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Prima o poi la rimpatriata ti frega. Puoi evitarla accuratamente per anni, trincerarti dietro una muraglia cinese di scuse e pretesti, ma c’è sempre il momento in cui qualcuno ti domanda: “Ma dai, vieni?” Quindi, quando Giulietta ed Enrica mi invitano ad un Convegno con la scusa che, in fondo, si parlerà pur sempre di Storia oltre che di Antropologia, Psicologia, Religioni, Economia, Società moderna e non so cosa, e via, può essere anche una forma di aggiornamento professionale, stavolta non ho la bugia pronta, e così mi incastrano.
Oddio, farsi incastrare è anche piacevole, perché Venezia è sempre Venezia, e quando è così ruffiana da presentarsi ammantata di luce d’oro che viene giù dritta dritta dalle nuvolette rosa, come nei quadri del Tiepolo, persino se la bazzichi sempre e a tanta bellezza ci sei abituata, per un attimo il fiato lo trattieni lo stesso. Il bello dei convegni universitari, spesso, non è tanto il convegno in sé, ma il posto in cui lo fanno: ad entrare in certi chiostri, in certi palazzi, a fare capoccetta dentro a talune biblioteche piene di scaffali in legno antico, con gran angioloni scolpiti che fanno da guardia ai libri, ti senti più intelligente a prescindere, persino se non capirai una cippa di quanto diranno i conferenzieri. La Fondazione è così: un gran palazzo cinquecentesco, doverosamente palladiano, che si apre in un labirinto di cortili nascosti, dove tutti gli alberi e i cespugli sono già in fiore, gran volute di scale, severi ritratti d’antenati alle pareti che ti guardano dall’alto con profili grifagni e un po’ schifati per tutto quel trambusto di pezzenti ai loro piedi.
La fauna da convegno è sempre uguale a se stessa, e non solo nel senso che ripropone ogni volta gli stessi tic: no, è proprio sempre la stessa perché sono proprio sempre le stesse persone. Un’occhiata e praticamente ho già riconosciuto quasi tutti: un po’ più invecchiati, imbolsiti, ingrassati, ma loro. Il Barone, ad esempio, è ancora vivace e vivo: non arzillo, ché quello è aggettivo da nonno in casa di riposo; proprio vivo vivo, con i suoi occhietti cattivi e appuntiti, che ti si appiccicano addosso come uno spillo e, anche quando sorridono per dimostrarti una garbata di simpatia, sai che devi aspettarti sempre, prima o poi, un rilievo caustico e una sottile e ben calibrata presa per il sedere. Ha la pelle rinsecchita in un intrico di rughe, pare contemporaneo della mummia di Ramses o meglio, come dice quando si presenta, di Montgomery Burns, ma tiene botta, il vecchio malefico: completo grigio, plichi di carte sotto il braccio, naso a punta che pende ormai sulle labbra ridotte a fessura, emana il calore umano di un ghiacciolo d’azoto, e non si perde un solo movimento di quelli che stanno attorno: è un Grande Vecchio per questo, del resto, perché non ha mai permesso a qualche Giovane Aitante di fargli le scarpe profittando di un momento di distrazione.
Accanto a lui la generazione dei cinquanta/quarantacinquenni, riassunta in due esemplari: lo sfigato che ancora deve pietire per andare in cattedra, e è impantanato nel rango di Eterno Associato, Valsecchi, e Lui, il Giovane Maestro già asceso alla gloria dell’ordinariato.
Il primo ha la faccia smunta e pallida di chi è provato ed al limite della umana sopportazione, perché sì, certo, è noto che le attese accademiche possono essere lunghe, ma la sua oramai supera ogni previsione, è un tunnel di cui non si intravvede mai la fine; l’Altro ha invece l’aria terribilmente figa di chi è furbo ed arrivato al potere giusto in tempo per goderne tutti i vantaggi.
L’Eterno Associato non trova pace, perché le Mummie accademiche che formano il Comitato Scientifico gli fanno continue richieste: c’è sempre da trovare un foglio, segnare un numero di telefono, recuperare un cellulare per un chiamata che non può attendere, e lui sta lì e corre dietro a tutto, con lo sguardo da cocker rassegnato ed avvezzo alle brutture del mondo. Il Giovane Maestro, invece, non fa un cazzo, tranne che spandere attorno il suo innegabile fascino, che manda fuori a sbuffi, come i deodoranti ad azione programmata: ogni volta che nel suo campo visivo entra qualcosa che si muove, puff, puff, puff, per poi chetarsi non appena attorno non c’è più nessuno per cui valga la pena: ottimizzare gli sforzi, si sa, è la base per una carriera di successo.
