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A Roma le donne di solito diventavano celebri come mogli, o come figlie, ed in virtù spesso della loro prorompente personalità. A Ottavia capitò una sorte strana, quella di diventare famosa invece come sorella, e senza che della sua personalità, in fondo, si sapesse mai davvero nulla, o se ne intuissero appieno i contorni.

Il padre Caio Ottavio, del resto, non era un personaggio di tale spicco da poterle dare un qualche lustro particolare: era un oscuro funzionario ligio e onesto, primo della sua famiglia ad essere riuscito a farsi promuovere senatore. La madre, Anzia, era sì nipote di Giulio Cesare, ma non certo una parente di primo piano: defilata e modesta, era divenuta la seconda moglie di Caio, appunto, e viveva persino quasi sempre lontano dalla capitale. Ebbe da lui due figli, anche questi destinati, nelle più rosee previsioni, ad invecchiare in provincia, appena toccati dalla fama che lo zio Giulio Cesare andava acquistando. Erano due ragazzi schivi, del resto: Ottavia caruccia, ma neanche una bellezza favolosa; il maschio, poi, lasciamo perdere: gracilino, sempre malaticcio, poco adatto agli strapazzi dell’esercito e del tutto disinteressato alla vita mondana di Roma.

Giulio Cesare però, con quel gran fiuto che aveva nel riconoscere i talenti, a quel nipote apparentemente senza doti si era affezionato. Quanto lo si capì solo nel momento in cui fu aperto e letto il suo testamento: gli aveva lasciato ogni cosa, adottandolo come figlio, tanto che da allora assunse il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano. Che per un ragazzino di diciannove anni pallido, quasi imberbe e magro come un chiodo sembrava persino un nome troppo lungo, e i Senatori smagati sghignazzarono, accettando scommesse su quanto sarebbe sopravvissuto, quel pulcino, fra gli squali di Roma.

Ottavia, di qualche anno più grande del fratello, nella capitale c’era già da qualche tempo. Per un attimo, quando la cugina Giulia, figlia di Cesare, era morta, si era pensato di farle sposare addirittura Pompeo Magno, per rinsaldare l’alleanza in bilico fra quelli che erano i due veri padroni dell’Urbe e stavano per scontrarsi. Ma la cosa non era andata in porto e lei era rimasta moglie, invece, di Claudio Marcello, che di Cesare non era mai stato amico e che si schierò contro di lui durante le guerre civili, salvo poi usare Ottavia come ambasciatrice per farsi perdonare, quando Pompeo venne sconfitto.

Difficile sapere se abbia amato il marito, e forse nemmeno necessario. Ottavia era una matrona, allevata quindi fin da bambina sapendo che i matrimoni non erano faccende di cuore, ma di politica e di eredità. Onesta e proba, però, non fece mai nascere un solo pettegolezzo sulla sua vita coniugale: ebbe due figli dal marito, una femmina, Claudia, e un figlio, Marcello, e pianse doverosamente il marito quando morì.

C’è da dire che Claudio Marcello dimostrò un incredibile tempismo nello scomparire: perché vedovo da poco era rimasto anche Marco Antonio, che di Ottaviano, in quel momento, era sodale ed alleato. Ottaviano colse la palla al balzo per offrirgli in matrimonio la sorella, che peraltro era incinta di Marcello, ma poco importava: fece fare addirittura una legge speciale dal Senato per consentire un matrimonio immediato, senza aspettare, come era previsto in questi casi, il parto.

Non era un matrimonio d’amore, ci vuole poco a capirlo. Marco Antonio, esuberante generale un po’ guascone ma a suo modo geniale, aveva sempre perso la testa per tutt’altro tipo di donne, passionali ed eccessive, come del resto era lui. Ottavia, che pure le cronache romane descrivono come non brutta, era invece un esempio fulgido di eleganza sotto traccia, composta e poco appariscente, tanto che è impossibile anche capire cosa pensasse del fratello, di Roma e dell’impero. Per dirla tutta non avevano nulla in comune, i due sposi, se non  la necessità di stare assieme: Antonio perché gli serviva l’alleanza di Augusto ed Ottavia perché, da sorella di Augusto, non poteva esimersi dal compiere il suo dovere per il bene di Roma. Se la situazione le pesò o la rese in qualche modo felice, se si affezionò minimamente a quel marito che del resto vide gran poco, perché appena dopo le nozze partì per l’Oriente, non si capisce e non si sa. Ha in comune con il fratello Ottaviano questa indecifrabilità di fondo, Ottavia: che non comprendi mai se e quanto fosse coinvolta dagli eventi, ne fosse vittima o composta esecutrice. Viene persino il dubbio se fosse mai capace di provare dei veri sentimenti per gli uomini che sposò, o se non li abbia guardati passare con l’indifferenza con cui la canna vede passare l’acqua del fiume. Moglie perfettamente romana, fu madre esemplare, dei figli suoi, ovvero soprattutto del piccolo Marcello, gioia della sua vita, ma anche di quelli che Antonio aveva avuto dalla moglie precedente, Fulvia. Li allevò tutti assieme, mai venendo meno al suo dovere.

Ecco, il dovere. È la silenziosa ombra che accompagna tutta l’esistenza di questa donna: più che degli affetti pare avere dei precetti da seguire. È un’icona immobile, come quelle che ornano i cammei imperiali: belle ma un po’ senza vita.

