Tag
archeologia, Cicerone, Clodia, Clodio, donne, Fulvia, giulio cesare, marco antonio, politica, Repubblica Romana, roma, storia antica

Rossa. Di nome e di fatto. Soprattutto di carattere. Impulsiva. Testarda. Quando conveniva, sottile. Un carattere da prima donna, di quelle che sanno tenere il pubblico avvinto ad ogni loro sospiro, e non cedono il palco, mai. E una passione sfrenata per gli scavezzacolllo, gli uomini trasgressivi, eccessivi, sopra le righe, per via di quella vena autodistruttiva, autopunitiva, che le prime donne hanno spesso nell’anima, e le rode dentro.
Questa era Fulvia, aristocratica romana di specchiata discendenza, perché anche se il padre era un provinciale, la madre, Sempronia, era una discendente dei Gracchi. Che a Roma era come dire i Kennedy a New York, cioè una schiatta di politici belli, democratici e sfortunati.
La politica in casa si sorbiva come l’aria, perché quando hai fra gli antenati due che han riformato lo stato, difeso la plebe, ci han rimesso la vita e per questo sono considerati miti e punti di riferimento per tutte le generazioni di uomini nuovi, per quanto tu possa essere una donna, e quindi ufficialmente tagliata fuori dal potere, il potere impari a conoscerlo e gestirlo fin dalla culla. Specie se poi hai un carattere come quello di Fulvia, che in ombra non vuole starci mai. E un patrimonio di famiglia che in ombra non ti consente di stare, perché tutti lo bramano.
Nella domus del padre i politici democratici, le nuove leve di Roma, giravano tutti, attirati come mosche dalla buona mensa e da quelle ricchezze che parevano non finire mai. Lei, giovinetta, con la sua chioma rosso fuoco e l’animo impetuoso, si innamorò subito del più scapestrato di tutti, Publio Clodio. Bello anche lui, giovane, e totalmente amorale: attaccabrighe, corrotto, famoso per aver sedotto la moglie di Giulio Cesare durante una festa sacra, e tutte le matrone dell’Urbe, compresa persino la sua altrettanto trasgressiva sorella, Clodia, la Lesbia di Catullo.
Alla giovane, impulsiva Fulvia quel tipo di vita, quei personaggi intrigavano, facevano sangue: erano il brivido dell’imprevisto, lo sberleffo portato nel salotto buono. Clodio prometteva una vita di carambole e di svolte improvvise: violento, dinamico, travolgente, senza freni. Tutto ciò che il padre provinciale ed una madre erede dei casti Gracchi di certo non avevano potuto offrirle. Fu amore, e fu matrimonio.
Scenate, alti e bassi, una figlia nata e nessun maschio come erede. Poi, improvvisa, la morte. Clodio viene assassinato, come un cane, in una rissa di strada fra bande, dal rivale Milone. Non si sa se sia peggio la morte improvvisa, o tutto ciò che segue dopo: il processo, in cui Cicerone, avvocato dell’accusato, rimesta nel fango ogni possibile pettegolezzo per diffamare l’ucciso. E Fulvia lì, in mezzo alla tempesta, a testa alta, perché lei è una donna che la testa non la china mai.
Non è donna da restare sola a lungo, però, anche perché nella sua posizione, e con il suo patrimonio, è difficile che una donna resti sola. Se il primo marito però era stato la passione della gioventù, il secondo è più un calcolo a tavolino: Gaio Scribonio Curione, retore raffinatissimo, eminenza grigia e consigliere particolare di Giulio Cesare. Fulvia per i leader ha fiuto, un intuito di razza: fra i mille che frequentano casa, sa cogliere subito i segni di quelli che possono diventare qualcuno, hanno la stoffa per essere i primi. E se Cesare le sfugge, su Curione, che è un suo fido amico e suggeritore, punta tutto. Curione non è uomo da prima fila, forse, ma lavora nell’ombra ed è determinante: da lui Fulvia impara quello che con Clodio non aveva potuto imparare: l’arte della pazienza, della trama che va tessuta con fili invisibili e lunghi, perché Curione è uno che affascina con le parole e spinge gli altri per i sentieri più adatti: è lui a convincere Cesare a passare il Rubicone: è Casare che tira il dado, ma chi glielo ha messo in mano è Curione.
