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Questo è un post incazzatissimo, che dedico al geniale pubblicitario che ha partorito la nuova campagna per la moda bimbo di Gucci, e all’altrettanto geniale dirigente della azienda che l’ha approvata.

Leggo dalla mail che viene riportata sul sito di un amico che il messaggio promozionale inviato per convincere le madri a comprare al pargolo un qualche costosissimo completino di Gucci è intitolata: “Il preferito della maestra”. Si lascia intendere, quindi, che il pargolo suddetto, solo in quanto rivestito con un qualsiasi coso firmato Gucci invece che con un vestito qualsiasi, è di per sé destinato a diventare il “preferito” ed il cocco dell’insegnante.

Allora, caro il mio pubblicitario, vorrei spiegarti un paio di cose che ti sfuggono e che rendono la tua campagna non solo irritante, ma soprattutto diseducativa nei confronti degli alunni ed offensiva per le famiglie e per chi il ruolo di maestra e di insegnante lo ricopre tutti i giorni.

Fare l’insegnante è un mestiere complicato e serio, e già scoprire che tu pensi che un docente possa avere in una classe un “preferito”, cioè a dire un alunno che viene trattato in maniera diversa e differenziata rispetto agli altri, denota che tu ci ritieni in pratica una categoria priva delle benché minima professionalità, perché l’idea di avere un “preferito” cozza con tutti i principi della didattica e soprattutto con i valori di eguaglianza, di equità e di rispetto per le regole che noi cerchiamo di passare ai nostri alunni.

Che poi tu addirittura insinui che un insegnante degno di questo nome possa scegliere un alunno come “preferito” solo perché indossa un completino firmato, be’ questo non è solo offensivo, direi che è al limite del diffamatorio.

Forse a te sarà sembrata una trovata simpaticamente furba, ma ti assicuro che non lo è: è invece un vero schiaffo nei confronti di noi insegnanti, del principio di eguaglianza fra cittadini che la nostra Costituzione ha come valore fondamentale, ed è per giunta una campagna che giustifica e ripropone alcuni dei più vieti stereotipi classisti che ogni democrazia degna di questo nome cerca di abbattere. E’ inoltre un insulto all’intelligenza in generale e in particolare una gratuita umiliazione per tutte quelle famiglie – ti stupirà, ma ce ne sono – che non possono comprare ai figli i costosissimi completini del tuo brand, e che pertanto si sentono dire da te che i loro figli, per quanto intelligenti e preparati, non saranno presi in considerazione nella scuola perché non hanno addosso una maglietta o un giubbino di una marca nota.

Caro pubblicitario e cara Gucci, lasciatevi dire una cosa: io in genere non guardo come sono vestiti i miei alunni, e tanto meno so riconoscere se i capi che indossano sono di una determinata firma o di un’altra, o di nessuna, perché valuto solo il loro impegno in classe e la loro voglia di imparare, e se decido che uno di loro mi sta simpatico è solo sulla base di queste caratteristiche, perché di quello che ha addosso me ne frega niente.

Ma se volevate trovare un modo certo per farmi diventare antipatico il brand di Gucci c sappiate che ci siete riusciti. Per cui, care mamme, forse non è il caso che compriate ai vostri figli vestiti di Gucci pensando che ciò li renderà immediatamente i “preferiti” dell’insegnante. C’è il rischio che all’insegnante girino solo le scatole.

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