You are currently browsing the category archive for the 'Alla periferia dell'Impero' category.

sironi mario

Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.

Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.

La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.

Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.

Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.

Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.

Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?

Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.

Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.

Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.

Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.

È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

bacio

A Ghino, per ricordargli che, anche se lui è scettico, qualche donna compassionevole “a gratis” c’è.

Suonano.
E dopo bussano.
Con l’urgenza disperata di qualcuno che ha bisogno di entrare per forza.
Guardo l’ora: sono quasi le dieci di sera, una sera scura e cupa che riduce ad una aura tremolante la luce dei lampioni per strada.
Fuori diluvia: il Padreterno pare buttarla giù con la canna d’irrigazione del giardino. Dentro c’è il tepore loffio del primo riscaldamento appena acceso e lo sguardo carognesco del Dottor House, che regala occhiate sexy ai suoi microbi.
“Ma chi cazzo è?” mi domando scocciata, anche se, nel chiederlo a voce alta, mantengo il tono poco amichevole, ma tolgo il “cazzo”, perché sono pur sempre una signora civile.
“Sono Nino. Apri, ti prego…”
A quest’ora? A casa mia? E che diavolo vuole?
Mi ravvoltolo alla bell’e meglio nel pile della tuta, ravvio i capelli e apro, stupita.
Una zaffata di spruzzi entra dalla porta che si spalanca.
Nino è sull’uscio, fradicio e pallido come un fantasma di Halloween che però non ha nessuna voglia di chiederti dolcetto o scherzetto.
Solo quando mi vede pare rendersi conto di dov’è e dell’ora. Si blocca sulla soglia, ancora più frastornato.
“Scusa – farfuglia – no, scusa, mi rendo conto che è tardi…mi scambierai per matto..non ti volevo disturbare…io…ecco…non lo so nemmeno bene perché son qui…è che volevo parlare con qualcuno…”
“Entra! – gli ordino, prima che s’anneghi, gli tolgo di corsa la giacca fradicia e lo faccio accomodare sul divano, in salotto, sull’angolo attaccato al termosifone – Ma che è successo?”
“Mi vogliono candidare a sindaco! Ma io non voglio, ecco!” gli esce di bocca tutto assieme, senza neanche la pausa per un respiro.
Cazzo, certo, la riunione al Partito! Lo sapevo che era stasera. A Spinola tutti sanno tutto, e in special modo quello che non si dovrebbe sapere. Così è di dominio pubblico che, da settimane, i Piddini sono autoconvocati in sedute fiume in cui s’annegano di chiacchiere e affogano fra i distinguo, divisi in piccole bande, gruppuscoli e consorterie, perché ogni frangia ha un suo candidato, e ogni aspirante candidato si raggruma attorno in segreto una frangia, ma nessuno ha il coraggio poi di tirare fuori un nome in pubblico, per paura di bruciarlo e dar vantaggio a qualche altro lacerto di partito, e quindi tutti impallinano tutti e tramano per segare le gambe al campione altrui prima ancora di accertarsi di averne uno proprio da far salire sul ring, con il bel risultato che la guerra è aperta, ma non si capisce bene chi siano i comandanti e gli eserciti scesi in campo.
“Io…insomma, gli ex della margherita volevano candidare Enrico Frasson, che ha trentacinque anni, e poi ci tiene tanto…ma i miei si sono ribellati perché sono stufi di dover parare giù sempre questi cattolici imposti dalle sacrestie e per di più poppanti…allora io ho proposto Tonino Brugnato, che è un uomo pacato, di esperienza…ma i giovani del partito si sono inalberati perché ha quasi sessantacinque anni…allora Checco Spolaor ha tirato fuori Gianni Santapola, che è stato presidente di tutte le associazioni di volontariato…ma è venuto fuori che si candida già per la destra….allora Giustina Beggio voleva che si cercasse una donna, ma Silverio Penzo ha detto che sì, vabbe’ una donna non la vota nessuno, soprattutto se la sceglie Giustina fra le sue amiche matte femministe…allora Carlo Primariol ha detto che aveva il sì di massima di un suo amico sindacalista, e qui tutti si sono alzati dicendo che il suo amico sindacalista lo sanno tutti che è un ladro patentato e che se faceva tanto di proporlo a questo punto tanto valeva candidassimo noi direttamente Taragnin..”
“E quindi?”
“E quindi io ho cercato di mettere un po’ d’ordine, imporre un po’ di calma, di farli ragionare, gli ho detto che ci voleva una persona nuova, ma che avesse un minimo di esperienza politica, perché mica si può mandare poi in Comune qualcuno che magari ha un gran fascino, ma non sa nemmeno come si mette in votazione una delibera…e che doveva essere qualcuno di conosciuto, ma di non compromesso, che avesse alle spalle una storia, ma senza essere un vecchietto, e che fino adesso sì si fosse occupato di politica, ma che avesse pure un lavoro suo, tanto per far capire che non è campato solo di quello..”
Me lo immagino, Nino, con la sua aria timida ma pacata, che, con santa pazienza e senza dare in escandescenze, perché non è nella sua natura, poco a poco riesce a riprendere in mano le fila dell’assemblea, seda gli esagitati, tranquillizza le teste calde, riesce a far rientrare nei ranghi con buon senso e obiezioni puntuali, ma sempre cortesi, le ambizioni personali dei meschinelli, eruttate senza controllo. È così, Nino: un bravo ragazzo, educato e preciso, che non sbotta, non si inalbera, fa le cose con la coscienza che vanno fatte e qualcuno deve pur farle, non per un tornaconto personale. L’infanzia passata all’ombra del padre, per cui il potere era tutto, gli ha lasciato sulla pelle la consapevolezza che il potere, invece, è ben poca cosa: lo odia come fine e non lo ama come mezzo, diciamo che lo accetta come male necessario e, se gli capita di gestirlo, lo fa solo per evitare che sia il potere a gestire lui e altri combinino guai peggiori. Mi immagino anche l’effetto, in mezzo a quel gran caos di assemblea, che può aver avuto l’apparente autocontrollo di Nino, la sua capacità di ragionare con calma, la sua educazione che ti conquista perché la senti prodotta da una reale gentilezza d’animo. Non faccio fatica a vedermeli, i sodali di partito in cerca di un candidato, che, man mano che lui parla, si accorgono che il candidato più adatto è proprio lui.
“E quindi ti hanno scelto…” concludo.
“Be’, sì, ma Frasson non se la metterà via…dovremo fare delle primarie…”
“Frasson non ha i numeri per passare comunque – calcolo rapidamente – ti romperà un po’ le palle, ma passerai tu.”
“Lo so. – dice cupo – Ma io non voglio fare il candidato. E non voglio nemmeno fare il sindaco. È un casino. Ci sono un sacco di responsabilità, è un lavoro serio. Poi Spinola è al disastro…Io sto bene così, non voglio sconvolgermi la vita. La politica la odio, in fondo. Solo che non so mai come tirarmene fuori.”
“Non puoi, Nino. Purtroppo non puoi. E non per tuo padre. Non è nella tua natura. Hanno bisogno di te, e tu gli darai una mano. Anche se ti costerà parecchio. Sei fatto così, ti conosco troppo bene. Non puoi fare altro.”
“Lo so – sospira – Ma almeno tu mi resti vicina, vero?”
Mi guarda, con i suoi begli occhioni nocciola, velati di tristezza. Poi si china un po’ e mi sfiora le labbra con un bacio, leggero come il pigolio di un pulcino.
“Ti prego, posso restare qui, con te, stanotte? Non voglio andare a casa, e da domani dovrò cominciare ad organizzarmi per la campagna elettorale…”
Lo bacio anche io, piano piano.
Non puoi mettere alla porta un pulcino bagnato, quando è cominciato l’inverno e fuori piove, no?