“Cazzo! – impreca Giulia, non appena mi vede entrare in sala – scusami, non pensavo ci fosse Lui, doveva essere ancora in America, ma è rientrato in anticipo per parlare…Ti crea problemi?”
“Ma figurati, è acqua passata! – rispondo io sorridendo – Qualche settimana fa ci siamo persino andati a prendere un caffè assieme.”
Lui è in fondo alla sala, parla con il Vecchio Barone, non tanto perché abbia qualcosa da dirgli, è evidente, ma solo per rimarcare di fronte a tutti che Lui, con il Maestro, è in tale confidenza da potersi permettere di tenerlo lì a cazzeggiare senza motivo alcuno e senza che il Barone lo mandi rusticamente al diavolo, come fa d’abitudine e per vezzo con gli altri scocciatori. La sua prima reazione è quella di far finta di non avermi notato, tutto preso dalla conversazione con il Grande Vecchio e dal contemporaneo impegno di tenere la mano sul fianco alla giovane e bionda laureanda che s’è portato dietro, e lo guarda ammirata.
Non resisto alla tentazione di fargli un garbato ciao ciao con la manina, che manda subito in fumo il suo piano: perché il Grande Vecchio, che è dotato di un carattere orribile e di memoria fotografica, nota il gesto e l’imbarazzo dell’antico allievo, fa una rapidissima ricerca nel suo data base di facce, mi individua, e poi, con precisione da nomenclator e perfidia sottile da Fiorentino di razza, fa l’atto di venirmi incontro e dice: “Dottoressa *****! Che piacere rivederla! Quanto tempo, perché non si unisce a noi?”
Giulietta quasi si strozza a trattenere la risata che le sale dalla gola, quando mi vede aggregata alla processione dal Maestro in persona, che si avvia ad occupare la prima fila, riservata d’ufficio al suo corteggio. A bella posta il Barone mi continua a chiedere informazioni sulla mia attuale vita, come se la cosa rivestisse per lui davvero un qualche interesse, mentre l’unico scopo è quello di controllare quanto, ad ogni domanda, la faccia del suo antico allievo si congeli in un rictus per mascherare il fastidio. È sempre stato così, fra i due: il Vecchio gli ha fatto fare carriera, perché i suoi alunni carriera accademica la devono fare per principio, o perderebbe di prestigio, ma non lo sopporta, e non perde occasione per accanirsi in piccole ripicche ed umiliazioni, gestite con crudeltà sottile e mirata, perché il Vecchio Maestro, quando vuole, sa esattamente quali sono i punti deboli da colpire e non ha nessuno scrupolo nel divertirsi a farlo.
Lui ha fatto buon viso a cattivo gioco, perché non può fare altro: con una occhiata ha liquidato la laureanda, che si vede retrocessa alle file dietro – dove deve contendere un posto agli altri studenti senza raccomandazione- e tagliata fuori dalla conversazione, invisibile al Vecchio, che non l’ha mai degnata si un ritaglio di attenzione, e ignorata ora anche da Lui, che deve piegarsi al capriccio del suo antico mentore, il quale vuole vicino me: in Accademia le regole sono ferree, i patti di vassallaggio precisi: per quanto Giovane Maestro affermato ed in ascesa, nemmeno Lui può ancora permettersi uno sgarro al potere del Vecchio Dio, e dunque, cara fanciullina, per ora bye bye.
Per un attimo provo un afflato di solidarietà per la ragazza, che si guarda attorno spaesata, non capendo bene cosa sia successo. È sorpresa, con l’ingenuità di bella ventenne, che la sua bellezza e la sua età non siano sufficienti a garantirle lì di diritto l’attenzione costante di Lui e l’apprezzamento del Vecchio, e una quasi quarantenne, arrivata da chissà dove, possa soffiarle così, senza colpo ferire, il posto che ormai riteneva suo. Ma la selezione darwiniana ha leggi strane e capricciose, mi dico, e tanto vale che la bimba le impari subito: un giro nelle retrovie per qualche ora le farà vedere una nuova prospettiva di quel mondo dove, è evidente, fino a quel punto è stata trattata come una reginetta.
