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L’Onorevole Femmina è sdraiata a bordo di una piscina, come al solito non sua. Indossa un bikini di gran firma, il cui costo è inversamente proporzionale allo scarso numero di centimetri di pelle che copre, ha i capelli freschi di parrucchiere e la faccia pittata di trucco nonostante il sole ed i trenta gradi, perché l’unica cosa che l’Onorevole Femmina ha capito della politica è che mai, mai, mai bisogna rischiare di farsi cogliere da un paparazzo struccata.

Il sole pigramente declina, e lei lo guarda con un broncio vacuo da modella sulla copertina di Vogue, mentre gingilla un cellulare appoggiato fra le cosce, e che non squilla. Lo soppesa, lo scruta, innervosita dal suo mutismo, folgora il povero oggetto di occhiatacce, come se fosse una sua decisione dispettosa quella di non suonare più: non sono gli altri che non la chiamano, è lui che rema contro, lo stronzo.

Non capisce. Non è mai capitato che ci fosse attorno a lei tanto silenzio. Non le è mai successo. Fin dai tempi della scuola i suoi giorni sono stati un frullare di chiamate e di inviti, di telefonate, di feste. C’era sempre attorno un mondo che la cercava, l’inseguiva, quasi. Come se la vita avesse bisogno della sua presenza, magari anche solo a far da tappezzeria, per svolgersi davvero. Ed ora tutto questo nulla che la attorciglia, la stritola con le sue spire di vuoto. Le viene su l’ansia a pensarci, e allora cerca di non pensarci più. Viene in piscina sulla terrazza del suo hotel romano preferito, come ha sempre fatto perché funziona. Ma è fetente, l’ansia: basta distrarsi un attimo e te la ritrovi là, a fianco, che ti aspetta. Ed è facile distrarsi, quando il cellulare non squilla e non ti chiama nessuno, così sei costretta a pensare al nulla, invece di praticarne un po’.

Sbuffa. Digita un numero sul display. Due, tre, quattro squilli a vuoto prima che si decida a rispondere, ma lei non demorde.

«Renzo?» dice.

Dall’altra parte un grugno che è probabilmente un: «Che cazzo vuoi?»

«Niente…»

«E allora che cazzo chiami?»

E un clic pone fine alla conversazione.

Sospira. Le labbra ripiene di silicone tentano di prendere una piega all’ingiù, ma sono troppo gonfie, e non ci riescono. Digita un altro numero sul display.

«Estelle? Ciao, sono Franci! Sì, sono a Roma… senti andiamo in disco stasera? No, non con loro… sai, in questi giorni stanno a fa’ i vertici di maggioranza…non possono…sono tutti incasinati…una noia…io e te…così, una serata per non pensare…»

Dall’altro capo si sente un’esitazione che prelude ad un no, poi un rapido farfugliamento imbarazzato che lo enuncia.

«Ah, sì, be’ ho capito…certo, ch’hai da fare…ok, magari la prossima sett, ok, ok, ciao…»

Recupera un altro numero in memoria. Il cellulare squilla, squilla, squilla. Lei non demorde, ma lui neppure. Squilla, squilla, squilla. A vuoto.

Sospira. Il sole è quasi tramontato dentro all’acqua della piscina. Lei guarda quella palla rossa, inforca gli occhiali da sole firmati e si domanda che cazzo lo trovino tutti così bello. Una palla rossa che se la guardi fa venire male agli occhi è.

Digita un altro numero sul display. L’ultimo in memoria. Squilla. Stavolta risponde.

«Mamma? Uììì, mammina! Ciao! Senti, volevo dirti che vengo a casa sta settimana per il uicchend. Sì, sono libera…qui a Roma due palle…be’ non so, magari andiamo al mare con la zia Antonietta…così fa la parmigiana…ecco, sì, la chiami tu, ok? Ok, ok. Salutami zio Gino. Ci vediamo, cia’.»

Sorride, soddisfatta. E poi l’avean presa tanto per il culo quando, dopo il calendario nuda, aveva dichiarato che la famiglia per lei era un irrinunciabile punto di riferimento.

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