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Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.
Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.
Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.
Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.
Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.
Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.
Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.
Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.
Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.
Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.
La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.
Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.
Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.
Per chi volesse firmare la petizione per chieder che il film Agorà venga distribuito in Italia, cliccare qui

Quando ho scoperto che ha persino una pagina su Facebook, un po’ ci sono rimasta stupita, ma mi ha fatto piacere. Sapere che viene ricordato anche al di fuori della cerchia degli studiosi ed appassionati mi rende contenta. In fondo se lo merita. Certo, se si pensa ad un imperatore romano, il primo nome che viene in mente non è il suo. Nel comune sentire, il primo è Giulio Cesare, che imperatore non fu mai, ma insomma, è considerato il fondatore della ditta; poi Augusto; poi Caligola, perché era matto, o Nerone; poi via, una infilata di nomi che chi se li ricorda è bravo, tutta gente impegnata a perseguitar Cristiani e allontanare Barbari dal confine; poi Costantino, ecco, Costantino sì, Costantino è tosto; e, dopo Costantino, ci sono solo Cristiani finalmente liberi e Barbari liberi anch’essi di scorrazzare; quindi invasioni, pestilenze, sfighe, e poi medioevo e kaputt. Questa, in soldoni, il riassunto di Storia Romana che molti hanno in testa, corredato di particolari più o meno vaghi. È difficile in mezzo a tutto questo che ci si ricordi di Aureliano, però lui è un gran personaggio, di quelli che meritano davvero. Non ci fosse stato poco dopo Costantino, forse ce lo ricorderemmo come il più grande, nel mondo Tardo Antico; ma è certo che, se Costantino poté trovare ancora un impero di cui diventare imperatore, molto lo deve ad Aureliano.
È una bella storia, la sua: una di quelle che in fondo spiegano perché Roma riuscì ad essere un impero, e a durare così a lungo. Perché non era nobile, Aureliano, e neppure ricco; e per soprammercato non era neppure “romano” nel senso di nato a Roma, o almeno in Italia. No, era venuto al mondo in quello che da Roma, dove i politici dell’Urbe tenevano le chiappe al caldo, sui banchi del Senato, doveva sembrare un buco ai confini del nulla: Sirmio, in Pannonia. Che già adesso che è Serbia, un po’ ai confini del nulla lo pare, figuriamoci allora. Non che fosse proprio un villaggio barbaro sperduto: era una città di quelle che i Romani sapevano costruire e far fiorire ovunque, con le sue terme, i suoi bei palazzi in muratura. Centro di commerci per tutta la regione, di un’opulenza che da quelle parti gli indigeni da soli non avrebbero visto mai, qualche decennio più tardi sarebbe diventata addirittura capitale di un pezzo d’impero. Ma di sicuro nascere lì non era nascere a Roma, ed aver per genitori un contadino ed una donna che si chiamava Aurelia, sì, come la mamma di Giulio Cesare, ma solo perché liberta di un qualche senatore Aurelio che magari non avrà neppure mai visto in vita sua, non era la stessa cosa.
Me lo immagino un bimbo smilzo e dagli occhi vivaci, Aureliano: di quelli che non prendono mai un grammo né un raffreddore, sono sempre in movimento, curiosi del nuovo ma in grado fin da piccoli di fiutare i pericoli, prevederli, evitarli, in una parola un vero leader. I boschi, i fossi vicini a casa saranno stati i suoi primi campi di battaglia, a capo di una truppa di ragazzini; guerre fatte con le spadine di legno, mentre il babbo ara i campi e mamma sbriga le faccende di casa. L’unica sosta, per quel folletto sempre in moto, quando mamma, sempre lei, lo chiamava per andare alle funzioni: era sacerdotessa del Sol Invictus, mamma, divinità che proteggeva gli Aureli tutti e oltre agli Aureli in special modo i soldati romani. Li avrà conosciuti lì, i suoi primi legionari, Aureliano: vecchi forti dalle mani come badili, ex commilitoni del padre, che si inchinavano deferenti davanti al dio e alla mamma sua sacerdotessa, e davano una brusca carezza sul capo a quel ragazzo dagli occhi di brace, per poi raccontagli delle infinite campagne ai confini dell’impero, di deserti e steppe, barbari e battaglie, e di città dove le taberne sono tiepide, il vino caldo, le ancelle generose con i vincitori.
Appena può, si arruola. I campi, il quieto vivere del padre non fanno per lui: ha dentro un fuoco, il ragazzo, che può bruciare il mondo, non qualche fascina dietro casa. Illirico, Gallia, e poi Siria e Persia: il ragazzo l’impero lo percorre tutto, in pochi anni. Parte dal basso, ma ben presto capiscono, i comandanti, che di lui ci si può fidare: non ha paura di nulla, è veloce sia di mente che ad estrarre la spada, non si stanca mai. Poi soprattutto ha quel particolare che distingue il vero leader da chi ha un titolo ma non la stoffa: per quanto spietato, sa sempre dove fermarsi e quando, e, ancor meglio, riesce sempre a fermare i suoi soldati. Sul campo di battaglia non gli sfugge niente, ma nemmeno dopo, e se può ordinare con la massima freddezza e senza un rimpianto un massacro, quando è necessario, sa anche farlo finire, di botto, quando il massacro non è necessario più. I suoi soldati sono consci che non si viene abbandonati mai da lui, però gli si deve obbedire: pretende da loro una disciplina non spietata, ma ferrea. La stessa che si impone e rispetta.
Quando Claudio il Gotico lo vede, fiuta che quello è l’uomo che fa al caso suo. Vengono da due mondi diversi, anche se sono nati nello stesso luogo: Claudio è un gran signore, soldato sì, ma generale e poi governatore di province. Però i due si capiscono, e, cosa rara quando c’è di mezzo il potere, si fidano l’uno dell’altro; entrambi concordano che Gallieno, l’imperatore in carica, non è l’uomo adatto, e va cambiato. Che nel linguaggio politico di quegli anni significa: fatto fuori. Ordiscono, pare, una congiura, di cui l’anima nera, si sussurra, fosse Aureliano stesso, anche se il killer è Eracliano, un prefetto del pretorio. Vero, non vero? Di certo un morto sulla coscienza, ancorché di alto lignaggio, non avrebbe spaventato Aureliano, che quando pensa che una cosa si debba fare, la fa, senza tormentarsi in scrupoli da cacadubbii.
Quando Claudio diventa imperatore, Aureliano è là a dargli i suoi consigli pratici di comandante, ad organizzare le campagne militari, con quella sbrigativa amicizia di poche parole e di molti fatti che doveva essergli propria. Però son anni bui per l’impero: tutto un correre per far fronte a sconfinamenti di barbari, razzie, mattanze. Claudio è un bravo generale, e combatte contro i nemici; ma un nemico no, non riesce a sconfiggerlo, è la peste. Se la prende, e muore, mentre torna dal fronte. Aureliano gli è vicino, ma non prende la peste: persino il morbo non riesce ad averla vinta sulla sua inesauribile energia. C’è però il fratello di Claudio, ad Aquileia, che si proclama imperatore, intrigando con il Senato. Aureliano non lo accetta: sbriga gli ultimi combattimenti sul confine e torna come una folgore a Sirmio, dove l’esercito di Claudio, che poi è il suo, lo proclama imperatore. Il fratello di Claudio neppure tenta di giocare la partita: si suicida alla notizia, via, kaputt.
