
Il ragionier Casillo è ragioniere, nel senso più pregnante del termine. I numeri gli piacciono, adora metterli uno sull’altro, in colonne che fanno argine al disordine del mondo. Ci passa le mattine, con i suoi numeri, e i pomeriggi e le serate. Da quando, quarant’anni fa, è stato assunto come contabile capo presso il Gruppo Crespano, la scrivania è divenuta la sua casa, e la moglie un’amante che si frequenta senza preavviso, nei rari momenti liberi.
Non gli si conoscono hobby, né, peraltro, vizi di sorta. Beve poco, non fuma, le donne le guarda come se fossero una cosa trasparente che sta nel mondo, ma non riguarda lui; non gli si è mai sentito esprimere un’opinione che sia una riguardante la politica, ma neanche il cinema, la musica o la moda, abbandonarsi ad un pettegolezzo, un gossip: niente. L’unica abitudine che gli si conosce è quella di prendersi invariabilmente la pausa pranzo a mezzogiorno e mezzo, e scappare via, verso un baretto vicino alle industrie. Si siede al suo tavolo e ordina, preciso come una passeggiata di Kant, una birra e tre tramezzini prosciutto e carciofi, che ingurgita con voracità da bambino represso. Quindi paga e torna in ufficio. Quarant’anni in azienda e di lui questo è tutto ciò che si sa per parlarne, perché, per il resto, l’unico fiato che gli esce di bocca è quello del “buongiorno” quando entra, e del “buonasera” quando va via.
Con i signori Crespano, marito e moglie e figlio, va d’accordo per questo, il ragionier Casillo: loro gli dicono cosa serve, e lui trova il modo di dargli i soldi per farlo, pescando, nelle varie voci del bilancio delle aziende, quella che può essere spremuta per far uscire i quattrini. Tutti quelli che mai spenderebbe per sé, il ragioner Casillo trova giusto che li spendano loro; tanto è una presenza inquietante nei Consigli di Amministrazione, perché sta lì come un cerbero a spuntare ogni virgola del bilancio, divertendosi con sadico cinismo a far le pulci alle spese di ogni singolo settore e a tener sulla graticola i manager laureati che ne sono i dirigenti, quanto è sempre stato invece lasco e comprensivo e persino distratto quando si tratta di controfirmare uno scontrino di shopping, un viaggio, le spese per una festa o il conto di una scommessa fra amici. Come se la vita dei Crespano fosse un poco sua, per interposta persona, e quel ruolo di erogatore di denari lo rendesse partecipe dei loro divertimenti e del loro modo di vivere, alla pari un Dio che sa di aver creato il mondo, e si diverte a guardarlo da spettatore.
Solo che, dàlle e dàlle, con la crisi, la congiuntura economica e l’assetto della famiglia che s’è complicato, negli ultimi tempi la vita del ragionier Casillo è diventata più simile a quella dell’equilibrista. Più che di bilanci, la sua giornata è un vortice di telefonate e di scontrini.
Alle strane partite di giro del signor Crespano c’è abituato da sempre, e manco indaga più su quei costi per week end a Roma dove deve andare a contattare amici onorevoli, cui non solo bisogna offrire cene e pranzi in ristoranti di lusso, ma anche pernottamenti in hotel con massaggi e altri servizi non specificati di gentili signorine, in genere qualificate come “intrerpreti” anche se non si capisce che debbano tradurre, dato che tutti i partecipanti son italiani. E non ha mai voluto indagare nemmeno sui conti e rimborsi che produce e inoltra Anselmo Pedron, il quale sarebbe, in teoria, imprenditore in proprio, ma poi pare che le case che non vende siano in conto ai Crespano, e quelle che invece riesce a vendere siano solo ed esclusivamente sue.
Poi però c’è Patrizia, la ex nuora, che quell’ex lo ha preso come un prefisso atto a garantirle un fondo spese illimitato. Grazie all’accordo di divorzio che ha negoziato, il ragionier Casillo è divenuto il suo ufficiale pagatore a tempo pieno: oltre al conto dell’avvocato e gli alimenti, ha controfirmato l’esborso per la nuova villa, in centro al paese, due piani più varie terrazze e giardino; e poi tutte le fatture di architetto, geometra, arredatore, muratori, falegnami, pavimentatori, mobilieri, tappezzieri, giardinieri e floreal designers chiamati a renderla perfetta. Paga lo stipendio alla tata, ovviamente inglese, per l’erede Crespano, e al nugolo di donne di servizio, allenatore personale, parrucchieri e professionisti dell’estetica di cui la ex signora Crespano ha bisogno per rimettersi in forma dopo lo choc del matrimonio fallito.
C’è la signora Crespano senior, che dal divorzio del figlio ne è uscita quasi peggio di lui, e la nuova potenziale nuora le dà gli incubi ogni notte; allora sente il bisogno di dimostrare al mondo che dalla mazzata si è ripresa, anzi, che la mazzata proprio non c’è stata. Quindi, per riaffermare di essere la signora Crespano di sempre, è andata giù di cene di beneficenza, e di contributi alle varie fondazioni, e poi di feste in villa con gli amici vecchi e nuovi, e di mondanità sparsa. Quindi non c’è prima d’opera in giro per l’Italia a cui non partecipi, e raccolta fondi, e sfilata pro bono. Il tutto spendendo fra vestiti e agghindi vari il doppio e il triplo di quello che effettivamente dona alle cause, e senza poterlo scaricare dalle tasse.
