You are currently browsing the category archive for the 'Atena non abita più qui' category.

gelosia

Non capisco.

E quando non capisco, diffido.

Per cui sto lì e lo guardo.

Lui guarda me, con l’espressione più innocente che gli riesce di dipingersi in viso.

Alle sue spalle, la sua libreria. Che poi è una sintesi del suo mondo. Volumi impilati, ordinati. Tomi e tomi in copertine rigide, di gran classe. Così perfetti e lucidi, senza un’orecchia, senza una piegolina sul dorso, da domandarti se poi li abbia mai veramente letti.

Dalla finestra Venezia irrompe, con i suoi rumori di fondo che non hanno uguale: lo scatarrare lontano delle barche a motore, lo sciàf sciàf della batalissa d’acqua, e i pittoreschi improperi dialettali, assieme feroci e smagati come solo gli insulti veneziani sanno essere.

Be’ non dici niente? In fondo è pur sempre una offerta di lavoro, no? La ricerca è finanziata con fondi europei. Non ci si fa ricchi, ma sono sicuri.”

Cerca di nasconderlo, ma lo conosco troppo bene per non avvertire il tono piccato che latita fra i meandri delle frasi. Il sorriso indifferente non basta a mascherarlo.

È che mi sembra strana, tutta ad un tratto, questa proposta di collaborazione. E poi da te.” dico, infine.

Colpito ed affondato. Me ne accorgo quando vedo le sue mani che si muovono sul tavolo, con uno scatto nervoso. Cercano le sigarette, come sempre quando sta tentando di sfuggire ad una domanda scomoda. Il riflesso condizionato gli è rimasto, persino se ha smesso da tempo di fumare.

In realtà è un’idea del Vecchio.”

Alla fine lo ha sputato, il rospo.

Perché?”

Vuole te per questo lavoro.”

Perché?” ripeto.

Vallo a chiedere a lui.”

Ora è il suo turno di essere sospettoso. Irritato e guardingo. Mi studia, con malcelato livore. Il Vecchio. Maledetto Vecchio. Tornato dall’ospedale. Ad occhio, più in forma che pria. Pazzo lo è sempre stato. Beffardo, poi, lo è per genetica. Cosa gli passi nella capa, un mistero. Sono insieme da una vita, ma non è mai riuscito a capirlo, il Vecchio. E la sua testa balzana. Mai.

Gli dicessi che non ne ho idea nemmeno io, di cosa ci sia sotto, non mi crederebbe. Lui è così, lo conosco. Quando si tratta della sua carriera, non si fiderebbe neanche di sua madre. Conoscendo la signora, forse avrebbe ragione, ma non è questo il punto. È che fra Lui ed il Vecchio il rapporto è sempre stato questo: tregua armata. Intervallata a momenti di odio rarefatto. Convivenza forzata gomito a gomito con distillato quotidiano di crudeltà. Parrebbe quasi un matrimonio, a vederlo dal di fuori, non un rapporto maestro-allievo.

Lui al Vecchio deve tutto. In primis è questo che non riesce a perdonargli: senza il Vecchio Lui non sarebbe nessuno, e quando è qualcuno, per tutti è solo l’allievo del Vecchio. Però non è neanche questo, a dirla tutta. Lui pensa sia questo, ma non è così. Quello che a Lui rode è altro, anche se non se lo confessa. Quello che gli rode e lo tormenta è che Lui è l’allievo del Vecchio, per tutti, sì, ma per il Vecchio no. Dal Vecchio non si è mai sentito amato. Forse nemmeno stimato più di tanto. Gli ha fatto far carriera. Lo ha imposto a forza. Lo ha innalzato. Ma sempre facendogli pesare che non vale un’ostrega. Che lo considera un ameno pallone gonfiato, vuoto e perciò adattissimo a questi tempi vuoti in cui viviamo. Un bluff che il Vecchio ha costruito a tavolino per infinocchiare i colleghi, l’Accademia tutta, secondando il suo gusto tutto toscano per la beffa atroce: lo ha usato come la sua scimmietta ammaestrata, per dimostrare che era in grado di mandare in cattedra anche una scimmietta ammaestrata e farla passare agli occhi dell’universo mondo scientifico come un prodigio di sapere.

E Lui se ne rende conto. E non è neppure questo a farlo infuriare. Perché Lui di essere un bluff, in fondo, lo capisce. Ci gode quasi nell’aver fatto fessi tutti gli altri più in virtù delle sue doti di ammaliatore che per la sua reale intelligenza. Ciò che lo dilania davvero è di non essere riuscito ad ammaliare, come tutti gli altri, il Vecchio. Lui, il grande seduttore, e il Vecchio, l’unico che non è mai riuscito a sedurre.

Si volta verso la finestra, fingendo di guardare una Venezia che non vede.

Gli sei sempre piaciuta. – dice. Con un tono che è un rimprovero, ma soprattutto un rimpianto. – Ha detto che vi siete incontrati per caso la settimana scorsa, e gli è venuto in mente che saresti la persona più adatta ad occuparti di questa ricerca.”

Sì, è vero, ci siamo visti per caso.” confermo, senza dirgli dove. Lui sa che il Vecchio gli sta nascondendo qualcosa, in questo periodo, ma non sa cosa, e ci si arrovella.

Si volta, mi punta gli occhi addosso, infuriato.

Certo. Per caso. Toglimi una curiosità, ci sei andata a letto?”

Me la sputa addosso, la frase. Come si sputano fuori di colpo gli eccessi di gelosia.

Ma lo conosco troppo bene per sentirmi in qualche modo lusingata.

Non è di me che è geloso.

È del Vecchio.

hermes caduceo

L’ospedale è una fuga di corridoi che si inseguono, si intorcolano, girano a gomito e poi sbucano in scale, scalette, scaloni che paiono ogni volta nuovi, tanto da chiederti se non siano come quelle della Hogwart di Harry Potter: come ti volti, cambiano disposizione.

Il mio medico mi ci ha spedito per fare un esame, non ho capito quanto urgente. Lo odio, il mio medico, perché quando mi ordina qualche controllo è sempre così, imperscrutabile.

Ma c’è qualcosa di grave?”

Mmm, no.”

Be’, allora aspetto…”

Mmmm, no, è meglio che lo fai subito…”

Ma non me lo danno l’appuntamento, subito, se non è urgente..”