Aureliano è dunque imperatore: lui, venuto su dal basso, e a cui i soldati dedicano canzoncine, come facevano già i legionari di Cesare, anche se meno spinte, perché di Aureliano non si conoscono vizi, né difetti da prendere di mira. Solo che l’impero su cui governa, è una grana. Per garantire la difesa, è stato dato in subappalto: Gallia e Britannia a Tetrico e Siria e Asia Minore ai re di Palmira, che manco erano romani. Entrambi i sotto-regni vogliono rendersi indipendenti: Tetrico si proclama imperatore e a Palmira la regina, Zenobia, si fa chiamare Augusta e governa in nome del figlioletto come se quel pezzo di mondo fosse solo suo. Si ispira a Cleopatra, e di guai all’impero ne procura tanti come l’originale. Ma se lei è una novella Cleopatra, Aureliano è proprio un Giulio Cesare fatto e finito. Scende, mazzola e conquista, dosando bene, anzi benissimo, pugno di ferro e clemenza con i vinti. Riconquista l’Oriente, l’Occidente e anche Roma, dove arriva, seda a brutto muso una rivolta, facendo strage di chi ha osato ribellarsi, ma poi, primo e unico, si rende conto che la città va guarnita di nuove mura, perché non sono più i tempi in cui era il centro sicuro dell’impero, sono tempi in cui l’impero non ha più un centro e sicuro non lo è nessuno, mai.
Ecco, forse di questo si dimentica, che nell’impero nessuno è più sicuro, mai, e men che meno l’imperatore. Eppure gli pare di avere ormai tutto. Il popolo gli vuole bene, il senato abbozza, l’esercito, be’, l’esercito è sempre stato suo. Per farlo contento e forse sciogliere un voto o un desiderio che cova da tempo, istituisce il culto del Sol Invictus, quel dio dei militari che l’ha protetto e accompagnato fin dalla prima infanzia, assieme al muto sguardo di mamma e ai racconti di gloria degli ex commilitoni di papà. Il 25 dicembre diviene festa nazionale, dies Solis, e Aureliano è là a far sacrifici, godersi la festa. Si sente appagato per quanto mai si possa sentire appagato un uomo così, e cioè sempre in parte, perché è soddisfatto ma già la sua mente è più in là, a progettare una nuova campagna, la mano carezza la spada perché non la sa tenere tanto a lungo nel fodero. Parte. Di nuovo con le sue truppe, di nuovo in sella. La Persia lo aspetta, quella Persia che secondo lui bisogna stroncare per avere pace stabile e duratura. Sottovaluta, forse, che i Senatori sono in subbuglio, e certi funzionari della zecca e dell’apparato non han parato giù le indagini sulla corruzione che lui porta avanti, con determinazione tignosa. Sottovaluta anche qualche becera invidia meschina nella corte degli ufficiali che pure partono con lui, e sono suoi ufficiali, sì, ma uomini. È proprio per una bega meschina, assai probabilmente, che per un alto complotto politico, che uno dei suoi segretari si prende scanto, ha paura di venire denunciato e decide di colpire per primo. Muore così, Aureliano. Lui che aveva schivato le spade dei barbari sui campi di battaglia, cade per la sica di un segretaruncolo che lo accoltella con mano tremebonda.
L’idiozia, al contrario dell’impero, non ha mai confini.

Chiudete gli occhi, e fate un piccolo sforzo di immaginazione.
Siamo a Gerusalemme, attorno al 33 d.C.
Dal balcone del suo palazzo Caio Sempronio Ioannardus guarda le strade della città. E’ quasi sera, il sole tramonta, uno schiavo silenzioso gli versa nella coppa un po’ di vino, prima della cena e lui la prende in mano, tenendola fra le dita ben pasciute.
La città formicola di vita, perché ha da poco visto da vicino la morte: ci sono state tre crocifissioni, al pomeriggio, sul Golgota; due ladroni e un esaltato mitomane, che, gli ha spiegato Pilato, il suo amico Procuratore, si credeva ed era creduto dai suoi il Re dei Giudei.
Che palle, ’sti giudei, pensa Ioannardus: hanno una fissa per la loro religione, e per il loro Dio, e quando poi si convincono che stia arrivando il loro messia, non li si tiene più in nessuna maniera. Quella terra, poi, di aspiranti messia ne produce con una certa frequenza: tutti pezzenti con qualche velleità di far la rivoluzione, mandare via da lì i Romani, et similia. Chissà perché si scaldano tanto, poi, si domanda, attorno a ’sta faccenda del Messia: deve essere il caldo e il clima, deduce, pensando alle verdi e placide colline attorno alla sua Bononia, dove la vita è dolce e il cibo buono. Mangiassero meglio e non avessero quel caldo torrido ed il deserto attorno ad assediarli, non starebbero a perder tempo con queste cazzate, i beduini: i Messia, le promesse del loro Jahvè, vai a sapere che altro ancora. Avrebbero accettato, come gli altri popoli, volentieri il giogo di Roma, che Iovannardus conosce così bene perché ne fa parte e all’ombra del quale prospera. In quale altro impero lui, che non ha il fisico per la dura vita del militare, né la sottigliezza dialettica o l’intelligenza acuta per il potere vero, potrebbe infrattarsi in un comodo impiego da burocrate, seppure occupato in faccende di secondo piano, ai confini del mondo?
Roma è una fede accomodante per chi la abbraccia: ti consente di fare ciò che vuoi purché tu non crei impacci. Non è un Ordine assoluto, è un ordine che fila liscio e così vuol continuare a filare. Se c’è un intoppo, lo si rimuove. Velocemente. Con la dovuta brutalità, se è il caso. Un impero è un impero, non un gioco da signorine; ma è così ben organizzato, poi, quell’impero, che le signorine al suo interno possono anche starci, e fingere di non vedere e non sapere: perché il lavoro bruto lo fanno gli altri, e ai burocrati come Iovannardus resta solo da minimizzare qualche danno troppo evidente, se mai a qualcuno viene la voglia di chiedere spiegazioni.
“Il Procuratore Pilato..” annuncia lo schiavo, con voce ovattata.
“Oh mio caro! – Sorride Iovannardus, vedendo entrare l’amico – Prendi anche tu un po’ di Falerno! Ma cos’hai? Il caldo? Sei pallido, ti vedo un po’ provato..”
Pilato si scosta la toga, l’aria gli manca: “Può essere. O i pensieri. Sai, delle volte, anche se sei abituato alle esecuzioni…oggi per esempio, con quell’Yoshoua ben Joseph…”
“Ah, il mitomane..”
“Sì, non c’è dubbio..però poveretta, la madre mi ha fatto una pena..in fondo condannarlo a morte già era tanto, ma poi lasciarlo riempire di botte, di frustate, consegnarlo così in balia di fanatici che gli han fatto di tutto perché sapevano che noi non saremmo intervenuti… forse avrei dovuto pensarci meglio. In fondo Roma è la legge, per tutti, e tutti si devono sentire garantiti da noi…”
Iovannardus sorride e gli porge una coppia di vino fresco.