È una storia di fantasia, non si fa riferimento a fatti, elezioni e candidati reali. L’unica cosa vera è che guardo il Dottor House, insomma.

 

comizio1

Albino?”

Macchè, il cardiologo conferma: non sopporterebbe lo stess.”

Alfonso, allora…”

Urca, quel cretino che ha mollato la moglie incinta sotto elezioni, e si è anche messo con un tricheco?”

Allora Massimiliano Rossetto?”

Ma sei scemo? Non sa neanche cos’è un Consiglio Comunale! No, può giusto stare in lista perché è decorativo…”

Allora, la Susanna Davanzo…”

Neanche ti rispondo, se siamo a proporre questa gente qui…”

I Tre del Trio, convocatisi quasi nottetempo nella villa dell’avvocato Martinuzzi, non ne vanno fuori: al terzo giro di salatini non ci sono più pizzette nei piatti e, soprattutto, non ci sono sul piatto nomi veramente papabili per la candidatura alle prossime elezioni a sindaco. Sono un po’ arrugginiti, del resto, i Tre, nelle scelte di tale importanza: da dieci anni a questa parte, di una riunione simile non c’era neppure stato mai bisogno: se c’era una elezione a sindaco, il candidato del Trio, e conseguentemente di tutti, non poteva che essere Carlo Taragnin, Carlo Taragnin, Carlo Taragnin. Ma ora il nome del sempre eletto (in tutti i sensi) è diventato una specie di tabù.

Cosa sia avvenuto di preciso fra i Tre e il protetto è uno dei misteri meglio custoditi di Spinola. Il paese s’è lanciato in una ridda infinita di ipotesi: chi dice che il Carletto abbia commesso l’ardire di rispondere no alla trasformazione in suolo edificabile di un fondo appartenente al dottor Dolbiati, perché la Carmen, che ha casa lì vicino, s’è incaponita di edificare nel giardino suo un condomiotto, e non vuole concorrenza per vendere i futuri appartamenti; chi sostiene che lo scazzo sia dovuto al tentativo, da parte del Taragnin, di candidarsi in Provincia senza chiedere prima il doveroso permesso a Erminio Franzon, che ha già individuato fra gli altri suoi protetti da tempo il sedere adatto a ricoprire quel seggio; chi assicura che all’origine ci siano un paio di battute infelici del sempre Sindaco al battesimo dell’erede Crespano, le quali hanno indispettito la Signora Crespano e, di conseguenza, una pletora di clienti e famigli. Sia come sia, fra il Trio ed il Sempresindaco i rapporti sono diventati prima freddi, poi tesi, quindi inesistenti: da qualche mese, se per caso si incrociano in piazza, Taragnin volta ostentatamente la faccia per fingere di non conoscere i suoi ex tre mentori, mentre i tre ex mentori lo guardano con l’espressione di chi quella faccia la conosce benissimo, e sta solo aspettando l’occasione per spaccarla a pugni.