C’è la nuova fidanzata di Alfonso, la Betty. Che all’inizio aveva poca confidenza con il ragioniere, e ancor meno con logica dello scontrino, per cui di spese pareva non farne quasi. Ma poi, affidata alle cure di una cugina Crespano con compiti di istitutrice, la sequenza “tu prendi e il ragioniere poi passa a saldare” l’ha assimilata come i cani di Pavlov assimilano quella campanella-cibo. Dal che s’è originato un flusso inesausto di cose da pagare: vestiti di taglia sempre più piccola e di costo sempre più elevato, dietologo, fine settimana in Spa per cure dimagranti-rassodanti-purificanti, consulenze da psicologi del dimagrimento e guri vari, oltre ai grandi classici femminili di shopping per borse, scarpe, parrucco e ninnoli vari, a cui vanno ad aggiungersi i costi del figlio, che, pur non essendo erede Crespano, di un Crespano è pur sempre un quasi figliastro acquisito. E quindi asilo privato, baby sitter qualificate, guardaroba di firma, nonché giocattoli, corsi di nuoto, equitazione e quant’altro un piccolo quasi principe deve ricevere per naturale default.
Alfonso, poi, all’emorragia ce ne mette di suo, e forse è il peggiore. Passi per l’attico, in centro, con vista sulla piazza, duecento metri quadrati, che si è comprato per regalarlo alla Betty e ha arredato di tutto punto. Passi per la macchina nuova per lei e il bolide nuovissimo per lui, una cosa che come acceleri hai consumato mezzo serbatoio e per pagare bollo ed assicurazione ci vuole il Pil intero di uno stato africano, e per i cavalli, per lui e per Betty e per il piccolo, perché “Bisogna pure che si possano esercitare con l’equitazione”. Passi anche per il pied a terre, nel residence appena fuori del paese, che da scapolo aveva preso solo in affitto, e invece ha voluto accattarsi e di tanto in tanto ci va, perché, dice, “Ha bisogno di respirare”. Passino le cene, e i fine settimana improvvisi a Parigi e a Londra e soprattutto a Dubai, che costellano i suoi mesi di lavoro, li inframezzano e si allungano così tanto che il week end finisce sempre più verso il mercoledì e ricomincia il giovedì mattina, e l’areo aziendale fa la spola, su e giù. Ma la nuova barca a vela, perché quella vecchia era piccola e sorpassata, e la nuova villa in Sardegna, perché in quella dei suoceri, con la Betty e la mamma che non vanno tanto d’accordo insieme le vacanze non si possono fare più, e l’appartamento a Cortina, perché l’altro lo usa la Patrizia, e andare a contrattare le settimane e i giorni in cui ci si può andare senza incrociarsi è cosa fastidiosa – dato Alfonso è così, che quando vuol partire vuol partire, e controllare se può è una cosa che gli dà sui nervi – tutte queste cose sono faccende che il ragioniere si ritrova fra capo e collo, senza neanche essere avvertito prima, e giù a passare le nottate in ufficio, povero cristo, per trovare una voce di bilancio adatta a nascondere l’ultimo capriccio dei suoi padroni.
Il ragionier Casillo si arrabatta come può, nella sua stanzetta, fra il telefono che squilla e le colonnine sul monitor che diventano sempre più confuse ed incasinate, suda vedendo le cifre che si mischiano, i soldi che van di qua e di là, e la fronte gli si imperla a pensare che l’ordine del suo mondo è a pericolo e minaccia di crollare miseramente ad ogni nuova richiesta. Ma non sa dire di no, il ragioniere, perché quei padroni sono il suo universo e sono un po’ anche sue creature, è lui che li ha abituati così, che li ha cresciuti senza mai un no e senza mai un rimbotto, se ne sente responsabile. Quindi, quando chiamano, bofonchia un: “Non si preoccupi, adesso vedo, adesso sento, non c’è problema” che non è piaggeria, ma è troppo affetto. In ufficio la sua segretaria storica, l’unica donna della sua vita oltre alla evanescente moglie e altrettanto asessuata, ormai se lo guarda sempre più in ansia: “Ma non può far così, dica loro qualcosa, spieghi che non può!” Dice.
“Ma no, ma cosa vuole, non posso, io sto qua in ufficio per loro…” replica il ragioner Casillo, con voce sempre più flebile e lontana.
O meglio, ha sempre risposto così, fino a ieri. Quando il suo cellulare personale, quello di cui ha il numero solo la moglie e l’ordine tassativo di non usarlo mai a meno che lei i figli siano in reale e certificato pericolo di vita, è squillato mentre il ragioniere, alle dodici e trentacinque, stava addentando il primo dei suoi tre tramezzini al prosciutto e carciofi, nel solito bar dove va ogni giorno. Ha risposto, il povero Casillo, al giovin signore Crespano, Alfonso, che gli chiedeva di pagare in fretta il conto di un nuovo Suv, perché con la spider non si può andare agevolmente in montagna e quello della Betty è della Betty, e lui non lo vuol guidare. Ha risposto, il ragioniere, mentre i suoi occhi guardavano il tramezzino, il suo tramezzino ai carciofini abbandonato nel piatto, mentre lui, con l’acquolina in bocca al solo vederlo là, doveva invece sorbirsi le geremiadi di quel bamboccio aspirante proprietario di altro Suv, così abituato ad essere servito da non essere capace nemmeno di comprasi da solo il giocattolo dei suoi desideri. E senza rendersene conto, senza nemmeno sapere come, ha sentito la sua voce rispondere: «Cazzo, Alfonso, no, non lo puoi scaricare sulla ditta. Se te lo vuoi comprare, pagatelo tu e non mi rompere più i coglioni in pausa pranzo! »
E ha visto le dita della sua mano chiudere a scatto il cellulare, e poi avventarsi a prendere tramezzino, per portarlo alla bocca, felici.
E’ un racconto di fantasia che non ritrae imprenditori, contabili o tramezzini reali.