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Convegno sullo Stalking.

Due giovani libere professioniste del diritto, sedute dietro di me.
Che pugnetta!”
Cosa?”
Se uno ti perseguita.”
Vero, una gran pugnetta.. Senti…”
Sì?”
Te lo sai cosa vuol dire vulnus?”
No.”
Boh, è mezz’ora che ne parlano…”

State Bene.

Inchino e baciamano alla padrona di casa.

Ghino la Ganga

Lucio Dalla sui giornali dichiara d’esser andato a Milano, alla prima della Tosca, ove la sindaca Moratti gli avrebbe chiesto idee per l’expo; mica come a Bologna, dove lo ignorano e il sindaco Delbono non lo chiama.
Trovo che una bella idea per la Moratti sarebbe che il Dalla si trasferisca a Milano.
Così Delbono impara e l’Expo vien da Dio.
State bene.
Inchino e baciamano alla padrona di casa.

Ghino la Ganga

L’adorabile Ghino la Ganga ha accettato di contribuire di tanto in tanto al mio blog. Per cui lo leggerete anche qui, oltre che, come al solito, su Anskijeghino.

 

bottiglie

In un suo giallo, se non sbaglio il primo, il commissario Montalbano si interroga su quale sia la forma dell’acqua. E conclude: quella del contenitore dove la mettono.

Ecco, m’è venuto in mente questa osservazione, leggendo gli opposti (ma forse neanche tanto) articoli di Ernesto Galli della Loggia e Giorgio Israel, di schieramenti diversi, ma entrambi assai critici sull’introduzione a scuola di una nuova materia “gelminiana”, ovvero la nebulosa Cittadinanza e Costituzione, che noi insegnanti per primi non abbiamo ben chiaro che sia o cosa dovrebbe essere, ma intanto è stata istituita, per cui ci siamo arrangiati a farla lo stesso, e poi si vedrà.

Sparano a zero, i due esimi opinionisti, entrambi preoccupati che questo insegnamento, se seguisse davvero le linee guida finalmente emanate dal Ministero, si trasformi in una specie di ora di indottrinamento, in cui i piccini sono costretti a diventare adepti del mito dello Stato Totalitario (Israel) o in un minestrone buonista senza capo né coda, che in maniera vaga li invita ad essere “tolleranti”, “democratici” e “aperti”, anche se non si capisce bene a cosa (Galli della Loggia).

Randellano, i due esimi, volando molto alto: non discutono, lo dicono subito per sgombrare il campo, sul modo o sulla necessità di un simile insegnamento a scuola: si può mica sostenere, neppure velatamente, che insegnare ai pupi la Costituzione è male, soprattutto dato che i pupi in oggetto spesso manco sanno in che tipo Stato vivono. No, loro sono fini intellettuali, e poi persino nel loro mondo iperuranio è giunta notizia che i pupi la Costituzione non sanno cosa sia. Dunque se la prendono entrambi con l’impostazione generale della scuola, e, naturalmente, con il “pedagogismo progressista”, cattolico di impostazione ma un po’ comunista di fatto, e soprattutto con la vera bestemmia che trasforma l’Istruzione in Educazione, cioè trasforma la scuola in un luogo in cui non si va ad imparare a leggere o a scrivere, ma diventare Uomini con la U maiuscola e con tutte le lettere capitali. Questa dicono, è una pretesa da Stato Totalitario, da Stato che attraverso la scuola insegna ai suoi cittadini cosa è il Bene ed il Male: non li forma, insomma, ma li indottrina con un sottile – anzi magari neanche tanto sottile – lavaggio del cervello, e produce per giunta, alla fin fine, generazioni di ignorantelli che non sanno fare due più due, ma in compenso per anni si sono sorbiti lezioni su cosa sia corretto fare per essere considerati “buoni”, si presume dai vicini di casa.