Il programma dell’incontro prevede l’apertura dei lavori, affidata al Giovane Maestro e Anfitrione, mentre l’Eterno Associato, mutangolo, resta seduto accanto a controllare discretamente scartoffie ed espletare noiose formalità. Lui inizia con un doveroso omaggio al Grande Vecchio. Il Barone ascolta la prolusione dell’allievo con affettata indifferenza, ma non si perde una sillaba, dacché ogni parola deve sottolineare come il suo potere sulla sua scuola sia ancora intatto e senza crepe. Quando l’allievo lo invita sul palco a presiedere ad honorem la seduta, fa con la mano un gesto vago, che significa assieme: “Via, fra noi ‘un si fanno di queste bischerate!” e assieme: “Vorrei anche vedere che ‘un me l’avessi offerto, bischero!”. Poi Lui comincia il vero e proprio intervento. La voce è suadente, il tono caldo, la relazione su un tema abbastanza vago da poterci ficcare dentro tutto e nulla, contentando i colleghi e gli studenti di ogni facoltà coinvolta senza pestare i piedi a nessuno. C’è il giusto mix di citazioni colte inserite nel punto adatto e di citazioni non colte messe proprio là dove servono, per garantirsi la complicità del pubblico vario e ritagliarsi il ruolo di intellettuale trasversale e post moderno, che non disdegna la massa, anzi, ci va a nozze. È tutto costruito per dar l’impressione di essere profondo senza troppo sforzo, di quella profondità cui però possono arrivare tutti: basta incastrare una serie di superfici in un bel trompe d’oeil a miracol mostrare, per degli ascoltatori che, in fondo, non chiedono altro che d’essere ingannati, ma con stile.
Il Vecchio Barone ascolta, gli occhietti a spillo che si appuntano ora qui ora là, il sorrisino sfottente sulle labbra. Mi guarda di sottecchi per un pezzettino, come per leggere i miei pensieri inespressi, prima di chinarsi sul mio orecchio a dire: “Uhm, sì, ha ragione, per fortuna quando decide di studiare sul serio produce cose migliori…ma per fare scena è imbattibile, nessuno come lui sa vendere fumo in volute tanto eleganti. È sempre stato un piazzista di genio, nonostante anche come studioso non sia del tutto stupido, poi. Certo, Valsecchi sarebbe meglio, ma Valsecchi, via, come si fa a promuoverlo, quel cittino?”
Forse è uno sfogo dovuto al fatto che gli sono sempre stata simpatica e che comunque, non facendo più parte del giro, è conscio che con me può prendersi il lusso di dire ciò che pensa, forse è una provocazione, per vedere come reagisco, saggiare con un esperimento quanto sia ancora coinvolta con Lui, con il loro mondo e con i loro rituali. Non gli do soddisfazione, sorrido di rimando, vagamente, come la più impenetrabile delle Gioconde, un increspo di labbra che potrebbe voler dire qualsiasi cosa: complicità, consapevolezza, disinteresse. Mi volto poi d’istinto a guardare che fine abbia fatto la laureanda: è appoggiata al muro, verso il fondo della sala, perché i compagni di corso si sono ben guardati dal volerla accanto a loro, e lei fissa loro e Lui, che l’ha scaricata, con una espressione truce e tradita; poi osservo Valsecchi, seduto alla destra del palco, una mano sotto il mento, la faccia rassegnata e scocciata al tempo stesso di chi sa che avrebbe cose più interessanti da dire, ma è consapevole che non saprebbe dirle con altrettanto fascino, e infine vedo il Barone per quello che è, cioè un uomo che ha il potere, ma non trova neppure lui il modo d’usarlo per mandare avanti quelli che sa migliori, pur se privi delle caratteristiche per piacere al Sistema. E d’improvviso mi sento sollevata, perché da qual Sistema ne sono fuori, e qualche volta essere lontani da Potere è una scocciatura, ma, ti rendi conto, è anche ciò che ti regala spazi impagabili di libertà.
Al solito, è un racconto di fantasia. Del resto, chi ha bazzicato le Università sa che tipi del genere non possono esistere.

Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché il tempo, per loro, non passi.
Quando arriva, infatti, sembra di essersi persi di vista giusto un momento fa.