E se appoggiassimo Guidi?” butta là Martinuzzi trangugiando l’ultimo lacerto di pizzetta avanzata.

Il dottor Dolbiati e Franzon tacciono, ma è uno di quei silenzi che indicano meditazione profonda e circospetta, perché quel nome l’avevano stampato in mente fin dall’inizio della riunione tutti e tre, solo che nessuno voleva essere il primo a proferirlo.

Il fatto è che, nella visione politica del Trio, Erberto Guidi, storico vicesindaco di Spinola, è una cabala, perché uno di quegli uomini che non si sa.

Di famiglia è benestante, ma, venuto da fuori, nessuno è in grado di specificare quanto, e per che vie. Sposato, senza figli, il Guidi ha alle spalle un curriculum di studi che non si è mai riuscito a capire di che cosa consti, e fa un lavoro, il consulente, che potrebbe voler dire occuparsi di tutto o di nulla. Nonostante questa vaghezza congenita, a Spinola conta schiere di fans. In mezzo ad un Consiglio Comunale che pare composto dai membri scartati degli Addams, spicca come un diamante: alto, slanciato, elegante, occhioceruleo e biondocrinito, ha uno scilinguagnolo da gran signore in gita nel contado e calza le giacche blu come se gli spuntassero direttamente dalla pelle, senza intervento del sarto a mediare. Quando sta seduto accanto al Sempresindaco Taragnin, e si vede il Taragnin piccolo e tozzo, con il collo taurino e l’espressione perennemente ingrufata da maialino che tema gli freghino da sotto il truogolo, e Guidi lì accanto, il profilo aristocratico, lo sguardo celeste perso a meditare su qualcosa che è troppo alto per confidarlo a quei bifolchi là attorno, viene spontaneo chiedersi chi mai l’abbia combinata, una coppia più sbilenca, e meditare su quanto il Caso, o Dio, debbano avere un perverso senso dell’umorismo. In realtà la coppia non l’ha creata il Padreterno, ma è frutto delle alchimie del Trio. Guidi, che ha appoggi in Regione e in Provincia, e in qualsiasi assemblea politica si riunisca al di fuori del territorio di Spinola, avrebbe considerato come dovuto il diventare sindaco di questo pago che onora con la sua prestigiosa presenza; ma a Spinola chi comanda non sono i partiti ufficiali, bensì il Trio, e il Trio s’è tirato su Taragnin dai tempi delle braghe corte, convinti com’erano i tre che quel tappo mal combinato, brutto, ignorante, privo di qualsiasi altra caratteristica se non una smodata voglia di emergere, sarebbe stato la loro longa manus perfetta, perché ciò che ambiva era il fantasma del potere per ricompensare una infanzia da oggetto di scherno e la miseria cronica di una adolescenza da nano. Guidi, invece, che viene dalla città, o per lo meno da un paesotto vicino un po’ meno villaggio di Spinola, e ha fatto, anche se forse non finito, le scuole alte, frequenta gente di fuori e si muove a parla come uno che vabbe’, magari non andrà a cena con il principe Carlo, ma almeno con qualche Dirigente di seconda fascia in Regione si sente al telefono e si dà del tu. I tre del Trio lo hanno subito catalogato come un tipo pericoloso, perché sa di non essere una loro creatura e soprattutto è consapevole che oltre a Spinola esiste un mondo in cui il Trio non riesce a gestire proprio ogni cosa. Quindi, dal suo primo comparire sulla scena, han maneggiato per incastrarlo nel ruolo di Vicesindaco a vita, così come l’altro doveva rimanere incastrato in quello di Sempresindaco fino al momento del passaggio a più opportuno testimone. Ora però che l’opportuno testimone non si presenta, e il Sempresindaco s’è così assuefatto al potere da considerarlo come una sorta di diritto che può trasmettere agli eventuali eredi, arrivando a pensare Spinola come un feudo proprio, una sorta di usucapione, il Trio si ritrova nella poco piacevole situazione di dover decidere quale sia il male minore, ovvero se il male minore possa chiamarsi Erberto Guidi.

Bisognerebbe parlargli” dice Dolbiati.

Già, e a quattrocchi.” assente Martinuzzi.

E senza altri in giro.” conclude Franzon.

Ma come? E dove? Perché convocarlo a Villa Martinuzzi, casa Franzon o in farmacia Dolbiati nemmeno se ne parla: l’indomani tutto il paese saprebbe e indovinerebbe la manovra. In altro momento, un incontro nella saletta del Frutto Proibito, organizzata non dal Trio direttamente, ma per iniziativa della Carmen, sarebbe stata la soluzione migliore; ma ora la Carmen gioca in altra squadra, e il Frutto Proibito non è più terreno di gioco, quindi bisogna trovare altro intermediario e altro covo.

E se usassimo il Sottosotto?”fa Martinuzzi, accendendosi come una luminaria di Natale.

Gli altri sodali lo guardano con ammirazione, ricordandosi di colpo perché, da sempre, fa parte del loro sodalizio.

Il Sottosotto è infatti il negozio di lingerie più in di Spinola centro e frazioni, la cui animatrice e proprietaria è l’inossidabile Mirella Strambotto, amica del Trio al gran completo, nonché di Guidi, di Taragnin e di chiunque, a Spinola, abbia contato o conti di contare qualcosa in politica.