Che volete che io, da insegnante, vi dica? Hanno ragione. No, per carità, sono d’accordo. Sapessero quanto mi rompo le palle, a scuola, a certe riunioni in cui si passano le ore a discettare su cosa quest’anno si debba mettere in programma per la mitica “Educazione alla affettività”, che non può essere solo – come invece secondo me dovrebbe – educazione sessuale, ma deve essere invece un “percorso formativo” che aiuti “l’alunno a prendere consapevolezza di sé e del suo corpo”, ad “affrontare positivamente una relazione”; insomma una specie di pateracchio in cui io, che sono stata assunta per insegnare ai pupetti grammatica e sintassi, devo invece improvvisarmi non si sa bene con che competenza a spiegar loro quale sia il modo giusto di volersi bene. E poi via, sempre dentro alle ore di Italiano, a ficcare anche tutto il resto: il progetto sulla prevenzione dell’abuso di alcol, tabacco e droga, l’educazione alimentare e quella “alla salute”: ore e ore in cui si prevede che il docente spieghi e si sgoli a ripetere che gli spinelli fanno male e il bicchiere di vino e alla sigaretta bisogna stare attenti, ma anche alle merendine piene di grassi saturi, e non ci si deve strafogare di cioccolata, no, ma nemmeno contare ad una ad una le calorie, che sennò c’è dietro l’angolo lo spettro dell’anoressia.

Fosse per me, tutti ’sti progetti e sottomaterie, li abolirei in toto: il mio sogno è entrare in classe, spiegare la poesia, la Costituzione, i predicati e i complementi e dare l’esercizio per controllare se la poesia, la Costituzione o i predicati e i complementi li hanno capiti o no. Tutto il resto, da cosa mangiano a come litigano a quanto si baciano e con chi, non è cosa che riguardi me, ma la loro vita privata, che con la scuola e lo Stato non ha niente a che fare, per fortuna.

Quindi in teoria io con Galli della Loggia e Israel posso anche concordare, quando mi dicono che la scuola dovrebbe dare saperi, e lasciare che poi ogni individuo, in piena libertà, di questi saperi faccia ciò che meglio crede: sono acqua, i ragazzini, e non è giusto imprigionarli in una forma decisa a priori.

Solo che poi, al contrario di Galli della Loggia e di Israel, io in classe ci vado, ogni mattina, e mi trovo davanti ad una platea di undici-tredicenni che purtroppo, alle volte, del solo sapere non hanno bisogno. Perché alle spalle non hanno niente che possa permettere loro di svilupparlo in tutta libertà: perché i genitori sono distratti, o più immaturi di loro, perché davvero, anche se pare assurdo, hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi – cioè proprio gli spieghi, eh – che se un compagno ti prende in giro l’unico modo per reagire non è dargli un pugno, se una ragazzina ti piace non è necessario saltarle addosso, e se non ce la fai ad avere otto in una determinata materia la soluzione non è sniffare cocaina prima o fumarsi una canna dopo, quando ti ammollano un quattro, e che non è vero che, se non sei un “vincente”, nella vita sei una merda e basta. Cerco di evitare il tono da predica, per quanto è possibile: ma hanno undici anni, e io sono un’adulta, quindi il rapporto non può essere paritario mai. La stragrande maggioranza non mi ascolterà nemmeno di striscio, però qualcuno, magari quello più sensibile, lo indottrinerò un pochino, e mio malgrado: perché ogni volta che apro bocca, anche solo per spiegare un participio passato, e figurarsi quando spiego loro la Costituzione, passo anche la mia visione del mondo: non istruisco solo, educo. Educo anche solo con il mio modo di entrare in classe, parlare, muovermi, indossare certi vestiti ed altri no, rispondere in una certa maniera.

L’acqua non ha forma, ma noi tutti siamo acqua in bottiglia.

petrolini nerone

Chiudete gli occhi, e fate un piccolo sforzo di immaginazione.

Siamo a Gerusalemme, attorno al 33 d.C.

Dal balcone del suo palazzo Caio Sempronio Ioannardus guarda le strade della città. E’ quasi sera, il sole tramonta, uno schiavo silenzioso gli versa nella coppa un po’ di vino, prima della cena e lui la prende in mano, tenendola fra le dita ben pasciute.

La città formicola di vita, perché ha da poco visto da vicino la morte: ci sono state tre crocifissioni, al pomeriggio, sul Golgota; due ladroni e un esaltato mitomane, che, gli ha spiegato Pilato, il suo amico Procuratore, si credeva ed era creduto dai suoi il Re dei Giudei.

