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Scoprire, in una frenetica giornata di shopping, che entri ancora in dei pantaloni attillati taglia 38, nonostante la sera prima tu ti sia strafogata di tagliolini all’astice.

Guard rail1

Un attimo prima guidi, tranquilla, da posapiano, come guidi sempre.
Torni da scuola come tutti i giorni, il percorso lo sai a memoria, ormai.
La pioggia non è nemmeno pioggia, la stradina tutta una curva a gomito in mezzo ai fossi, la campagna campagna, umida ma sonnacchiosa.
Poi senti che la ruota piglia un avvallamento nel selciato e fa un botto.
La gomma scoppia, la macchina svisa, si arrotola in un testa coda, invade la corsia opposta, si schianta sul paracarro e resta penzoloni, in bilico sul fossato.
Non fa nemmeno in tempo a mancarti, il respiro.
Ti tirano fuori dall’abitacolo due misericordiosi passanti.
“Sta bene?” “ È tutto a posto?” “Vuole che chiamiamo un’ambulanza?”
Riesci a biascicare un “no, grazie”, fra i singulti di panico. Senti che sei tutta intera, ma non ti capaciti del tutto di essere ancora viva. Guardi la tua macchinetta, che ha il muso rincagnato, e il guardrail di lamiera contorta, che per fortuna ha tenuto.
E nelle orecchie ti rimbomba il clacson di un tizio, dietro di te, che strombazza perché vuole che gli sgomberi la strada, l’idiota.

Purtroppo non è un racconto di fantasia. Ma sto bene.

bacio

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.

Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?

È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

 

Stai lì a cincischiarti con la tua vita.

Che è piena di impacci, di impicci, di cose che non vanno come vorresti tu: il grande amore che non arriva mai, i piccoli e grandi fastidi che arrivano invece sempre.

Non sei infelice, ma felice decisamente no.

Poi ti arriva la mazzata.

A freddo, tra capo e collo.

Per farti capire che adesso, ecco, sei proprio infelice.

Gran cosa la vita.

Capisci che non era nemmeno tanto male solo quando va peggio.

urna-elettoraleMa tu voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma tu voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero anche tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

Ma voti alle primarie?”

Mi ricordo che, quando di furono quelle fra Veltroni e la Bindi, la domanda me la facevano ad ogni più sospinto, amici e parenti di centrosinistra. Non si riusciva a fare un passo, senza che mi sentissi porre la questione.

Ma voti alle primarie?”

E quando io rispondevo: “No, manco per i tacchi, non è il mio partito, non mi ci riconosco.” tutti mi guardavano con un che di delusione mista a sconcerto. Manco loro, chiarivano subito, avevano poi ’sta gran fiducia del Pd, eh, però votare alle primarie era un’altra cosa, era un segno di stima, era una sorta di pacchetta sulla spalla di incoraggiamento.

Così la domenica mattina li ho visti tutti in coda al seggio improvvisato, la scheda in mano, il sorriso sulle labbra, l’euro già pronto nel palmo e un muto rimprovero nei miei confronti, che dinnanzi al seggio ho tirato diritta, celando, lo ammetto, un vago disagio nel non riuscire proprio a partecipare a quel rito collettivo; lo stesso disagio che provi quando decidi scientemente di non partecipare ai pranzi natalizi del parentado – e non te ne penti sapendo che ti eviti ore di noia barbina e di imbarazzi – ma comunque ti assale quando passi per strada da sola e immagini dietro alle finestre le famiglie assiepate attorno al cappone o a litigarsi l’ultima fetta di pandoro e i numeri per la tombola. Essere esclusi dalle feste di famiglia brucia, anche quando ad escluderti sei stata tu.

Ora le primarie ci sono di nuovo. Stavolta sarebbero anche un po’ più divertenti delle precedenti, perché, in effetti, ci sono almeno due candidati su tre che hanno una seria probabilità di giocarsi davvero la leadership del partito. Inoltre questa tornata ci sarebbero pure tre candidati su tre che mi piacciono pure, e uno in particolare, e cioè Bersani, che proprio mi è simpatico a pelle. Insomma, quasi quasi i buoni motivi per andare a votare a queste benedette primarie ci sarebbero proprio tutti, e potrei anche passare sopra il fatto che mi angustia, quella mia maledetta ossessione formalista per cui, se alle primarie possono votare iscritti ma anche elettori ma anche simpatizzanti del Pd, io avrei il problema di non rientrare in alcuna delle tre categorie, perché non mi sono mai voluta iscrivere, non l’ho mai votato e, detta proprio tutta, non è che mi faccia neppure gran simpatia, come partito, al massimo, talvolta, un po’ di tenerezza come tutte le cose che nascono sfigate.