“Pilato, ma che discorsi, dai…era un matto, frequentava gente ai margini, puttane, pezzenti, rivoluzionari…tipi del genere finiscono male per la vita che fanno, se l’è andata a cercare. Vorrai mica farti un processo te, adesso! Sono cose che capitano e la colpa è sua.”
Pilato appoggia le labbra e sorbe il vino. “Già.”
Essendo un racconto, non si fa riferimento ad avvenimenti o personaggi reali. Anche perché certi personaggi sono eterni e allignano in ogni epoca, purtroppo.

“Nel momento in cui ci si chiede il significato ed il valore della vita, si è malati.”
S. Freud
L’ho visto sullo scaffale, ieri pomeriggio, e non ho saputo resistere. Con tutto che è un volumazzo di quasi duemila pagine, e solo per sollevarlo ci vuole l’aiuto dell’Incredibile Hulk. Ma era lì, mi guardava come se stesse proprio aspettando me, Sigmund Freud 1886-1921, Opere. E l’ho dovuto prendere, per una sorta di riflesso condizionato cui non so oppormi, una patologia che il vecchio Sigmund avrebbe fatto bene ad indagare.
Siamo vecchi amici, io e lui: la prima volta che ho preso in mano l’Interpretazione dei sogni avevo forse quindici anni, ed è stato amore a prima lettura. Mi sono chiusa in camera per tre giorni, riemergendone, alla fine, solo per uscire ed andare a comprami il resto: la Psicopatologia della vita quotidiana e Totem e tabù. Me li scammellai al mare, sotto l’ombrellone, con le mie cugine che mi guardavano preoccupate, offrendomi in cambio qualche romanzo di spionaggio.
“Ma non vuoi un Bond?” chiedevano.
“No, no, Vuoi mettere questo, quanto tiene più col fiato sospeso?Poi non fa che parlare di sesso…”
L’ho riaperto ieri, tirandolo fuori dal cellofan della libreria, e l’effetto è stato lo stesso. Freud a me ha sempre preso più di qualsiasi romanzo, ma forse è perché come un romanzo l’ho sempre letto e come uno scrittore l’ho sempre valutato. Ciò che mi cattura, quando m’immergo nei suoi scritti, non sono, in fondo, le teorie psicanalitiche e probabilmente nemmeno le esegesi cliniche, di cui non capisco una cippa, ma l’immagine di quel suo mondo che se ne ricava.
M’ha sempre affascinato questo uomo asciutto, dalla prosa precisa e tagliente, che non ha mai cedimenti al patetico o al sensazionalistico, o come molti suoi epigoni, al misticheggiante. È un medico, uno scienziato, non ha un attimo di defaillance, un momento in cui se ne scordi, uno svarigolo verso il poetico, l’enfasi, l’emozione. Pura prosa positivista di un tizio convinto, come solo un bel positivista poteva essere, che il caos del mondo va domato. O per lo meno spiegato nelle sue linee generali. Ci vuole una bella fede nella razionalità per andarsi a mettere contro l’Inconscio, ed essere tenacemente certi di riuscire a squadernalo e renderlo intellegibile nei suoi meccanismi più nascosti. Per mettersi alla ricerca delle regole che stanno dietro all’apparente pazzia, all’isteria, ai comportamenti patologici, o a tic inoffensivi, per smontare i sogni intuendo che sono congegni precisi come orologi, per quanto sembrino parti senza senso della più sbrigliata e assurda fantasia. Più estremo di uno Sherlock Holmes, le sue deduzioni razionali si spingono là dove nessun investigatore prima aveva mai osato: dove persino Platone e gli antichi s’erano fermati, arrendendosi dinanzi al limite della sacra follia.
E interessante, sociologicamente interessante, il mondo che lui descrive attraverso i suoi casi clinici. Una società apparentemente così ordinata all’aspetto, un’epoca che non era mai stata così bella, con le signore elegantemente vestite, gli uomini incravattati, i borghesi che parevano sempre sul punto di entrare in un tabarin o ad una prima d’opera. Un mondo che immaginava se stesso come privo di preoccupazioni se non secondare le magnifiche sorti e progressive, ma che invece Freud racconta corroso da nevrosi segrete, inspiegabili isterie. Non sono i suoi malati, quelli che fanno paura, ma le famiglie sane da cui provengono, in cui i bambini vengono abitualmente molestati da bambinaie e precettori, picchiati e seviziati da padri e insegnanti, i fratelli esercitano sulle sorelle violenze sessuali, le giovani spose si rifugiano nelle fobie per sfuggire ad una vita sessuale e di coppia cui sono del tutto impreparate, e il rimosso non è un meccanismo di difesa ma quasi uno stile di vita.
Sono un grande affresco collettivo, i suoi saggi, in cui anche lui si rivela uomo del suo tempo: lui che i contemporanei accusavano di essere un immorale spregiudicato per la libertà con cui trattava gli argomenti riguardanti il sesso, si rivela nei suoi scritti bacchettone come i suoi contemporanei nei confronti degli omosessuali, della masturbazione, delle pratiche sessuali che giudica “non convenzionali”, tanto pudico che non sa trovare le parole per indicare un orgasmo clitorideo e ricorrere a perifrasi che oggi farebbero ridere qualsiasi spettatrice di Sex and the City.
Caro vecchio Sigmund, che apre le porte dell’inconscio credendo di esserne immune, così come si affida alla cocaina, pensando non dia assuefazione: esattamente come Holmes, che forse è un suo gemello letterario inconscio, o un magnifico caso di convergenza evolutiva.
Come sempre nei geni, ciò che affascina in Freud è la sua capacità di essere dentro e fuori dal suo tempo: di averne tutte le manie e i vezzi e saperlo anche guardare e analizzare in maniera distaccata. Le nevrosi degli altri sono anche le sue, e lui rimuove e sublima come e quanto i suoi pazienti. Al pari di loro è imprigionato in quella Belle Epoque che è una sfera di cristallo leziosa, decorativa e pronta ad andare in frantumi al minimo alito di vento, come i ninnoli di Nonna Speranza, o i fragili arabeschi dell’art deco. Un mondo che ha cercato la felicità vivendo di superfici, di vetrate, di ferri traforati che si arrampicano in griglie a vista, e chiude ostentatamente gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere; in cui tutto è troppo manifesto ed ordinato perché sotto e ai margini non covi qualcosa di tremendo ed indicibile; una società che si pensa e si autorappresenta come “normale”, anzi, come la più normale da che il tempo è tempo, e proprio da questa sua hybris nasce la sua rovina, quel costante terrore che la mina dall’interno, la rosica e la corrode. I tortuosi cunicoli dell’inconscio sono simili al reticolo nascosto che rimane alle spalle e sotto i grandi viali alberati e illuminati delle città, e come quelli sono pronti ad eruttare ogni genere di imprevisto, assediano il centro, gli premono attorno, ne fanno sfocare i contorni e le sicurezze, come le pennellate dei ritratti di Boldini, che sfumano nell’indefinito man mano che s’allontanano di lineamenti classici del volto.