Sono anni concitati per Fulvia, che è una delle prime signore dell’Urbe: il marito ha adottato la figlia di primo letto, ma non nascono maschi ed altri eredi. Però Fulvia è al centro di tutto, ora che Clodia, dopo la morte del fratello, pian piano si eclissa e perde del tutto il suo potere, consumata dagli scandali; e Calpurnia, la nuova moglie di Cesare, è una casalinga remissiva ma opaca. Sono anni turbolenti, feroci, di guerre civili, di trame e controtrame, in Senato e nelle domus dell’aristocrazia. Fulvia in tutto questo è a suo agio, ci gode. Il suo istinto di politico le fa intravvedere destini futuri di gloria.
Ma ancora una volta il Fato ci mette la mano e le gioca contro. Il marito viene inviato in Africa, per far giustizia dell’ultimo re rimasto fedele a Pompeo. È un drago nell’arena del Senato, Scribonio, ma sul campo no. Viene catturato e si suicida. E Fulvia si ritrova di nuovo vedova, e ancora una volta sola.
Ci mette un po’ a riprendersi, stavolta. Forse si era davvero legata a quell’uomo sottile e intelligente che aveva un carattere opposto al suo; forse, anche, vuol ben capire che vento tira. E nel marasma che governa Roma non è facile. Perché Giulio Cesare, che pare ormai un dio, muore all’improvviso, colpito a tradimento nel Senato. E chi sia destinato a diventarne l’erede non è facile da capire, perché tanti ci provano, tutti credono di poterci riuscire.
Ma qui, ancora una volta, l’intuito di Fulvia le viene in soccorso. Capisce che uno solo pare destinato a diventare il nuovo Cesare: Marco Antonio.
Quello fra i due è un rapporto strano, complesso. Marco Antonio, il soldato glorioso, il comandante senza paura, l’uomo che non deve chiedere mai, ha poi con le donne relazioni complicate. Debole d’indole, per quanto apparentemente sicuro, è affascinato dalle personalità forti. E in questo Fulvia non ha rivali: è più anziana di lui, forse non è neppure più bellissima. Ma per il sesso e l’appagamento momentaneo di un bel corpo ci sono le ancelle e le schiave, a Roma. Altro serve a Marco Antonio: una donna che gli possa essere compagna e socia, più nella vita che nel letto: cui possa affidare la gestione dei suoi affari come li affiderebbe ad un amico, che abbia l’esperienza politica di capire per tempo, intervenire, sopire o suscitare a seconda dei casi, che sappia manovrare gli uomini e gli eventi. Gli serve una Fulvia, in pratica, e infatti Fulvia si prende.
Non avrebbe funzionato, però, se non fosse successo a Fulvia di innamorarsi. Forse come non le era capitato più dai tempi di Clodio. Perché per Marco Antonio lei cambia, e non solo per motivi di opportunità politica: abbandonate le trasgressioni, diventa quella perfetta matrona romana che il padre sognava fosse da bambina. Mai più un pettegolezzo, mai più un comportamento fuori luogo: una novella Calpurnia per il nuovo Cesare che sta nascendo. Lei ed Antonio, la coppia perfetta per prendere il potere, a Roma.
È una lotta senza esclusione di colpi, nel caos più totale, nei primi mesi, del resto. Il giovane Ottaviano, diciannovenne esangue e senza esperienza, pare una figura senza polso e senza corpo: perché Cesare lo abbia nominato suo erede è un mistero per tutti, e infatti lo capiranno solo quando sarà troppo tardi per fermalo. Antonio, invece, è una stella che brilla come se tutta la galassia facesse perno su di lui. E Fulvia, come prima signora dell’Urbe, si toglie le maligne soddisfazioni che ha covato per anni: non ultima quella di guardare, ghignando, la testa di Cicerone, che il marito ha fatto proscrivere e sicari hanno inseguito fin sulla porta di casa. La guarda e ride, ricordandolo quando l’aveva diffamata in tribunale, per salvare Milone dalla condanna a morte. La guarda, e ride, perché stavolta a rimetterci la testa e la lingua è lui, Cicerone, ex principe del foro ed ex vivo.