Che palle, ’sti giudei, pensa Ioannardus: hanno una fissa per la loro religione, e per il loro Dio, e quando poi si convincono che stia arrivando il loro messia, non li si tiene più in nessuna maniera. Quella terra, poi, di aspiranti messia ne produce con una certa frequenza: tutti pezzenti con qualche velleità di far la rivoluzione, mandare via da lì i Romani, et similia. Chissà perché si scaldano tanto, poi, si domanda, attorno a ’sta faccenda del Messia: deve essere il caldo e il clima, deduce, pensando alle verdi e placide colline attorno alla sua Bononia, dove la vita è dolce e il cibo buono. Mangiassero meglio e non avessero quel caldo torrido ed il deserto attorno ad assediarli, non starebbero a perder tempo con queste cazzate, i beduini: i Messia, le promesse del loro Jahvè, vai a sapere che altro ancora. Avrebbero accettato, come gli altri popoli, volentieri il giogo di Roma, che Iovannardus conosce così bene perché ne fa parte e all’ombra del quale prospera. In quale altro impero lui, che non ha il fisico per la dura vita del militare, né la sottigliezza dialettica o l’intelligenza acuta per il potere vero, potrebbe infrattarsi in un comodo impiego da burocrate, seppure occupato in faccende di secondo piano, ai confini del mondo?

Roma è una fede accomodante per chi la abbraccia: ti consente di fare ciò che vuoi purché tu non crei impacci. Non è un Ordine assoluto, è un ordine che fila liscio e così vuol continuare a filare. Se c’è un intoppo, lo si rimuove. Velocemente. Con la dovuta brutalità, se è il caso. Un impero è un impero, non un gioco da signorine; ma è così ben organizzato, poi, quell’impero, che le signorine al suo interno possono anche starci, e fingere di non vedere e non sapere: perché il lavoro bruto lo fanno gli altri, e ai burocrati come Iovannardus resta solo da minimizzare qualche danno troppo evidente, se mai a qualcuno viene la voglia di chiedere spiegazioni.

Il Procuratore Pilato..” annuncia lo schiavo, con voce ovattata.

Oh mio caro! – Sorride Iovannardus, vedendo entrare l’amico – Prendi anche tu un po’ di Falerno! Ma cos’hai? Il caldo? Sei pallido, ti vedo un po’ provato..”

Pilato si scosta la toga, l’aria gli manca: “Può essere. O i pensieri. Sai, delle volte, anche se sei abituato alle esecuzioni…oggi per esempio, con quell’Yoshoua ben Joseph…”

Ah, il mitomane..”

Sì, non c’è dubbio..però poveretta, la madre mi ha fatto una pena..in fondo condannarlo a morte già era tanto, ma poi lasciarlo riempire di botte, di frustate, consegnarlo così in balia di fanatici che gli han fatto di tutto perché sapevano che noi non saremmo intervenuti… forse avrei dovuto pensarci meglio. In fondo Roma è la legge, per tutti, e tutti si devono sentire garantiti da noi…”

Iovannardus sorride e gli porge una coppia di vino fresco.

Pilato, ma che discorsi, dai…era un matto, frequentava gente ai margini, puttane, pezzenti, rivoluzionari…tipi del genere finiscono male per la vita che fanno, se l’è andata a cercare. Vorrai mica farti un processo te, adesso! Sono cose che capitano e la colpa è sua.”

Pilato appoggia le labbra e sorbe il vino. “Già.”

Essendo un racconto, non si fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Anche perché certi personaggi sono eterni e allignano in ogni epoca, purtroppo.

crocifisso dalì

Spiegarglielo è veramente difficile. Un po’ perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E un po’ perché più parli, più ti rendi conto che proprio non riescono a capire quale sia il problema vero, il nocciolo della questione. Quella sul crocefisso sembra una diatriba così, la solita polemicuzza di intellettuali troppo sottili, e laicisti spaccaballe. I problemi del paese sono diversi, dicono i ben noti maaltristi, quelli che per qualsiasi cosa ti incazzi han subito pronta da citare una emergenza più emergente, e ti guardano con sorriso di sufficienza e leggero compatimento, perché loro lo sanno bene cosa è importante nella vita, e tu no. Se ti senti sollevata perché la Corte Europea riconosce che il crocefisso appeso al muro dell’aula scolastica e dell’ufficio pubblico deve essere tolto, pensano che sei strana: una fanatica, una che ha problemi. Persino quelli che si considerano “laici”, prendono le distanze: con un sorriso bonario, fanno capire che vabbe’, questa è proprio una tua fisima, su queste cose sei ipersensibile: forse sei troppo stressata per gli affari tuoi, insomma magari non stai bene. Bisogna essere seriamente disturbati, secondo loro, per provare disagio di fronte ad un crocefisso appeso al muro. Che male mai può fare, quell’omino di plastica mezzo nudo ed appeso, che poi siamo abituati a vedere dappertutto, e fin dalla più tenera infanzia? Dài, è uno di casa, se ti dà fastidio chi ha qualche magagna sei tu.