Quindi, se stavolta amici, parenti, conoscenti mi chiedessero, di nuovo: “Ma tu voti alle primarie?” a pochi giorni dal voto non saprei ancora che rispondere, e per me è strano.

C’è una cosa, però, ancora più strana.

Che stavolta amici, parenti, conoscenti il “Ma tu voti alle primarie?” non me lo chiedono punto. A dirla tutta, da quanto ho capito, sono molto ma molto incerti, stavolta, se andare a votare pure loro. Perché in seguito al disastro di Veltroni, la reggenza franceschina, il papocchio della assenze sullo Scudo Fiscale, e ora l’impallinamento binettiano dell’aggravante per l’omofobia, degli amici chi era iscritto ha quasi stracciato la tessera, chi era elettore ha giurato di non votarli più e chi simpatizzava ha deciso che è meglio indirizzare la personale simpatia altrove.

E quindi, non so se voterò alle primarie.

Magari sì. Ma potrei essere la sola.

single

All’inizio non te ne accorgi. Non ti senti diversa in niente, in fondo. Anche perché non sei affatto diversa. Tu, a guardar bene, sei la stessa di sempre. Sono loro che sono cambiate. Le amiche, intendo. Te le ricordi, fino a due anni fa, il sabato sera tiratissime, come le quattro squinzie di Sex and the City. Che poi a te quel benedetto telefilm non è che facesse impazzire. Ma a loro sì. Tacchettavano via, ondeggiando su sandali a grattacielo, ridevano, scherzavano, e pontificavano ilari sul fatto che gli uomini sono come i Kleeenex: quando li hai usati, è meglio buttarli via. Che anche questo, a te, non è che proprio proprio avesse mai del tutto convinto. Soprattutto perché tu sei una che, se non ci sta attenta, è capacissima di affezionarsi persino ad un fazzoletto usato: così appallottolato e ciancicato ti fa tenerezza.

Poi, superata la boa dei trentacinque, zac zac zac: nel giro di tre mesi te le sei ritrovate tutte accoppiate: con il moroso storico che hanno già mollato e ripreso venticinque volte, e su cui, dopo ogni rottura, avevano sparato tali vagonate di fango da far concorrenza al disastro di Messina; con il capo sposato con cui andavano a tanti tanti convegni ma il rapporto, spergiuravano, era solo ed esclusivamente di lavoro, e non c’era nulla di personale, finché, beninteso, non sono riuscite a rimanere incinte e convincerlo a lasciare la moglie; una persino con Beppe. Con Beppe, dico, quello che dai tempi delle medie è sempre stato lo zimbello di ogni cena, additato da tutti, soprattutto da quella che poi lo ha trascinato all’altare, come il riassunto di tutta la possibile fantozzaggine mondiale.

E così di single nel circolo delle amiche resti solo tu. Che poi, per te, non è che sia un problema. Per andare al cinema, trovarsi a casa a vedere una partita di calcio (i maschi) e spettegolare (le femmine), o in ristorante ed in pizzeria a festeggiare compleanni ed onomastici non ti pare proprio che sia necessariamente necessario un accompagnatore, giusto? E poi anche le amiche, quando ti invitano, assicurano che non è proprio un problema.

O meglio, le prime volte non è un problema. Poi sì. Te ne rendi conto perché, all’inizio, all’improvviso ogni volta che ti invitano a cena c’è sempre un altro amico che è arrivato, da solo, all’ultimo momento. Imbarazzatissimo, come cominci ad essere imbarazzata tu. Perché ti rendi conto che tutta la cena, in realtà, è una patetica finzione per farvi mettere assieme. Vi piazzano seduti vicini, vi sottopongono ad un fuoco di fila di domande per dimostrare reciprocamente che siete fatti l’una per l’altra. Poi, al momento di tornare a casa, riescono sempre a combinare che l’uno debba forzatamente riaccompagnare l’altra, o viceversa. E non appena sono passati i dieci minuti canonici preventivati per il tragitto, ti inondano di messaggini che chiedono: “E allora?”