Mmm, allora facciamo così, ti metto il timbro urgente, così lo fai…”

E ci aggiunge un sorriso punico che può voler dire tutto e nulla, e non sai se è per minimizzare qualcosa che sospetta grave ma non ti vuol dire, o perché convinto che sia una stupidaggine davvero, e non vuole farti angosciare per uno scrupolo suo.

Sia come sia, eccomi lì, a vagolare senza meta fra i vari reparti, che è come vagolare per la main steeet di un paesino del West in un film di Sergio Leone, caldo e non un’anima in giro, solo che invece dell’odore della polvere da sparo c’è quello del disinfettante da ospedale, una zaffata continua di menta andata a male o limoncello scaduto nel frigo: i disinfettanti sanitari i microbi non li ammazzano, li fanno scappare per la puzza.

Svoltando l’ennesimo cantone, capisco subito che ho sbagliato: il corridoio scalcinato che ho percorso fino ad ora si trasforma in un reparto nuovo di pacca, con un brivido d’aria condizionata che ti accoglie come alito di paradiso. I muri sono imbiancati di fresco, il pavimento lucido, alle pareti, improvvisamente, si materializzano cartelli con su scritte delle indicazioni utili (tipo: dottor Qualchetale, chirurgia toracica, di qua; dottor Santotizio, ecocardiologia, dall’altra parte) e attorno al gabbiotto della accettazione c’è un tacchettare di infermiere indaffarate, ma sorridenti e persino fighe.

Scusi – chiedo intimorita – cercavo il reparto di ginecologia”

No, è al piano superiore, segue la scala, giri a destra, poi rigiri a sinistra, poi va diritta per dieci metri…” chiarisce una delle claudieschiffer in camice.

Alla terza giravolta della spiegazione virtuale mi sono già persa, capisco che se vorrò uscirne viva dovrò fabbricarmi lungo il corridoio un paio d’ali di cera modello Icaro. Sto già meditando su come procurami delle penne d’uccello per la bisogna, quando alle mie spalle sento un soffio:

Dottoressa *****!”

Mi volto. Dinanzi a me c’è una donna minuta. Ha il volto stanco, ma per il resto è perfetta: capelli raccolti in uno chignon, trucco leggero, camicia e pantaloni che, nonostante siano di lino, cadono senza una piega, sorriso velato da un’ombra di tristezza, ma educatissimo. Aggiungendo panico al panico, tento di recuperare nell’archivio della memoria un nome da associare a quel volto. Dopo qualche attimo di stand by il cervello ci riesce: è la signora ****, la moglie del Vecchio Barone.

Signora Ludovica! – faccio stupitissima, perché la Signora ha abitudini precise, che comprendono solitamente viaggi in giro per il mondo e lunghe soste a Cortina, nelle villa avita in Toscana o a Rapallo, ma non stazionare in un reparto ospedaliero – Ma… cosa ci fa qui? Sta poco bene?”

Lei tira un sorriso sul volto: “No, io fortunatamente sto benissimo… è Guido che sta facendo accertamenti… sa, il cuore…”

Trasecolo.

Caspita, mi dispiace! Non ne sapevo niente! Giulia non me l’ha detto…pensavo che il professore fosse in vacanza..”

Lei si morde impercettibilmente il labbro, come se d’improvviso si fosse resa conto di aver detto troppo; si ferma per un attimo perplessa, forse valuta la situazione sua e la mia, sospesa tra il bisogno evidente di sfogarsi con qualcuno e l’opportunità di farlo con una persona che fa pur sempre parte, anche se in maniera molto lata, dell’entourage del marito, contravvenendo quindi ad un suo specifico ordine. Ma la voglia di parlare ha la meglio e poi sa bene che io, in università, non sono ormai altro che una presenza occasionale e avventizia, praticamente una lontana cugina che di tanto in tanto passa a salutare o s’invita al banchetto di un qualche matrimonio.

No, ha voluto lui che non lo si dicesse a nessuno…non gli garbava. Ha paura che lo considerino già con un piede nella tomba…quando invecchiano gli uomini sono tutti così: insicuri.” E sorride, con quell’affettuoso distacco che si riserva ai vecchi cani di casa e ai mariti sposati da molti anni.

Nel corridoio, una porta si apre: il Vecchio Barone esce, mentre il medico all’interno lo accompagna sull’uscio, deferente: è un giovane dottorino, addetto alle ecografie ed agli esami di secondaria importanza, ma si vede da come suda che il Primario deve avergli ben inculcato in testa che quel paziente va trattato come si tratta un’autorità, e lui lo coccola e lo incensa con tutta la buona volontà d’uno scolaretto diligente.

Ludovica..” chiama, con voce vagamente lamentosa.

Poi s’accorge della mia presenza, chiama le vertebre sull’attenti e aggiunge, con un tono immediatamente più virile: “Ah, Dottoressa *****!”

Si picca di mantenersi sempre identico, il Vecchio. La pelle è una cartapecora color bronzo, perché si sa che il Barone quando non è in Università o ad acchiappare aerei per convegni, veleggia per i sette mari, o nuota o scia; la faccia, sciabolata di rughe, è come al solito impenetrabile nel suo sorriso etrusco latamente carognesco, e gli occhietti sono due capocchiette di spillo che si appuntano sulle cose, le delineano come un piccolo veloce scanner e poi, dopo averle archiviate, passano ad altro. Però ora, nella luce al neon del corridoio ovattato, la curva delle spalle sembra un po’ più pesante del consueto, e l’abbronzatura nasconde, sotto, una sfumatura di pallore secco, appena accennato, invero, come appena un’ombra è la paura che leggi in fondo allo sguardo.

Quanti anni ha, il Barone? È la prima volta che me lo domando davvero. Lo abbiamo sempre chiamato il Vecchio, ma non è stata l’anagrafe ad imporre il titolo: il Barone è un Venerabile Anziano per nascita, non si riesce ad immaginarlo giovane come non si riesce ad immaginarlo che Barone: come il suo conterraneo Tagete è nato vecchio e già edotto in tutte le arti. Risalire alla sua data di compleanno è un’impresa, perché, con una punta di vanità, non la mette neppure nei risvolti dei suoi libri, e non la festeggia mai, ma, a conti fatti, deve essere coetaneo di mio padre, forse anche con qualche anno di meno: salito in cattedra quand’era infante, non è ancora stato pensionato d’ufficio, il che vuol dire che non arriva ai settantacinque. Qualsiasi sia la sua età, ora la dimostra tutta, anzi, il sorriso tirato che si impone di sfoggiare adesso che mi ha riconosciuto gli regala qualche annetto in più.