E anche Freud è così: scrive razionalmente ma in trasparenza ci senti qualcosa, il suo malessere, oltre a quello dei suoi pazienti. Un malessere cui tenta di porre freno con la razionalità, e che nega disperatamente affidandosi alla luce della analisi, ma c’è, costante, sordo.
Amo Freud per il suo inconscio.

Nel gran guazzabuglio delle leggende di Artù, trovare un filo logico o anche solo una sistematicità non è facile: è tutto un rincorrersi di personaggi che cambiano caratteristiche e biografia da un poema all’altro, senza che sia possibile trovare una versione definitiva. Il ciclo di Artù è simile al ciclo delle leggende troiane, ma non ha mai trovato un suo Omero. Così persino i protagonisti più noti sono cangianti, hanno biografie mutevoli, sorti alternative, vite che si intrecciano e si districano in modi imprevisti e differenti da fonte a fonte. In mezzo a questo gioco di specchi c’è anche lei, Viviana, che in talune tradizioni non compare proprio, in altre di striscio, in altre ancora non si capisce bene fino in fondo che ruolo giochi e chi sia. Ma quando c’è, è una donna che lascia il segno: perché se Ginevra è in fondo un fantasma privo di vero carisma (viene sposata da re Artù, fa innamorare di sé Lancillotto, ma non le si riconosce un gesto, un atto che sia solo suo: sta lì, e lascia che il mondo le giri o le rovini attorno) e Morgana un’ombra piena di risentimento e di rabbia, Viviana no, Viviana è viva, come dice il suo stesso nome, e scapricciata, e testarda, e padrona del suo destino: è una donna, mentre le altre sono icone.
Giovane e bella, la descrivono quei pochi che parlano di lei. Anzi, giovanissima, una ragazzetta. Forse manco nobile, non è chiaro: di certo non principessa, e non aristocratica importante. Bella, sì, ma più che bella, dotata di spirito e carattere. Merlino la vede e se ne innamora. Sì, Merlino, il mago. Ma non pensate a lui come al simpatico vecchietto disneyano che brontola bonario con sulla spalla il gufo Anacleto. Il Merlino originale della saga, personaggio dai tratti sulfurei ed ambigui: che è figlio di una vergine e del Demonio, e solo il battesimo impartito da mamma ha salvato dal suo destino, ch’era quello di diventare l’Anticristo. Non è per niente bonario, quel Merlino là, ma un clamoroso figlio di buona donna: uno di quei consiglieri del Re che i Re li creano, sì, ma per gestirne il potere nell’ombra a loro esclusiva discrezione, e che i Re se li tengono buoni secondando tutti i loro più bassi istinti e tenendone nota, così assieme ne diventano complici e controllori, ed hanno sempre in mano armi sufficienti per tenerli a freno con il ricatto. Quando Uther Pendragon perde la testa per la bella Lady Igraine, già sposata con Gaulois di Cornovaglia, Merlino non si fa scrupolo di venire in soccorso al suo re per soddisfarne le voglie: lo trasforma in Gaulois per una notte, mentre il Gaulois vero è già cadavere, a patto di potersi tenere tutto ciò che quella notte nascerà nel regno. Uther Pendragon promette, gli uomini quando sono in fregola non vanno tanto per il sottile e poi crede di esser furbo, Uther, e pensa che se la caverà cedendo a Merlino il frutto di un raccolto. Ma quella notte viene concepito Artù, e nove mesi dopo Merlino si presenta a corte per reclamarlo: strappa il neonato alla culla e alle braccia di mamma, nel frattempo divenuta ufficialmente vedova di Gaulois e quindi altrettanto ufficialmente regina. Non ci sono pianti di donna, né contro offerte da parte del Re: il bimbo è frutto di quella notte, e quindi è suo, e Merlino se lo prende. Per avere quell’erede, che il Fato destina a salvare la Britannia, Merlino ha usato come pedine Uter e Igraine, così come userà anche Artù, una volta divenuto grande. Merlino è uno che usa gli esseri umani come pedine di un gioco che solo lui sa vedere, e a cui tutti sono sacrificabili: perché gli esseri umani non contano, contano solo i progetti che sono chiamati a compiere per avverare il destino. Già, sono sacrificabili tutti, tranne una: Viviana, appunto. Quando la vede, Merlino sa che rischia, anzi, è certo di perdere: vede il futuro, Merlino. Ma chiude gli occhi. Chiude gli occhi ostinato, perché quella ragazzetta gli piace, perché non ne può fare a meno, perché sente in lei l’unico essere umano in grado di stargli in pari, di giocare con lui una vera partita, perché ha furbizia, malizia, ma anche una intelligenza spregiudicata, veloce, amorale. La corteggia, trasformandosi in un bel giovane. Ma mica la freghi con una maschera, Viviana. Lei lo capisce chi ha di fronte, e sa anche di averlo completamente soggiogato. Non gli cede, nonostante lui faccia di tutto e tutto le prometta: ricchezze, castelli, l’eterna gioventù. Lei, quando si rende conto di chi le fila dietro, gli chiede invece una cosa sola: il segreto della magia. Non vuole essergli amante, o moglie, ma allieva. Impadronirsi di ogni suo segreto per giocare ancor più alla pari con lui, divenirgli davvero compagna, nel senso di uguale. E Merlino cede, anche se è conscio di firmare la sua condanna. Le insegna tutto, i trucchi e gli incantesimi, le sottili arti della divinazione, ma forse quelle ancor più sottili della politica. Si mette finalmente a nudo, con quella ragazzetta, perché da lei, da lei sola, vuole essere amato per ciò che è.
E lei lo frega. Apprende tutto e poi, al momento opportuno, gli getta addosso un incantesimo, che lo farà dormire prigioniero in una grotta, per anni ed anni. Gli toglie, più ancora che la magia, quel potere che era stato la sua ragione di vita. Lo lascia nudo perché lui nudo si era fatto di fronte a lei. Ma è una donna, Viviana, non una maschera. E lo dimostra nel prosieguo, che è squisitamente femminile nella sua logica. Divenuta potentissima come incantatrice, che fa Viviana la bella? Si presenta a re Artù per avere quelle prebende che erano del suo amante Merlino? Trama per il potere? Seduce cavalieri? No. Si crea un suo meraviglioso castello fatato. E qui raccoglie, con tenerezza materna, un giovane orfano regale, tal Lancillotto, che alleva come il figlio che non ha. Lo sa, Viviana, che, divenuto grande, se ne andrà per la sua strada. Lo sa che verrà travolto dalla passione funesta per Ginevra, dai mille intrighi della casa di Artù. Ma è il suo bambino, quel piccolo, e lei lo nutre e lo ama con affetto disinteressato, riversa su di lui tutto quell’amore che non ha mai dato a nessun uomo, neppure a colui che per averla è stato disposto a perdere ogni cosa: Viviana la stronza è un’ottima madre, per quella incredibile capacità che abbiamo noi donne di essere sempre tutto ed il suo contrario, sante e puttane, streghe e balie, pretendere troppo da chi ci vuole bene, dare tutto a chi ci lascerà sole.
