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«Pierfrancesco, vieni qua!»

«Pierfrancesco, stai fermo!»

«Pierfrancesco, non correre!»

«Pierfrancesco, vieni da mamma!»

Pierfrancesco è un settenne che, dall’inizio della stagione balneare, ruzzola ovunque zampettando sugli asciugamani dei vicini, lanciando sabbia addosso ai passanti, scavando buche come una talpa in calore. Lo conosciamo tutti, sulla spiaggia, dove è temuto come una piaga biblica, e conosciamo anche la madre, una quarantenne abbronzatissima e perennemente sdraiata sul suo lettino, da cui non alza le chiappe mai, qualsiasi disastro epico abbia combinato il figlio. La sua unica reazione è questo perenne gridare il nome del pupo ai quattro venti, con richiami che il figlio ignora bellamente, anche perché in genere è troppo impegnato a far danni attorno.

E tutti noi vicini di ombrellone, mentre, barricati dietro alle copertine dei libri e delle riviste, auguriamo al figlio e alla madre le peggio cose, pensiamo inoltre che se una mette al mondo un demonio simile, che dopo chiama ad alta voce ogni tre minuti gracchiando come una cornacchia rauca, dovrebbe almeno avere il buon senso di mettergli un nome più semplice, tipo “Nino”, ecco.

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