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Floris ha l’influenza A, gli sospendono il programma.
Per l’influenza B, invece, glielo avrebbero proprio abolito.

Su Telepadania, Pinocchio parlerà in Lombardo.
Il Gatto e la Volpe invece in napoletano.
Le monete d’oro sepolte saranno coperte dallo scudo fiscale

Propongo un Forse Day.

E mettiamo d’accordo tutti.

Aggiornamento: Scusatemi, stavolta al PD mi hanno battuto sul tempo.

Ma loro non volevano fare una battuta.

topo_gigio

Napolitano: l’Europa parli con una sola voce.

Quella di Topo Gigio, ad esempio

Per morire in carcere Stefano Cucchi ci ha messo quattro giorni, Giuseppe Saladino quindici ore.

Non credevo che intendessero questo, quando parlavano di ridurre le lungaggini per gli imputati.

Processo breve e assoluzione fulminea.

Giustizia veloce ma immunità eterna.

bottiglie

In un suo giallo, se non sbaglio il primo, il commissario Montalbano si interroga su quale sia la forma dell’acqua. E conclude: quella del contenitore dove la mettono.

Ecco, m’è venuto in mente questa osservazione, leggendo gli opposti (ma forse neanche tanto) articoli di Ernesto Galli della Loggia e Giorgio Israel, di schieramenti diversi, ma entrambi assai critici sull’introduzione a scuola di una nuova materia “gelminiana”, ovvero la nebulosa Cittadinanza e Costituzione, che noi insegnanti per primi non abbiamo ben chiaro che sia o cosa dovrebbe essere, ma intanto è stata istituita, per cui ci siamo arrangiati a farla lo stesso, e poi si vedrà.

Sparano a zero, i due esimi opinionisti, entrambi preoccupati che questo insegnamento, se seguisse davvero le linee guida finalmente emanate dal Ministero, si trasformi in una specie di ora di indottrinamento, in cui i piccini sono costretti a diventare adepti del mito dello Stato Totalitario (Israel) o in un minestrone buonista senza capo né coda, che in maniera vaga li invita ad essere “tolleranti”, “democratici” e “aperti”, anche se non si capisce bene a cosa (Galli della Loggia).

Randellano, i due esimi, volando molto alto: non discutono, lo dicono subito per sgombrare il campo, sul modo o sulla necessità di un simile insegnamento a scuola: si può mica sostenere, neppure velatamente, che insegnare ai pupi la Costituzione è male, soprattutto dato che i pupi in oggetto spesso manco sanno in che tipo Stato vivono. No, loro sono fini intellettuali, e poi persino nel loro mondo iperuranio è giunta notizia che i pupi la Costituzione non sanno cosa sia. Dunque se la prendono entrambi con l’impostazione generale della scuola, e, naturalmente, con il “pedagogismo progressista”, cattolico di impostazione ma un po’ comunista di fatto, e soprattutto con la vera bestemmia che trasforma l’Istruzione in Educazione, cioè trasforma la scuola in un luogo in cui non si va ad imparare a leggere o a scrivere, ma diventare Uomini con la U maiuscola e con tutte le lettere capitali. Questa dicono, è una pretesa da Stato Totalitario, da Stato che attraverso la scuola insegna ai suoi cittadini cosa è il Bene ed il Male: non li forma, insomma, ma li indottrina con un sottile – anzi magari neanche tanto sottile – lavaggio del cervello, e produce per giunta, alla fin fine, generazioni di ignorantelli che non sanno fare due più due, ma in compenso per anni si sono sorbiti lezioni su cosa sia corretto fare per essere considerati “buoni”, si presume dai vicini di casa.

Che volete che io, da insegnante, vi dica? Hanno ragione. No, per carità, sono d’accordo. Sapessero quanto mi rompo le palle, a scuola, a certe riunioni in cui si passano le ore a discettare su cosa quest’anno si debba mettere in programma per la mitica “Educazione alla affettività”, che non può essere solo – come invece secondo me dovrebbe – educazione sessuale, ma deve essere invece un “percorso formativo” che aiuti “l’alunno a prendere consapevolezza di sé e del suo corpo”, ad “affrontare positivamente una relazione”; insomma una specie di pateracchio in cui io, che sono stata assunta per insegnare ai pupetti grammatica e sintassi, devo invece improvvisarmi non si sa bene con che competenza a spiegar loro quale sia il modo giusto di volersi bene. E poi via, sempre dentro alle ore di Italiano, a ficcare anche tutto il resto: il progetto sulla prevenzione dell’abuso di alcol, tabacco e droga, l’educazione alimentare e quella “alla salute”: ore e ore in cui si prevede che il docente spieghi e si sgoli a ripetere che gli spinelli fanno male e il bicchiere di vino e alla sigaretta bisogna stare attenti, ma anche alle merendine piene di grassi saturi, e non ci si deve strafogare di cioccolata, no, ma nemmeno contare ad una ad una le calorie, che sennò c’è dietro l’angolo lo spettro dell’anoressia.