Lancillotto se ne va. Parte per seguire le sue avventure, di cuore e di lancia. Viviana, la dama del Lago, resta sola, nel suo castello fatato, ad invecchiare protetta da quella magia che non ha dato la felicità a Merlino, non l’ha donata ad Artù, e non la regalerà neanche a lei, ma può darle la noia ovattata della ricchezza, ed una solitudine priva di sofferenze reali. Neppure ci dicono, le fonti, come muore e se muore, la Signora del Lago: scompare sospesa, avvolta dalla nebbia della leggenda e dalla fama di esser stata l’unico essere umano capace di gabbare il grande Merlino, pur essendo solo una ragazzetta di campagna.
Peraltro, pare che sulla vicenda non abbia mai neppure rilasciato una intervista a Sky.

No, gli innamorati non c’entrano. Dicasi coppiette, in Lazio, delle striscioline di carne di maiale lasciata ad essicare dopo essere stata generosamente cosparsa di pepe, semi di finocchio e peperoncino. Soprattutto peperoncino, a dire il vero.
Le coppiette sono una cosa a mezzo fra il cibo ed il passatempo, perché per riuscire a mangiarle ci vogliono determinazione salda, un palato che non teme il piccante e un acconcio periodo di libertà da altri impegni pressanti. Le coppiette non si mangiano, in realtà: si scardinano a morsi, ingaggiando con la carne secca una lotta di mandibole degna di una tigre dai denti a sciabola. Non sono un cibo per signorine, e nemmanco per signore bon ton: sono una lotta primigenia fra la bocca che divora e la materia che non vuol essere mangiata: richiedono tenacia e anche furbizia, nell’indovinare le vene di nervo rimaste e ciucciar loro via tutta la carne mozzico a mozzico, evitare i trabocchetti dello sfilaccio ciancicandolo a poco a poco, e gli agguati del seme di peperoncino che colpisce a tradimento, lasciandoti senza fiato.
Non sono un primo, non sono un secondo, non sono un antipasto e nemmeno un insaccato. Sono un cibo povero, poverissimo, diretto discendente di quella carne salata che i legionari romani si portavano nella bisaccia, pronti a consumarla non appena la marcia o il sadismo degli ufficiali concedevano una breve sosta, o per ingannare le eterne ore di attesa nelle notti di veglia. Vanno gustate così, in piedi o seduti sul ciglio della strada, senza pane, senza nulla, mentre l’occhio si perde a guardare l’orizzonte, anzi a valutarlo, e il ritmico battere dei denti scandisce i pensieri triturando la carne. Sono un cibo meditativo: riducono le cose alla loro semplice essenza: carne e sale, appunto, nulla di più e nulla di meno. Masticarle evoca scenari antichi, bivacchi senza fuochi accesi ai confini del mondo, soldati stanchi che non si possono permettere il sonno, e integrano così lo scarso rancio di farro che appena sporca la gavetta, infinite ore trascorse a scrutare il cielo, il mare, le selve, nel timore che ti piova addosso un nemico, un animale, un dio. Gente abituata a nutrirsi così aveva lo stomaco per fondare un impero: contadini grezzi capaci di nutrirsi con una striscia di carne e un po’ d’acqua a qualsiasi latitudine li portasse il nome di Roma, senza mollare mai, senza distrarsi, senza mai arrendersi o darsi per vinti, perché tutto ciò che si lasciavano alle spalle era sempre meno di quello che potevano conquistare davanti a sé, e la lotta quotidiana non era limitata al campo di battaglia, ma era tutto, sempre: era una lotta persino il cibo, che bisognava strappare a morsi e sudarselo persino mentre lo si metteva in bocca. L’uomo è ciò che mangia, uè.

Dato che è Ferragosto e quindi non mi legge nessuno, posso prendermi la briga di intervenire, con un post mattonazzo, nella polemica filosofica fra Vito Mancuso, Adriano Sofri ed il nostro sempre amato papa Ratzinger, il quale, in un discorso di alcuni giorni fa, ha equiparato nichilismo a nazismo, lasciando intendere, come fa di solito, che chi non si prosterna davanti ad un altare non è solo un bieco illuminista, ma un tizio che, sotto sotto, è pronto a costruire campi di sterminio o gulag, perché questa è la china su cui necessariamente sono portati a scivolare i senza Dio. Vito Mancuso, nel rispondere ad un Sofri che giustamente si scandalizzava, rincara, se possibile, la dose e chiarisce: non solo il nichilismo spinge necessariamente chi vi aderisce a far le peggio cose, ma gli atei si rassegnino: il vero umanesimo è solo quello che si sposa con la Fede; l’altro, quello degli atei, è una patacca.
Ora, io non son filosofa e tengo anche un caratterino che lévati, per cui, a sangue, quando sento codesti signori che in pratica mi danno della aspirante nazista solo perché non vado a baciar banchi nelle loro cattedrali, la mia prima reazione, confesso, sarebbe di mandarli affanculo senza tante sottigliezze, sbottando in un: “Nazista vallo a dire a tua nonna!” (Peraltro, nel caso di Papa Ratzinger c’è pure il rischio che c’indovinerei..). Ma da razionalista educata – sono una bieca illuminista molto bon ton – tento invece di rispondere usando ciò in cui credo, cioè la ragione, appunto.
Vito Mancuso comincia col dare una definizione di nichilismo:Definisco nichilismo la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia, dalla quale consegue la negazione di un punto fermo a cui il singolo debba sottomettere il suo agire e prima ancora il suo pensare.
Ok, ci siamo, la definizione mi sta bene, e, stando a questo, io sono una nichilista fatta e finita. C’è però un però, e non è un però da poco. Quella di Mancuso e di tutti coloro che lo seguono – o nel caso di Ratzinger, lo precedono – è una definizione formalmente corretta, ma, come si può ben vedere, unicamente descrittiva: spiega cioè cos’è un nichilista, ma dimentica un dato fondamentale, e cioè perché lo è diventato. Non affronta infatti quello che è il nucleo fondante dell’ateismo (e anche dell’agnosticismo), cioè il processo che porta l’ateo, ad un certo punto, a rinnegare la fede in Dio e scegliere un’altra strada. Se la fede può germogliare in modo spontaneo ed acritico – è un sentire pre-razionale, e questo lo ammettono gli stessi credenti, anzi, se ne vantano – l’ateismo o l’agnosticismo no: sono scelte che maturano con il tempo sulla base di un processo razionale, più o meno profondo e doloroso. Hanno ragione i credenti quando dicono che nessuno, probabilmente, nasce ateo: atei o agnostici, infatti, si diventa solo dopo che si è imparato ad usare il raziocinio. Il credente può essere giustamente definito come qualcuno che crede in un fondamento razionale nella storia e ritiene ci sia un punto fermo (Dio) a cui deve sottomettere il suo agire ed il suo pensare. Non è necessario, per descriverlo, aggiungere altro, perché questa sua fede germoglia da una convinzione che non è razionale, ma intuitiva: uno è credente perché crede.
L’ateo no. L’ateo e l’agnostico non credono ad un fondamento razionale nella storia perché l’hanno cercato razionalmente, magari anche con una tenace determinazione, ma non l’hanno trovato, per cui, proprio perché razionali, devono altrettanto razionalmente concludere che o questo benedetto principio non c’è proprio o, per ora, non vi sono prove sufficienti per ipotizzare che vi sia, quindi, a lume di razionalità, bisogna sospendere il giudizio. Il nichilismo non è una fede, è la conseguenza di un ragionamento scaturito dall’osservazione dei fenomeni naturali: una teoria sull’essere che viene formulata a partire dalle regole del metodo scientifico galileiano e tenendo conto del rasoio di Occam.
