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toga avvocato

I due avvocati sono in piedi, nel corridoio stretto davanti ad un ufficio del Tribunale. Hanno addosso abiti sobri e grigi, ma di quella sobrietà e grigità che si possono comprare solo con molti soldi e un buon sarto di quelli di una volta. Quelli che lavorano da generazioni per gli avvocati che nascono avvocati già di famiglia, insomma. Ai piedi hanno scarpe nette, ma non sfacciatamente lucide, e borse di cuoio capienti, incicciottite da troppe pratiche.

Uno è un vecchio marpione da Tribunale: lo capiresti subito, anche se non fosse universalmente noto, per l’aria un po’ sbruffona con cui sosta, come se il corridoio e il Tribunale stesso fossero suoi. Ognuno che passa, lo saluta, e lui ci scambia una battuta, un cenno.

Sei qua?”

Eh, ci si deve guadagnare il pane!”

Eh, ti te lo guadagni ben, va’, Vecio!

Risata scanzonata, condita da occhiata en passant al culo della magistrata che ha parlato.

L’altro ha meno anni, e il primo lo tratta da giovane collega, anche se poi deve comunque aver superato abbondantemente i quaranta: uno dei vantaggi dell’Italia è che si può essere attor giovane e giovane collega fino alle soglie dell’ospizio.

Attendono, per due cause diverse, ma il corridoio è piccolo, il ritardo enorme, e far comunella una necessità di sopravvivenza. Così chiacchierano, mentre le toghe restano abbandonate sulle sedie come stracci e le nappine pendono sconsolate.

Passano due carabinieri che le sfiorano, toghe appallottolate e nappine penzolanti, mentre accompagnano ammanettato un ragazzo ghanese senza permesso di soggiorno, sorpreso a vendere false borse di Luivuitton e portato in aula, al processo per direttissima.

Con chi hai l’udienza?” Chiede il primo.

Con ******”

Uh, non t’invidio…poi da quando la moglie lo ha piantato, è diventato una pittima…”

Eh.”

Eh.”

Ma sei tu che difendi *****? Quello che l’altro giorno ha sparato alla moglie?”

È il caso del giorno, nel parlano tutti, in città. *****, rampollo di schiatta industriale piena de schei, ha ammazzato la moglie perché, dicono, lo volesse lasciare.

Eh. Sì, sono l’avvocato della famiglia…m’han chiamato l’altra notte, di corsa, alle tre.”

Ho letto sul giornale…che roba! Lo conosco da una vita… ma pensa te, andarsi a rovinare la vita così, per un eccesso di gelosia, che coglione! S’è costituito?”

Sì. Ieri sera.”

E adesso?”

Sì, sono qui per chiedere i domiciliari..”

Ah, è in carcere?”

No, in ospedale. Lo psichiatra ha già certificato depressione e rischio suicidio.”

Il vecchio Marpione si lascia sfuggire un sorriso: “Eh, certo, quello si rischia sempre. Dài, che se lo trovi in giornata giusta, non si fa neanche un’ora di cella…”

Eh, lo spero. Per le persone normali il carcere è distruttivo.”

L’altro annuisce, comprensivo e convinto.

Ripassa il ghanese, ammanettato, e i due carabinieri trascinano una borsa dentro cui s’indovina un carico di pochette Luivuittòn.

Lo portano in carcere.

I due avvocati si tirano un po’ indietro per lasciarli passare, e poi lo guardano come si guarda una cosa che non può che andare a finire così: in carcere.

Si vede che non è abbastanza normale.

dossier

La faccenda mi è ritornata in mente, in questi giorni. Lavoravo ancora per il mio giornale. Cronaca di paese, niente di che: liti fra vicini per chi ha tagliato troppo i geranei, qualche incidente, i consigli comunali: non sono mai stata una giornalista d’assalto impelagata in chissà che inchieste. Ma un politicuzzo di secondo piano, di quelli che per arrivare ad essere un nulla devono ancora sgambettare parecchio, s’adombrò per alcuni articoli non proprio bonari su certe sue amicizie non proprio chiare.

Telefonò a casa con tono da padrone, ordinandomi di smettere subito subito; per chiarire il concetto, a fine tirata, aggiunse: “E tieni presente che abbiamo un dossier su di te e siamo pronti a mandarlo al tuo Direttore!”

Gli risi in faccia, invitandolo a farlo. Chissà che conteneva il “dossier”, non l’ho mai saputo.

Forse divinava i miei gusti sessuali sulla base, magari, di una multa non pagata.

cittadinanza digitale

Com’è cominciata nemmeno me lo ricordo. Fatto sta che mi ha chiamato Mad da Ibridamenti: “Il 3 Luglio aprono il wifi sul Canal Grande e ci hanno invitato dal Comune, vieni?”

Cioè, ti pare che io, che di mio son curiosa come scimmia, non vado? E infatti, il 3 Luglio, cioè ieri, sfidando un caldo africano che pareva essere arrivato fregandosene delle nuove leggi antimmigrazione solo per far dispetto a Bossi, alle 10.30 spaccate mi trovo all’imbarcadero dell’1.