Anche lei qui per qualche controllo?”chiede.

Si sforza di essere cortese, ma lo si sente imbarazzato, come un bimbo sorpreso a fare qualcosa che nessuno si aspetta da lui; infastidito, ma non dal fatto che io sia lì, e l’abbia visto, no: è proprio che lui ci si sia fatto trovare a dargli noia: come se la sua vita di Gran Barone e una corsia d’ospedale fossero due universi paralleli che non erano destinati a tangersi mai, e aver consentito loro di entrare in contatto fosse stata una svista imperdonabile, una debolezza di cui ci si deve vergognare.

Oh, sì, ma ho sbagliato reparto, devo andare in ginecologia. Del resto, si sa, ogni tanto bisogna fare il checkup annuale, no?” dico con l’intenzione di lanciargli una ciambella di salvataggio.

Lui ci si aggrappa come ad un naufrago: “Eh, certo, certo, il checkup annuale! Anche io, come vede… che vuole, questi mediconzoli son così pignoli! Se non venivo a farlo, non mi lasciavano più campare in pace! Per fortuna che ‘un gli si dà soddisfazione!”

Ride. Non l’ho mai sentito ridere prima: il Vecchio Barone, di solito, è come l’oracolo di Delfi, va per accenni: quando proprio si sbilancia, manda fuori un ghignetto cattivo che dura pochi secondi e scompare, tanto che subito dopo ti domandi se c’è stato davvero o non l’hai sognato tu. Invece stavolta ride forte, per convincersi di essere molto, molto, molto divertente e divertito. Ma gli occhietti, puntati su di me come due calamite, non ridono: sono scuri, bui ed impauriti, e paiono solo dire: “Ti prego, fammi capire che starai zitta, che non dirai a nessuno di avermi visto qua, in queste condizioni.”

Io gli sorrido di rimando, per fargli intendere che non ho nessuna intenzione di violare un segreto, di cui, del resto, non mi importa granché.

Figuriamoci se lei darà mai soddisfazione a qualcosa, professore.” celio.

Lui china il capo, con un cenno di assenso che invero è puro e semplice sollievo.

Segue un saluto frettoloso. Vedo di sfuggita, mentre imbocco una nuova giravolta di scale, la signora Ludovica che gli prende la mano, come farebbe per un nipotino testardo, e lui, cui crollano improvvisamente le spalle e il profilo diventa ancor più affilato, che si afferra a a braccio della moglie, come fosse una boa cui aggrapparsi, in mezzo ad un gran mare in tempesta. Lo immagino percorrere il corridoio lento, passo dopo passo, lui abituato ai suoi corteggi infiniti di assistenti, dottorandi, studenti e studentesse che scodinzolano e sgomitano per meritarsi un blando cenno di riconoscimento. So quanto le ama, quelle teorie di famigli che lo seguono per ogni dove e che lui pretende di avere sempre attorno perché devono fargli compagnia e al tempo stesso servire da monito ai colleghi e da perenne promemoria che lui può tutto ciò che vuole. Ma lì dentro, adesso che si sente solo ed è fragile, non si può far seguire da quel nugolo di gente che normalmente usa come barriera, come schermo fra sé e il mondo e come continua conferma di ciò che è e possiede. Non possono essere lì perché lo vedrebbero senza forza, impaurito, basito di fronte al male, titubante: insomma, umano. Non si può mostrare loro debole, o li perderebbe per sempre, perché è la sua forza che li tiene attorno a lui.

Il potere dà tante cose, sì, ma non ti concede neppure un raffreddore.

fionda2

Almeno una volta al mese, è il nostro rito: Roberto su questo non transige. Il nostro pranzo del terzo giovedì è l’unica tradizione sacra che lui, agnostico su tutto, rispetti con religiosa convinzione. Ci conosciamo da diciotto anni: la nostra è una di quelle amicizie che hanno una data di inizio precisa, che si può scrivere sul calendario: era il mio terzo giorno di università, e, da brava matricola, ero così spaesata che non riuscivo a trovare nemmeno i bagni. Mi sedetti su un muretto, per cercare di trovare il bandolo di quell’immane casino che chiamavano Dipartimento; lui entrò nel cortile e si piantò a due passi dal muretto medesimo, con dipinta in faccia una espressione ancor più perplessa e confusa di quella che avevo io. Ci scambiammo un’occhiata. Mi fece tenerezza, con quell’aria tanto inoffensiva, i capelli scompigliati, lo sguardo mite da peluche finito per errore nella centrifuga della lavatrice: teneva in mano, aperta, una piantina di Venezia che continuava a consultare, senza accorgersi di leggerla per il verso sbagliato.

Gli sorrisi. “Ti serve aiuto?” dissi, scambiandolo per uno studente in crisi come me.

Direi proprio di sì…” sorrise lui di rimando, facendomi scoprire in un botto due sole cose: la prima, che di solito un professore universitario è la prima vittima del casino del suo stesso Dipartimento, e la seconda, e più importante, che anche un ragazzo non proprio bello, quando sorride così, diventa meraviglioso.

Sono passati gli anni, e le due considerazioni di allora sono ancora valide: quando sorride Roberto diventa più bello di Brad Pitt, ma, in compenso, nonostante da ricercatore sia oggi diventato associato, non è mai riuscito a venire a capo del caos che regna incontrastato nel suo Ateneo.