In realtà il problema del nichilismo, semmai, è che, molto spesso, non è per nulla nichilista: crede fermamente infatti nel metodo razionale come unico approccio possibile per rapportarsi con il mondo, e dato che in base a questo approccio razionale non trova prove certe dell’esistenza di Dio o di Valori Eterni a Lui correlati, li mette in dubbio o li rifiuta. Rifiuta anche, proprio perché non trova certezze nemmeno di questo, di considerare la Ragione come qualcosa di assoluto: la sa debole e limitata, per cui si fida di lei, ma sempre con cautela, e verificando i nessi logici passo a passo. Diciamo che il nichilista ha con la Ragione lo stesso rapporto che il democratico intelligente ha con la Democrazia: sa che ha delle falle come sistema, ma si affida ad essa perché, per ora, non riesce a trovare niente di meglio.
Ora, se accettiamo di definire questa roba che ho descritto come “nichilismo”(“razionalismo”, anche molto bieco, in realtà mi piacerebbe di più), mi pare che gran parte delle cannonate di Mancuso cadano immediatamente nel vuoto. Un umanesimo ateo o agnostico è possibilissimo, anzi, direi che l’umanesimo in sé coincide perfettamente con una visione “nichilista”, in questo senso dell’accezione: se l’umanesimo consiste nel porre l’uomo e la sua ragione al centro, il “nichilismo” è il suo frutto più naturale, mentre, semmai, è più difficile farci rientrare la Fede, che, per sua natura, mette l’Uomo in un canto, subordinandolo ad un Dio ed alle sue parole rivelate.
Altrettanto difficile e soprattutto scorretto è fare, come s’è fatto e si continua da parte dei credenti, di tutta l’erba un fascio, mischiando insieme razionalismo, individualismo, comunismo, nazismo e qualsiasi altro ismo si sia macchiato di crimini contro l’umanità, ed addebitando tutto al “nichilismo”, con il bel risultato che il nichilismo diventa responsabile di ogni disastro presente e futuro, dai campi di sterminio alle code sulla Salerno-Reggio Calabria.
Il Comunismo, per esempio, può essere ateo, ma nichilista no: costruisce infatti un sistema di valori forti cui bisogna uniformarsi, ha la graniticità di una fede, come tutti i sistemi hegeliani: il dubbio nichilista non trova posto nella sua costruzione ideologica, e infatti i nichilisti, ai tempi dell’Urss, finivano in Siberia. Il Nazismo, a ben vedere, non è neppure ateo, semmai paganeggiante e spiritistico: Hitler si considerava una sorta di messia inviato da Dio e tutta l’etica nazista è intrisa di richiami allo Spirito e infarcita di pratiche esoteriche e deliri irrazionali alla Madame Blawatsky. Quanto al resto degli esempi portati da Mancuso a dimostrazione che l’etica “nichilista” non porta a nulla, mi vien da ridere: non c’è nulla di nichilista nelle escort di Villa Certosa (e infatti Berlusconi si proclama un credente), né è una deriva nichilista se quest’anno un fracco di gente muore andando per boschi (più che di nichilismo mi pare si possa parlare di avventatezza, al massimo di sfiga…), e le bimbe che giocano su internet ad un videogioco che insegna a diventar veline non sono nichiliste, ma semplicemente stupidine (del resto, quando poi si vanno a leggere le interviste rilasciate dalle aspiranti vallettine si scopre che han tutte valori saldissimi e tradizionali: bramano matrimonio, figli, famiglia e credono fermamente in Dio).
Quando si dice, come dice Mancuso, che la Ragione da sola non basta a risolvere i mali del mondo, si dice un’ovvietà; peraltro si accusa la Ragione di non aver assolto ad un compito che mai si era presa e mai aveva promesso di portare a termine. La Ragione è per sua natura ragionevole: sa di non essere una bacchetta magica in grado di raddrizzare tutte le storture. E il nichilista razionale, chiamiamolo così, è conscio di ciò, oppure è solo un fanatico o un cretino (spesso le due cose vanno a braccetto) e non è più nemmeno tanto nichilista: trasforma infatti la Ragione in un assoluto, pertanto in qualcosa di assai affine ad una divinità; dunque, in pratica, ammanta la Ragione di caratteri irrazionali. Il compito che la Ragione e i razionalisti si pongono non è quello di trasformare la terra in un posto perfetto, ma di renderla un luogo un po’ meno schifoso con gli strumenti che, da esseri umani, si ritrovano a poter usare, cioè il cervello ed il buon senso. I quali escludono, a priori, i campi di sterminio nazisti, i gulag, le costrizioni violente esercitate sugli individui che non la pensano come noi, e gran parte di quei comportamenti idioti che Mancuso stigmatizza come frutto obbligato del “nichilismo”.
Quindi, professor Mancuso, mi perdoni, ma l’accusa di esser sulla china per diventar nazista perché non credo in Dio, se la può riprender tutta, assieme a quella di non poter essere una vera “umanista” in quanto agnostica. Lei è convinto che si possano amare gli essere umani veramente solo se li si crede un riflesso di Dio e pedine di un Suo Progetto; io penso che li si possa amare e difendere per quello che sono, per quanto imperfetti e a volte addirittura irritanti, e anche se un domani si dovesse scoprire che Dio nemmeno esiste ed il Progetto non c’è. Se non è vero “umanesimo” questo, abbia la cortesia di spiegarmi cos’è.

Grazie ai suoi agganci nel mondo dell’archeologia, la vostra Galatea è in grado di pubblicare una esclusiva MONDIALE! L’intervista ad Ahiram, il fantasma di uno dei 30 fenici sepolti nelle tombe che si trovano, stando alle dichiarazioni del Premier Silvo Berlusconi, sotto a Villa Certosa.
Galatea: E allora, signor Ahiram, come ci si sente, dopo tanti secoli, ad essere di nuovo al centro del mondo?
Ahiram: Guardi, sinceramente ne avrei volentieri fatto a meno… sa, almeno da morto, speravo di stare in pace. Però, che vuole, ci ha proprio costretto a far qualcosa, quel tizio…
G: Scusi, cosa intende?
A: Be’, insomma, cerchi di capire… uno arriva sopra la tua tomba, ti sconvolge la vita… pardon, la morte… e tu sei costretto ad intervenire!
G:In che senso?
A: Ragazza mia, ma mi scusi, lei e quel suo Presidente del Consiglio non l’avete mai letto, chessò, Pet Semetary di Stephen King? Manco visto il film? No? Insomma, dài, è noto: se uno va ad intrugliare nei pressi degli antichi cimiteri si tira addosso una sfiga che lévati.
G: Quindi vuol dire che tutti i guai di Berlusconi… siete stati voi?