Dà soddisfazione essere una blogger, soprattutto quando ti trattano come un quasi vip. Sull’imbarcadero, infatti, c’è già una piccola folla di gente subbugliante che aspetta, e si vede che è la gente da grande occasione, cioè quel misto di invitati in tenuta da semimatrimonio, giornalisti della carta stampata in sahariana però chic, giornaliste in vestito voile con capello tirato su, cameraman al seguito e varia umanità in jeans, però fighetto. Per fortuna che ho messo la gonna caruccia, penso, mentre cerco di capire da che parte devo andare, o per lo meno a chi devo chiederlo. L’imbarcadero è gestito come l’entrata al privè di una discoteca di lusso: cortesi e sorridenti signorine rivestite dal logo di cittadinanzadigitale (grondano con addosso le magliette accollate, povere cocche, ma con professionalità estrema fingono di non accorgersene minimamente) hanno in mano una lista da cui spuntano i nomi di chi può entrare e chi no, dirottando i giornalisti su un battello e i blogger sull’altro, e ci vuole la santa pazienza di una tata d’altri tempi, perché, al solito, i giornalisti vogliono andare sul battello dei blogger, e i blogger, oddio, i blogger vorrebbero andare sul battello loro, a dire il vero, ma sono blogger, quindi vanno accompagnati quasi per manina, sennò chissà dove finiscono.

Dentro, il battello ha una temperatura da bocca d’inferno, e, in effetti, pure l’ordine di un girone infernale: è un gran groviglio di fili di batteria per computerini portatili, netbook, blackberry, cellulari satellitari: Tutti digitano su qualche tastiera, dando l’impressione che per quello Iddio abbia creato le mani: per scrivere al computer. Da una capo all’altro del vaporetto si odono conversazioni del tipo: “Oh, ma mi presti la tua password?” “Be’, e perché non mi fa accedere?” “Devi passare per la Home!” “Porca Miseria, non mi riconosce l’account!” “Ehehe, guarda, mi hanno taggato!”. Qualcuno è seriamente preoccupato per la location: “Soffro il mal di mare.. e qui se vomito vado pure in diretta in mezzo mondo…” Sono gli inconvenienti dell’interconnessione globale.

Mad sta baruffando con il suo Mac, che fa le bizze, mentre per fortuna il netbook di Mario funzionerebbe, ma per entrare in wifi ci vuole la password, e l’hanno dimenticata a casa. Per fortuna io ce l’ho, e, non avendo portato il computer, gliela cedo volentieri: quando il vaporetto si stacca dalla riva, siamo connessi, e navighiamo in rete, oltre che sul canale: vittoria! Mad comincia a postare su facebook in tempo reale, mentre gli altri blogger commentano e rispondono, sempre su facebook; la cosa divertente è che alcuni, sospetto, sono seduti un paio di file più indietro di noi, e farebbero prima a farci toc toc sulla spalla e dirlo a voce, ma dài, è il brivido della novità, siamo internettiani ed interattivi, quindi gioco anche io, e ingorgo la pagina di ibridamenti di commentini in diretta. Mad vorrebbe uplodare un filmato, ma prima deve capire come si fa a girarlo, e con il netbook nuovo non le è chiaro; quando finalmente ha una illuminazione, e inizia a riprendere, il problema diventa sapere come si carica. Chiediamo in giro, e scatta la solidarietà fra blogger, che non porta a granché, a dire il vero, perché il filmato non si carica manco pei tacchi: gli unici che girano e mettono in rete in tempo reale sono gli studenti del MIT. C’è poco da fare, gli Ammerigani lo fanno meglio.

Il vaporetto, intanto, è arrivato a S. Marco. Le signorine distribuiscono magliette promozionali omaggio e i blogger fanno ressa virtuale, cioè tramite facebook o blackberry si scambiano informazioni su chi è riuscito a beccare una media e chi necessita di una extralarge; probabilmente qualcuno medita se sia il caso o meno di creare un negozio su e-Bay. Intanto si sente un trambusto enorme: monta infatti, come una calata d’Unni, una nuova orda di giornalisti. Entrano in retromarcia, perché stanno riprendendo l’arrivo di qualcuno di importante. La Madonna, come minimo, si direbbe dal casino: invece no, è Massimo Cacciari. Il Sindaco appare, fighissimo come suo solito, non dico circonfuso di luce, ma quasi: sarà il riverbero delle webcam. Cosa dica non si sente, perché è attorniato da un nugolo di Bernerdette che fa muro.

Gli stanno mostrando la connessione wifi – spiega Mad- e Cacciari fa ‘ohhhh!’”

Ok, abbiamo il titolo per la colonna sonora: I Cacciari fanno “ohhhh”; se ci accordiamo con Povia sarà il successo dell’estate. Più del Sindaco, lo confesso, è il Vicesindaco, Michele Vianello, che mi fa simpatia: è montato in vaporetto con il passeggino del figlio treenne, che ha addosso anche lui una magliettina di cittadinanzadigitale e si sta sbrodolando di the con il biberon, piccino, mentre attorno tutti lo riprendono e lui se li guarda pensando che gli adulti devono essere ben stranetti, eh. “E’ un giovane cittadino digitale” assicura il padre. A riprova mostra un computerino di quelli per bimbi, nel bauletto del passeggino.