Quando entro nel suo studio, lo disseppellisco da sotto una pila di tesine, bozze, fotocopie e scartoffie assortite, che si accumulano da ere imprecisate sulla sua scrivania. Sono sempre affascinata dal materiale che si può trovare là dentro, è che è archiviabile sotto una sola voce: di tutto. Roberto, tecnicamente, sì, dovrebbe occuparsi di filologia greca, ma in pratica è un lettore talmente onnivoro che può interessarsi a qualsiasi branca dello scibile umano, ed in ogni singolo libro trova sempre un lacerto di informazione che gli serve a chiarire qualche altro lato oscuro dei suoi studi. Per cui la sua scrivania non è solo una sorta di cantiere in cui emergono pinnacoli di volumi da stratigrafie di carte, ma da ogni volume sporgono linguette e post it di vari colori e forme, con rimandi criptici vergati in calligrafia minuta, i quali creano una complicata rete di percorsi fra le pagine, una ragnatela di rimandi incrociati che solo Roberto sa districare e fra cui lui soltanto riesce ad orizzontarsi. Un altro essere umano, di fronte a quell’informe caos primigenio, resterebbe basito; Roberto, invece, dato che si tratta del suo personale caos, sa sempre esattamente ritrovarcisi: se gli serve un’idea, una citazione, un libro, lo brinca a colpo sicuro, e da quel punto di partenza ricostruisce poi tutto il percorso, in avanti o a ritroso: se mai Dio esiste, ho sempre pensato debba avere una testa come quella di Roberto: per questo riesce a vedere un perfetto cosmo in quello che a noi comuni mortali sembra solo un’accozzaglia senza ordine di roba buttata là.

Quando però arrivo, stavolta, Roberto è al solito sepolto dai suoi libri, ma è di un umor nero palpabile e feroce. Capisco il motivo quando mi rendo conto che, cosa per lui strana, non sta leggendo un saggio, ma ha aperta davanti a sé la prima pagina di un settimanale, da cui occhieggia la faccia sorridente del Premier, e sotto vengono annunciate nuove rivelazioni sugli svaghi nelle sue ville sarde.

Che… schifo!” commenta, sputando fuori le sillabe come fossero veleno. C’è un solo momento in cui Roberto è persino più caruccio di quando sorride, ed è quando si indigna. Perché da persona mite e dabbene, non si lancia mai in tirate moralistiche, prese di posizione ideologiche o in sfuriate un tanto al chilo: la sua è una rabbia contenuta ma meticolosa, sabauda come le sue origini. Per farlo prorompere in quel “Che schifo!” con punto esclamativo finale ha dovuto lavorare per anni, come la goccia che scava la lapide, ma adesso non la tiene più, è un fiume in piena: “Io mi vergogno, cazzo, ma ti rendi conto? Ci sono amici che mi hanno telefonato dall’estero per questa merda, e io non so cosa rispondere! Siamo lo zimbello del mondo!”

Dai, andiamo a mangiare, va’.” gli faccio io, prendendolo per mano, come si farebbe con un bambino che hai paura si agiti troppo e gli venga un coccolone.

La piccola osteria in cui ci rifugiamo è uno di quei prodigi che ogni tanto le città d’arte conservano: un localino che quando lo vedi dal di fuori pare un buco sporco, perché concede le sue meraviglie solo a chi è ben introdotto con il padrone: è il suo modo di salvarsi dall’invasione del turistame, tenere nel retrobottega quattro tavoli piccini picciò, in cui vengono servite delizie a prezzi quasi abbordabili. Quando entriamo, subito ci accorgiamo che non siamo i soli a conoscere l’arcano del ristorante: all’altro tavolino c’è assiso il Vecchio Barone, con tutta la sua corte, formata da Lui, da Valsecchi, un paio di dottorandi esangui e un duo di fanciulle abbronzatissime e bionde come delle piccole Paris Hilton della cultura.

Professor ******, Dottoressa *****!”

Il Vecchio Barone, non appena ci riconosce, si apre in un sorriso, o almeno in qualcosa che ci assomiglia da vicino, scostando di un’anticchia le labbra sottili, che paiono una ferita. In fondo, Roberto ed io gli stiamo simpatici, pur essendoci noi tenuti sempre ad una certa distanza dalla sua cerchia; non escludo, anzi, che sia stato proprio questo a far nascere la sua inclinazione: abituato da sempre a venire braccato da questuanti in cerca del riverbero di gloria che tocca chiunque gli si avvicini, il Vecchio Barone nutre una forma tutta particolare di rispetto per chi non gli chiede nulla e quasi lo evita: giudica costoro individui stupidamente orgogliosi, o spesso anche stupidi e basta, ma li gratifica di una specie di riconoscenza muta: la sua curiosità è stuzzicata da un comportamento che va contro ciò che, in tanti anni di baronaggine, ha stabilito sia la regola generale, ovvero il mero calcolo opportunista; e siccome il Vecchio Barone è potente, ma assediato dalla noia di vedere le sue previsioni sul mondo sempre e inequivocabilmente confermate, scovare qualche esemplare umano che gli dona il brivido di un imprevisto lo diverte.

Al suo cenno di saluto, i membri della corte, senza fiatare, spostano le sedie per accoglierci: ogni invito del Vecchio Barone non è affatto un invito, ma un cortese cenno d’ordine. La geografia del tavolo si riorganizza sulla base di una nuova gerarchia: a capo il Vecchio Barone, alla destra Lui in tutto il suo fulgore, con l’aria affascinante e svagata di un S.Giovanni appena appena un po’ passato d’età per ricoprire il ruolo; subito dopo una delle bionde, che ravviso subito come la studentessa già intravista al suo fianco all’ultimo convegno in cui c’eravamo incrociati: a confermarmelo è il broncio che mette su non appena mi riconosce. L’altra Paris è seduta accanto al Vecchio Barone, e, a colpo d’occhio, mi accorgo subito che è giovane sì, ma non così tanto come poteva apparire a prima vista: forse è una dottoranda, forse addirittura una ricercatrice a contratto. Deve avere solo un paio d’anni meno di me. Solleva un sopracciglio e valuta la mia pericolosità come concorrente: ha visto il sorriso del Vecchio, e ora soppesa ogni minimo dettaglio della mia persona, passando in rassegna scarpe, gonna, borsa, taglio di capelli, e poi anche la maniera in cui mi seggo accanto a Roberto, per capire che grado di intimità c’è tra noi. Il reciproco studio dura in tutto qualche lungo secondo appena: poi la Paris trentenne decide che io valgo un allerta minimo, non essendo abbastanza bionda, abbronzata e stronza per incontrare i noti gusti del Barone medesimo; ma, tanto per evitare equivoci, gli posa una mano sulla mano e gli dice, con tono di ordine perentorio: “Guido, passami il mio foulard!” che è il suo modo per piantare sulla sua testa una simbolica bandiera, stile astronauta che sbarca sulla Luna, e chiarire al mondo: “E’ mio!”