A: E benedetta figliola, chi credeva che fosse stato? Il PD???? (ride)
G: Be’, lui diceva i Comunisti…
A: Ecco, vede? S’era ben reso conto che c’entravano i fantasmi, ma non aveva capito quali. I Comunisti! (Ride) Mi scusi, mi fa venire le lacrime alle orbite! Quelli sono talmente defunti, ma talmente defunti, che ormai nell’Aldilà gli han tolto persino lo status di ectoplasma e la licenza per girare l’Europa, peggio delle compagnie low cost. Del resto, li posso anche capire: prenda Lenin, ad esempio. Quando ha saputo che qui da voi i suoi eredi sono considerati Castagnetti e Franceschini, povero caro, gli è venuto un coccolone che se non era già morto ci restava secco… comunque, non divaghiamo.
G: Ecco, appunto. Mi dica, voi come c’entrate con i problemi di Berlusconi?
A. Bene, si metta nei nostri panni, che tra l’altro, se lo lasci dire, una tunichetta trasparente come quella delle nostre donne, le starebbe benino, sa? Insomma, noi ci eravamo cercati con tanto impegno un bel posticino tranquillo per la nostra necropoli, più di 2000 anni fa: spazioso, vista mare, in breve, un paradiso. Per secoli, pace eterna. Poi, una mattina, Divino Melkart! Un caos che non ne sentivo uno uguale dalla caduta di Cartagine! Ruspe, caterpillar, operai! Ci siamo spaventati a morte, ci siam detti: ecco, è finita la pacchia, sono arrivati gli archeologi!
G: E invece?
A: E invece! Magari! Perché, se lo lasci dire, io contro gli archeologi non ho nulla: sono professionisti, a far il loro lavoro hanno anche una certa grazia… per dire, mio cugino, gli hanno disseppellito la tomba con una tale precisione, a Tharros: spazzettata tutta, ripulita, e rimesse a posto persino un paio di costole dello scheletro che si erano spostate con il tempo! Alla fine era quasi meglio di quando gli portavano le offerte i parenti, secoli fa. Ma qui no! Un disastro! Hanno cominciato a trapanare, traforare, gettare colate di cemento, costruire un vulcano! Ma santa Ishtar, dico io, se volevamo andarci a seppellire ai piedi di un vulcano, noi Fenici, ci insediavamo ad Ischia, no, come quei fessacchiotti dei Greci!
G: E quindi?
A: E quindi, e quindi! Per carità, noi siamo persone civili, ci saremmo anche adattati, si figuri se proprio noi vogliamo romper l’anima… ma non se ne poteva più! Feste tutte le notti, bagordi, aerei che scaricavano vagonate di ragazzine urlanti, politici nudi per i giardini, letti che cigolavano in continuazione! E passi per le ragazzine, ma il resto? Ma lei si rende conto che un giorno il vulcano fasullo ha eruttato per sbaglio le tibie di mia zia? Che il mio povero cognato si è ritrovato fra teschio e collo la vasca della gelateria? E poi, signorina, io non so come dire… lei se lo immagina cosa significa sentirsi strimpellare sopra la tomba Apicella?
G: Posso immaginare…
A: Quindi siamo passati alla controffensiva. Abbiamo chiesto aiuto ad alcuni fantasmi di Haiti – sa qui nell’Aldilà siamo tutti una grande famiglia – e via, una bella macumba! Roba che la maledizione di Thutankamon è una bazzecola. Sfiga nera, in una parola, su Berlusconi e su chi gli sta accanto.
G: E avete già avuto dei buoni risultati?
A: Scusi, ma ha visto com’è ridotto già Capezzone?
G: Quindi i guai con Veronica, Mills, lo scandalo Noemi, la polemiche sulle Veline, la D’Addario, la stampa internazionale, il mal di collo, il mal di schiena…
A: Sì, sì, siamo noi! Lui viene a sfruculiarci l’eterno riposo, e noi togliamo il sonno a lui.
G: Insomma, non è un complotto comunista…
A: Signorina, per favore, che Comunisti e Comunisti. Noi siamo Fenici! Che poi, possiamo essere molto più rognosi dei Comunisti, pensi ad Annibale! Ma qui, poi, non è questione di ideologia, ma di rispetto. Voi potete anche lasciargli fare violare le leggi senza muovere un dito, ma noi no. Come diceva il vostro grande Totò: noi siamo persone serie, siamo morti.

Marianna deve andare all’opera. Dico deve, perché i suoi genitori hanno deciso di acculturarla, preoccupati a vederla sempre con nelle orecchie le cuffie dell’ipod e giù di Britney Spears. Gliel’hanno detto, che ci deve andare, come le dicono che deve andare dal dentista a mettersi l’apparecchio, e lei con lo stesso spirito ci si appresta: con l’entusiasmo di chi va al patibolo, o per lo meno ad una seduta in sala torture. Così passa da me, dalla zia putativa, con un muso lungo che tocca i ginocchi.
“Mi portano a vedere Rigoletto.” dice depressa, incrocia le braccia sotto il mento e con lo sguardo, in giro, bazzica la mia collezione di cd di melodramma, occhiandoli come se ogni dischetto fosse un suo nemico personale. Quando viene da me, di solito, si frega mp3 di Madonna e George Michael, Christina Aguillera, Duffy, gli Articolo31. Non capisce proprio come possa piacere l’opera ad una che, per il resto, dimostra, in fatto di musica, ottimi gusti.
Se c’è qualcosa che apprezzo della mia infanzia è il fatto che i miei genitori non hanno fatto niente perché diventassi colta. Mi hanno lasciato razzolare per casa così, come capita capita, senza curarsene troppo o darsi degli obiettivi. C’erano i libri, lasciati a portata di mano senza controllo alcuno, c’erano le conversazioni, orecchiabili liberamente; ecco, di dischi ce n’erano pochini, ai miei la musica non piace granché: più che altro venivo lasciata parcheggiata davanti alla tv, se volevo ascoltare qualcosa, e il qualcosa era il più delle volte lo Zecchino d’Oro. Musica classica, a casa mia, non se ne ascoltava: i miei erano stati tirati su in famiglie che gliela avevano imposta come parte doverosa dell’educazione, con il bel risultato che al sentire il trillo di un soprano tutt’oggi gli si intorcola lo stomaco: le sanno tutte a memoria, le arie, con le parole giuste e nota per nota, ma al solo intuirne accennare una scappano via. Per cui la musica è stata una scoperta tutta mia.
Me la ricordo ancora, perfettamente, la prima volta che ho sentito cantare l’opera. Avrò avuto cinque anni, se li avevo: era una domenica pomeriggio, lo so perché guardavamo Domenica In. Ad un certo punto Pippo Baudo ha annunciato che sarebbe andato in onda un film, credo di Zeffirelli, La Traviata. Mia zia, lesta lesta, si è avvicinata allo schermo – non c’erano i telecomandi al tempo – per spegnerlo, perché allora c’era credo un canale solo, quindi cambiare non era possibile.
“Nooo! Ci sono i bei vestiti!” ho detto io, perché la prima immagine era una signora mora con addosso una meravigliosa crinolina blu, tutta a balze.
“Ma guarda che è noioso, cantano!” ha replicato la zia, preoccupata.