Finalmente, sbarcato Cacciari, navighiamo, oltre che nella rete, anche verso il Lido, dove ci attende il rinfresco. Qui Michele Vianello molla il pupo, che spero portino a casa data la temperatura ormai da altoforno, e improvvisa uno striptease, indossando anche lui la maglietta di cittadinanzadigitale. “Meno male – sbuffa – m’era toccato vestirmi elegante…” Confermo, fa proprio simpatia a pelle questo omone alto con i capelli bianchi, dritti, che paiono tagliati con l’accetta, e degli occhioni azzurri dietro occhialetti da miope allegro. Cacciari, lo confesso, a me mette addosso ansia anche se lo incrocio per strada: ho paura che se svolto male la calle, lui mi assegni per casa una parafrasi di Platone, con commento in tedesco. Vianello invece sembra uno di quei paciosi maestri elementari del buon tempo andato, che quando imbrocchi la risposta giusta ti offrono una caramella, e quando no te la allungano lo stesso, di nascosto, per tirarti su il morale. E poi mi piacciono proprio le cose che dice: “Da oggi il Comune offre a tutti i suoi cittadini, gratis, la rete internet, nelle zone coperte… e meno male che funziona, perché se non funzionava qualcosa, oggi, il sedere allo scoperto ce l’avevo io – spiega ridendo – ma per me è una cosa importante. É un investimento enorme, certo, passare le fibre ottiche nel territorio del Comune, ma quando mi chiedono come si rientra dei costi io rispondo che non si rientra, come non si rientra quando si costruisce un asilo. Però ormai avere accesso libero alla rete digitale è un diritto per i cittadini, come l’istruzione e l’accesso ai servizi, non importa quanto costa, ed è anche un investimento, perché poter offrire alle aziende connessioni rapide se portano la loro sede nel territorio nostro può fare la differenza nel prossimo futuro.”

Io me lo guardo contenta, perché fa piacere vedere un politico che dà l’impressione, una volta tanto, di sapere di che parla, e poi mi piace questa idea della rete che è un po’ come la scuola gratuita nell’Ottocento, un diritto di tutti, non solo un vezzo per qualche signore annoiato e ricco, che si può permettere un nuovo giocattolino. Non parla neanche tanto, Vianello, poi, perché tutti reclamano il rinfresco, approntato su una terrazza fronte mare. “Per chi vuole – aggiunge prima di dare il rompete le righe, che poi sarà un ricomporre le fila davanti al buffet – ci sono a disposizione degli ombrelloni, e la connessione wifi è attiva su tutta la spiaggia, per cui, volendo, potere anche andare a fare il bagno e rimanere comunque connessi…”

Oh, alcuni nelle retrovie fanno una faccia così contenta che penso ci stiano pensando davvero, di fare un tuffo con il netbook in mano (i netbook che hanno devono essere anche subacquei, secondo me!), per postare subito su Facebook, in tempo reale, la foto della prima alga che incrociano, fra le onde del Lido.

Stavolta il racconto è proprio tutto vero. Se volete le prove, cliccate i link.

montalbano02

Catare’!”

Dichi, Dutturi!”

Ma è mai possibbile, dico, che sto via una settimana con Livia a Pariggi, torno è il comissariato vacante di tre quarti del pessonale è? E che successe?”

Dutturi, Dutturi, non si arraggi, la prego! Se il pessonale manchevolmente mancante è, è perché furono pessonalmente chiamati dal Questore Bonetti e Alberighi in pessona e inviati di prescia su a Padova, al Norde!”

E che capitò, un’emergenza?”

Dutturi, al Norde chiamarono aiuto pecché ci hanno il probblema delle trombe…”

Le trombe? Eccheminchia di probblema sono le trombe? Ci vennero gli angeli del Giudizio Universale?”

Ma no, Dutturi, le trombe! Quelli che li cittadini ci vanno in giro di nottetempo per sovvegliare gli altri cittadini che stanno a casa e non vogliono uscire di nottetempo perché paurosi sono di incontrare quelli che non sono cittadini e che ci fanno del male…”

Le Ronde, Catare’, le ronde! Ma perché minchia se i cittadini fanno le ronde su al Nord, vengono poi a prendere gli uomini a mia?”

Dutturi, pecché su al Norde ci fecero le ronde, con i cittadini, ma ce ne fecero troppe e allora i cittadini cominciarono a scontrarsi non con i i sdiliquenti, ma fra di loro, pecché ciascuno che aveva fatto la ronda decise che la sua ronda era più ronda di quella degli altri, e cominciarono così a menarsi fra essi loro e anche fra quelli che non volevano le ronde, e quindi ci fecero le ronde contro le ronde, e si menarono pure con quelli che facevano facevano le ronde, ma erano favorevoli alle ronde…”

Catare’ mi facesti venire il mal di capa…”

Mi scusasse, Dutturi.”