Non si riesce a spiegargliela, quella inquietudine sottile, quel disagio, che invece prende te, quando sei in un luogo pubblico, un ufficio, la tua aula, e ti vedi quel simbolo che ti pende sul capo. Quel simbolo, appunto, non quella figura. Perché il povero Cristo crocifisso a me non dà alcun fastidio in sé: quando lo vedo da solo, come immagine mi fa tenerezza. Non ci vedo un Dio, magari, ma un povero uomo perseguitato e torturato, un uomo innocente che pagò salatissima la sua esigenza di dire ciò che pensava. Lo posso guardare persino commuovendomi, quando lo incontro sulla facciata di una chiesa, sul dorso di un messale, lo vedo balenare al collo di qualcuno sotto forma di pendaglio da catenina, nascondersi nell’ombra di una edicola eretta in mezzo alla campagna, o nel sottocoppo di un incrocio medioevale. Rispetto la sua storia, e rispetto chi vuol credere in lui, chi a metterselo addosso, tenerlo in mano, nel portafoglio come amuleto, in casa, nel suo luogo di preghiera, prova conforto, si sente più sicuro.

È quando me lo vedo appeso al muro in un luogo pubblico, in un posto dove io entro come cittadina, che trovarlo lì mi provoca una sottile angoscia. Perché un simbolo religioso in un luogo pubblico è come se dicesse che quel luogo pubblico non è proprio di tutti, o non è di tutti allo stesso modo. Che in pratica solo chi crede in quel crocifisso è davvero padrone di quell’aula, di quell’ufficio, ci sta a buon diritto e con tutti i sacri crismi. Gli altri no. Gli altri, che sono pure cittadini dello stesso Stato e devono entrare là dentro per motivi che al loro essere cittadini sono connessi, ci possono andare, ma sono tollerati per buona creanza, per una forma di carità un po’ ipocrita. Quando entro in un ufficio pubblico dove c’è un crocifisso appeso in bella mostra, per dovere istituzionale, quel simbolo mi fa capire che quell’edificio è pubblico, ma è comunque cristiano: e io, che cristiana e credente non mi considero più, da quel simbolo sparato là è come se, paradossalmente, fossi respinta, ricacciata fuori perché quel posto non è più roba mia, o non lo è del tutto. Se non credo in Lui, in Lui che è messo lì come simbolo e come segnale, io cosa sono? Sono meno Italiana, o addirittura meno Occidentale? Sono una traditrice della Patria? Sono una terrorista? Sentirsi parte di una Nazione implica necessariamente sposare la credenza religiosa maggioritaria, o la sua cultura, e se non lo si fa non si può davvero essere appieno suoi cittadini?

Ogni volta che entro in un ufficio pubblico, o devo insegnare in un’aula in cui quel simbolo (non quel Cristo) incombe su di me, io sono a disagio, non lo nego. Mi sento come se qualcuno mi rinfacciasse di non essere ciò che dovrei: di non essere una buona cittadina al cento per cento, forse di non poter nemmeno essere una buona insegnante. Mi sento rifiutata ed esclusa. Ma la Costituzione mi garantisce invece che posso essere cittadina ed insegnante credendo in ciò che voglio, perché per far parte di questo Stato non è necessario aderire ad una confessione religiosa ed io, di questo Stato, faccio parte. E anche quel povero Cristo, in fondo, quando era ancora semplicemente un Gesù predicante e non il simbolo di qualcosa, l’aveva ben chiara in testa, la distinzione fra Stato e Religione, perché fu lui il primo a riconoscere che Cesare aveva il suo ambito, e che quei confini andavano rispettati.

Ecco, magari qualcuno degli strenui difensori dei crocifissi in classe sarebbe ora che si uniformassero alle parole del loro Gesù da vivo, invece che pretendere di tenere in ogni luogo il simbolo del loro Cristo da morto.

homer culone

Dopo la sentenza Pollari, a Sigonella han sentito una risata d’un forte, ma d’un forte che mai.
Poi han capito che la risata arrivava da di là del mare, Tunisia, zona cimitero di Hammamet.

O forse era una pernacchia, sostengono alcuni.