In effetti – dice Dolbiati – la Mirella ha un bel retrobottega, molto spazioso, e soprattutto discreto…e nessuno si stupirebbe se ci vedessero entrare, magari uno alla volta, nel negozio..si può sempre far finta di andar lì per comprare qualche regalo per le nostre mogli…”

O per qualche amica – chiosa Franzon, ricordandosi che nessuno dei tre è sposato – Comunque poi la Mirella un paio di favori ce li deve: convinsi io l’assessore a darle la licenza…”

E io – ribatte Dolbiati – le ammorbidii il geometra per l’abitabilità…”

E io le consigliai come evitare quella multa per un ampliamento non proprio regolare…” aggiunge Martinuzzi.

Vabbe’, al Sottosotto, è deciso! Facciamo convocare dalla Mirella lì Guidi e risolviamo questa faccenda fra noi.” stabiliscono quasi all’unisono, concordi e soddisfatti perché quella manovra consentirà loro di assicurarsi che a Spinola, mutatis mutandis, tutto cambi e il potere del Trio resti uguale. E se tutto deve cambiar rimanendo appunto uguale mutatis mutandis, non si vede che ambiente potrebbe essere più adatto di un retrobottega pieno di slip e culottes.

confuso

Cioè, loro, le primarie, anche le farebbero.

I piddini di Spinola, intendo.

Sono lì, da due settimane, in autoconvocazione perpetua, attorno al tavolo.

Sono una cinquantina.

Perché il Comitato Elettorale Ristretto, formato da venti delegati, ha poi chiamato il Comitato Elettorale Allargato. Che si è consultato con gli altri Organi di Partito, e con gli altri aventi diritto, ai sensi dello Statuto del Partito e dopo il ricorso ai Probiviri. I quali hanno ricontattato il Comitato Ristretto, quello Allargato, il Segretario, il Comitato di Garanzia degli iscritti, i Referenti per il territorio, i Referenti per i rapporti con la Provincia, gli iscritti e probabilmente anche qualche passante.

Tutti convocati in assemblea.

Per parlare di come fare le primarie per i candidati da candidare ad essere candidati a Sindaco di Spinola. Perché c’è molto di cui parlare, e di cui discutere, e molto da decidere. Bisogna trovare le regole, e che siano valide per tutti. E poi dividersi gli spazi. E poi stabilire i modi ed i tempi della campagna elettorale. E controllare che tutti abbiano gli stessi tempi e gli stessi spazi, poi. E vigilare che gli stessi tempi e gli stessi spazi abbiano anche i sostenitori, e i mentori, ed i supporter. E che ci siano occasioni di confronto, di dibattito, cui tutti possano accedere, soprattutto i sostenitori e i mentori e i supporter. I quali sostenitori, e mentori, e supporter, sono già tutti nel Comitato, Ristretto ed Allargato, a far casino e baruffare ed appellarsi allo Statuto, gridando allo scandalo ed al tradimento della democrazia ogni volta che qualcuno propone, infine, di decidere qualcosa.

E quindi son lì, tutti quanti, convocati da giorni, a ragionare, valutare, mediare, minacciare ed azzuffarsi.

Chè a vederli da fuori, fan persino tenerezza.

Sono così presi nel loro lavorio democratico, che non si sono accorti che fra loro, per il posto di sindaco, a Spinola nessuno si è ancora candidato.

Al solito, è una storia di pura invenzione che non rispecchia fatti, personaggi o primarie reali. Si può mai credere, infatti, che un partito si incasini davvero a tal punto?

Achille Luigi Castagnetti è da sempre professore di Latino e Greco al liceo di Spinola. Di più, è figlio di professori di Latino e Greco, nonché nipote di professori di Latino e Greco. Risalendo a ritroso nella sua genealogia, ci si imbatte in una infilata di docenti di lettere classiche che si inerpica per lo meno fino all’era di Cicerone e Giulio Cesare e forse più su ancora, ai tempi della Grecia antica: si vocifera che Senofonte sia scappato da Atene non per motivi politici, ma perché il suo insegnante di grammatica, avo di Castagnetti, gli aveva ammollato un quattro all’interrogazione sull’aoristo passivo.

Sfolgorante promessa della cultura fin dalla culla, Achille Luigi ha partecipato ai tempi del ginnasio al certamen ciceroniano, a quello oraziano, a quello catulliano e a qualsivoglia competizione avesse per oggetto una qualche lingua morta, moribonda, agonizzante, persino colpita da una leggera forma di raffreddore. Quindicenne, non pago del Greco, sognava di studiarsi da solo l’Ittita, poi l’Accadico, indi il Sumero: questo però lo lasciò al fine perdere, per via di un angosciante problema di pronuncia: indeciso se fosse corretto accentare Sùmero o Sumèro, stabilì di dedicarsi al Bàltico, in cui l’accento risultava meno ambiguo e ballerino.