E in tutto questo immane casotto, allora, che fece il Questore?”

Il Signor Questori Bonetti e Alberighi ci fece telefonare allora al dutturi Augello, ordinandogli di trasferirsi a Padova, dove ci furono gli scontri fra ronde, perché il Questore di Padova ci chiese per favore che gli prestasse di prescia degli uomini per fare da scorta alle ronde che fanno le ronde e a quelle che fanno le ronde contro le ronde, altrimenti finisce che le ronde si menano fra di loro se in mezzo non si mette la Polizia. Il dutturi Augello prese Galluzzo, Galluso, Fazio e tutti gli altri del commissariato e lasciò me qui a risponnere al tilifono.”

Oh Matri Santa! E lasciò detto niente, prima di partire, Mimì?”

Sì Dutturi. Mi disse di dirle che in primisi sperava che lei si fosse addivertito assa’ a Pariggi, ma che forse era il caso che ci restasse..”

Eh. E poi?”

E poi disse che sperava di tornare presto assai, perché, cussì disse, preferiva fare il poliziotto contro i sdilinquenti, che almeno professionisti sono, piuttosto che andarci a fare la balia ai cittadini che fanno le ronde, che, siccome non sono professionisti, ben che vada combinano, con rispetto parlando, solo grannissimi casini.”

Vabbe’, Catare’, ho capito. Quindi siamo rimasti io e te, qui, e bisogna che ci arrangiamo.., metti la segreteria telefonica, prendi la macchina e andiamo fuori..”

A fare cosa, Dutturi?”

Catare’, a pattugliare il territorio e controllare che qualche coglione non abbia fatto la pinzata di fondare una ronda anche qui. Tanto, non ti preoccupare, scommetto che una serata calmissima sarà. I sdilinquenti seri, in questo paese, sono già morti tutti dalle risate.”

capresePrese, tagliò, condì.

olocausto

Don Floriano Abrahamowicz, capo dei Lefevriani del Nordest, aveva avuto qualche tempo addietro i suoi quindici minuti di notorietà per aver officiato una messa per Bossi. Non pago, ha deciso di ritagliarsi un altro piccolo momento mediatico, approfittando dell’occasione per chiarire la sua posizione in merito alla questione dell’Olocausto. Riportiamo quindi un florilegio di sue dichiarazioni alla stampa.

«Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare» Già, non dimentichiamo che si trattava pur sempre di sporchi ebrei.

«Non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione.»Non è antisemita, solo ignorante.

«Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione» Soprattutto perché è chiaro che, se ci sono stati dei morti, è solo perché erano allergici al bagnoschiuma.

«So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un’altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi». Solo che non l’hanno mai scritta, perché erano troppo impegnati a vomitare dopo aver visto le montagne di cadaveri di ebrei uccisi.

«I numeri derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere?» In realtà tutti gli ebrei mancanti all’appello erano andati semplicemente a comprare le sigarette.

«È veramente impossibile per un cristiano cattolico essere antisemita.»Il che non gli impedisce di provarci con un notevole impegno, par di capire.

Non sappiamo se in futuro padre Abrahamowicz celebrerà ancora messe per la Lega.

In effetti, c’è il dubbio che dopo queste dichiarazioni, persino Calderoli prenderebbe le distanze.

*Nella foto, una vasca termale della nota beauty farm “da Adolf”, ad Auschwitz. Se i bagnanti vi sembrano scheletri è solo perché il programma di dimagrimento e fitness funzionava a meraviglia.

ardengo-soffici-natura-morta

Fabio, il mio fruttivendolo, è un ragazzo giovane. Cioè, giovane: avrà la mia età, che in tutti i paesi del mondo viene considerata adulta, ma in Italia no, è poco meno che un’infanzia appena finita.

Per fine anno la sua bottega è uguale a sempre, e già questo è un indizio: me la ricordo, gli anni passati, come un tripudio di lustrini mischiati alle confezioni di frutta secca. Quest’anno, invece, no. Sì, la frutta secca c’è, ma ha un’aria defilata. È relegata di lato al banco, suddivisa in sacchettini piccoli, manco fosse un metallo prezioso; ha l’aria di chi si scusa per il prezzo e trova giusto un po’ vergognarsi, proprio come fanno i ricchi a Natale. Le ceste natalizie manco si fanno vedere, i trionfi di leccornie sono stati sfrattati da quelli di cavoli. Che poi, quando guardi il cartellino, ti accorgi che costano quasi come le passate leccornie, le verdure odierne, ed è per questo che restano lì invendute, perché un’insalata di radicchio sarà molto chic, ma sazia pur sempre, e solo, come un’insalata.

I clienti entrano guardinghi e guardinghi rimangono per tutto il tempo: gli occhi si spostano dall’ortaggio alla bilancia, a controllare, nascostamente, che nel tragitto fra la cassetta e la pesa non venga aggiunto un grammo in più del dovuto: sospettano di ogni goccia d’acqua che vedono grondare dalla foglia, ché fa tara anche quella, e mica vogliono pagarla in più. I vecchietti, di solito, nel farlo sorridono, con un’aria mite, come a dire al ragazzo: “Mica che dubito di te, eh: è che proprio non me lo posso permettere..”.