Il Barone fa un cenno a Valsecchi, che si affanna a porgere alla bella lo scialle richiesto.

Ipnotizzata da questo tableau vivant, mi sono persa l’inizio della conversazione, ma faccio presto a raccapezzarmi: Roberto, ancora in fase di indignazione acuta, sta sfogando la sua rabbia contro i divertimenti di Villa Certosa: “Insomma, uno quando è un privato cittadino può organizzarsi anche le orge, in casa, se vuole, ma quello che non accetto è che un Presidente del Consiglio prometta a ragazze facilitazioni di carriera in tv o le mandi in Parlamento solo perché sono passate da casa sua… non si può accettare che queste signorine facciano carriera in virtù dei loro rapporti personali e privati con il premier, è vergognoso, vergognoso, in un paese civile saremmo già con le barricate per le strade, io non capisco…”

Non capisce neppure perché, all’improvviso, in quel tavolo a cui sa che sono tutti antiberlusconiani convinti, cali un silenzio di gelo imbarazzato, manco lo avessero spostato di botto dentro un freezer. Le due Paris sbufficchiano perché i loro piatti non sono ancora giunti, il Vecchio Barone guarda in giro con fare distratto, Lui di punto in bianco prova uno spasmodico interesse per l’etichetta illustrante le qualità organolettiche dell’acqua minerale, e Valsecchi, il pio Valsecchi, di cui non si conoscono morose, si limita ad un vago scuotimento di testa, come a dire: “Vabbe’, ma dai, sarà mica un peccato mortale se ne rimedia un po’ così…”

Roberto rimane interdetto per l’indignazione che non scatta e mi guarda, come a chiedermi il perché. E io lo guardo di rimando, facendogli cenno di lasciar perdere, e di ordinare da mangiare.

Appena torniamo al suo studio bisogna proprio che glielo faccia, e con calma, quel discorsetto sui peccati e sulle prime pietre che è sempre così difficile scagliare.

Al solito, è un racconto di fantasia: i personaggi non esistono, e non esiste neppure l’Italia così descritta.

marionetta

Prima o poi la rimpatriata ti frega. Puoi evitarla accuratamente per anni, trincerarti dietro una muraglia cinese di scuse e pretesti, ma c’è sempre il momento in cui qualcuno ti domanda: “Ma dai, vieni?” Quindi, quando Giulietta ed Enrica mi invitano ad un Convegno con la scusa che, in fondo, si parlerà pur sempre di Storia oltre che di Antropologia, Psicologia, Religioni, Economia, Società moderna e non so cosa, e via, può essere anche una forma di aggiornamento professionale, stavolta non ho la bugia pronta, e così mi incastrano.

Oddio, farsi incastrare è anche piacevole, perché Venezia è sempre Venezia, e quando è così ruffiana da presentarsi ammantata di luce d’oro che viene giù dritta dritta dalle nuvolette rosa, come nei quadri del Tiepolo, persino se la bazzichi sempre e a tanta bellezza ci sei abituata, per un attimo il fiato lo trattieni lo stesso. Il bello dei convegni universitari, spesso, non è tanto il convegno in sé, ma il posto in cui lo fanno: ad entrare in certi chiostri, in certi palazzi, a fare capoccetta dentro a talune biblioteche piene di scaffali in legno antico, con gran angioloni scolpiti che fanno da guardia ai libri, ti senti più intelligente a prescindere, persino se non capirai una cippa di quanto diranno i conferenzieri. La Fondazione è così: un gran palazzo cinquecentesco, doverosamente palladiano, che si apre in un labirinto di cortili nascosti, dove tutti gli alberi e i cespugli sono già in fiore, gran volute di scale, severi ritratti d’antenati alle pareti che ti guardano dall’alto con profili grifagni e un po’ schifati per tutto quel trambusto di pezzenti ai loro piedi.

La fauna da convegno è sempre uguale a se stessa, e non solo nel senso che ripropone ogni volta gli stessi tic: no, è proprio sempre la stessa perché sono proprio sempre le stesse persone. Un’occhiata e praticamente ho già riconosciuto quasi tutti: un po’ più invecchiati, imbolsiti, ingrassati, ma loro. Il Barone, ad esempio, è ancora vivace e vivo: non arzillo, ché quello è aggettivo da nonno in casa di riposo; proprio vivo vivo, con i suoi occhietti cattivi e appuntiti, che ti si appiccicano addosso come uno spillo e, anche quando sorridono per dimostrarti una garbata di simpatia, sai che devi aspettarti sempre, prima o poi, un rilievo caustico e una sottile e ben calibrata presa per il sedere. Ha la pelle rinsecchita in un intrico di rughe, pare contemporaneo della mummia di Ramses o meglio, come dice quando si presenta, di Montgomery Burns, ma tiene botta, il vecchio malefico: completo grigio, plichi di carte sotto il braccio, naso a punta che pende ormai sulle labbra ridotte a fessura, emana il calore umano di un ghiacciolo d’azoto, e non si perde un solo movimento di quelli che stanno attorno: è un Grande Vecchio per questo, del resto, perché non ha mai permesso a qualche Giovane Aitante di fargli le scarpe profittando di un momento di distrazione.

Accanto a lui la generazione dei cinquanta/quarantacinquenni, riassunta in due esemplari: lo sfigato che ancora deve pietire per andare in cattedra, e è impantanato nel rango di Eterno Associato, Valsecchi, e Lui, il Giovane Maestro già asceso alla gloria dell’ordinariato.

Il primo ha la faccia smunta e pallida di chi è provato ed al limite della umana sopportazione, perché sì, certo, è noto che le attese accademiche possono essere lunghe, ma la sua oramai supera ogni previsione, è un tunnel di cui non si intravvede mai la fine; l’Altro ha invece l’aria terribilmente figa di chi è furbo ed arrivato al potere giusto in tempo per goderne tutti i vantaggi.