Laureatosi a pieni voti poco più che ventenne, Achille Luigi Castagnetti, per la gioia e l’orgoglio di mamma e papà, ottenne subito la cattedra in quel di Spinola, liceo appena creato per le pressioni di Castagnetti padre sulla famiglia Crespano, con il sodale appoggio delle famiglie degli avvocati Martinuzzi e dei farmacisti Dolbiati, stanchi di mandare i loro pargoli a farsi istruire in città, dove la contestazione del ‘68 montava e c’era il rischio che la prole, trovandosi a contatto con qualche idea nuova, anzi, proprio con qualche idea, ne riportasse choc perenni. Achille Luigi Castagnetti, giovane di belle speranze e di piacente aspetto, la cattedra la accolse come un doveroso tributo alla sua scienza, ma anche come un compito che il Fato gli assegnava, in quanto egli era l’unico in grado di portarlo a termine: quello cioè di plasmare e forgiare la classe dirigente della Spinola del futuro.

Per tutti gli anni ‘70 egli fu un biondocrinito docente glaucopide dal fascino assassino, stronzo quel tanto che basta per sedurre con una sola occhiata le supplenti di prima nomina; per le colleghe di ruolo piacenti aveva sempre pronta qualche citazione in latino, che faceva collassare le suddette in men che non si dica; per le Presidi, che potevano essere meno piacenti, ma erano pur sempre necessarie per ottenere orari consoni a facilitare i suoi studi, spolverava distici greci; per le alunne bastava ed avanzava, a sedurle, la inutile crudeltà con cui torchiava le classi: le alunne, con animo svenevole da adolescente, inferivano che il bel professorino dovesse essere così perfido per via di un amore non corrisposto, e cadevano ai suoi piedi. Va da sé che allora come ogni intellettuale, Egli non potesse essere altro che un astro della contestazione; ciò ancor di più aumentava il suo fascino, perché se già all’epoca chi indossava l’eskimo e parlava di proletariato cuccava a botta sicura, figuriamoci chi da sotto l’eskimo sapeva sfoderare, al momento opportuno, un tomo di Platone in originale.

Gli anni ‘80 lo portarono ad una svolta craxiana, motivata nel profondo dalla presa di coscienza che con l’eskimo e il proletariato si rischiava di non cuccare più; dunque, rimanendo sempre glaucopide anche se più spelacchiato, indossò cravatta e giacca, però di velluto e con toppe da docente universitario del Vermont: rimasero costanti le citazioni greche e la ferma determinazione ad essere l’ispiratore e l’eminenza grigia della classe dirigente. Del resto, mica per niente era docente di Greco e Latino al liceo classico, ohè.

Al principio degli anni ‘90 il socialismo cominciò ad andargli stretto, non solo perché l’età gli aveva portato in dono una spiacevole tendenza alla pinguetudine; divenne prima liberale, poi liberista, infine federalista con simpatie per la Lega. A chi gli chiedeva come potesse conciliare la sua raffinata cultura classica con i rigurgiti di ignoranza bruta della compagnia in cui si andava a mettere, rispondeva che tanto la classe dirigente del futuro, leghista o meno, sempre dal classico sarebbe passata, e quindi i leghisti padri i leghisti figli li avrebbero mandati ad istruire da lui.

L’altro giorno l’ho incrociato, al bar da Clara. Grasso, spelacchiato, e con una faccia spaurita che non gli avevo visto mai prima: tutto il suo fascino pareva essersi liquefatto di botto, ed invano cercava di darsi coraggio sorbendo un grappino. Il Liceo Classico di Spinola è stato massacrato dai tagli: resterà una sola sezione, che andrà ad accorparsi con un liceo scientifico-tecnologico, quello senza latino, aperto nel paese accanto. Il buon Achille Luigi, saputa la ferale notizia, è andato dal segretario della Lega, credendo di trovare in lui sponda per aver salva la cattedra, e non essere costretto, in età prossima alla pensione, a farsi venti minuti di strada, stipato in un autobus, ogni mattina, come non gli era accaduto nemmeno quand’era di prima nomina. Ma il segretario leghista, perito tecnico, e padre di figlio leghista che stenta persino a prendere un diploma di geometra alle serali, nonostante lo sfoggio di citazioni greche e latine sciorinate a suo uso e consumo dall’Achille Luigi, si è dimostrato insensibile ai problemi della cultura classica, e della cultura più un generale, ritenendo che per forgiare la futura classe dirigente sia più che sufficiente una gita a Pontida, una volta l’anno.

Achille Luigi ha chiesto allora udienza ai Crespano, ai Martinuzzi, ai Dolbiati, ricordando loro con caldi accenti di essere stato il loro mentore, colui che li ha eruditi e plasmati, insegnando loro le basi della cultura classica, grazie alla quale essi hanno potuto divenire ciò che oggi sono nella vita, e cioè classe dirigente. I Crespano, i Dolbiati e i Martinuzzi lo hanno accolto con un sorriso di sufficienza, facendogli cortesemente ma senza mezzi termini capire che loro classe dirigente non lo sono certo diventati per i suoi insegnamenti di Greco e Latino, ma in virtù dei conti in banca e del prestigio che hanno ereditato dagli antenati.

Al povero Achille Luigi Castagnetti, erede di una schiatta di professori di Greco e Latino che per generazioni ha insegnato alla classe dirigente, non è rimasto altro dunque che comprarsi l’abbonamento per il bus, e sedersi al bar, davanti al suo grappino, a meditare che si può stare una vita al liceo classico a spiegare Greco e Latino ai pargoli della classe dirigente, ma quei pargoli non ti considerano poi  mai il loro mentore: solo un professore sfigato che gli ha corretto qualche ablativo.