Fabio capisce, sorride di rimando; è una persona sensibile, per niente bottegaia, pur avendo bottega; così, quando vede che è troppo, trattiene quel riflesso pavloviano dell’esercente che il padre gli ha insegnato fra i primi trucchi del mestiere, il “lascio?” sussurrato con fare finto gioviale, come una specie di allegro ricatto alla clientela. Non chiede, e nemmeno lascia, toglie il di più in silenzio: se qualcuno vuole quattro etti, quattro etti gli arrivano in borsa. I vecchietti gli sono grati per quella umiliazione risparmiata, l’imbarazzo di dover confessare, a voce alta, di fronte agli altri estranei in fila: “No, ne prendo solo due, tre non posso.” Poi aprono il borsellino e contano i centesimi con una lentezza esasperante, tanto che ti chiedi se non sperino che, andando piano, magari le monete abbiano il tempo, là dentro, di riprodursi.

Ma l’ispezione del portamonete tocca tutti, ormai. Anche le massaie più giovani, che arrivano con la grinta di chi deve prepararsi al cenone, cioè l’occasione mondano-familiare dell’anno, non sono più in gran spolvero. Paiono precise agli anni passati, quando le vedi entrare con passo di gran carriera, come se fossero reduci dalla prima tornata di compere, e in transito verso un altro defatigante tour spendareccio. Ma se le spii da vicino ti accorgi che i segni della crisi hanno lasciato tracce anche su d loro: la borsetta luiviuttòn o è vecchia o, mancando di qualche lucchetto, denuncia la sua provenienza da bancarella marocchina; la pelliccia è un po’ spennacchiata e i capelli, i capelli sono sì sempre dello stesso colore, ma un punto più sbiadito, perché la tinta è stata fatta in casa, affidandosi non alle mani di un parrucchiere, ma a quelle di sorelle o suocere.

I discorsi sono quelli di fine anno: “E tu, dove vai, a casa o in montagna?”

Ma la risposta è: “A casa! A casa!”

Sarà un San Silvestro di case piene, e illuminate con parsimonia; in cui, se qualcuno esce, è per andare a trovare, al massimo, il vicino di pianerottolo, per un brindisi sulle scale. C’è chi dice che è il freddo, chi ha il bambino piccolo, chi il genitore anziano, o un’invasione dei parenti impossibile da evitare, chi si appella ad una generica poca voglia, o al non aver fatto in tempo ad organizzarsi in altra maniera. Scuse, che si dicono mentendo con la consapevolezza di mentire, perché i parenti, i bambini, la poca voglia e gli intoppi ci sono tutti gli anni, ma gli altri si superano, e questo no. Ci sono periodi che van così, e questo è uno di quelli: di quelli in cui sai che non puoi far altro che attendere che se ne vadano da soli, leccandoti le ferite o cercando che te ne facciano il meno possibile. Sono tempi così, faticosi e un po’ malinconici, in cui anche il festeggiamento ti stanca, e l’allegria obbligatoria sono più pesanti da fingere che nel passato.

Sì, brinderemo, come sempre, affacciandoci dai poggioli, scendendo in strada allo scoccare della mezzanotte, con il consueto sorriso e il calice in mano alzato verso il cielo. Ma, più che per salutare l’anno nuovo, lo faremo, mi sa, per controllare che quello vecchio si sia proprio deciso a finire.

pozzanghera

C’è qualcosa di più desolato e vuoto delle spazio profondo: è il nulla dell’area industriale in un giorno di dopofesta. Già nelle giornate di lavoro, te lo raccomando, come posto. Un canale mefitico, da cui t’aspetti che saltino a zompo pesci con tre occhi, come quelli del laghetto vicino alle centrale dei Simpson; le fabbriche con le loro ciminiere, i grovigli di tubi che escono da ogni dove e vanno non si sa bene a collegarsi a cosa: sfumano, sfiatano, sbuffano vapori che tu, passando, vedi venir fuori e pensi: o mamma, adesso mi va nei polmoni, quella roba là? E poi capannoni, grandi e piccini, di centri commerciali, di ipermarket, store, outlet; uno in fila all’altro, scatoloni enormi ripieni di merci, con davanti enormi parcheggi per contenere le altre scatolette, mobili, che usiamo per andarci, e portar fuori le scatole, spesso enormi loro pure, di cose che compriamo. Attorno, dove non è cemento e lamiere di prefabbricato, è sterpaglia: una specie di erba marrone fatta di stecchi duri e senza vita, che non cresce e non si sradica, e pare star lì per dispetto, tanto a voler dimostrare che l’uomo può ridurre il paesaggio ad una schifezza, sì, ma anche la natura, quando decide di crear roba brutta, non prende lezioni da nessuno.