In Oriente Marco Antonio ha incrociato una di quelle donne che invece sono il riassunto dell’erotismo, della passione, dell’eccesso. La regina d’Egitto, Cleopatra. Antonio l’aveva conosciuta già, a Roma, ma allora era l’amante, più o meno ufficiale, di Giulio Cesare, e quindi per lui intoccabile. Ora che è lui il padrone, Cleopatra gli appare come una deliziosa spoglia che gli è dovuta. Tanto Ottavia è la sintesi di tutte le virtù noiose di Roma, tanto Cleopatra è invece una deliziosa summa delle trasgressioni e delle fascinazioni d’Oriente: stordimento dei sensi e cultura millenaria, alterigia greca e calore del deserto.

Mentre il marito è ad Alessandria e si abbandona ai piaceri, Ottavia resta a Roma. Soffre? Si indigna? Mah. Conduce vita da matrona, ritirata ma sempre comunque inserita nella corte del fratello, che ha con lei un rapporto strettissimo. Quando si giunge ad un punto di rottura, Ottavia viene inviata da Ottaviano come mediatrice presso Antonio. Con la sua pacatezza lo convince a riconciliarsi con il cognato, abbandonare la regina d’Egitto e tornare a Roma. Lo fa perché lo ama o solo perché è quello che vuole Ottaviano e lei ubbidisce? No, è inutile, non si riesce a capire. È probabile che, chiedendoglielo, non avrebbe saputo rispondere nemmeno lei. L’amore per il fratello, il dovere verso Roma e il rispetto per quelle regole che le erano state insegnate da bambina le impediscono persino di porsi questa domanda: Ottavia non ha una sua vita, se non quella che è riservata all’accudimento dei figli, il suo orgoglio viene soddisfatto dal corrispondere appieno alle aspettative che la società ha per le matrone. Per il resto è uno strumento del destino: uno strumento consenziente, perché convinta che il suo unico possibile ruolo sia questo.

La conciliazione con Antonio dura pochissimo, anche se in realtà Antonio stesso non si può dire che abbia mai veramente litigato con lei: il matrimonio, più che con Ottavia, era sempre stato con Ottaviano, di cui la sorella era un’ombra, un facente funzioni. Quando il rapporto fra i due si incrina, Ottavia viene ripudiata senza neppure un incontro chiarificatore: è andata fino in Grecia per parlare al marito, portandogli soldi e truppe per quello che sarà lo scontro finale contro il fratello. Li ha raccolti lei, perché Antonio le aveva chiesto di farlo, e quando viene ripudiata glieli lascia, come dono d’addio. Ma anche questo gesto apparentemente affettuoso sembra più un ultimo modo per rimarcare la sua superiorità, e anche la sua distanza dal marito: è così presa dal recitare il ruolo della perfetta matrona romana che nemmeno lo odia. Forse perché l’odio è un sentimento che si riesce a provare solo nei confronti di chi in precedenza almeno un po’ si è amato.

Poi è la guerra. Ottaviano vince: sbaraglia la flotta di Cleopatra e di Marco Antonio, anche se, ufficialmente, combatte solo contro la regina, non contro il suo concittadino. A Roma i poeti di corte inneggiano alla morte della puttana d’Egitto, brindano sul suo cadavere. Ottavia non parla, ovviamente. È felice? Si sente vendicata? Niente. Da brava, inappuntabile matrona accoglie persino i figli di Cleopatra, Tolomeo e Cleopatra Selene, che alleverà assieme ai suoi.

Intanto, forse per affetto nei suoi confronti, forse per gratitudine per la fedeltà dimostrata, Ottaviano, divenuto Augusto, le concede un onore che forse è l’unico a farle balzare davvero il cuore nel petto per la gioia: il figlio Marcello viene indicato come erede designato dell’impero. Sposerà la bella cugina Giulia e un giorno siederà sul trono. Forse una malizia freudiana potrebbe far intravedere significati reconditi nella felicità che questo matrimonio porta in Ottavia: lei che nella vita ha amato in fondo solo il fratello, ora può unirsi a lui attraverso le nozze del figlio, e godere in futuro del ruolo di imperatrice madre dopo essere stata la moglie più perfetta e algida dell’impero.

Purtroppo la sorte non seconda questi piani. Marcello, giovane, bellissimo e felice, muore all’improvviso. Tutti a corte sono affranti, soprattutto la madre, che piange ogni possibile lacrima. Lei che era sopravvissuta a due mariti, guerre civili, rivolgimenti politici, non riesce a superare questo lutto. Si dedicò a conservarne la memoria, fondando una Biblioteca ed un Teatro a suo nome. Impietosito del suo dolore, Virgilio canterà le lodi del figlio nell’Eneide, indicandolo come colui che avrebbe potuto portare la pace sulla terra e sarebbe stato destinato a rinnovare il mondo, con versi così ispirati che i Cristiani li contrabbanderanno per una profezia sulla venuta del Cristo. Sentendo quei versi, Ottavia sverrà, e ci vorranno notevoli sforzi per rianimarla: è l’unico momento di debolezza nella vita di questa donna così perfettamente padrona di sé.

Morì nell’11 dopo Cristo. Il fratello Augusto pronunciò personalmente la sua orazione funebre, privilegio grandissimo, soprattutto perché Augusto non amava parlare in pubblico. Le furono concessi onori postumi enormi, quali nessuna donna aveva avuto mai prima, a Roma. Furono quanto mai meritati, perché nessuna donna, né prima né dopo, incarnò mai così perfettamente tutte le virtù della romana perfetta. Quanto le sia costato, e se ciò l’abbia resa almeno felice è un mistero che non scioglieremo mai.

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