Per non sembrare il più fesso del circondario, il sindaco Taragnin sta meditando di candidare anche Spinola come sede per le Olimpiadi del 202o.

pasticceria

L’ho un po’ trascurata, Spinola, in questi ultimi tempi. Forse mi ha un po’ trascurato anche lei. È un settembre pigro e molle, quello che sta vivendo, come se non sapesse arrendersi all’evidenza che l’estate è passata, e si aggrappasse agli ultimi sbuffi di caldo afoso per fingere che non sia così. Dalle ferie, pure, sono tornati tutti, ma non si fanno vedere in giro: il bar di Clara, riaperto la settimana scorsa, è ancora quasi deserto. Clara guarda i tavolini semivuoti, con aria distratta: anche lei deve ancora rassegnarsi al ritorno, e di tanto in tanto si perde a rimirare nel riflesso dello specchio la sua abbronzatura caraibica, che stinge poco a poco.

Che tedio, che aria morta!” sbuffa, vedendomi entrare.

Ma come mai non c’è nessuno?”chiedo, stupita io pure. Il bar, di solito, è un crocevia di gente che va lì non tanto per prendere un caffè o uno spritz, ma per farsi vedere e studiare cosa fanno gli altri: è il centro politico-economico del paese, l’equivalente del Transatlantico di Montecitorio: non sei nessuno, a Spinola, se non sei qualcuno da Clara.

Tesoro, a primavera ci sono le elezioni…”

Le elezioni, cazzo! Me ne ero dimenticata. Nel turbinio di questo rinnovo istituzionale continuo, m’era passato di mente che Spinola è in finire di legislatura. Che poi, nel caso specifico, più che di legislatura si dovrebbe parlare di era: il Sempresindaco, dopo due mandati consecutivi, non può fare il Dinuovocandidato;ma scovare un Degnoerede, è faccenda spinosa, ed intricata, dato che il Sempresindaco, anche se non più in grado di esser Sempresindaco, si vocifera sia intenzionato a rimanere ad ogni costo Sempresindaco in pectore.

Nel vuoto ombroso del bar, Clara si sporge verso di me, in vena di confidenze.

Pare che Carlo e il Trio siano ai ferri corti…”sussurra e scuote la testa perplessa, come se avesse confidato che la Terra ha intenzione di smettere di girare intorno al sole. Se lo dice Clara, la notizia è roba certa: in tanti anni nessuna sua confidenza si è mai rivelata men che veritiera. Mi sono sempre chiesta come facesse ad avere ogni volta dritte così precise. Me lo sono chiesta, sì, ed ora improvvisamente lo capisco, da quel “Carlo” che le scappa così, senza accorgersene, invece del solito distaccato “Taragnin”, con cui si riferisce a lui quando ne parla con i clienti. Clara? Clara e …Carlo?

La guardo, mentre è pensosamente assorta a rimirare il nulla della vetrina ingombrata di fiocchi dorati e confetti iridescenti, in un tripudio di estetica provinciale che vuole a tutti i costi certificare la raggiunta opulenza spargendo ovunque sbuffi di tulle e grappoli di nastri. Mi accorgo ora che non l’ho mai considerata una donna: una donna vera in carne ed ossa, intendo dire, con una vita propria al di fuori di quel bancone. È tanta, Clara: una veneta prosperosa con un seno che avrebbe ammaliato Fellini, due occhi azzurri sornioni, sempre a fare gli equilibristi sul filo dello sfottò, un viso paffuto dai tratti placidi che però non riescono a velare un fondo di irrequietezza insoddisfatta, da ghepardo che s’è accoccolato per pigrizia, ma non aspetta altro che di dare una nuova zampata. Spinola è il suo mondo, che lascia raramente, giusto le due settimane di ferie obbligatorie, quando parte per mete lontane, esotiche, a quanto se ne sa sempre sola. Quando torna accenna, in modo vago, di aver visto la giungla amazzonica, il deserto, le città di sabbia dello Yemen, le barriere coralline degli atolli più distanti. O a qualche visita in America Latina, dove finanzia una missione di preti e, di tanto in tanto, adotta piccoli meninos de rua, cui paga poi studi in Italia o aiuta ad aprire piccole attività laggiù.

È ricca, Clara: il bar tira più di una piccola azienda e lei, a quello, può aggiungere il patrimonio di famiglia, fatto di case, appartamenti e negozi sparsi per tutta Spinola, ed affittati con pignola attenzione al soldo. Potrebbe vivere di rendita, s’è sempre saputo, ma Clara di rendita non vuole vivere. Il bar è la sua vita, non solo perché ama occuparsi dei suoi dolci e dei suoi gelati, prodotti con ricette esclusive e segrete, ma perché è il centro del suo mondo. Da lì lei controlla, guarda, sa tutto di tutti, mentre nessuno, mi accorgo ora, sa molto o anche qualcosa di lei. Com’è Clara quando non è Clara, quando chiude il bar, la sera, e torna a casa, nel suo bell’appartamento in centro, di fronte al Municipio, proprio accanto, mi vien da pensare con malizia, al nuovo attico di Taragnin? Chi vede, chi incontra, chi riceve? Vorrei chiederglielo, adesso. Non per una pettegola curiosità, ma per conoscerla meglio, forse per conoscerla e basta, dopo che per tanti anni ci siamo sfiorate ogni giorno e guardate come si guardano quelle che vorrebbero diventare amiche, ma non trovano l’occasione giusta. Sarebbe questo il momento adatto, magari: ora che il bar è vuoto, il tempo come sospeso da questa afa innaturale d’inizio settembre, e lei presa da una sorta di dolce abbandono malinconico, che la porta a guardare i nastri della vetrina e sciogliere qualche riserva sul suo privato.