L’Eterno Associato non trova pace, perché le Mummie accademiche che formano il Comitato Scientifico gli fanno continue richieste: c’è sempre da trovare un foglio, segnare un numero di telefono, recuperare un cellulare per un chiamata che non può attendere, e lui sta lì e corre dietro a tutto, con lo sguardo da cocker rassegnato ed avvezzo alle brutture del mondo. Il Giovane Maestro, invece, non fa un cazzo, tranne che spandere attorno il suo innegabile fascino, che manda fuori a sbuffi, come i deodoranti ad azione programmata: ogni volta che nel suo campo visivo entra qualcosa che si muove, puff, puff, puff, per poi chetarsi non appena attorno non c’è più nessuno per cui valga la pena: ottimizzare gli sforzi, si sa, è la base per una carriera di successo.

Cazzo! – impreca Giulia, non appena mi vede entrare in sala – scusami, non pensavo ci fosse Lui, doveva essere ancora in America, ma è rientrato in anticipo per parlare…Ti crea problemi?”

Ma figurati, è acqua passata! – rispondo io sorridendo – Qualche settimana fa ci siamo persino andati a prendere un caffè assieme.”

Lui è in fondo alla sala, parla con il Vecchio Barone, non tanto perché abbia qualcosa da dirgli, è evidente, ma solo per rimarcare di fronte a tutti che Lui, con il Maestro, è in tale confidenza da potersi permettere di tenerlo lì a cazzeggiare senza motivo alcuno e senza che il Barone lo mandi rusticamente al diavolo, come fa d’abitudine e per vezzo con gli altri scocciatori. La sua prima reazione è quella di far finta di non avermi notato, tutto preso dalla conversazione con il Grande Vecchio e dal contemporaneo impegno di tenere la mano sul fianco alla giovane e bionda laureanda che s’è portato dietro, e lo guarda ammirata.

Non resisto alla tentazione di fargli un garbato ciao ciao con la manina, che manda subito in fumo il suo piano: perché il Grande Vecchio, che è dotato di un carattere orribile e di memoria fotografica, nota il gesto e l’imbarazzo dell’antico allievo, fa una rapidissima ricerca nel suo data base di facce, mi individua, e poi, con precisione da nomenclator e perfidia sottile da Fiorentino di razza, fa l’atto di venirmi incontro e dice: “Dottoressa *****! Che piacere rivederla! Quanto tempo, perché non si unisce a noi?”

Giulietta quasi si strozza a trattenere la risata che le sale dalla gola, quando mi vede aggregata alla processione dal Maestro in persona, che si avvia ad occupare la prima fila, riservata d’ufficio al suo corteggio. A bella posta il Barone mi continua a chiedere informazioni sulla mia attuale vita, come se la cosa rivestisse per lui davvero un qualche interesse, mentre l’unico scopo è quello di controllare quanto, ad ogni domanda, la faccia del suo antico allievo si congeli in un rictus per mascherare il fastidio. È sempre stato così, fra i due: il Vecchio gli ha fatto fare carriera, perché i suoi alunni carriera accademica la devono fare per principio, o perderebbe di prestigio, ma non lo sopporta, e non perde occasione per accanirsi in piccole ripicche ed umiliazioni, gestite con crudeltà sottile e mirata, perché il Vecchio Maestro, quando vuole, sa esattamente quali sono i punti deboli da colpire e non ha nessuno scrupolo nel divertirsi a farlo.

Lui ha fatto buon viso a cattivo gioco, perché non può fare altro: con una occhiata ha liquidato la laureanda, che si vede retrocessa alle file dietro – dove deve contendere un posto agli altri studenti senza raccomandazione- e tagliata fuori dalla conversazione, invisibile al Vecchio, che non l’ha mai degnata si un ritaglio di attenzione, e ignorata ora anche da Lui, che deve piegarsi al capriccio del suo antico mentore, il quale vuole vicino me: in Accademia le regole sono ferree, i patti di vassallaggio precisi: per quanto Giovane Maestro affermato ed in ascesa, nemmeno Lui può ancora permettersi uno sgarro al potere del Vecchio Dio, e dunque, cara fanciullina, per ora bye bye.

Per un attimo provo un afflato di solidarietà per la ragazza, che si guarda attorno spaesata, non capendo bene cosa sia successo. È sorpresa, con l’ingenuità di bella ventenne, che la sua bellezza e la sua età non siano sufficienti a garantirle lì di diritto l’attenzione costante di Lui e l’apprezzamento del Vecchio, e una quasi quarantenne, arrivata da chissà dove, possa soffiarle così, senza colpo ferire, il posto che ormai riteneva suo. Ma la selezione darwiniana ha leggi strane e capricciose, mi dico, e tanto vale che la bimba le impari subito: un giro nelle retrovie per qualche ora le farà vedere una nuova prospettiva di quel mondo dove, è evidente, fino a quel punto è stata trattata come una reginetta.

Il programma dell’incontro prevede l’apertura dei lavori, affidata al Giovane Maestro e Anfitrione, mentre l’Eterno Associato, mutangolo, resta seduto accanto a controllare discretamente scartoffie ed espletare noiose formalità. Lui inizia con un doveroso omaggio al Grande Vecchio. Il Barone ascolta la prolusione dell’allievo con affettata indifferenza, ma non si perde una sillaba, dacché ogni parola deve sottolineare come il suo potere sulla sua scuola sia ancora intatto e senza crepe. Quando l’allievo lo invita sul palco a presiedere ad honorem la seduta, fa con la mano un gesto vago, che significa assieme: “Via, fra noi ‘un si fanno di queste bischerate!” e assieme: “Vorrei anche vedere che ‘un me l’avessi offerto, bischero!”. Poi Lui comincia il vero e proprio intervento. La voce è suadente, il tono caldo, la relazione su un tema abbastanza vago da poterci ficcare dentro tutto e nulla, contentando i colleghi e gli studenti di ogni facoltà coinvolta senza pestare i piedi a nessuno. C’è il giusto mix di citazioni colte inserite nel punto adatto e di citazioni non colte messe proprio là dove servono, per garantirsi la complicità del pubblico vario e ritagliarsi il ruolo di intellettuale trasversale e post moderno, che non disdegna la massa, anzi, ci va a nozze. È tutto costruito per dar l’impressione di essere profondo senza troppo sforzo, di quella profondità cui però possono arrivare tutti:  basta incastrare una serie di superfici in un bel trompe d’oeil a miracol mostrare, per degli ascoltatori che, in fondo, non chiedono altro che d’essere ingannati, ma con stile.

