro e gentile signora ci accolgono cinguettanti. Il Maestro abbraccia e bacia me e poi appioppa una manata carica di sottintesi a Teo, e sbotta in un: “Ah, finalmente vi rivedo assieme!” calcando bene l’assieme. Non ha mai digerito che io e Teo ci siamo separati: aveva deciso che eravamo destinati ad essere una coppia perfetta, e il fatto che avessimo caratteri del tutto incompatibili e stili di vita impossibili da conciliare non gli sono mai sembrate scuse accettabili per opporci ai Suoi disegni. Anche la moglie del Maestro si spreca in abbracci: in realtà di noi due, insieme o separati, non gliene è mai fregato granché, ma è abituata da sempre ad assecondare i ghiribizzi del marito, e questo comprende il suo saltuario affezionarsi al taluno o al talatro come fossero delle specie di figli, e poi disaffezionarsi ai medesimi di botto e disinteressarsene completamente, esattamente come ha fatto con i figli reali, insomma.
La casa non è una casa, come è ovvio, ma un vecchio convento riattato, che il Maestro ha comprato per una pipa di tabacco dagli ultimi fraticelli, per l’interessamento di un amico cardinale; grazie alla consulenza di un amico architetto e alla benevola distrazione di un amico Sovrintendente, nonché all’aiuto di un amico palazzinaro e la compiacente pressione di un paio di amici onorevoli e consiglieri comunali, del vecchio convento ha tenuto i muri e sventrato l’interno per trasformarlo in una open space hight tech ma molto fusion con venature feng shui, cioè in pratica una infilata di saloni bianchi con pochi mobili scomodi e ad altezza caviglia, che sono divani ma potrebbero essere letti, o cuscini, o tappeti o qualsiasi cosa venga in mente, tranne che affari su cui potersi sedere o distendere con agio. La casa, come sempre le case del Maestro, è piena di gente. Oltre all’architetto e all’onorevole cui deve i natali, ci sono una pittrice francese, una scultrice polacca, un soprano bulgaro ma con marito americano, un giornalista inglese, credo, con al seguito un ragazzo dalla faccia da modello e accento spagnolo, un tizio avviluppato in una stola arancione che pare un monaco tibetano e anche altri che non distinguo, visto che sbucano tutti assieme parlando ogni possibile lingua del mondo, tanto che io comincio a capire perché il buon Dio abbia deciso di sterminare tutti, dopo quella brutta faccenda della torre di Babele.
Teo è nel suo elemento, ed al centro di ogni attenzione: la francese, una sessantenne con gonna lunga e balze e rughe decisamente hippy, gli si avvinghia, sommergendolo di “Teò, Teò, cheschetufèisì, quandtuesarrivè?”, la soprano bulgara americanizzata intona tutta una coloritura di risate a gorgheggio, l’inglese lo abbraccia nonostante lo sguardo torvo lanciatogli dal modello spagnolo, il bonzo bonza, ma con espressione di benevola simpatia. Tutti stringono la mano anche a me, e non indagano sul mio ruolo e sulla mia qualifica: una “amica di Teo” basta ed avanza, con tutto quel vago che nell’amica si può sottintendere: conoscente, fidanzata, amante occasionale, sconosciuta capitata per caso; il fatto che sia della compagnia rende scontato che in qualche modo svolga un lavoro di tipo intellettuale, o che sarei capace di farlo, volendo, o che semplicemente sarei “interessata” ad averlo, nel caso capiti: del resto siamo tra artisti, quindi i ruoli è giusto che siano vaghi, tutti si occupino di tutto e di nulla, e le professioni siano cose aleatorie e sfumate, perché mica siamo travet.
La Moglie del Maestro (dimenticavo, è belga), intanto, ha già imbandito la tavola e sta portando terrine di cibo che ha commissionato alla vicina, una vecchia contadina locale. Per ogni pietanza, la Moglie del Maestro, che di suo credo non sappia neppure mettere a bollire l’acqua per fare una camomilla, aggiunge la spiegazione della ricetta, che ripete, da scolaretta diligente, con lo stesso accento della contadina: “Questo è il choniglio fatto cholle erbe che chreschon qhui..”dice, felice di poter sfoggiare il suo tocco esotico, spalmando su tutto aspirate a caso, con la stessa generosità con cui la vicina-cuoca ha spalmato il paté di fegatini sul pane brustolito.
I membri della compagnia annuiscono, annusano, assaggiano, poi emettono una serie di rantoli che vanno dall’estasiato al qualcosadipiù. Teo comincia una dotta disquisizione su come vadano fatti i crostini di fegato secondo le antiche ricette toscane: dimenticavo, a tempo perso fa anche il critico gastronomico. Nel giro di pochi secondi si trasforma in un incrocio tra Bigazzi e Vissani, o meglio in una sorta di Philippe Daverio in fregola per la gastronomia: è tutto un frullare di aggettivi, un costruire frasi ad effetto per spiegare una cosa così semplice come spalmare un paté sul pane, perché secondo lui il pane ed il paté non basta che siano spalmati, bisogna che lo siano nella giusta direzione, con il coltello adatto e il pane con l’inclinazione acconcia, insomma tutta ‘na cosa che talmente complessa che si capisce perché, per salvarsi dal farla, Brunelleschi abbia a suo tempo deciso di dedicarsi alla costruzione di cupole. La pittrice francese, la scultrice polacca, la soprano americanizzata per matrimonio e la padrona di casa belga lo guardano estasiate, manco stesse illustrando loro come Michelangelo ha fatto la Pietà; anzi lo cita proprio, Michelangelo, insieme al neoplatonismo del circolo di Lorenzo il Magnifico e non so che altro, per giustificare il verso in cui vanno spalmati i fegatelli. Ora mi ricordo perché l’ho lasciato: quando faceva così non riuscivo al trattenermi dallo sbottare: “Dio Santo, Teo, stai parlando di un crostino! Zitto e mangia!”