Dopo la sconfitta dei Cesaricidi, la spartizione del potere a Roma è anche una faccenda fra donne: di first ladies in concorrenza fra loro, ma nella concorrenza non c’è partita: perché per moglie di Ottaviano ha preso una donna scialba, e il ruolo che le tocca è di vivere accanto ad un marito che pare un oscuro burocrate. Fulvia la Rossa, invece, è una donna che vive con i riflettori puntati addosso, anzi, se li trascina dietro: arguzia, intelligenza, fascino, unito a quella capacità di trasgredire senza far nulla, che le è rimasta appiccicata addosso dai tempi della gioventù.
Tutto a posto, tutto fila: il futuro appare luminoso. Ma c’è un ma, perché come sempre Fulvia è una donna cui il destino congiura contro.
Antonio, nella divisione dei territori, ha preso l’Oriente. E per lui è un incontro fatale. C’è quella terra, che pare riuscire finalmente ad appagare tutti i suoi istinti più profondi, ed inconfessati: lo ammalia, lo stordisce, gli fa sembrare Roma un buco provinciale e distante. E poi c’è lei, Cleopatra, la regina d’Egitto. Già amante di Giulio Cesare, che Antonio quasi considera un dono di diritto, ora che il dominatore romano e il nuovo Cesare è lui. Solo che Cleopatra è qualcosa di più che una spoglia di guerra o un capriccio: è una donna che ti entra nel sangue, il riassunto di tutto quello che Antonio vuole. Regale, stupenda, distaccata, sottile, intelligente. In lei si assommano tutte le doti del politico di razza, della regina per stirpe, della femmina.
Fulvia non può competere, e non solo perché è più vecchia, o meno bella: è perché di fronte a Cleopatra lei pare provinciale e goffa come Roma di fronte ad Alessandria.
Non sa come fare, si dispera. Dalle lettere del marito avverte che lui è preso, conquistato: si fanno sempre più rade, poi infine fredde. Aveva sognato di essere la nuova Calpurnia, ma ora le tocca la parte meno grata di quella sorte: Cleopatra le ha stregato il marito, e lei è a casa, bloccata, a far la matrona dignitosa ma tradita.
Fulvia però non ha il carattere di una Calpurnia, non può digerire di essere messa in disparte, la silenziosa dignità della moglie legittima e negletta non fa per lei. Lei è Fulvia, la signora di Roma, la donna che di politica ne sa quanto gli uomini, forse di più. Così si mette in moto: il suo fiuto proverbiale, stavolta, non le deve servire per trovare il prossimo leader a cui legarsi, ma per riportarle a casa quello a cui è legato già. Vuole dimostrare ad Antonio che lei, da sola, può dargli Roma, su un piatto d’argento: sbaragliare e travolgere il pallido, opaco Ottaviano.
Il dissenso serpeggia, silenzioso: nessuno ha ancora capito il carattere di ferro del nipote di Cesare, lo pensano una figura scialba che prima o poi verrà travolto dagli eventi. Fulvia pensa di poter essere l’evento. I veterani sono in subbuglio, perché per premiare chi ha combattuto nella guerra civile contro Bruto e Cassio Ottaviano ha promesso terre. Ma in quel di Perugia, dove pensava di reperirle con gli espropri, la cosa va per le lunghe, i proprietari vecchi si sentono traditi: ci sono sommosse, ed una fronda silenziosa pronta ad esplodere. Fulvia decide di giocare con questa. Se Antonio è in Oriente, suo fratello minore Lucio, malleabile e influenzabile, è suo da sempre. Basta un cenno, fargli balenare davanti agli occhi la gloria che lei sembra saper donare da sempre agli uomini di cui s’interessa, ed è pronto a partire. Vanno a Perugia, sobillano la popolazione, la città si ribella, Ottaviano è in difficoltà. Fulvia spera che Antonio torni dall’Oriente, lasci Cleopatra, si precipiti a darle man forte e con lei al fianco marci su Roma.