Il Vecchio Barone ascolta, gli occhietti a spillo che si appuntano ora qui ora là, il sorrisino sfottente sulle labbra. Mi guarda di sottecchi per un pezzettino, come per leggere i miei pensieri inespressi, prima di chinarsi sul mio orecchio a dire: “Uhm, sì, ha ragione, per fortuna quando decide di studiare sul serio produce cose migliori…ma per fare scena è imbattibile, nessuno come lui sa vendere fumo in volute tanto eleganti. È sempre stato un piazzista di genio, nonostante anche come studioso non sia del tutto stupido, poi. Certo, Valsecchi sarebbe meglio, ma Valsecchi, via, come si fa a promuoverlo, quel cittino?”

Forse è uno sfogo dovuto al fatto che gli sono sempre stata simpatica e che comunque, non facendo più parte del giro, è conscio che con me può prendersi il lusso di dire ciò che pensa, forse è una provocazione, per vedere come reagisco, saggiare con un esperimento quanto sia ancora coinvolta con Lui, con il loro mondo e con i loro rituali. Non gli do soddisfazione, sorrido di rimando, vagamente, come la più impenetrabile delle Gioconde, un increspo di labbra che potrebbe voler dire qualsiasi cosa: complicità, consapevolezza, disinteresse. Mi volto poi d’istinto a guardare che fine abbia fatto la laureanda: è appoggiata al muro, verso il fondo della sala, perché i compagni di corso si sono ben guardati dal volerla accanto a loro, e lei fissa loro e Lui, che l’ha scaricata, con una espressione truce e tradita; poi osservo Valsecchi, seduto alla destra del palco, una mano sotto il mento, la faccia rassegnata e scocciata al tempo stesso di chi sa che avrebbe cose più interessanti da dire, ma è consapevole che non saprebbe dirle con altrettanto fascino, e infine vedo il Barone per quello che è, cioè un uomo che ha il potere, ma non trova neppure lui il modo d’usarlo per mandare avanti quelli che sa migliori, pur se privi delle caratteristiche per piacere al Sistema. E d’improvviso mi sento sollevata, perché da qual Sistema ne sono fuori, e qualche volta essere lontani da Potere è una scocciatura, ma, ti rendi conto, è anche ciò che ti regala spazi impagabili di libertà.

Al solito, è un racconto di fantasia. Del resto, chi ha bazzicato le Università sa che tipi del genere non possono esistere.

clessidra

Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché il tempo, per loro, non passi.

Quando arriva, infatti, sembra di essersi persi di vista giusto un momento fa.

Ha gli stessi begli occhi grigi che grigi non sono, ma di quel colore cangiante che, nelle giornate di nebbia, alle Zattere, diventava lo stesso della laguna, preciso preciso; li usa anche come li usava un tempo, quegli occhi, vagando di cosa in cosa, di oggetto in oggetto, senza soffermarsi mai per più di qualche secondo sopra nessuno; occhi zingari, la cui attenzione intersecavi di rado, e per poco, ma per quell’attimo, quando guardavano solo te, ti facevano sentire la regina del mondo.

Ha gli stessi capelli, sì, proprio gli stessi. Forse giusto un pizzico più sale del sale e pepe soffice in cui passavi le mani, fiera di essere la sola ad aver acquisito il diritto di scompigliarglieli, accompagnando il gesto con una risata da monella pestifera.

Ha lo stesso naso, diritto, perentorio e tagliente come il filo dei suoi ragionamenti, quando decideva di tirarli giù a piombo, senza guardare in faccia nessuno, spietati.

Ha la stessa voce, calda, pastosa, leggermente impostata, frutto d’anni di lezioni e conferenze e seminari e convegni, e tête a tête con giovani fanciulle affascinate a tavolini di caffè e infinite logomachie con colleghi, da cui usciva, esce, inevitabilmente vincitore.

Ha lo stesso cappotto, cioè no, non proprio quello, ma uno quasi identico, quindi ugualmente elegante, di buon taglio, di un blu sobrio ravvivato dalla sciarpa chiara, a ciambella, che sistema, per un nervoso riflesso condizionato di vanità, con le sue mani affusolate, pallide, dalle unghie perfette.

Ha gli stessi gesti. Il prenderti le dita fra le sue, come per caso, percorrendone la lunghezza con distratta familiarità, come chi tocca una chiave rimasta da sempre in tasca e ne carezza i contorni, per ricordarne la forma senza doversi sforzare troppo.

Parla anche nello stesso modo, il suo modo, cioè quel cantilenare apparentemente svagato e distratto che soffia via gli argomenti ad uno ad uno e poi te li riporta davanti come un’onda di marea, una risacca. Un girovagare che sembra senza meta nei meandri delle parole, ma che compone invece un disegno, il suo, comprensibile solo alla fine, quando ormai ti ci sei impantanata dentro e non riesci a scappare più.

Sei bella. Molto più bella. Dio mio, non ti ricordavo così…”

Io sì. Sei sempre uguale…”

Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché diavolo, un tempo, te ne sei innamorata.

pensatore

Homage ad Arbasino

Il Maestro, come dice Conte, è nell’anima. Ma ciò non gli impedisce, di tanto in tanto, con capricciosa saltuarietà, di manifestarsi anche qui e là, ovunque. Il Maestro – almeno, questa è l’impressione che ne ho dacché lo conosco – è tendenzialmente onnipresente, o per lo meno ubiquo. Vive dappertutto; per la maggior parte del tempo, sui mezzi di trasporto che gli servono per i suoi spostamenti da un capo all’altro dell’universo creato. Quando lo senti, sul cellulare c’è sempre un ronzio di fondo, qualche clang clang indefinito: è il rumore del treno, o dell’aereo, o la portiera del taxi, del pulmino, del pick up; forse, chissà, l’alettone di una mongolfiera. È sempre appena arrivato, o in partenza per la prossima destinazione: fermo, mai.