Ha gli stessi begli occhi grigi che grigi non sono, ma di quel colore cangiante che, nelle giornate di nebbia, alle Zattere, diventava lo stesso della laguna, preciso preciso; li usa anche come li usava un tempo, quegli occhi, vagando di cosa in cosa, di oggetto in oggetto, senza soffermarsi mai per più di qualche secondo sopra nessuno; occhi zingari, la cui attenzione intersecavi di rado, e per poco, ma per quell’attimo, quando guardavano solo te, ti facevano sentire la regina del mondo.
Ha gli stessi capelli, sì, proprio gli stessi. Forse giusto un pizzico più sale del sale e pepe soffice in cui passavi le mani, fiera di essere la sola ad aver acquisito il diritto di scompigliarglieli, accompagnando il gesto con una risata da monella pestifera.
Ha lo stesso naso, diritto, perentorio e tagliente come il filo dei suoi ragionamenti, quando decideva di tirarli giù a piombo, senza guardare in faccia nessuno, spietati.
Ha la stessa voce, calda, pastosa, leggermente impostata, frutto d’anni di lezioni e conferenze e seminari e convegni, e tête a tête con giovani fanciulle affascinate a tavolini di caffè e infinite logomachie con colleghi, da cui usciva, esce, inevitabilmente vincitore.
Ha lo stesso cappotto, cioè no, non proprio quello, ma uno quasi identico, quindi ugualmente elegante, di buon taglio, di un blu sobrio ravvivato dalla sciarpa chiara, a ciambella, che sistema, per un nervoso riflesso condizionato di vanità, con le sue mani affusolate, pallide, dalle unghie perfette.
Ha gli stessi gesti. Il prenderti le dita fra le sue, come per caso, percorrendone la lunghezza con distratta familiarità, come chi tocca una chiave rimasta da sempre in tasca e ne carezza i contorni, per ricordarne la forma senza doversi sforzare troppo.
Parla anche nello stesso modo, il suo modo, cioè quel cantilenare apparentemente svagato e distratto che soffia via gli argomenti ad uno ad uno e poi te li riporta davanti come un’onda di marea, una risacca. Un girovagare che sembra senza meta nei meandri delle parole, ma che compone invece un disegno, il suo, comprensibile solo alla fine, quando ormai ti ci sei impantanata dentro e non riesci a scappare più.
“Sei bella. Molto più bella. Dio mio, non ti ricordavo così…”
“Io sì. Sei sempre uguale…”
Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché diavolo, un tempo, te ne sei innamorata.

Homage ad Arbasino
Il Maestro, come dice Conte, è nell’anima. Ma ciò non gli impedisce, di tanto in tanto, con capricciosa saltuarietà, di manifestarsi anche qui e là, ovunque. Il Maestro – almeno, questa è l’impressione che ne ho dacché lo conosco – è tendenzialmente onnipresente, o per lo meno ubiquo. Vive dappertutto; per la maggior parte del tempo, sui mezzi di trasporto che gli servono per i suoi spostamenti da un capo all’altro dell’universo creato. Quando lo senti, sul cellulare c’è sempre un ronzio di fondo, qualche clang clang indefinito: è il rumore del treno, o dell’aereo, o la portiera del taxi, del pulmino, del pick up; forse, chissà, l’alettone di una mongolfiera. È sempre appena arrivato, o in partenza per la prossima destinazione: fermo, mai.
Il Maestro è in fondo l’unico ricordo che m’è rimasto di un vecchio moroso, perdutosi fra le nebbie del tempo. Fece poche cose, e l’unica buona fu presentarmi lui. Perché il Maestro abbia deciso che gli ero simpatica è sempre stato un mistero; ma di simili misteri la vita del Maestro è piena, anche perché misteri, alla fin fine, non sono: il Maestro, semplicemente, come tutti i geni è altamente capriccioso. Fatto sta che, da allora, ogni volta che si appalesa a Venezia in qualche forma, non manca mai di farmelo sapere: “Dieci minuti per te, mia cara, li trovo sempre!”. Dei dieci minuti non varia la sostanza, ma l’ambientazione. Il Maestro, se ti deve concedere il suo tempo, ma di striscio, t’invita per un tè al Florian; se invece sosta in laguna più a lungo, t’apre le porte di casa sua, un appartamento sul bacino di S.Marco con visuale così ampia che, nei giorni limpidi, ti permette di contare, a momenti, quante navi stanno alla fonda fuori del Lido.