E allora che??? Ti verrebbe da rispondere. Perché lui magari è anche carino, ma dopo una serataccia del genere, si è automaticamente fatto l’idea che tu sei una patetica trentenne che sbava per incastrarlo, e quindi fugge a gambe levate. E tu, che proprio così patetica e bisognosa di incastrare qualcuno non ti senti, lo lasci scappare via felice, perché, porello, ti fa pure un po’ tenerezza, come un Kleenex usato.

Dopo un po’ ti rendi conto che le cene, e anche gli inviti a compleanni, onomastici diminuiscono. Le uscite al sabato sera lasciamo stare. Fanno vita di coppia, ormai, il che vuol dire che frequentano solo altre coppie. Cioè fanno sempre le stesse cose, andare al cinema, a cena, in pizzeria, magari anche in discoteca e fuori, a far week end: però solo con maschi e femmine che sono fidanzati o sposati fra loro. Se tu capiti in mezzo per sbaglio, glielo leggi negli occhi l’imbarazzo. E anche un vago senso di fastidio. Sei una sigle, cioè una spaiata. Il che vuol dire che nei discorsi da coppie non puoi avere molto da dire, e per giunta potresti essere anche un elemento di disturbo: come single, sei automaticamente etichettata come una possibile preda appetibile per i maschi della compagnia, e una rivale per le femmine. E poi, insomma, oltre che single sei pure recidiva: loro te li hanno ormai presentanti tutti gli amici spaiati come te che avevano sotto mano. Ma niente, non è sbocciato nulla con nessuno: non ti ci impegni, anzi saboti proprio.

Alla fine ti rendi conto che non ti invitano più. O se lo fanno il tono è di chi te lo chiede facendo dietro la schiena gli scongiuri perché tu dica di avere già un impegno. Il loro mondo di coppie può ammettere la tua presenza solo ad una festa comandata, tipo Natale-Pasqua, quelle in cui vengono invitate anche le cugine zitelle da sempre e le zie monache. Il resto delle tue serate non le puoi più trascorrere con loro. Loro hanno una vita normale, ormai. Per te, al massimo, ci sono i bar per single.

cupido morto

E poi con lui ti senti proprio bene.

Rilassata.

Scherzi, ridi.

Di gusto.

Lo conosci quel tanto che serve perché non ci siano stupidi equivoci, fraintendimenti. Perché non sia necessario prendere le misure alle parole onde evitare lo scatenarsi di musi lunghi e ripicche infantili.

È spiritoso. Senza essere fatuo.

È colto. Senza essere pedante.

Basta uno sguardo per capirsi al volo.

Alle volte, non serve neppure quello.

Basta il tono di voce e ci si capisce persino alla cieca, così.

E anche lui, con te, si sente bene.

Rilassato.

Scherza, ride.

Di gusto.

Per un attimo le sue mani, le sue belle mani affusolate che gira e rigira senza posa, sempre, trovano requie, la sua eterna, covante malinconia si placa.

Sorride, e le piccole rughe d’espressione, vicino agli occhi, svaniscono.

Sorridi, e le piccole rughe di scontento agli angoli della bocca svaniscono pure a te.

La sala, attorno, in quell’istante sembra sparire.

O chetarsi, come se trattenesse il respiro, mentre tu e lui vi guardate, per un lungo silenzioso momento.

Quel momento in cui, se Cupido scoccasse la freccia, farebbe secchi per sempre tutti e due.

Il guaio è che non accade.

Al solito, è un racconto di fantasia. Ma se becco dove s’imbosca quell’idiota di Cupido quando serve, lo spenno, giuro, eh! ;-)

Lo sapevo che c’era qualcosa che non andava.

Lo sentivo.

Non capivo cosa.

Eppure, quando mi ero guardata bene bene allo specchio, nel salone, m’ero sembrata carina.

E anche David, il mio parrucchiere, confermava.

Era proprio contento contento.

Ha guardato lo specchio, poi il taglio, e ha sentenziato: “Pare fatto apposta per te.”

E anche le sue assistenti.

Hanno annuito:

Stai benissimo!”