Fosse per me, tutti ’sti progetti e sottomaterie, li abolirei in toto: il mio sogno è entrare in classe, spiegare la poesia, la Costituzione, i predicati e i complementi e dare l’esercizio per controllare se la poesia, la Costituzione o i predicati e i complementi li hanno capiti o no. Tutto il resto, da cosa mangiano a come litigano a quanto si baciano e con chi, non è cosa che riguardi me, ma la loro vita privata, che con la scuola e lo Stato non ha niente a che fare, per fortuna.

Quindi in teoria io con Galli della Loggia e Israel posso anche concordare, quando mi dicono che la scuola dovrebbe dare saperi, e lasciare che poi ogni individuo, in piena libertà, di questi saperi faccia ciò che meglio crede: sono acqua, i ragazzini, e non è giusto imprigionarli in una forma decisa a priori.

Solo che poi, al contrario di Galli della Loggia e di Israel, io in classe ci vado, ogni mattina, e mi trovo davanti ad una platea di undici-tredicenni che purtroppo, alle volte, del solo sapere non hanno bisogno. Perché alle spalle non hanno niente che possa permettere loro di svilupparlo in tutta libertà: perché i genitori sono distratti, o più immaturi di loro, perché davvero, anche se pare assurdo, hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi – cioè proprio gli spieghi, eh – che se un compagno ti prende in giro l’unico modo per reagire non è dargli un pugno, se una ragazzina ti piace non è necessario saltarle addosso, e se non ce la fai ad avere otto in una determinata materia la soluzione non è sniffare cocaina prima o fumarsi una canna dopo, quando ti ammollano un quattro, e che non è vero che, se non sei un “vincente”, nella vita sei una merda e basta. Cerco di evitare il tono da predica, per quanto è possibile: ma hanno undici anni, e io sono un’adulta, quindi il rapporto non può essere paritario mai. La stragrande maggioranza non mi ascolterà nemmeno di striscio, però qualcuno, magari quello più sensibile, lo indottrinerò un pochino, e mio malgrado: perché ogni volta che apro bocca, anche solo per spiegare un participio passato, e figurarsi quando spiego loro la Costituzione, passo anche la mia visione del mondo: non istruisco solo, educo. Educo anche solo con il mio modo di entrare in classe, parlare, muovermi, indossare certi vestiti ed altri no, rispondere in una certa maniera.

L’acqua non ha forma, ma noi tutti siamo acqua in bottiglia.

Ratzinger: “La Chiesa è dei poveri.”

Il solito vecchio trucco di intestare tutto a dei prestanome.

Anche su Spinoza

crocifisso dalì

Spiegarglielo è veramente difficile. Un po’ perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E un po’ perché più parli, più ti rendi conto che proprio non riescono a capire quale sia il problema vero, il nocciolo della questione. Quella sul crocefisso sembra una diatriba così, la solita polemicuzza di intellettuali troppo sottili, e laicisti spaccaballe. I problemi del paese sono diversi, dicono i ben noti maaltristi, quelli che per qualsiasi cosa ti incazzi han subito pronta da citare una emergenza più emergente, e ti guardano con sorriso di sufficienza e leggero compatimento, perché loro lo sanno bene cosa è importante nella vita, e tu no. Se ti senti sollevata perché la Corte Europea riconosce che il crocefisso appeso al muro dell’aula scolastica e dell’ufficio pubblico deve essere tolto, pensano che sei strana: una fanatica, una che ha problemi. Persino quelli che si considerano “laici”, prendono le distanze: con un sorriso bonario, fanno capire che vabbe’, questa è proprio una tua fisima, su queste cose sei ipersensibile: forse sei troppo stressata per gli affari tuoi, insomma magari non stai bene. Bisogna essere seriamente disturbati, secondo loro, per provare disagio di fronte ad un crocefisso appeso al muro. Che male mai può fare, quell’omino di plastica mezzo nudo ed appeso, che poi siamo abituati a vedere dappertutto, e fin dalla più tenera infanzia? Dài, è uno di casa, se ti dà fastidio chi ha qualche magagna sei tu.