Quando i crostini sono spolverati via con un esercizio di smaterializzazione di cui il bonzo non troverebbe eguali in tutti i suoi testi sacri, la conversazione prende altre pieghe. Il Maestro è in ferie, quindi non s’ha da parlare di cultura, e siccome persino Teo, con la bocca piena di finocchiona, ha qualche difficoltà nel continuare le sue discettazioni gastronomiche, si vira verso la politica. Il giornalista inglese, in quanto rappresentante di una stampa migliore, più libera e più democratica, ed il suo grazioso efebo, che non è membro della stampa, ma è comunque più democratico e moderno in quanto spagnolo, vengono invitati a spiegare quanto schifo faccia all’Europa ed al mondo Berlusconi. Non si sottraggono alla bisogna. Fra un bicchiere di Chianti e un boccone di choniglio, il giornalista inglese conferma che all’estero un tizio che rimorchia escort più o meno consapevolmente ed è tanto sciocco dal farsi pure scoprire non farebbe il Presidente del Consiglio, e nemmeno l’usciere del ministero. Tutti confermano, convinti. Solo la scultrice polacca storce un po’ la bocca, dicendo che sì, lui è quello che è, ma anche le gentili signorine che si prestano all’intrattenimento andrebbero in qualche modo censurate. La pittrice francese ed hippy si sente in dovere di intervenire da veterofemminista, che non si è persa una battaglia di genere dai tempi delle guerre puniche (avesse avuto Annibale per le mani, lo avrebbe costretto a prevedere una quota rosa di elefantesse, neh). Inizia così una giaculatoria in cui ammette che sì, quelle donne non ci fanno certo una bella figura, ma soprattutto non lo fanno fare a tutto il genere femminile, però bisogna anche tener conto che sono in un sistema in cui non possono fare altro, sono vittime del potere maschile, fallocratico, sottomesse e non liberate, schiave inconsapevoli dei pregiudizi millenari e del mondo così come il capitalismo e i maschi lo han costruito. Teo annuisce mentre ingurgita l’ultima fetta di salame, il Maestro e la Moglie del Maestro danno una sorta di approvazione silente. Solo il soprano bulgaro pare molto perplessa, gorgheggia qualcosa che pare una risata e poi sbotta: “Oh, ma insomma, dai, non siamo così severe…in fondo chi di noi non l’ha data almeno una volta ad un uomo ricco o potente per favorirsi la carriera?”. Il marito americano non fa una piega, la Moglie del Maestro non replica, l’efebo spagnolo del giornalista inglese mantiene la sua aria truce ma è muto, la pittrice francese resta imparpigliata perché sta contando la fila dei suoi numerosi amanti, cominciata con il filosofo che la lanciò e provvisoriamente conclusa con l’editore che la pubblica, la scultrice polacca, con prammatico buon senso da exoltrecortina, memore del critico amico del Maestro che deve firmare la prefazione del suo catalogo, glissa.
Io, fatto un rapido esame di coscienza, potrei anche dire di no.
Ma taccio. Non vorrei passare da provinciale.
È un racconto di fantasia. I personaggi e gli ambienti ritratti sono immaginari quanto la mitica regione italiana del Qualcheshire, in cui è ambientata la storia.
Lo sapevo che c’era qualcosa che non andava.
Lo sentivo.
Non capivo cosa.
Eppure, quando mi ero guardata bene bene allo specchio, nel salone, m’ero sembrata carina.
E anche David, il mio parrucchiere, confermava.
Era proprio contento contento.
Ha guardato lo specchio, poi il taglio, e ha sentenziato: “Pare fatto apposta per te.”
E anche le sue assistenti.
Hanno annuito:
“Stai benissimo!”
E anche Alberto, il panettiere, quando mi ha visto, ha detto:
“Eh, ma è proprio carina, la nuova pettinatura!”
E Mariella, la giornalaia:
“Sì, ti dona!”
Ci voleva la signora Wanda, la mia vicina di casa.
Una ottantenne che vive davanti alla tv, perennemente sintonizzata su Retequattro. Nonostante sia un berlusconiana di ferro, mi vuole bene.
Mi ha visto arrivare sul pianerottolo, mi ha guardato, ha allargato la bocca in un gran sorriso e, sprizzando felicità da tutti i pori, ha gioito:
“Tesoro, come che ti sta be co’ quel cascheto! Ti ghe somegi a la Carfagna!”
Azz, ecco cos’era.


Hanno lasciato detto qualcosa