Ma non accade. Antonio, invece di precipitarsi in soccorso a moglie e fratello, li scarica, preferendo loro Ottaviano. Quasi senza muovere un dito, questi si ritrova vincitore per abbandono: Perugia torna alla calma, veterani e proprietari vengono sedati dall’arrivo dell’esercito il cui intervento Marco Antonio appoggia. Fra i due viene stretto un patto ancora più vincolante, e c’è nell’aria il pettegolezzo che un uovo matrimonio lo renderà stabile del tutto: via la slavata prima moglie di Ottaviano, perché è arrivata sulla scena Livia, bella e ambiziosa rampolla della stessa famiglia dei Claudi, donna con cui costituirà un sodalizio indistruttibile, e via anche Fulvia, perché Antonio sembra intenzionato a sposare Ottavia, sorella di Ottaviano.
Fulvia ha perso tutto: non solo il potere, ma soprattutto il suo uomo, quello per cui aveva messo in gioco ogni cosa. Non si rassegna, prova a raggiungerlo in Grecia, per parlargli, spiegare, coinvolgerlo in quel grande progetto che ormai però è solo suo, e lui non condivide più. Quando però arriva in Grecia ad attenderla c’è solo freddezza: Antonio non vuole nemmeno ascoltarla, e soprattutto è chiaro che non la ama più. Il suo futuro è Cleopatra, e Fulvia non è che il passato, un passato, per giunta, politicamente imbarazzante.
E Fulvia la Rossa, colei che aveva sempre travolto ogni ostacolo con il suo carattere passionale, stavolta è disarmata. Si rinchiude in una villa, si ammala. È meno doloroso perire per una malattia che sopportare l’onta del ripudio, vedersi sostituita con una regina straniera, celebre per essere la puttana di ogni vincitore.
Finisce così la vita di Fulvia, sola, chiusa in una villa in terra greca, senza attorno nessuno degli uomini che aveva creato, e senza lo sfarzo, gli amici e i famigli che ne avevano accompagnato i giorni di gloria. Sola come i suoi antenati Gracchi, di cui ora comprende tutto il dolore. Ma non ha una spada su cui lanciarsi, e allora lascia che il morbo la prenda, così: in fondo arrendersi alla malattia era un modo più dignitoso che dover ammettere di essersi alla fine arresa al destino.
Ti potrebbero anche interessare: Globalizzatori/4: Marco Antonio, l’uomo che rinnegò Roma, Globalizzatori/3: Augusto, l’imperatore nascosto, Cicerone, l’avvocato che non riuscì a farsi re
Ciao G, leggendo le tue badilate a volte mi chiedo perché non ho approfittato di più dei miei studi, e mi viene una malinconia… Vabbè. Grazie! F
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
ma… con questa avvincente galleria di donne formidabili eppure incontrovertibilmente “vinte”… stai cercando di dirci qualcosa in particolare?
Personalmente, ho sempre preferito Clodia. Niente intrighi, niente potere, solo sesso, sesso e ancora sesso, in tutte le sue varianti. Adorabile creatura.
@lector: Clodia solo sesso? Mah, mi sa che ne hai una visione un po’ ristretta. (ci avevo scritto un post su Clodia, leggilo!)
Già letto, cosa credi?
Però non ti permetto di distruggere, con le tue oggettive analisi storiche, le mie fantasie di brufoloso liceale che, nella Clodia di Catullo, trovava l’unico stimolo per prendere la sufficienza in latino e che se la vedeva lì, di fronte a lui, ammiccante e disponibile, conturbante ed erotica, prospera come una giovenca destinata a riempire tutti i tetrapak della Parmalat, a sussurrargli: “Prendi un bel sei, che poi ti darò il premio che desideri”.
Ecco!
questa fa il paio con Giulia, eh.
e adesso mi cerco Clodia, la quadrantaria Clitemnestra.