A guardarlo con un cert’occhio, nella giornata giusta, ha persino un suo fascino, quel niente: camminare per le stradine vuote, fra il grigio dell’asfalto e quello dei cancelli chiusi; percorrere le vie in cui i passi rimbombano nel mezzo di un silenzio quasi mistico. I tir fermi, negli spiazzi di fronte ai capannoni, ordinati come i bimbi nel loro lettino; gli uffici vuoti, ma non svuotati di tutto, perché, se butti lo sguardo di là dai vetri delle finestre in alluminio, puoi cogliere, sulle scrivanie, le tracce di una vita sospesa: la piantina accanto allo schermo del pc, la foto dei figli, una matita abbandonata fuori posto, che attende il lunedì per raggiungere, nel cassetto, le compagne, e sui muri il poster di una soleggiata località esotica: un sogno o un ricordo, chissà. Il vento spazza a tratti la strada, semina o imbovola cumuli di foglie e polvere, sbatte sulle inferriate delle fabbriche e fa tintinnare i fili di lucette e di luminarie natalizie che pencolano giù dalle insegne. Il loro tòc tòc tòc scandisce il ritmo del cammino.

Non c’è nessuno, in quel nulla, eccetto te e i tuoi pensieri, che arrivano a frotte, invogliati dal silenzio, perché si crede sempre che ci si metta a pensare davanti al bello ed al sublime, ed invece alle volte sono proprio il grigio e il banale che ti spingono a riflettere, ti danno il senso d’infinito. Ti viene da sorridere, perché quando poi lo descrivi, il mitico Nordest con i suoi vezzi e le sue magagne, nei tuoi post, o ne parli a chi viene da fuori, non ci credono che è così, pensano tu spinga il pedale della forzatura, o t’accusano di volerlo a tutti i costi sputtanare perché non è abbastanza chic per i tuoi gusti colti. E invece no, al contrario, non capiscono che se ne parli è perché lo ami, quel posto maledetto e la sua gente, e lo ami tanto che riesci, per supremo atto d’amore, a vederlo per ciò che è e volergli bene lo stesso. Ti senti a tuo agio in ogni angolo di via che svolti, riconosci tratti familiari in ogni volto che ti si fa incontro, lo avverti tuo persino quando è lui a sputarti in faccia e rinnegarti, facendoti capire che non sei roba sua.

Ci si può sentire estranei in casa propria, ma pur sempre casa è.

presepe

C’era una volta, ma non proprio tanto e tanto tempo fa e dalle nostre parti, una famigliola in viaggio per i sentieri del mondo. Un uomo ed una donna, per essere precisi, lui vecchio, lei giovane ed incinta, costretti a muoversi, nonostante le difficoltà del tempo e del luogo, per ottemperare ad una formalità burocratica, rispondere ad un censimento: la giovane donna aveva cercato di scampolarlo, accampando la scusa che quello che portava in grembo era il Figlio di Dio; ma si sa che la burocrazia è burocrazia, e quando vuole una firma non c’è Padreterno che tenga.

Quando i due giunsero alle porte di una nebbiosa cittadina del nord, la povera Maria si accorse di essere prossima al parto.

Cerchiamo un albergo?” disse al marito.

Magari.” rispose Giuseppe.

Ma le camere della città erano tutte piene, dicono per un convegno del Pdll, ovvero Popolo delle Legioni e delle Leghe. Il padrone dell’unico motel ancora mezzo libero li accolse a male parole: “Una camera? E io ci do una camera a voi che non avete neanche la cittadinanza? Brutti négher scansafatiche che invece di andare a laurà portate in giro le mogli incinte? Via, nella stalla, che, per voi, con gli animali è già troppo.”

Giuseppe e Maria andarono nella stalla, confortandosi col fatto che almeno il riscaldamento a fiato di bue era ecologico. Poi la povera Maria ebbe una contrazione.

Giuseppe, forse è meglio andare al Pronto soccorso..” disse.

Ma un passante gridò: “Brutti négher, a ingorgare il pronto soccorso nostro, passando davanti ai nostri cittadini, solo perché questa finge di dover partorire subito, ed è chiaro che lo ha fatto apposta per avere l’assistenza gratis?”

E vabbe’ – disse la povera Maria, che cominciava ad essere però un tantinello scocciata – vuol dire che il pupo lo faccio nascere da sola, vorrei mai che la prima cosa che riceve in dono, povero piccino, è il conto dell’ospedale…”

Nato che fu il pupo, la notizia si sparse all’intorno. I vicini di casa si affrettarono a portare regalucci per il bimbo, compresi i tre Magi, che arrivarono un po’ in ritardo per essersi persi nei ghirigori della viabilità, ma recavano con sè un rifornimento di pannolini.

Ci sembravano più utili di incenso e mirra.” Spiegò Melchiorre, e Maria, sorridendo, fece cenno di apprezzare tanto pedestre buon senso.

Ma il bonus bebè? E la social card?” domandò intanto Giuseppe ad un vigile che s’era fermato lì di fronte.