Niente da fare: “Voglio vederlo!” ho quasi gridato, e mi sono piazzata di fronte alla tv, con le sopracciglia aggrottate e un broncio combattivo che non lasciava presagire nulla di buono, come a dire: “Provatici a schiodarmi da qui, se credi!”.
Zia non ha fatto neanche l’atto di tentare, conoscendo il mio caratterino e convinta com’era che, al primo entro dell’orchestra, me la sarei data a gambe per conto mio. Invece no, sono rimasta ipnotizzata, manco mi avessero tolto il fiato di botto. Di quello che cantavano non capivo una cippa, è ovvio, ma la musica, la musica, era una cosa che non potevi smettere di ascoltare: era bella, bella, bella, ma proprio bella, come la signora che cantava, e io una voce così non l’avevo sentita mai: pareva venire giù direttamente dal Paradiso, perfetta, eppure anche così calda: anche se non si capiva cosa dicesse, ero in grado di intuire subito quando era felice, e quando triste, e che quel Germont lì doveva mica essere simpatico, se la trattava male così.
Non sono mai diventata una melomane, e nemmeno una esperta d’opera, me ne mancano le conoscenze tecniche: non ho studiato musica seriamente, so leggere a stento un pentagramma, non so di preciso cosa sia una coloritura, un fraseggio; quando sento chi ne sa confrontare le varie versioni di un’aria, discettare con competenza sui pregi dell’interpretazione ed individuarne i difetti sto in silenzio e non metto bocca, perché non è roba mia. Ascolto l’opera come altri possono andare al cinema o al Luna Park, cioè per divertimento puro, che non vuol dire per ridere, ma per essere travolti da quello che cantano. Ecco, forse il termine giusto è che io l’opera non la ascolto, la sento, come qualcosa che vibra dentro anche se non sai esattamente spiegare dove, o perché.
Quando Violetta Valery canta Libiamo, brindo con lei, e quando poi la sento singhiozzare disperata sull’ultima lettera del mancato suocero: “E’ tardi, è tardi!”, be’ io sono lì che a momenti piango io pure, e l’istinto sarebbe montare sul palco e prendere Alfredo a calci in culo, ma non per salvarle la vita, eh, solo per chiarirgli quanto è cretino. Se Leonora intona Tacea la notte placida mi sdilinquo, non parliamo poi di o mio Babbino Caro del Gianni Schicchi, la cosa più bella che abbiano mai composto, a parer mio; tifo per Tosca smaccatamente, ché quando zompa da Castel Sant’Angelo quasi quasi mi vien da dire: “Tiè!” ai Gendarmi, e a tutto il Potere Costituito, anche se proprio non capisco mai cosa ci trovasse in quel Cavaradossi lì, che come pittore m’è sempre sembrato una ciofeca, e come eroe un mona, si fa sgamare in un un niente, quasi quasi è meglio Scarpia, che ha il fascino del Male e poi, come baritono, di solito è pure meno cicciotello…
Ma adoro anche le smagate protagoniste mozartiane, le Zerbine che son le uniche a pigliar per il sedere persino i Don Giovanni, perché, da furbe contadinotte, san bene che un amante nobile passa, ma l’importante è tenersi poi sempre di riserva un marito bifolco; le Susanne fedeli ma non stupidotte, degne mogli dei Figaro; le Fiordiligi e le Dorabelle che si scambiano i morosi, seguendo i consigli di una servetta scaltra, perché apprendono che, al di là di tutte le pretese virtù, in fin dei conti sia gli uomini che le donne son poi tutti uguali, e uno vale l’altro, via. E mi piacciono, sì, mi piacciono alla follia gli spadoni di cartapesta del Trovatore, che per essere maneggiati da Manrico devono essere smaccatamente falsi, patacconi da scena sventolati come nei vecchi film di cappa e spada, perché il Trovatore è così, un giocattolone in cui il coro si muove come la cavalleria negli western, e a Manrico gli perdoni persino la congenita monaggine e il preoccupante mammismo perché ti rendi conto che è un personaggio romantico fatto e finito, compiutamente popolare e, grazie a Dio, pensato per aver in sottofondo una bella orchestra piena, non Edipo ed il suo complesso. Mi piacciono, uh se mi piacciono, i Rigoletti e le Gilde, anche se non riesco mai a trovare alla fin fine antipatico il povero Duca di Mantova, perché a me gli impenitenti mascalzoni han sempre fatto sangue, persino quando non sono più scattanti paggi del duca di Norfòlk ma, appesantitisi per l’età, come Falstaff non possono far altro che rammentare con grazia la smilza giovinezza gaudente. Mi piace Verdi, che è come la pastasciutta: semplice ma allo stesso tempo incredibilmente raffinata, tanto che la puoi servire dove ti pare, in versione extralusso da ristorante chic o nello stand gastronomico della fiera di paese, ed è sempre buona. Ma poi perdo la testa per Puccini, e Leoncavallo, e Bizet; e se Wagner, lo confesso, invece mi lascia freddina, mi faccio proprio prendere dall’entusiasmo per Gluck, e ancor meglio per Haendel, il cui Aci e Galatea è persino all’origine del mio nick.
Cerco di spiegargliela così, a Marianna, l’opera, come un film in tecnicolor, come un grande gioco per tutti, non una esangue ed intellettuale messa in scena per colti e raffinati esperti dal sorriso congelato in smorfia di sufficienza. Sì, lo so, sbaglio, non le faccio cogliere magari le finezze, taglio via con l’accetta, farei inorridire i veri intenditori. Ma i Micheli non sono a portata d’orecchio, stanno dando pareri sulla tecnica per le cabalette altrove, o decodificano bicchieri di whiskey, e se io svacco anche un po’ nessuno mi sgrida. Così, invece di presentargliela come una penitenza o un dovuto ma forzoso omaggio alla cultura che si deve immagazzinare per far figura in società, gliela racconto come pare a me, l’opera, e mentre le spiego la trama e illustro l’evolversi della complicata vicenda fra Gilda, Maddalena, la contessa di Ceprano e i vari cornuti che il Duca dissemina allegramente nel corso di tre atti, le faccio sentire i mozziconi d’arie, il Ca-ro-no-me-chel-mio-còr che cambia come una cartina di tornasole a seconda di chi lo intona, perché con la Sutherland è proprio il sospiro di una sedicenne persa nel primo amore, trillante e zuccheroso, e cantato dalla Callas è invece una cosa che già senti piena di passione pericolosa, un t’amo e sono capace di ammazzarmi, che, per quanto dolce, avverti un brivido e capisci già che va a finir male.
Marianna ascolta, ed è già tanto. Il broncio non sparisce, ma almeno diventa più dubitoso. Alla fine mi chiede, molto perplessa ma possibilista: “Ma tu dici che mi diverto, anche?”
Sì, Marianna. Anche sì.
PS: Quasi quasi, dopo il successo con la nipotina, inauguro una sezione di Badilate di Cultura dedicata all’opera. Non da esperta, eh. Diciamo “Opera for dummies”. I veri esperti non mi massacrino: sono invitati a collaborare, ovviamente.

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.
Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.
Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”
Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”
Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.
Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.
Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.
Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.
Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.
Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.
Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.
Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.
Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.
E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.
Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.
Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.
H.Purcell, Dido and Aeneas: When I am laid in Earth.



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