Vorrei. Potrei. Forse dovrei. Ma quando sto per aprire bocca, il campanello della porta dindina, e una zaffata di caldo entra assieme ad un cliente mai visto. Clara si riscuote, richiama sul viso la sua espressione impenetrabile da tenutaria di pasticceria, e chiede all’uomo cosa desideri, con il suo sorriso sornione e distante, che equivale ad un segnale di accesso negato.

Diventeremo amiche, forse, un’altra volta.

Dimenticavo: al solito, è un racconto di pura fantasia, ogni riferimento a fatti, persone ,avvenimenti , sindaci o bar reali è frutto di una mera coincidenza. Come se voi entraste nel bar di Clara, appunto.

dossier

La faccenda mi è ritornata in mente, in questi giorni. Lavoravo ancora per il mio giornale. Cronaca di paese, niente di che: liti fra vicini per chi ha tagliato troppo i geranei, qualche incidente, i consigli comunali: non sono mai stata una giornalista d’assalto impelagata in chissà che inchieste. Ma un politicuzzo di secondo piano, di quelli che per arrivare ad essere un nulla devono ancora sgambettare parecchio, s’adombrò per alcuni articoli non proprio bonari su certe sue amicizie non proprio chiare.

Telefonò a casa con tono da padrone, ordinandomi di smettere subito subito; per chiarire il concetto, a fine tirata, aggiunse: “E tieni presente che abbiamo un dossier su di te e siamo pronti a mandarlo al tuo Direttore!”

Gli risi in faccia, invitandolo a farlo. Chissà che conteneva il “dossier”, non l’ho mai saputo.

Forse divinava i miei gusti sessuali sulla base, magari, di una multa non pagata.

paletta e secchielloLa biondona straborda per ogni dove: ha due labbra che sembrano quattro e due tette che sembrano sei. A contenere tutta quella roba, il bikini rosso non ce la fa, strippa; e pure il mollettone, nel tentativo di tener bloccata una valanga di ricci, sta dando gli ultimi.

Ma la biondona è inarrestabile, come una valanga, come ogni calamità naturale: e quindi parla, si sbraccia, s’agita, telefona, si volta e si rivolta sul lettino come San Lorenzo sulla graticola. Quando ha finalmente terminato di truccarsi, e spazzolarsi, e cospargersi di olio di cocco come una frittella, afferra con piglio militaresco uno dei nipotini, se lo porta al seno, lo brancica e comincia un inferno di coccole, nasi nasi e ghirighirighiri conditi da gridarelli e singulti a voce chioccia, cui il povero bimbo non riesce a sottrarsi nonostante gli sforzi e tentativi di fuga.

Bello il mio amooore, bello, bello, bello! E quanto vuoi bene alla mamma, dimmi, su!” intima.

Il bimbo la guarda, dopo aver fatto un inutile cenno richiedendo soccorso verso la genitrice, che però sta contrattando un pareo dal marocchino in transito.

Tanto tanto tanto.” dice infine.

E a papà, quanto vuoi bene al tuo papà, amore? Dì, a zia, quanto vuoi bene a papà?”

Tanto tanto tanto uguale” ripete il piccolo.

E alla tua zia, alla tua zia che ti adora, dimmi, amore, quanto bene mi vuoi, eh?” chiede perentoria, strizzandoselo sul petto.

Tanto tanto tanto uguale– cantilena il piccolo, stremato. Poi guarda in faccia la zia, e aggiunge, perfido – ma un po’ meno.”

La zia lo abbassa di colpo, delusa. Come se al seno d’improvviso si rendesse conto che non sta stringendo un nipote, ma una piccola serpe.

muro bianco

La camera, adesso, è tutta sua. E non è nemmeno una camera sola, a ben vedere. Alfonso Crespano, persino se ha rotto i ponti con la famiglia, lasciato moglie e mammà – non necessariamente in quest’ordine – e incrinato quell’universo di relazioni che lo hanno protetto come una bolla fin dalla nascita, ha sempre fondi a sufficienza per potersi permettere non una camera ma un bel monolocale, nell’unico residence decente appena fuori Spinola. Ha dunque un intero appartamentino, arredato con mobili di lusso, per quanto dal design alberghiero: un divano in pelle con inserti in acciaio fighetto, un letto spazioso con testata in cuoio e trapuntina rosso pompeiano, e, appeso al muro, una tv a schermo piatto che gli consente di vendere tutte le reti possibili, in chiaro ed in oscuro, messe in onda per l’etere italico.