Casa: porto di mare sarebbe più adatto a descrivere l’ambiente: uno di quei porti però molto chic ed esclusivi dove le barche attraccano solo se hanno un pass rilasciato non si sa bene da che autorità, o su quali criteri. A qualsiasi ora ci metti piede, dentro ci trovi un campionario d’umanità così strano e bizzarro da domandarti se non sei inciampato nel portale che immette in una dimensione parallela. C’è la vecchia contessa-spaventapasseri o altro tipo di nobildonna assortita, meglio se con albero genealogico complicato e misto (discendente da trisavolo ungherese ma con madre americana; mitteleuropea, ma con marito brasiliano; di padre inglese, ma nonna turca; di avi polacchi, ma naturalizzata francese e così via), attrici e registi così off-off-off che ti chiedi se un palcoscenico lo hanno mai visto davvero – uno spettatore certamente no – sceneggiatori depressi di scarse fortune e cinematografari dalle fortune invece immense, scrittori, scrittrici, intellettuali dal genio troppo poliedrico per essere contenuti in una categoria sola, cantanti d’opera che sono sempre appena tornati dal Metropolitan o stanno per andarci, pittori, pittrici, filosofi, filosofe, graziosi fanciulli e fanciulle senza altra specifica e sporadici docenti universitari di economia che, inquattati nei cantoni, tengono il muso lungo a dimostrare che sono lì per dare un tocco di serietà a quel caravanserraglio di matti. Come il Maestro, anche loro vivono in carovana, perennemente a zonzo fra il convengo di qua e lo spettacolo altrove, la mostra, la prima, il festival, il ciclo di seminari o di letture, che se non sono le loro sono quelle fatte da amici o organizzate da conoscenti, e sono tutte necessarie, anzi imprescindibili: è bello scoprire un mondo in cui nessun evento si può perdere.
In mezzo alla sua corte, il Maestro è un distratto sovrano: c’è, ma pensa ad altro, perché se non è in transito il suo corpo, i suoi pensieri sono già andati più in là. Poi i pensieri, là dentro, svolazzano ad una altezza indefinita: sono sospesi nell’aere, sostenuti dal soffio cui si riducono tutte le voci dei presenti, perché gli intellettuali, ho imparato dopo poche cene, sono quelli che sussurrano con tono ovattato. A tavola è tutto un psss psss di conversazioni che vanno per accenni, e gli accenni sono fatti su persone di cui si dice solo il nome; i cognomi, fra gli intellettuali seri, devono essere una brutta roba: li omettono tutti, tranne, noto, Roland Barthes. Quello, il Barthes, lo conserva in ogni citazione; però lo pronunciano Rolanbàrth, come fosse una cosa sola: forse è per questo, chissà. Comunque, su Rolanbàrth gli aneddoti si sprecano: l’han conosciuto tutti, a quanto pare. Strano, io, a vederlo dalle foto, me lo facevo un tipo schivo; invece non c’è un cane là dentro che non ci abbia preso assieme almeno almeno un caffè, conversando sulle massime intuizioni della semiologia. Del resto, era Rolanbàrth: girando l’espresso, mica poteva parlare del tempo, no?
Il Maestro ascolta, o forse no, anzi, poi ti accorgi che sì, perché di tutta quella matassa di discorsi non si perde una parola ed è in grado, in ogni momento, di dipanarne il bandolo. Quando pare più svagato e perso, di colpo entra in campo, con una zampata letale: “Tizio?Ah, sì, certo, ho letto il suo ultimo libriccino…carino.” e, finito il carino, sorbe un sorso di vino dal calice, come se si volesse sciacquare la bocca da qualcosa che ci ha lasciato dentro l’amaro. È una carogna, il Maestro, di quelle che usano l’educazione come la peggiore delle siche: ché se ti dice un “fa schifo” puoi leggerci anche un’ombra di rispetto, ma se ti cataloga come “carino” vuol dire che t’ha sprofondato nella gehenna e per te non c’è possibilità di redenzione. Attorno a lui tutti sorridono, con fare sornione, ed annuiscono al carino, trasformandolo così in una condanna definitiva. E tornano a parlare di qualcos’altro, di qualcun altro, di qualche evento nuovamente imprescindibile, di qualche aneddoto che va raccontato o semplicemente, alla fine, del freddo, perché come parlano del freddo loro, anche del freddo, non lo fa nessuno. E io annuisco, compunta, e anche un po’ divertita, perché di una cosa mi sono resa conto: che la vita può essere bassa o alta, ma gli intellettuali, sempre, sono un’altra cosa.





Hanno lasciato detto qualcosa