Il Maestro è in fondo l’unico ricordo che m’è rimasto di un vecchio moroso, perdutosi fra le nebbie del tempo. Fece poche cose, e l’unica buona fu presentarmi lui. Perché il Maestro abbia deciso che gli ero simpatica è sempre stato un mistero; ma di simili misteri la vita del Maestro è piena, anche perché misteri, alla fin fine, non sono: il Maestro, semplicemente, come tutti i geni è altamente capriccioso. Fatto sta che, da allora, ogni volta che si appalesa a Venezia in qualche forma, non manca mai di farmelo sapere: “Dieci minuti per te, mia cara, li trovo sempre!”. Dei dieci minuti non varia la sostanza, ma l’ambientazione. Il Maestro, se ti deve concedere il suo tempo, ma di striscio, t’invita per un tè al Florian; se invece sosta in laguna più a lungo, t’apre le porte di casa sua, un appartamento sul bacino di S.Marco con visuale così ampia che, nei giorni limpidi, ti permette di contare, a momenti, quante navi stanno alla fonda fuori del Lido.

Casa: porto di mare sarebbe più adatto a descrivere l’ambiente: uno di quei porti però molto chic ed esclusivi dove le barche attraccano solo se hanno un pass rilasciato non si sa bene da che autorità, o su quali criteri. A qualsiasi ora ci metti piede, dentro ci trovi un campionario d’umanità così strano e bizzarro da domandarti se non sei inciampato nel portale che immette in una dimensione parallela. C’è la vecchia contessa-spaventapasseri o altro tipo di nobildonna assortita, meglio se con albero genealogico complicato e misto (discendente da trisavolo ungherese ma con madre americana; mitteleuropea, ma con marito brasiliano; di padre inglese, ma nonna turca; di avi polacchi, ma naturalizzata francese e così via), attrici e registi così off-off-off che ti chiedi se un palcoscenico lo hanno mai visto davvero – uno spettatore certamente no – sceneggiatori depressi di scarse fortune e cinematografari dalle fortune invece immense, scrittori, scrittrici, intellettuali dal genio troppo poliedrico per essere contenuti in una categoria sola, cantanti d’opera che sono sempre appena tornati dal Metropolitan o stanno per andarci, pittori, pittrici, filosofi, filosofe, graziosi fanciulli e fanciulle senza altra specifica e sporadici docenti universitari di economia che, inquattati nei cantoni, tengono il muso lungo a dimostrare che sono lì per dare un tocco di serietà a quel caravanserraglio di matti. Come il Maestro, anche loro vivono in carovana, perennemente a zonzo fra il convengo di qua e lo spettacolo altrove, la mostra, la prima, il festival, il ciclo di seminari o di letture, che se non sono le loro sono quelle fatte da amici o organizzate da conoscenti, e sono tutte necessarie, anzi imprescindibili: è bello scoprire un mondo in cui nessun evento si può perdere.

In mezzo alla sua corte, il Maestro è un distratto sovrano: c’è, ma pensa ad altro, perché se non è in transito il suo corpo, i suoi pensieri sono già andati più in là. Poi i pensieri, là dentro, svolazzano ad una altezza indefinita: sono sospesi nell’aere, sostenuti dal soffio cui si riducono tutte le voci dei presenti, perché gli intellettuali, ho imparato dopo poche cene, sono quelli che sussurrano con tono ovattato. A tavola è tutto un psss psss di conversazioni che vanno per accenni, e gli accenni sono fatti su persone di cui si dice solo il nome; i cognomi, fra gli intellettuali seri, devono essere una brutta roba: li omettono tutti, tranne, noto, Roland Barthes. Quello, il Barthes, lo conserva in ogni citazione; però lo pronunciano Rolanbàrth, come fosse una cosa sola: forse è per questo, chissà. Comunque, su Rolanbàrth gli aneddoti si sprecano: l’han conosciuto tutti, a quanto pare. Strano, io, a vederlo dalle foto, me lo facevo un tipo schivo; invece non c’è un cane là dentro che non ci abbia preso assieme almeno almeno un caffè, conversando sulle massime intuizioni della semiologia. Del resto, era Rolanbàrth: girando l’espresso, mica poteva parlare del tempo, no?

Il Maestro ascolta, o forse no, anzi, poi ti accorgi che sì, perché di tutta quella matassa di discorsi non si perde una parola ed è in grado, in ogni momento, di dipanarne il bandolo. Quando pare più svagato e perso, di colpo entra in campo, con una zampata letale: “Tizio?Ah, sì, certo, ho letto il suo ultimo libriccino…carino.” e, finito il carino, sorbe un sorso di vino dal calice, come se si volesse sciacquare la bocca da qualcosa che ci ha lasciato dentro l’amaro. È una carogna, il Maestro, di quelle che usano l’educazione come la peggiore delle siche: ché se ti dice un “fa schifo” puoi leggerci anche un’ombra di rispetto, ma se ti cataloga come “carino” vuol dire che t’ha sprofondato nella gehenna e per te non c’è possibilità di redenzione. Attorno a lui tutti sorridono, con fare sornione, ed annuiscono al carino, trasformandolo così in una condanna definitiva. E tornano a parlare di qualcos’altro, di qualcun altro, di qualche evento nuovamente imprescindibile, di qualche aneddoto che va raccontato o semplicemente, alla fine, del freddo, perché come parlano del freddo loro, anche del freddo, non lo fa nessuno. E io annuisco, compunta, e anche un po’ divertita, perché di una cosa mi sono resa conto: che la vita può essere bassa o alta, ma gli intellettuali, sempre, sono un’altra cosa.

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

  • 529,675 lettori

iltwitdiGalatea

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Disclaimer

Questo è un blog, non una testata giornalistica, lo aggiorno quando mi va, sennò ciccia. I commenti sono liberi, e possono non rispecchiare assolutamente le opinioni dell'autrice del sito. I commenti offensivi o anonimi saranno comunque eliminati a mio insindacabile giudizio: è casa mia, dopo tutto. Le immagini sono tratte da internet, se per caso fossero coperte da copyright, segnalatemelo e saranno rimosse. Tutti i racconti sono opere di fantasia, i nomi e gli avvenimenti narrati non corrispondono a fatti reali e qualsiasi somiglianza è puramente casuale: è letteratura, bellezze! Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Se volete pertanto citare articoli o passi dei miei post, fate pure, ma riportate o il nome dell'autrice o l'indirizzo e il link del blog: sono liberale ma vanitosa.

Scrivi a Galatea

Se mi volete contattare: galatea.vaglio@gmail.com Risparmiatevi le mail di insulti, tanto me ne frego.

Share this blog