E anche Alberto, il panettiere, quando mi ha visto, ha detto:
“Eh, ma è proprio carina, la nuova pettinatura!”

E Mariella, la giornalaia:
“Sì, ti dona!”

Ci voleva la signora Wanda, la mia vicina di casa.

Una ottantenne che vive davanti alla tv, perennemente sintonizzata su Retequattro. Nonostante sia un berlusconiana di ferro, mi vuole bene.

Mi ha visto arrivare sul pianerottolo, mi ha guardato, ha allargato la bocca in un gran sorriso e, sprizzando felicità da tutti i pori, ha gioito:
“Tesoro, come che ti sta be co’ quel cascheto! Ti ghe somegi a la Carfagna!”

Azz, ecco cos’era.

cuore1

Be’ poi, sai com’è, la serata è svoltata…c’era Susanna…ammazza quanto è figa…”

Ride pure, l’idiota.

Uno, due, tre… sto contando silenziosamente, dentro di me, per evitare di esplodere. Siamo al bar, lui con davanti il suo aperitivo, io pure, attorno un paio di amici che parlano per conto loro. Sarà un quarto d’ora che Lui parla, raccontando nei minimi particolari la serata appena trascorsa, con il suo amico, che poi è anche amico mio. Serata vivace, par di capire, in un pub o Diosaddove, in cui erano andati soli, sì, ma poi hanno incrociato altri, fra cui la benedetta Susanna, venticinquenne notoriamente portata per le relazioni pubbliche, e, dall’ammicco che fa lui, evidentemente anche per quelle private. Oh, beninteso, a lui le venticinquenni non piacciono mica, eh. Se lo senti parlare, è tutto un lodare il fascino maturo delle trentenni consapevoli, perché le ragazze, eh dai, le ragazze non hanno sugo, non si sa di che parlare, vuoi mettere invece le trentenni, con cui puoi anche fare quattro chiacchiere, e poi capiscono anche quando citi Carosello e Atlas Ufo Robot. Non conto neppure più le volte che gliel’ho sentito fare, questo discorso, soprattutto quando capita che siamo io e Lui, a parlare da soli. Peccato che dopo, però, lo becchi sempre a flirtare con qualche venticinquenne che ai tempi di Carosello non era neppure nel mondo delle ipotesi azzardate e Atlas Ufo Robot deve averlo intravvisto in qualche special da operazione nostalgia, tanto che la sigla, in originale, pensa la cantassero Baglioni e Fazio. Peccato che dopo quando se la ritrova davanti, questa trentenne qui che Lui stesso, più volte, ha detto di trovare molto carina e che di Atlas Ufo Robot saprebbe tutto, puntata per puntata, pare che la noti nemmeno, la consideri parte della tappezzeria, il famoso soprammobile che tutti abbiamo in casa e non vediamo perché siamo abituati da tempo immemorabile a ritrovarcerlo sotto gli occhi.

Non può non aver capito che mi piace. Con lui ho messaggiato, scherzato, flirtato esplicitamente; sono stata velatamente sexy, e anche un po’ materna, cameratesca ma anche femminile: insomma, a parte prenderlo di brutto e baciarlo, le ho provate tutte. Ecco, forse avrei dovuto sì prenderlo per la cottola e baciarlo, punto e basta. Ma c’è quel piccolo, orribile problema: che prendere uno per la collottola e baciarlo, paradossalmente, viene facile se di quell’uno te ne frega un accidente. E invece a Lui voglio bene davvero. Gliel’ho persino detto, una volta: m’è scappato d’impulso. Ma come sempre capita con quelli che ti piacciono davvero, si finisce sempre per sbagliare il tono, o il momento, o entrambe le cose. Così il “ti voglio bene” che a te strappa l’anima ti esce come una frasetta banale, buttata là, che quasi quasi pare un “passami il sale” oppure “signora mia, qua una volta era tutta campagna!”.

Deve averlo preso così anche lui. O forse no, magari l’ha capito benissimo che invece era qualcosa di più, ma quel qualcosa di più, da me, proprio non gli interessa, e allora ha preferito fingere che nessuno abbia mai detto niente.