State bene.

Inchino a baciamano alla padrona di casa.


Ghino la Ganga

In genere mi spaventano, o mi fanno incazzare. Stavolta invece, non so, mi hanno decisamente divertito. Alla notizia che a Strasburgo era stato accolto il ricorso di una famiglia italiana che chiedeva fosse tolto dall’aula della scuola pubblica il crocifisso, in quanto la sua presenza violava la laicità dello Stato, han perso il freno, sono caduti nel delirio incontrollato, uscendosene fuori con ragionamenti degni di Ionesco, o meglio, degne di un vecchi sketch di Totò e Peppino.

Alle arrampicate sugli specchi sono abituati da secolare consuetudine, perché ci vuole un talento notevole a difendere con le armi razionali ciò che razionale non è, e cioè una fede. Ma questo giro tutto l’esercizio non è servito a nulla: e se di solito nell’ammannirci le loro ragioni prendono cura di dar loro almeno una parvenza di logica ed evitare il ridicolo, stavolta no, han proprio sbroccato. A chi gli ha fatto notare che il re è nudo, non hanno trovato di meglio che gridare: “Sì, ma nudo è bello!”

Ha cominciato Vittorio Messori, il quale, quando gli dicono che dalle aule della scuola pubblica deve sparire il crocifisso, lui rilancia, dicendo che allora va tolta l’immagine di Napolitano. A parte il fatto che nelle aule scolastiche l’immagine di Napolitano non c’è, verrebbe da chiedersi se mai il Messori ci ha passato, da fanciullo, nelle suddette aule, un tempo acconcio, visto che alla sua veneranda età non pare aver ancora ben capito che lo Stato Italiano è diverso dal quello Vaticano, anche se negli ultimi tempi, gli va riconosciuto, per notare la differenza bisognava avere un occhio molto allenato.

Ha continuato Ignazio La Russa, che in tv, chiamato a parlare del 4 Novembre, sbotta invece in un eccesso d’ira ed esclama: “Non lo leveremo, il crocifisso! Possono morire!”. Non è chiaro bene chi: i giudici di Strasburgo? La famiglia che ha fatto ricorso? I laici tutti? E non è un tantinello violento, come augurio, soprattutto in bocca ad un ministro della Repubblica? O dobbiamo considerarlo solo un caso di intercalare folkloristico, perché le minacce serie sono esclusivamente quelle che si trovano su Facebook?

Non poteva mancare il buon Renato Farina, il quale, infervorato dall’ansia di difendere le radici cristiane, afferma: “Da quando è apparso sulla Terra l’uomo, non si può prescindere dalla domanda: tu chi credi che io sia?’” * Peccato che la domanda sia posta da Cristo ai discepoli, e non quindi all’inizio dei tempi, ma in un preciso momento della sua vita: dal che si evince che il Renato sa un’ostrega di storia umana, ma marinava pure dottrina.

Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle dichiarazioni di Bersani, quelle per cui il crocifisso è una tradizione innocua. Anche il tresette, Pierlui’. Quindi che faccio? Appendo al muro un asso di coppe?

Non so se ci sia un giudice a Berlino.

Per ora ne abbiamo trovati sette a Strasburgo.

Ho aperto iltwitdiGalatea.

Così non dite che non vi dico le cose, eh.

calzini

Dunque, vediamo un po’ se ho capito.

Il grande scoop di Canale Cinque sul giudice che ha imposto a Berlusconi di pagare un risarcimento record è che il giudice, quando non fa il giudice, va in giro per Milano senza giacca e cravatta, da solo (quindi senza una eventuale scorta illegittima, pagata dai contribuenti), va dal barbiere a piedi (quindi non usando, chessò, l’auto di servizio per farsi scarrozzare) e fuma nell’attesa (all’aperto, non dentro il negozio dove è vietato).

Però, quando si siede su una panchina, si vede chiaramente che ha dei calzini turchesi sotto i pantaloni, e questo, nota il commentatore, è una delle sue tante “stravaganze” che, si capisce dal tono del commentatore, lasciano forti dubbi sul fatto che sia adatto a fare il giudice e soprattutto a giudicare Berlusconi.

Avrei capito l’incongruenza se avesse portato i calzini rossi.

Ma turchesi, buon Dio, perché?

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iltwitdiGalatea

  • Propongo un Forse Day. E mettiamo d'accordo tutti. 6 hours ago

 

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