Non ha dovuto nemmeno cercarlo, per quel principio che, quando sei ricco, sono le cose che vengono a cercare te. Non appena per il paese s’è sparsa la voce che Alfonso era andato via di casa, destinazione non si sa dove, Anselmo Pedron gli ha fatto uno squillo al cellulare, offrendogli asilo. Non s’è trattato tanto di un favore, quanto di un investimento: ad offrire un tetto al figlio in fuga, Anselmo sapeva bene di rischiare l’ira di madama Crespano, che da sempre è la sua signora e padrona. Ma i servi svegli sono tali perché vivono sotto al padrone presente però sanno prevedere come ingraziarsi il padrone futuro: dunque ad Alfonso Anselmo ha immediatamente regalato un riparo, e a madama Crespano ha coscienziosamente spiegato, poi, il giorno dopo, che in fondo quello era pur sempre l’unico modo per mantenere comunque un qualche controllo sul fuggiasco: “Finché el xé da mi, el xé da nialtri.” ha infatti sentenziato con feroce pragmatismo.

Ora ha la sua camera, Alfonso. Ci sta da sei mesi. Non se ne vuole andare. All’inizio aveva creduto di rimanerci giusto qualche giorno, al massimo una settimana, prima di trasferirsi definitivamente dalla Betty Crovato, o meglio, di affittare assieme a lei un nuovo appartamento. Non poteva che essere una soluzione momentanea e provvisoria, quella del residence, con le pareti lattee prive di quadri, movimentate solo dalla televisione piatta come i programmi che trasmette, e quei mobili anonimi, senza un vero padrone e senza una storia, destinati fin dalla nascita ad accogliere qualche cliente per due settimane, al massimo un mese, e poi passare a quello successivo senza portare tracce. Lui, Alfonso, è sempre stato abituato ad altre case, piene di memorie, di tradizione. L’avita magione reca i segni di tutte le generazioni di Crespano prima di lui, e in nuce i presagi di quelle a venire. La sua camera da ragazzo, rimasta immutata nell’ala padronale, è qualcosa a mezzo fra il museo e l’altar maggiore, con da un lato la scrivania del nonno, e la poltrona in cuoio, e libri che prima di Alfonso sono stati di tutti i primogeniti Crespano, e dall’altra un muro che è un tripudio di alfonseria, con un’infilata di foto in cornice peggio di una bacheca di facebook: Alfonso al mare, in montagna, con gli sci, senza, con in mano ogni tipo di trofei e di coppe guadagnati nelle competizioni più disparate; con mamma, mamma e papà, mamma e i parenti, mamma e gli amici, le morose… ecco, no, con le morose no. Una ne ha avuta, e l’immagine è stata cassata subito dalla madre, non appena gliel’ha fatta lasciare: l’unica foto femminile rimasta è quella con la fidanzata ufficiale, scattata quando era già sicuro che questa sarebbe diventata moglie.

La sua casa da maritato, dépendance di quella dei suoi, anche quella era piena come un uovo. Patrizia, la moglie, l’aveva arredata con l’ansia da horror vacui: mobili, mobili, mobili. Sopra i mobili scansie, sopra alle scansie cornici, dentro alle cornici foto. Nei due anni di matrimonio non si spiega come sia riuscita a farne tante: lei ed Alfonso ovunque, immagini moltiplicate come nel gioco di specchi finale nella Signora di Shangai. Per sentirsi sicura d’averlo sposato, pareva dovesse vederselo davanti in ogni cantone di casa, e assicurarsi che lui vedesse lei, per non dimenticare.

La prima volta che è entrato nel residence e ne ha visto i muri vuoti e i mobili senza cornici, senza ritratti, senza foto, Alfonso ha provato una sorta di spaesamento: non pensava che delle stanze da abitare potessero essere così. Almeno non quelle in cui avrebbe potuto abitare lui. Si è sentito sospeso in un posto che non esiste, dove lui non era più lui, dove lui non era più nessuno, perché non aveva le cose che erano sue a ricordargli chi fosse. Persino Spinola, vista dalla nuova angolatura della finestra, non sembrava più il suo paese.

Ha provato un senso di fastidiosa vertigine. Come se gli mancasse l’aria. O come se di aria, improvvisamente, ne avesse respirata troppa. Si è dovuto sedere sul letto e guardare con calma la stanza e le pareti. Le pareti bianche.

É rimasto tutta la sera così. Zitto. A guardare un muro. Bianco. Per la prima volta da quando è nato gli è parso di poterci lasciare sopra una traccia che fosse solo sua.

Sono passati di qua dal 26 aprile 2008

  • 537,277 lettori

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Disclaimer

Questo è un blog, non una testata giornalistica, lo aggiorno quando mi va, sennò ciccia. I commenti sono liberi, e possono non rispecchiare assolutamente le opinioni dell'autrice del sito. I commenti offensivi o anonimi saranno comunque eliminati a mio insindacabile giudizio: è casa mia, dopo tutto. Le immagini sono tratte da internet, se per caso fossero coperte da copyright, segnalatemelo e saranno rimosse. Tutti i racconti sono opere di fantasia, i nomi e gli avvenimenti narrati non corrispondono a fatti reali e qualsiasi somiglianza è puramente casuale: è letteratura, bellezze! Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Se volete pertanto citare articoli o passi dei miei post, fate pure, ma riportate o il nome dell'autrice o l'indirizzo e il link del blog: sono liberale ma vanitosa.

Scrivi a Galatea

Se mi volete contattare: galatea.vaglio@gmail.com Risparmiatevi le mail di insulti, tanto me ne frego.

Share this blog