Una finzione da Oscar, per altro. Fatta di paterna sollecitudine quando mi vede triste, e si premura di dirmi: “Ma no, ma dai, che sei carina!Perché ti butti così giù, non si fa.” Così perfetta, la finzione, che ti viene quasi il dubbio che non lo sia affatto, che lui veramente non ci arrivi proprio, che in realtà non gli sia sorto nemmeno un lontano sospetto. Come adesso, mentre continua ad ammiccare a quello che è successo con Susanna, a lasciar intendere agli amici che potrebbe dire cose turche, sì, ma è un signore e non lo fa, e ride e scherza, senza rendersi minimamente conto che io, seduta su un trespolo sbilenco da bar molto hight tech, non so più come intrecciare le mani per non tirargli uno schiaffone in faccia.

Non ci resisto più, a stargli davanti.Mi alzo di scatto,facendo quasi cadere all’indietro la sedia.

Ma dove vai?” chiede stupito, interrompendo per un attimo il suo show.

Vado fuori a fumare.” dico, con tono feroce.

Lui resta un attimo interdetto. Poi dice: “Ma tu non fumi!”

Oh, almeno di questo si è accorto.

È un racconto di fantasia: non si fa riferimento ad avvenimenti, aperitivi o uomini di cui sono innamorata reali.

busto manichino

L’altra sera, vagando nel deserto televisivo, sono capitata su Mtv. Serata fiacca: niente special sui cantanti, o concerti, neppure video in rotazione, cioè le cose per cui si guarda Mtv. C’erano invece, un in fila all’altro, due programmi di produzione americana che probabilmente si potrebbe definire “giornalistici”, anche se nella variante gossipara. Nel primo, “esperti” di non si sa bene cosa stilano classifiche di celebrità più o meno ignote, erudendoci su quanto Maria Carey spenda in scarpe al mese e stilando preziose classifiche sui divi più sexy di tutti i tempi, in cui, per dire, Jim Morrison finisce al quinto posto sorpassato dal marito quasi adolescente e del tutto sconosciuto di Demi Moore. La classifica della serata riguardava le “Dive più magre di Hollywood”. Magre è un eufemismo: scheletriche avrebbe reso meglio lo skinnest usato nel titolo originale. Dibattevano, i convenuti, mostrando una infilata di foto di signorine cui si contavano costole e tibie bene in vista fra gli spacchi dei loro vestiti firmatissimi e costosi. La puntata era costruita così: foto dello scheletrino, commento finto scandalizzato dell’opinionista (“Ooooh, santo cielo, come si è ridotta, quanto è magra, quanto è brutta, ma non si vede?”), scheda in cui si riferivano il peso della malcapitata, le illazioni su possibili diagnosi, le indiscrezioni sui presunti ricoveri in cliniche per i disturbi alimentari; quindi spezzone di intervista in cui la poveretta negava assolutamente di soffrire di anoressia/bulimia, altro giro di esperti che commentavano ghignando quanto patetica fosse quella negazione e allegra sarabanda di foto confermanti il continuo deperimento in corso, indi chiosa finale di uno degli intervistati, che spiegava con tono saccente e paternalistico che i problemi alimentari della sventurata erano legati al suo non sopportare il continuo assedio e la pressione dei media su di lei. Soprattutto di quei media che vanno a contare i bocconi che mastichi e imbastiscono programmi su quanto pesi, direi a occhio.

Il secondo programma, sempre di produzione americana, era invece una specie di documentario-reality, che seguiva la vita di due donne, una ragazzina di colore diciassettenne e una venticinquenne cubista, con lo stesso problema: la taglia del reggiseno. Avevano entrambe una prima, e non era abbastanza, nonostante possedessero per il resto un corpo bellissimo, magro, scattante, slanciato: la diciassettenne si sentiva inadeguata perché così piatta temeva di non essere abbastanza bella per diventare una cheerleader, la cubista lamentava il fatto che le colleghe con più seno avessero ingaggi migliori del suo. Scuse, ovviamente: bastava guardare il documentario cinque minuti per capire che non erano quelle le motivazioni vere. Le due ragazze, lo ammettevano francamente, non si sentivano belle e abbastanza desiderate, o sexy: il silicone non avrebbe avuto il compito di riempire le tette, ma il vuoto dell’autostima. Un vuoto pauroso, di cui era piena ogni inquadratura del programma, ogni mozzico di frase delle due protagoniste e soprattutto di chi stava loro intorno. Perché quello che faceva venire i brividi era che le due ragazze non erano affatto due graziose ochette dalla testa vuota.

