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Le cose che riporti indietro dalla spiaggia hanno un’aria spaesata. Entrano in casa come se non fosse loro, una dimensione avversa in cui non hanno un posto proprio, un senso. Assieme ai granelli di sabbia, si portano addosso la tristezza di chi sa che, dopo un frettoloso passaggio in lavatrice, le attendono mesi nel fondo di un armadio buio, nell’angolo di un cassetto dimenticato, in cui le ficchi tu, piena di senso di colpa e di un vaga rabbia.

Non li vuoi vedere più fino a fine maggio, quei costumi colorati, quegli asciugamani su cui ti sei stesa fino al giorno prima: ti fan venire il magone. Rappresentano la vacanza che non c’è più, i giorni di sole, il mare, il tempo senza impegni, i libri letti mentre le onde ti carezzano i piedi, i bagni improvvisi per stemperare il calore, e non ci sarà ancora per un intero grigio inverno fatto di lavoro, di impegni, di routine.

Le cose che porti a casa dal mare le odi per il resto del tempo che non è estate, perché con il loro esistere ti sbattono in faccia questa suprema ingiustizia, incomprensibile alla logica: che la vacanza, nella nostra vita, è solo l’eccezione.

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