Non si riesce a spiegargliela, quella inquietudine sottile, quel disagio, che invece prende te, quando sei in un luogo pubblico, un ufficio, la tua aula, e ti vedi quel simbolo che ti pende sul capo. Quel simbolo, appunto, non quella figura. Perché il povero Cristo crocifisso a me non dà alcun fastidio in sé: quando lo vedo da solo, come immagine mi fa tenerezza. Non ci vedo un Dio, magari, ma un povero uomo perseguitato e torturato, un uomo innocente che pagò salatissima la sua esigenza di dire ciò che pensava. Lo posso guardare persino commuovendomi, quando lo incontro sulla facciata di una chiesa, sul dorso di un messale, lo vedo balenare al collo di qualcuno sotto forma di pendaglio da catenina, nascondersi nell’ombra di una edicola eretta in mezzo alla campagna, o nel sottocoppo di un incrocio medioevale. Rispetto la sua storia, e rispetto chi vuol credere in lui, chi a metterselo addosso, tenerlo in mano, nel portafoglio come amuleto, in casa, nel suo luogo di preghiera, prova conforto, si sente più sicuro.

È quando me lo vedo appeso al muro in un luogo pubblico, in un posto dove io entro come cittadina, che trovarlo lì mi provoca una sottile angoscia. Perché un simbolo religioso in un luogo pubblico è come se dicesse che quel luogo pubblico non è proprio di tutti, o non è di tutti allo stesso modo. Che in pratica solo chi crede in quel crocifisso è davvero padrone di quell’aula, di quell’ufficio, ci sta a buon diritto e con tutti i sacri crismi. Gli altri no. Gli altri, che sono pure cittadini dello stesso Stato e devono entrare là dentro per motivi che al loro essere cittadini sono connessi, ci possono andare, ma sono tollerati per buona creanza, per una forma di carità un po’ ipocrita. Quando entro in un ufficio pubblico dove c’è un crocifisso appeso in bella mostra, per dovere istituzionale, quel simbolo mi fa capire che quell’edificio è pubblico, ma è comunque cristiano: e io, che cristiana e credente non mi considero più, da quel simbolo sparato là è come se, paradossalmente, fossi respinta, ricacciata fuori perché quel posto non è più roba mia, o non lo è del tutto. Se non credo in Lui, in Lui che è messo lì come simbolo e come segnale, io cosa sono? Sono meno Italiana, o addirittura meno Occidentale? Sono una traditrice della Patria? Sono una terrorista? Sentirsi parte di una Nazione implica necessariamente sposare la credenza religiosa maggioritaria, o la sua cultura, e se non lo si fa non si può davvero essere appieno suoi cittadini?

Ogni volta che entro in un ufficio pubblico, o devo insegnare in un’aula in cui quel simbolo (non quel Cristo) incombe su di me, io sono a disagio, non lo nego. Mi sento come se qualcuno mi rinfacciasse di non essere ciò che dovrei: di non essere una buona cittadina al cento per cento, forse di non poter nemmeno essere una buona insegnante. Mi sento rifiutata ed esclusa. Ma la Costituzione mi garantisce invece che posso essere cittadina ed insegnante credendo in ciò che voglio, perché per far parte di questo Stato non è necessario aderire ad una confessione religiosa ed io, di questo Stato, faccio parte. E anche quel povero Cristo, in fondo, quando era ancora semplicemente un Gesù predicante e non il simbolo di qualcosa, l’aveva ben chiara in testa, la distinzione fra Stato e Religione, perché fu lui il primo a riconoscere che Cesare aveva il suo ambito, e che quei confini andavano rispettati.

Ecco, magari qualcuno degli strenui difensori dei crocifissi in classe sarebbe ora che si uniformassero alle parole del loro Gesù da vivo, invece che pretendere di tenere in ogni luogo il simbolo del loro Cristo da morto.

Non so se ci sia un giudice a Berlino.

Per ora ne abbiamo trovati sette a Strasburgo.

Siamo un paese in cui, ormai, se i Carabinieri fermano Fabrizio Corona è per chiedergli delucidazioni su come vendere al miglior offerente foto compromettenti.

 

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