L’una, la cubista, era in realtà la manager di una agenzia di servizi per le discoteche: gestiva ragazze immagine, ballerine, curava spettacoli nei club. Era una piccola imprenditrice organizzatissima, con tanto di ufficio, sito internet per le prenotazioni on line: una donna, insomma, che avrebbe potuto tranquillamente catafottersene della taglia del seno, perché evidentemente dotata di una buona taglia di cervello, e per giunta aveva anche un compagno fisso, musicista di infime fortune, ad aspettarla a casa, innamorato. Eppure la si vedeva angosciarsi per quei centimetri di circonferenza che mancavano, indossare reggiseni imbottiti uno sull’altro, ordinare via internet creme miracolose per guadagnare qualche millimetro di decolletè, trangugiare senza controllo medico preventivo orribili intrugli omeopatici che avrebbero dovuto stimolare l’aumento delle tette. Il compagno la guardava far tutto ciò dapprima basito, poi addirittura offeso: non sapeva far altro che ripetere, come un disco rotto: “Ma a me piaci anche se sei piatta, , in fondo, basta che tu piaccia a me!” E aggiungeva: “Non voglio che faccia l’intervento, perché poi se gli altri la guardano troppo mi darà fastidio..”. Le voleva bene, era evidente, ma non si rendeva conto così di diventare anche lui una parte del problema: ogni volta che apriva bocca per consolarla, in realtà con quelle parole confermava le sue paure: diceva che a lui andava bene anche così, cioè piatta e senza seno, ma il tono, anziché consolatorio, era pieno di paura e strettamente egoista: sottointendeva un mi accontento anche se fai un po’ schifo, perché così sei un po’ una fallita, come me; anzi non voglio proprio che cambi in meglio, sennò non saresti più una fallita come me, piaceresti anche ad altri migiiori di me e potresti allora mollarmi.

La ragazzina diciassettenne era anche lei, a mio parere, bellissima. E nemmeno stupida, povera creatura. Tanto è vero che di operarsi non voleva sentir parlare. Chi la voleva trascinare dal chirurgo a tutti i costi era la madre, una giunonica matrona di colore con un seno da centrale del latte. Dalla mattina alla sera, a colazione pranzo cena, la genitrice sistematicamente la martellava: “Hai poco seno, saresti bella se avessi più seno, se non ti rifai il seno non riuscirai mai ad entrare fra le cheerleader, guarda come sei brutta con quel poco seno.” La ragazzina tentava di resistere a questo lavaggio del cervello, nonostante il problema del seno piccolo fosse diventato per lei ormai una ossessione. Rispondeva per le rime alla madre, dicendo che a lei interessava stare bene, e magari avrebbe potuto anche rinunciare al posto da cheerleader. Ad un certo punto si è persino iscritta ad un corso di meditazione yoga, per imparare a lavorare su se stessa e non pensare più costantemente alla taglia del reggipetto desiderata. La madre, saputolo, ha stroncato l’iniziativa con un ragionamento semplice: “Con quello che paghi il guru potresti farti l’intervento e risolvere la questione.”

Non ho guardato più oltre il programma, non ce l’ho fatta. Non so se le due abbiano deciso di operarsi entrambe, o una sì e una no, o magari nessuna delle due. Sono dovuta uscire in terrazzo, a prendere una boccata d’aria.

Era un programma americano, dunque non c’entrava Berlusconi e la sua cultura delle donne veline a tutti i costi. Nel documentario non c’erano uomini prepotenti e maschilisti, ma un povero ragazzo impaurito e fondamentalmente succube della compagna, una madre aguzzina, e due giovani donne che avevano bisogno, in buona sostanza, solo di sentirsi amate. Ma erano abituate a dar per scontato che questo potesse avvenire esclusivamente grazie o attraverso il loro corpo, e nulla di ciò che avevano attorno aiutava il formarsi, in loro, di una idea diversa, o a sentirsi qualcosa d’altro, e dunque non ci riuscivano, anche se per il resto erano donne intelligenti, motivate, persino di successo. Perché nel profondo di noi stesse, per tutto ciò che ci hanno detto, insegnato e inculcato da quando siamo nate, questo noi donne rimaniamo, persino per noi: un corpo e basta.

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