Siete cittadini? No, e allora niente bonus, e la social card col fischio, che tanto, creda a me, con quaranta euro al mese ci prendete manco il talco per il culetto del pupo. E, anzi, mi faccia vedere il regolare permesso di soggiorno, che controllo i timbri. E gli angioletti che svolacchiano qua sopra? Ce l’hanno il permesso di volo? Perché sa, qui amiamo Alitalia e voliamo Alitalia, e questi benedetti angeli mica possono poi atterrare dove pare a loro, ma solo a Malpensa, che sennò ci va in rovina! Circolareee, circolareee!”

Intanto la folla di pastori, in suv, aveva chiamato con il telefonino un gruppo di onorevoli leghisti, arrivati con alcuni maiali al guinzaglio.

E che è ’sta folla? Che succede? Questi négher staranno mica fondando una moschea illegale? E ’sti cori che cantan ‘Alleluja alleluja, Osanna Osanna‘, parole foreste che van tradotte, saran mica proclami di terroristi?”

Giuseppe sospirò e guardò Maria, che teneva in braccio il piccolo Gesù.

Senti Giuse’ – disse la povera donna – la prossima volta dai retta a me, ’sto pupo lo facciamo nascere ai tempi dell’Impero Romano: che almeno gli antichi Romani sono più organizzati, e poi fino a che non ha trentatrè anni non gli rompono l’anima…”

Giuseppe annuì con un cenno del capo: “Maria, mi sa che hai ragione tu.”

treno

Già era una giornata di quelle che lèvati, Di quelle che quando apri l’occhio, lo senti subito che sarebbe meglio richiuderlo, svelto svelto, e aspettare tempi migliori. Piove da giorni, il cielo ne promette tanta ancora, i campi, quei pochi rimasti ancora campi, sono ridotti a paludo, così imparano a non farsi urbanizzare anche loro come tutto il resto del Veneto, ohibò. La prima notizia della mattina è che il Pdl vince in Abruzzo, col Pd in rotta; e anche se sai che se la son meritata tutta ed è anche poca, basta solo questo a farti capire come gira la giornata ed il mondo. Arrivare alla stazione è un calvario, fra stradine viscide e colonna di macchine a passo d’uomo; un amico “foresto” venuto a trovarmi giorni fa è rimasto basito nella nostra viabilità folle: “Cazzo, ma qui è un delirio!” ha commentato mentre lo facevo svarigolare per le nostre arterie, che sono ex stradine interpoderali asfaltate, e, ormai, neppure asfaltate di fresco.

Arrivata alla stazione sotto la pioggia sferzante, m’accorgo che c’è qualcosa che non va: nel tabellone, infatti, non è citato il mio treno. Cazzo, e dove se lo sono nascosto? Sono cinque anni che lo prendo, quando entro alle 10 a scuola, e pur con i suoi mille ritardi, è sempre lì, almeno segnato sul monitor: 8.34, regionale numero tale, binario uno. Invece non c’è, non c’è proprio. L’unico treno in cartellone – sì, in cartellone, come una prima chic che se la perdi sei fritto – è uno delle 9.19. Fisso l’orario basita. 9.19? Non c’è mai stato un treno alle 9.19: ce n’era uno alle 9.05, un po’ risicato ma giusto giusto abbordabile per entrare ancora in orario alle 10 in classe. Mi guardo attorno, non c’è un cane, perché è una stazione nuova, nuovissima, ma senza personale, e nessuno si è preso la briga di appendere un cartello di spiegazione nella bacheca, dove l’orario è ancora quello in vigore fino alla settimana scorsa, e comprendente il mio treno, che non c’è più. I minuti passano fra scrosci di pioggia e vento che sferza, interrotti di tanto in tanto da qualche altro viaggiatore, che si avvicina e chiede se so niente, e io scuoto la testa per dire che no, non lo so.

Alle 9.19 il treno non arriva. Lungo il marciapiede echeggia sì un annuncio, ma è la voce suadente di un tizio molto british; dice in perfetto stile oxfordiano che non si possono aprire le porte dei treni mentre sono ancora in corsa. A parte il fatto che nessuno in stazione capisce una mazza di quello che sibila nella lingua d’Albione, tanto è perfetto l’accento, non c’è comunque nessun treno in corsa a cui aprire le porte, anzi, non ce n’è neppure uno fermo per potergliele debitamente aprire e salirci.

Alle 9.25 il treno si materializza, senza che nessuno lo abbia annunciato, tanto che noi viaggiatori ci guardiamo tutti un po’ perplessi: sarà lui, non sarà lui? Be’, va nella direzione giusta, tanto vale montare, ed entriamo così nel caldo sahariano di uno scompartimento già passabilmente lordo di cartacce, barattolini di yogurt vuoti e altri ameni segni che indicano il passaggio recente di bipedi umani non troppo in confidenza con le regole del vivere civile.

Partiamo? Sì, partiamo, per fermarci poi dieci minuti abbondanti alla stazione successiva, in mezzo al nulla. Il perché un mistero meglio custodito di quello di Fatima, dato che sul treno non c’è manco un Socci con qualche indiscrezione: si sta fermi finché si riparte, questa l’unica certezza. Fuori il mondo piove, piove giù a catini, i fossi di fianco alle rotaie rigurgitano acqua a pochi centimetri dalle traversine, e io che sono lì, appiccicata al finestrino, non posso far altro se non incrociare le dita e sperare che non si allaghi tutto, o anche l’ultima speranza di arrivare in tempo mi farebbe ciao ciao con la manina.

Quando giungo finalmente a destinazione, sono trafelata, ma approfitto ancora di un minuto, perché ho avvertito tramite cellulare la bidella che sono in spaventoso ritardo: persa per persa, tanto vale fermarsi allo sportello.

Ma avete cambiato gli orari?” chiedo.

Ieri.” è l’imbronciata risposta dell’omino e io ho capito che se la sarà sentita fare già un milione di volte, stamattina, ma se io sono la milionesima rompicoglioni non è colpa mia.

Posso avere un foglietto con gli orari nuovi?”

Non li abbiamo, non ce li hanno mandati.”

E io come faccio a sapere gli orari per l’una?”

Si arrangi con il cartellone.”

Sì, il cartellone. Per decifrarlo ci vuole un corso di cuneiforme. Che io avrei anche fatto, ma ora non ho il tempo di rinverdirlo, eppoi ho una classe di ragazzini che mi aspetta, ed un Preside presumibilmente infuriato. Quindi lascio perdere. Tanto, mi dico, il treno delle 13.05 mica lo avranno toccato, no? È quello che prendono una marea di studenti per tornare a casa, e mezzi docenti in forze nelle scuole del circondario, tanto che per salirci bisogna avere delle buone basi di lotta giapponese. Quindi corro via, verso il mio dovere di insegnante.

Quando alle 12.55 suona la campanella, so a memoria il mio rituale. Schiaffo i registri nell’armadietto, bypasso con un agile salto la guardiola dei bidelli, traverso il cortile a razzo, e poi mi fiondo a passo bersagliere verso la stazione. Ci metto sette minuti, cronometrati, che sono il mio allenamento fisso da cinque anni: ho ormai un fiato da campione e risparmio il corso di spinning in palestra. Arrivo alle 13.03 in stazione. Corro al binario, volteggiando graziosamente per le scale del sottopasso. E il treno non c’è. Cazzo, in ritardo? No, non c’è proprio. Leggendo il cartellone scopro infatti che il treno delle 13.05 è stato abolito: ora ce ne è uno solo, alle 13.36. Il treno delle 13.05 è stato infatti anticipato alle 12.47, cioè dieci minuti abbondanti prima della campanella di qualsiasi scuola. Riguardo il tabellone. Alzo gli occhi e vedo attorno a me i volti degli studenti e dei colleghi che sono arrivati trafelati quanto me in stazione, e che ora bivaccano fra gli schizzi di pioggia, senza saper bene che fare. Faccio un rapido conto. Partire alle 13.36 vuol dire arrivare a casa mia praticamente alle tre di pomeriggio, invece che alle due e qualcosa, come prima. Vuol dire, cioè, fregarsi un’ora buona, mangiare in ritardo, perdere tempo utile per passare a far le spese, mettere in ordine casa, aggiornare il blog, vivere. Stesso discorso, pure peggio, al mattino: il treno alle 9.19 non mi consente di arrivare in tempo, quindi devo prendere quello prima, che è alle 8.00: il che vuole dire doversi svegliare alle 6.45 anche gli unici due giorni in cui potevo dormire fino alle 7.30, e che consideravo il mio lusso personale, e poi stare a ciondolare un’ora a vuoto in sala professori (senza venir pagata, of course), in attesa di prendere servizio.

Non so chi sia stato il gran genio di Trenitalia che abbia combinato il nuovo orario. Me lo immagino, questo stratosferico manager, che sarà tutto fiero di sé, perché ha razionalizzato gli orari e tagliato i rami secchi. S’è dimenticato di guardare se i suoi orari razionalizzati erano più o meno compatibili con quelli delle scuole, ma questo è un particolare: tanto gli studenti e i professori gli abbonamenti li hanno già pagati, e poi non hanno alternative, per muoversi. Quindi, se il treno salta o è mezz’ora dopo, aspettano, i pezzenti. Se si intestardiscono a pendolare, i pendolari, su queste tratte da sfigati non è un problema suo: lui bada alle grandi sfide del futuro, mica a questi miseri viaggi fra paese e paesotto vicino. Sono rami secchi da poter tagliare o potare a sua discrezione, quelle tratte e quelle vite che reggono invece il loro fragile equilibrio su un treno che passa cinque minuti prima o dopo per incastrare il tempo di un parrucchiere o di una corsa all’ipermercato, un tè con le amiche o un pupo da recuperare all’asilo, e fondano su una manciata di secondi la qualità di un’esistenza, che può essere vivibile se l’orario regge, o trasformarsi in un vero inferno.

Mi sono seduta sulla panchina, e ho aspettato mezz’ora il treno, sotto la pioggia. Non mi sono mai sentita tanto infelice.

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